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La bestia nera dell’autore è la “singolarità” del “big bang”, contro il quale manifesta un granitico pregiudizio. Il fatto che in corrispondenza di tale evento la densità della materia scenda al di sotto del limite planckiano tendendo ad infinito lo mette in crisi. La teoria delle stringhe viene sbrigativamente dichiarata incapace di descrivere l’universo antecedente al “big bang”.

Solo grazie alla “combinazione di rigorosa matematica e inflessibile aderenza alla natura si può salvare la fisica dalla mera speculazione e dai miti e solo così essa diventa credibile”: così proclama l’autore (tra i miti vi è evidentemente quello della creazione). Peccato che poi Bojowald si sprofondi nei miti pagani dell’eterno ritorno, citando a piene mani la mitologia orientale, il cimiteriale Nietsche e il fosco Schopenhauer.

Il tutto è infiorettato da racconti autobiografici di nessun interesse, e da lunghe citazioni da un delirante racconto di fantascienza, presumibilmente del medesimo autore, nel quale l’umanità arriva a sfruttare l’energia dei “buchi neri”, spinta da un parassita cieco che è penetrato nel cervello umano. Fotografie di demenziali opere di “arte” moderna vorrebbero illuminare il lettore su passaggi presumibilmente “significativi” del (si far per dire) “ragionamento” svolto dall’autore.

EMILIO BIAGINI


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