I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: maggio 2008

LA DONNA IN AZZURRO

Emilio Biagini

Il parlatorio del convento francescano femminile dell’Immacolata Concezione di Agreda. Il Padre Alonzo de Benavides e il converso attendono le suore.

Personaggi:
Il Padre Alonzo de BENAVIDES;
il CONVERSO;
la Madre SUPERIORA;
Suor MARIA Coronel de Agreda;
VOCE di una Suora.

BENAVIDES — Pazienza, fratello. Non è senza motivo che vi ho chiesto di accompagnarmi. Ho voluto che foste mio testimone. La mente umana facilmente si confonde ed è bene essere prudenti in casi come questo.
CONVERSO — Devo avvertirvi, padre, che il mio istinto sempre mi porta a dubitare.
BENAVIDES — Proprio per questo ho scelto voi.
CONVERSO — È già un po’ che aspettiamo.
BENAVIDES — Stanno cercando la Madre Superiora. È un vasto convento.
CONVERSO — Vorrei che facessero presto.
(Entra la Madre Superiora.)
BENAVIDES — Pace e bene, Reverenda Madre.
CONVERSO — Pace e bene.
SUPERIORA — Pace e bene a voi, Reverendi Padri.
BENAVIDES — Reverenda Madre, la mia presenza qui non è per una visita casuale, ma ha uno scopo ben preciso riguardo a certi fatti che di sicuro interesseranno anche il Santo Padre, la Chiesa in generale e il re nostro signore. Quando cominciammo a mandare missionari dal Messico verso le terre selvagge del nord, per volontà del Padre provinciale fui inviato lungo il Rio Grande. Qui incontrai un popolo povero: gli Jumanos, cacciatori e raccoglitori di frutti e bacche, ignoranti dell’agricoltura. Mentre andavo verso il loro misero accampamento, incontrai una fanciulla, forse dodicenne, che raccoglieva dai magri arbusti quel poco di cibo offerto da una terra arida e avara. La salutai, e con mia immensa sorpresa mi accorsi che la piccola parlava un poco di castigliano, in un luogo dove pochissimi spagnoli, forse nessuno, era mai penetrato. Le domandai come facesse a conoscere la nostra lingua e appresi da lei che la sua gente era stata molte volte visitata da una donna castamente vestita in azzurro. Le dissi allora che venivo da parte del Grande Padre di tutte le genti della lontana Roma, e che venivo a parlare del vero Dio fatto uomo. Ma la piccola mi interruppe dicendo: “La signora ci ha già parlato di tutto questo. Ci ha raccontato la vera storia di una santa Vergine alla quale apparve un angelo, che le annunciò un’immensa gioia. Il Grande Spirito, inviato dal Padre di tutti i viventi, avrebbe steso su di lei la Sua mano onnipotente, ed ella avrebbe generato, senza conoscere uomo, il Figlio dell’unico Dio vincitore del male, che vive e regna in tre Persone. Così avvenne, e il Figlio, vero Dio e vero uomo, predicò la buona notizia dell’infinita bontà e misericordia divina, sanò i malati, cacciò i demoni nemici. Ma l’invidia della sua stessa gente lo fece uccidere con grande tormento. Allora si manifestò il braccio potente del Grande Spirito, poiché Egli risorse, e da allora è accanto a tutti coloro che lo amano, fino alla fine del mondo”. Come ella può ben immaginare, Reverenda Madre, rimasi attonito nell’ascoltare quella fanciulla e non sapevo dapprima cosa dire. Poi domandai della misteriosa donna in azzurro, e la fanciulla indiana mi disse che costei, soggiornando presso di loro, aveva cacciato i demoni e sanato i malati, proprio come il santo Figlio di Dio, e per questo le avevano creduto, perché era un povero popolo abbandonato, e nessuno aveva mai fatto per loro quello che la donna aveva fatto. All’agglomerato di povere tende che finalmente raggiunsi insieme alla mia nuova amica, trovai ad accogliermi volti amichevoli e sorridenti. Non dovetti fare alcuna fatica. Quelle anime semplici erano veramente già convertite al Cristianesimo. Tutti dicevano la stessa cosa: la santa dottrina era stata loro insegnata dalla misteriosa donna in azzurro. La stessa anima gentile aveva dato loro dei rosari, aveva curato le ferite, fatto conoscere il messaggio di Gesù Cristo. Quale meraviglia, vedere selvaggi primitivi che dicevano spontaneamente il rosario, e con quale devozione. Appena tornato tra i confratelli in Messico, sbalordito quanto turbato, tentai immediatamente di venire a sapere, per lettera, sia al Papa sia al nostro re e signore, chi mi avesse preceduto nel sacro ministero. Mi risposero con cortesia che erano stupiti quanto me. Di ritorno in Spagna, ho sentito parlare di Suor Maria; per questo sono qui e vedo che l’abito del suo ordine è proprio come quello che mi è stato descritto dagli Jumanos.
SUPERIORA — Quanto lei mi dice, Reverendo Padre, mi meraviglierebbe se non conoscessi da tanti anni Suor Maria Coronel de Agreda. È nata nel 1602, da famiglia ricca e altolocata. Avrebbe potuto avere una vita di agi e di piaceri, ma la sua vocazione la chiamava altrove. Ebbe fin da bambina intense visioni ed estasi. In giovane età entrò in questo nostro convento francescano dell’Immacolata Concezione di Agreda, dove preghiamo intensamente perché il Santo Padre si decida a proclamare finalmente i grandi dogmi mariani, dell’Immacolata Concezione, appunto, e della Santissima Vergine Corredentrice. Nessuno fu più assiduo in queste preghiere di Suor Maria, che si impose un regime di lunghi digiuni, privazione del sonno e autoflagellazioni, tanto che dovetti qualche volta intervenire perché non eccedesse, rovinando la sua delicata salute. Ella sa leggere nella mente altrui, e risponde ai pensieri inespressi di altre persone. Più d’una volta l’abbiamo vista levitare in aria. Abbiamo assistito a circa cinquecento bilocazioni fra il 1620 e il nostro anno di Grazia 1630. Ella ci ha più volte raccontato di una terra lontana e di poveri indigeni che attendevano la luce di Cristo. Suor Maria sapeva della vostra visita, l’aveva predetta prima che giungesse la vostra richiesta di udienza. Mi ha pregato che fossi io sola a ricevervi, perché non ama che si parli di lei come di una predestinata, non ama che si accenni ad una sia pur minima lode nei suoi confronti.
BENAVIDES — Capisco, sono i falsi santi che amano mettersi in mostra.
SUPERIORA — Proprio così. Ora la chiamo, se volete vederla e parlarle.
BENAVIDES — Ve ne saremmo grati.
SUPERIORA (chiamando verso l’interno) — Fate venire Suor Maria.
VOCE (dall’interno) — Suor Maria, Suor Maria, per santa obbedienza vi vogliono in parlatorio.
(Entra Suor Maria, angelica e bellissima.)
MARIA — Pace e bene.
TUTTI — Pace e bene.
SUPERIORA — Suor Maria, questo reverendo padre, consacrato come noi al serafico padre San Francesco, è venuto, insieme a questo converso, per interrogarti su certi fatti avvenuti nel Nuovo Mondo.
MARIA (guardando il converso) — Pace e bene a te, Ramon Mendoza de Azevedo.
CONVERSO (profondamente colpito) — Come sa il mio nome?
MARIA — Cos’è un nome? È solo un piccolo segno per distinguerci l’uno dall’altro. Ma ciò che conta è quello che abbiamo dentro di noi.
BENAVIDES — Come ho detto alla Madre Superiora …….
MARIA — Ah, i miei cari Jumanos. Sì, ora non vado più da loro. Hanno la luce della fede, e il santo cappuccino che è rimasto presso di loro ad amministrare i sacramenti sta compiendo la sua opera con piena soddisfazione di Colui che tutto vede di lassù.
BENAVIDES (turbato) — Posso rivolgerle una domanda?
MARIA — Lei vuole sapere che cosa facevo qui, mentre mi trovavo anche laggiù, al di là del mare. Bene, io qui godevo la pace di questo luogo di luce e di amore. Ed ero felice, contemporaneamente qui e laggiù.
BENAVIDES — Avrei un’altra domanda, se posso …….
MARIA (sorridendo) — Cosa porterà il futuro? Altri, nei secoli avvenire, ben più grandi di me, povera serva, andranno come me nel Nuovo Mondo, bilocati dall’onnipotenza divina. Ma i saccenti ogni cosa ridurranno alla misura della loro misera intelligenza. Il mondo dei saccenti stenderà sui fatti miracolosi, avvenuti per grazia di Dio, un sudario di silenzio, per impedire alla gente di credere. E diranno che la scienza umana è più grande e più saggia. E chiameranno la Fede superstizione. E, peggio, il male entrerà in quelle terre ora monde, dapprima con l’eresia, poi col materialismo. Il mondo intero, ritornato pagano, adorerà Mammona, le pietre, gli alberi, gli animali, e i propri istinti perversi, invece del vero Dio.
BENAVIDES (ancor più turbato) — Ma sono cose terribili, e lei le dice sorridendo!
MARIA (come sopra) — Dio semina per l’eternità. E la testa del serpente è ben premuta sotto il calcagno della donna. Il serpente inganna cento anime, ne inganna mille, un milione, vince una battaglia, ne vince dieci, cento. Alla fine perde la guerra, perché così dev’essere. Anzi, dal male Dio trae il bene, per la Sua infinita sapienza, e il serpente si arrovella perché ha fatto del bene che non desiderava fare. Ecco perché il male scatenato dal serpente non mi rattrista. Io vedo solo la Luce, laggiù, dove tutte le cose ritornano a Colui che le ha create.
BENAVIDES — Lei porterebbe alla fede anche un moro infedele.
MARIA — Molti sono fedeli, tra i mori, di nascosto, per paura, soprattutto fra le loro donne, che essi tanto disprezzano, ma che hanno il battesimo di desiderio. Nell’ultimo giorno si vedrà che alcuni che sembravano fedeli, anche rivestiti di talare o di porpora, erano demoni, e molti, che apparivano lontani e fuori della Santa Chiesa, erano invece spiritualmente uniti a Cristo e degni della salvezza eterna.
BENAVIDES — Di tutte queste cose di cui abbiamo parlato dovrò fare rapporto al nostro Padre Generale, al Santo Padre a Roma e al re nostro signore. Anche per questo ho voluto che vi fosse un testimone.
CONVERSO — Un umile e indegno testimone, ma con tutto il cuore attesterò quello che ho visto e udito.
SUPERIORA — Noi pregheremo per entrambi, e per i nostri superiori. Pace e bene a lei, padre, e al suo compagno. E grazie per essere venuti.
MARIA — Grazie, padre. Grazie, Ramon. Pace e bene.
CONVERSO — Posso parlare, padre?
BENAVIDES — Parli.
CONVERSO (con voce rotta e le lacrime agli occhi) — Chiedo perdono per aver dubitato.
BENAVIDES — Via via, non si vergogni. Il dono delle lacrime viene dallo Spirito Santo, o dal Grande Spirito, se vogliamo esprimerci come la piccola e santa tribù Jumanos. Le lacrime sono il segno della commozione davanti al Mistero divino.

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PRESTO RISOLTO

Emilio Biagini

Una stanza tipo ufficio. Scrivania, poltrona, telefono.

Personaggi:
Il MAESTRO;
il TIRAPIEDI.

TIRAPIEDI (entra con le braccia alzate in segno di estrema disperazione) — Maestro, maestro, una catastrofe.
MAESTRO — Che c’è?
TIRAPIEDI — È morto, è morto.
MAESTRO — Chi è morto?
TIRAPIEDI — Che disastro, è morto, è morto.
MAESTRO — Ma chi è morto, accidenti?
TIRAPIEDI — Il marxismo, maestro, è morto.
MAESTRO — Morto? Ma se due minuti fa stava benissimo.
TIRAPIEDI — Eppure è lungo stecchito.
MAESTRO — Ma se la teoria della transizione funzionava così bene.
TIRAPIEDI — Lo so, però all’improvviso la transizione è andata storta.
MAESTRO — Vuol dire che invece di transìre dal capitalismo al socialismo …….
TIRAPIEDI — Abbiamo transìto alla rovescia, dannazione.
MAESTRO (facendo l’atto di tirare il collo a qualcuno) — Ci dev’essere un traditore. Bisogna scovarlo.
TIRAPIEDI (torcendosi le mani) — Proprio ora che avevo il concorso. A chi la daranno la mia poltrona, adesso?
(squilla il telefono)
MAESTRO — Pronto. Ah, è lei, Eminenza.
TIRAPIEDI — Chi è?
MAESTRO — È l’Eminenza.
TIRAPIEDI — Ah …….
MAESTRO — Si, ho sentito, Eminenza ……. Me l’hanno appena comunicato, Eminenza ……. Chi penserà adesso ai poveri, Eminenza? ……. Mah? Anche noi siamo preoccupati, Eminenza …… Grazie della telefonata, Eminenza ……. Lei è molto buono, Eminenza ……. Grazie, Eminenza ……. La sua solidarietà ci rinfranca, Eminenza ……. (depone la cornetta) Era l’Eminenza ……. l’Arci-Vescovo, il Vescovo dell’Arci.
TIRAPIEDI — E adesso?
MAESTRO — Bisognerebbe avere notizie più precise.
TIRAPIEDI — Io so tutto.
MAESTRO — Cosa ne vuol sapere? Non sono io il Maestro? Ci diamo delle arie? Ohi, giovanotto .…….
TIRAPIEDI — Ma io ho assistito all’incidente.
MAESTRO — Che incidente?
TIRAPIEDI — Gli è caduto un muro in testa.
MAESTRO — Un muro?
TIRAPIEDI — Era il muro che doveva servire a tener dentro i polli, e invece …….
MAESTRO — Ha sofferto molto?
TIRAPIEDI — Non credo. È stato tutto così all’improvviso.
MAESTRO — Dove l’hanno portato?
TIRAPIEDI — All’obitorio.
MAESTRO — Mi viene un’idea. Io sono uno specialista di obitori.
(compone un numero telefonico)
TIRAPIEDI — Lei è grande, maestro.
MAESTRO — Pronto, obitorio ……. mi passi il dottor Dinamo ……. Dottor Dinamo, c’è da lei un ospite molto rosso ……. In che posizione? ……. Orizzontale, credo ……. Sì? ……. L’ha visto ……. Cosa dice, è molto brutto? ……. Ma no, ma no, è tutta questione di abitudine ……. Senta, noi abbiamo un problema ……. Tutti hanno problemi, sì ……. Però noi ne abbiamo uno molto grosso ……. Senta, dovremmo organizzare il funerale ……. Ma non un funerale qualsiasi, lei m’intende? ……. Un funerale con sorpresa …….
TIRAPIEDI — Devo preparare la lista degli invitati?
MAESTRO — Sì, sì, prepari, prepari ……. No, non intendevo il caro estinto ……. Stavo parlando col mio collaboratore ……. Senta, Dinamo ……. Lei s’intende di elettricità, no? ……. Appunto ……. Ora, ha presente l’imbalsamatore? ……. Quello che lavora per il museo di storia naturale ……. Vicino al fabbricante di bare ……. Ecco, ora mi segua …… Bisognerebbe fare un’imbalsamazione flessibile …… Sì, flessibile ……. Che possa piegare gambe e braccia ……. No, non tanto ……. basta un po’ ……. E poi ……. e poi entra in scena lei ……. Vedo che ha già capito ……. Sì, con un po’ di elettronica e un accumulatore ……. Lo facciamo muovere come se fosse vivo …… Così all’improvviso si alza dalla bara e fa una bella sorpresa a tutti ……. Chi vuole che se ne accorga? ……. Malamente si muoveva anche da vivo …… La faccia? Ma cadaverica l’ha sempre avuta ……. Ecco, bravo, una bella mummia meccanica ……. Domani vengo a vedere ……. Quanto ci vorrà? …… Di tempo, voglio dire ……. Ah, bene, un paio di giorni ……. Per la spesa non si preoccupi ……. Paga il partito …… Bene, bene …… A presto, allora ……. Saluti in famiglia ……. Presenterò ……. Arrivederla ……. Ecco fatto.
TIRAPIEDI — Tutto a posto?
MAESTRO — Ancora no.
TIRAPIEDI — Cosa manca?
MAESTRO — Ci vuole il piano mimetico e la campagna pubblicitaria.
TIRAPIEDI — Che piano mimetico?
MAESTRO — Prima di tutto bisogna cambiare un po’ di nomi, di sigle e di simboli.
TIRAPIEDI — Perché?
MAESTRO — I polli devono credere che tutto sia cambiato.
TIRAPIEDI — Capito.
MAESTRO — Poi, per la pubblicità, bisogna trovare un capro espiatorio.
TIRAPIEDI — Cos’è un capro espiatorio?
MAESTRO — Qualcuno da odiare.
TIRAPIEDI — Ah.
MAESTRO — L’odio è una lente d’ingrandimento.
TIRAPIEDI — Per vedere cosa?
MAESTRO — Non serve a vedere.
TIRAPIEDI — E allora ……
MAESTRO — Serve da specchio ustorio.
TIRAPIEDI — Che cosa?
MAESTRO — Concentra i raggi e brucia, cretino.
TIRAPIEDI — E chi dobbiamo bruciare?
MAESTRO — Qualcuno che distolga l’attenzione dal caro estinto.
TIRAPIEDI — Per esempio?
MAESTRO — Qualche antipatico non allineato che pretende di entrare in politica senza il nostro permesso.
TIRAPIEDI — A che scopo?
MAESTRO — Nessuno vedrà se lui ha qualche problema di movimento.
TIRAPIEDI — E poi?
MAESTRO — E poi la gente ci seguirà.
TIRAPIEDI — Dove le attacchiamo il cavo di rimorchio?
MAESTRO — Al naso.
TIRAPIEDI — Il punto più adatto. Lei è un genio, maestro.
MAESTRO — Niente paura. Situazione sotto controllo. Non è successo niente.
TIRAPIEDI — Tutto come prima?
MAESTRO — Certo.
TIRAPIEDI — Allora possiamo stare tranquilli?
MAESTRO — Tranquillissimi.
TIRAPIEDI — Le poltrone sono al sicuro?
MAESTRO — Sicurissime.
TIRAPIEDI — E il mio concorso?
MAESTRO — Niente paura, le dico.
TIRAPIEDI — Che sollievo.
MAESTRO — Plus ça change, plus c’est la même chose.
TIRAPIEDI — Perché parla tedesco?
MAESTRO — è sempre ben tenersi in esercizio.
TIRAPIEDI — E la rima?
MAESTRO — Col funeral, non fine, ma un inizio.
TIRAPIEDI — Lei è immenso, maestro.

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A PROPOSITO DI HOBBIT

Da: IPOTESI: periodico culturale di informazione critica,
Rapallo, Anno 4, N. 10-12, Anno 5, n. 1-8 (1979),
Numero speciale dedicato a “Il mondo fantastico di J.R.R. Tolkien”, pp. 369-371.

Laura Faelli

Trattando di J.J.R. Tolkien sono inevitabili due parole a proposito degli Hobbit, non solo perché sono gli unici esseri, fra tutti quelli che popolano il variopinto mondo della Terra di Mezzo, che Tolkien abbia completamente inventato, e non ripreso da mitologie preesistenti — come avviene per gli Elfi, i Nani, i Troll, etc. — ma anche perché gli Hobbit occupano nella vicenda e nel significato di The Lord of the Rings un posto particolare e molto importante.
Il primo Hobbit, tanto per fare un po’ di storia, nacque come eroe di una favola “per bambini”: si chiamava Bilbo Baggins, era piccolo, casalingo, notevolmente buffo e terribilmente fortunato. Suoi compagni erano tredici nani litigiosi e un curioso mago vagabondo, suoi avversari i terribili Orc, un ributtante mostriciattolo appassionato di enigmistica e un drago presuntuoso, ma tutto sommato poco previdente.
L’avventura di Bilbo andò a finire nel migliore dei modi: il tesoro dei Nani venne recuperato, il drago ucciso e lo stesso Bilbo divenne — dopo la pubblicazione — un personaggio tanto simpatico e popolare che i lettori (e non solo i bambini) chiesero un’altra storia che avesse gli Hobbit come protagonisti. E riuscirono ad ottenerla, quindici anni dopo, ma, com’è noto, risultò una storia molto diversa.
Nel prologo de Il Signore degli Anelli Tolkien ci dà un’infinità di ulteriori spiegazioni e di notizie a proposito dei suoi personaggi, della loro origine, della loro storia.
Tra le tante cose, impariamo che gli Hobbit mancano di qualsiasi organizzazione statale, che la loro principale autorità ha l’unico compito di presiedere ai frequenti banchetti, che le poche armi rimaste dai tempi antichi delle guerre vengono considerate “mathom”, cioè oggetti inutili, che la cultura e — ancor più — la tecnologia sono parole pressoché sconosciute, che in compenso si dà largo spazio alle feste, alle canzoni, al buon cibo e alla buona birra.
Si tratta di un popolo assolutamente diverso da quelli utilizzati dalla tradizione della letteratura fantastica.
L’aspetto che caratterizza maggiormente gli Hobbit è forse la loro vocazione casalinga e il tratto umoristico con cui vengono descritti che li rende simpatici e molto diversi dai personaggi di un poema epico, ai quali si può avvicinare un Aragorn, per esempio.
Per un “malaugurato caso” (o forse per un disegno provvidenziale?) in questa loro innocente, ignara terra, piomba inaspettatamente l’Anello del Male. E qui entra in scena Frodo, l’Hobbit più importante della nostra storia, che ha ricevuto l’anello in eredità dall’inconsapevole Bilbo. A lui si spalanca davanti di colpo una realtà da incubo e si prospetta una missione ancor più terrificante: scendere senza difese e senza speranza nell’abisso stesso del Regno del Male, per distruggere il Male. Davvero un po’ troppo, per un piccolo Hobbit.
Eppure Frodo accetta lo spaventoso compito, che gli si rivela a poco a poco in tutta la sua enorme difficoltà.
Va detto che egli non si rende conto subito della portata della sua missione, ma deve decidere volta per volta se proseguire o no: quello che è importante è comunque che non si tira mai indietro, nonostante la paura, e questa sua determinazione stupisce tutti, anche lo stesso Gandalf, che pure di Hobbit se ne intende.
A questo punto è facile chiedersi: perché proprio ad un Hobbit è affidato un compito così alto e pericoloso?
Avrebbero potuto assolverlo gli Elfi, che vivono in una dimensione lontana dal male (precedente al peccato originale?) e che lottano per il Bene, oppure i grandi eroi che combattono il Male con le armi, o Gandalf, il più grande dei maghi buoni.
Perché dunque la scelta di un Hobbit?
Perché gli Hobbit sembrano costituzionalmente immuni da quella che è la più grande causa del male: l’ambizione, la sete del potere. Proprio questo fatto permette a Frodo di compiere incontaminato la sua missione, senza ascoltare le poco disinteressate proposte di quelli che vorrebbero “liberarlo” dal suo fardello.
Frodo rappresenta perciò l’innocenza addirittura inconsapevole del Male: gli Elfi lo combattono, gli uomini o lo accettano o lo respingono, gli Hobbit non lo concepiscono.
Non bisogna però credere che si tratti di individui incapaci di sbagliare, di predestinati o di qualcosa di simile: esistono Hobbit degeneri, ma si tratta di eccezioni: l’Hobbit è buono nel senso più profondo del termine, per inclinazione naturale.
Ed è proprio ai buoni che è riservato il compito di salvare il mondo. Certo a questo proposito non si possono trascurare le profonde convinzioni cattoliche di Tolkien: il fatto che siano non i grandi mai i buoni, anche se piccoli, a compiere le azioni che veramente contano è di chiara ispirazione evangelica.

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IL DESTINO ULTRATERRENO NE “IL SIGNORE DEGLI ANELLI”

Da: IPOTESI: periodico culturale di informazione critica,
Rapallo, Anno 4, N. 10-12, Anno 5, n. 1-8 (1979),
Numero speciale dedicato a “Il mondo fantastico di J.R.R. Tolkien”, pp. 361-362.

Emilio Biagini & Laura Faelli

IL CONCETTO DI DESTINO ULTRATERRENO NE “IL SIGNORE DEGLI ANELLI”

Il Signore degli anelli (The Lord of the Rings, d’ora innanzi indicato come LOTR) è stato a torto definito un romanzo senza religione. Più propriamente si può dire che manchino in essi accenni diretti ad un sistema religioso: non vi si trova dunque l’aspetto formale della religione, ma sono i fatti stessi del romanzo che presuppongono un ordine provvidenziale (Urang 1971), quindi una Divinità. Secondo il Fuller (1962) una teologia contiene la narrazione piuttosto che esservi  contenuta. Zimbardo (1968, in Isaacs & Zimbardo) pone in particolare evidenza la origine agostiniana della concezione del male in Tolkien. Una simile prospettiva si ritrova nel Kocher (1974), il quale tuttavia si dichiara contrario ad un eccessivo approfondimento teologico: ma è questa una premessa che lo stesso autore, nella sua discussione sull’ordine cosmico nel romanzo (Cap. 3), sembra non rispettare troppo. “Religione naturale” (Kocher, cit.) e “teologia naturale” (da parte dello stesso Tolkien 1966) rappresentano definizioni quanto mai calzanti del sistema religioso che, in forma implicita, sostiene e conferisce significato e rilevanza alla narrazione, mentre forzature deformanti appaiono le interpretazioni freudiane o pseudofreudiane che pretendono di porre in secondo piano la prospettiva religiosa, come ad esempio quella del Keenan (1968, in Isaacs & Zimbardo).
È d’altronde ben nota la fervida adesione, l’adesione di un’intera vita, di Tolkien alla Fede cattolica (Carpenter 1977). è pertanto legittimo analizzare sotto il profilo teologico il capolavoro tolkieniano e porne in evidenza conformità e divergenze dall’insegnamento della Chiesa. Sono a questo punto necessarie due precisazioni: anzitutto eventuali difformità riguardano esclusivamente il romanzo, dove la fantasia creatrice regna sovrana, e non possono coinvolgere il pensiero dell’autore di per sé; inoltre, data la vastità del campo d’indagine teologico, la presente nota si limiterà a considerare un solo aspetto: quello del destino ultraterreno dei viventi.
Nel mondo dell’Anello esiste un inferno, Udûn (che in Sindarin, una lingua degli Elfi, significa “non-ovest”, “mondo sotterraneo”); e le Terre immortali (dette anche “il Crepuscolo”, “il Regno Benedetto”, “l’Ovest più remoto”, “il Paradiso superiore”), dove risiedono i Valar e gli Elfi. Le Terre Immortali erano congiunte alla Terra di Mezzo, residenza dei mortali (non solamente uomini, ma anche Hobbit, Nani, Ent ed altre specie pensanti), tramite il mare, ma alla fine della Seconda Era — in seguito al sacrilego tentativo di una popolazione mortale di impadronirsene con la forza — esse furono rimosse per sempre “dai cerchi del mondo”, mentre la patria dei violatori, l’isola di Numenor, veniva inghiottita dalle onde a somiglianza di Atlantide (LOTR, Appendice A; Foster 1971; Tyler 1976).
In casi eccezionali, però, i destini si invertivano: gli immortali potevano rinunciare al loro posto nel Regno Benedetto e seguire il destino dei mortali: è il caso dell’elfa Arwen, andata sposa all’uomo Aragorn. Per contro, i mortali che si fossero distinti in modo speciale potevano accedere alle Terre Immortali, come gli Hobbit Bilbo e Frodo, ambedue portatori dell’Anello, e il nano Gimli, che viene accettato a causa della sua amicizia con l’elfo Legolas e della sua venerazione per la regina elfica Galadriel. L’ammissione è sempre subordinata ad una stretta associazione e amicizia con gli Elfi, cittadini di diritto delle Terre Immortali.
Nella concezione tolkieniana dell’Elfo si ritrova l’influsso del mito scandinavo e del concetto dell’uomo non tocco dal peccato originale (Carpenter cit.). Nulla è detto però dell’eventuale connessione, quanto a origini, tra uomini ed Elfi, mentre è fatto cenno ad una lontana parentela tra uomini e Hobbit (LOTR, Prologo). Analogamente, nulla è detto del destino ultraterreno degli Elfi uccisi in battaglia.
Un mortale destinato all’ammissione al Regno Benedetto subiva preventivamente, in seguito alla sua lunga associazione con gli Elfi, una graduale trasformazione che lo rendeva simile a loro. Questo processo è descritto in qualche dettaglio nel caso di Frodo: il corpo stesso talora si altera, sembra farsi più diafano, cambiano soprattutto gli aspetti psicologici e morali, così che il mortale trova difficoltà di adattamento nel vivere tra la sua gente. Infine, quando entra nell’immortalità — le Terre Immortali, benché rimosse dai cerchi del mondo, potevano ancora essere raggiunte dalle navi elfiche — vi entra da vivo, in corpo ed anima.
Sul destino degli altri mortali vi è un unico ma illuminante accenno. Aragorn morente, nel consolare Arwen, dice: “In sorrow we must go, but not in despair. Behold! We are not bound forever to the circles of the world, and beyond them there is more than memory.” (LOTR, Appendice A). I mortali hanno dunque, nel mondo dell’Anello, una sopravvivenza di carattere positivo, un paradiso. Abbiamo, in definitiva, due paradisi, ciò che diverge nettamente dall’insegnamento del Vangelo.
Il paradiso, come appare dalle Scritture e dalla Tradizione, rappresenta il totale ricongiungimento delle anime con Dio, senza più barriere di sorta, neppure tra anima e anima (Comunione dei Santi). Non così nel LOTR, dove il destino degli Elfi è nettamente separato da quello dei mortali: “their fate is not that of Men. The dominion passed long ago, and they dwell now beyond the circles of the world, and do not return” (LOTR, Appendice F). E, parlando della separazione da suo padre dell’elfa Arwen nell’andare sposa ad Aragorn, Tolkien toglie qualsiasi dubbio in proposito: “bitter was their parting that should endure beyond the ends (sic) of the world” (LOTR, The Return of the King).
Quale è la causa di tale discrepanza? La risposta più semplice, che certamente contiene molta verità, è che l’autore, abbandonandosi alla sua libera creazione, non si è posto il problema di far aderire il suo mondo ad alcun parametro esterno. Vi è tuttavia motivo di ritenere alquanto semplicistica una spiegazione esclusivamente legata alla considerazione di cui sopra. Un’opera d’arte è sempre basata su esperienze e conoscenze dell’autore, e ne risulta una complessa sintesi che contiene cose che l’autore stesso può non aver pensato di mettervi (Fuller cit.). Ben conosciuto è l’atteggiamento negativo di Tolkien verso il tecnicismo e il “progresso” in genere. La prospettiva di tale progresso è naturalmente rappresentata, nel LOTR, dagli uomini: “The deeds of Men will outlast us”, afferma l’elfo Legolas. Ma il progresso rinuncia alla purezza della natura incontaminata, simboleggiata dagli Elfi. Ecco dunque la separazione tra uomini ed Elfi, destinata a durare oltre la fine del mondo, in eterno.
Vi è dunque, nella grande creazione tolkieniana, peraltro permeata dal concetto di Provvidenza, e perciò piena di speranza, una vena, se non di pessimismo, certo di profonda malinconia di fronte all’indiscriminato saccheggio della natura, alla distruzione di quella quiete, di quel silenzio che è elemento vitale per tutti i veri creatori.

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GEOGRAFIA DELLA TERRA DI MEZZO DI TOLKIEN

Da: IPOTESI: periodico culturale di informazione critica,
Rapallo, Anno 4, N. 10-12, Anno 5, n. 1-8 (1979),
Numero speciale dedicato a “Il mondo fantastico di J.R.R. Tolkien”, pp. 369-371.

Emilio Biagini

ORGANIZZAZIONE DELLO SPAZIO E ASSETTO ETNICO IN UNA TERRA IMMAGINARIA

La concezione tolkieniana della Terra di Mezzo, teatro di un’epica lotta tra le forze del bene e quelle del male, sembra emergere e prender forma da un’infinita profondità di tempo.
Di tre ere Tolkien ci dà notizia, oltre all’inizio di una quarta. Ognuna di tali ere è scandita dal progressivo dilagare del male nel mondo. Raggiunto l’apice, si scatena una crisi che sconvolge la Terra di Mezzo. Il male viene abbattuto, ma la liberazione non è mai definitiva. Nell’era successiva l’assalto, sotto nuova forma, si ripeterà.
Il Signore degli anelli tratta della crisi alla fine della Terza Era, quando il demone Sauron, signore di Mordor, tenta la conquista della Terra di Mezzo coi suoi eserciti di mostruosi Orc e Troll e di uomini dei paesi di Harad e Rhûn. Sauron si sforza di recuperare un anello di potere, da lui perduto al termine della Seconda Era e caduto in mano ad un Hobbit: con la sua già formidabile potenza diverrebbe invincibile. Per i popoli liberi suoi avversari l’unica speranza sta nel distruggere l’oggetto, di cui non possono servirsi perché il potere che ne irradia, irrimediabilmente malvagio, li perderebbe comunque. Ma l’anello può essere distrutto solo se gettato nel vulcano Orodruin in cui fu forgiato, nel cuore stesso di Mordor, presso il covo di Sauron. Una spedizione dei popoli liberi parte dalla roccaforte elfica di Rivendell: la costituiscono quattro Hobbit (uno dei quali porta l’Anello), due uomini, un elfo, un nano e il mago Gandalf. Dopo innumerevoli peripezie, quando i popoli liberi stanno per essere sconfitti, l’Anello è distrutto, e con esso la potenza di Sauron.
Principale fonte d’ispirazione di Tolkien nel creare il suo mondo immaginario è la cultura nordeuropea dell’alto medioevo, da cui egli deriva sistemi linguistici, nomi di personaggi, usi funerari, tipologia dei rapporti sociali, il concetto del signore come “datore di anelli” e lo stesso toponimo Terra di Mezzo. Tale prospettiva si manifesta nel limitato controllo umano sull’ambiente, da cui l’incubo dei mostri e i labili confini tra naturale e soprannaturale: ecco quindi il paesaggio e l’organizzazione dello spazio divenire espressione di aspetti spirituali, buoni o malvagi.
La Terra di Mezzo appare interamente ricreata rispetto all’Europa, di cui ritiene posizione astronomica e clima, mentre i contorni poveri di articolazioni ricordano quelli del Galles. Mordor, la terra del male, è una sintesi tra il concetto di regione e quello di fortezza: inaccessibili montagne la circondano e i rari impervi valichi sono irti di fortificazioni. Più aperte le altre terre sotto il profilo fisico.
Lo spazio è organizzato in modo piuttosto debole, come appunto nell’alto medioevo: sparse comunità agricole o allevatrici autosufficienti, nulla quindi l’integrazione economica tra regione e regione, rade le strade, limitato il numero dei centri abitati, i quali sono piccoli e per lo più di tipo rurale. Unico insediamento di carattere urbano è, al tempo della guerra decisiva contro Sauron, la capitale di Gondor, Minas Tirith. Erano tuttavia esistite in precedenza anche altre città, ora distrutte dagli eserciti nemici.
I diversi gruppi etnici sono chiaramente distinguibili nel capolavoro tolkieniano, grazie alla minuziosa cura di filologo con cui l’autore li ha caratterizzati.
I meridionali abitanti di Harad, dediti alla pirateria, appaiono derivati dai Saraceni. Nelle orientali terre di Rhûn vivono numerosi popoli in assetto instabile e in frequente movimento verso occidente, ciò che rispecchia le incerte condizioni dell’Europa centro-orientale in età barbarica. Mordor, tra i nemici dell’Ovest, è quello che presenta più spiccate divergenze da tutte le altre terre: non vi è insediata alcuna popolazione umana dotata di una propria cultura, ma solo schiavi e orridi mostri quali gli Orc e i Troll: inoltre essa non ha il carattere alto-medioevale delle rimanenti aree della Terra di Mezzo, ma è al contrario tecnologica e “moderna” nel senso peggiore, con evidente derivazione dalla bruciata terra di nessuno sul fronte francese nella prima guerra mondiale e dalle Midland inglesi devastate dalla rivoluzione industriale, elementi che fanno parte ambedue dell’esperienza giovanile di Tolkien.
L’Ovest della Terra di Mezzo comprende due regioni principali: Gondor a sud, occupata dall’omonimo regno: Eriador a nord, che ha ospitato il regno di Arnor ma in cui, all’epoca del romanzo, l’unica unità politico-culturale degna di nota è ormai solo il piccolo Shire degli Hobbit. Un terzo paese occidentale è il regno di Rohan, tra le Montagne Nebbiose e le Montagne Bianche, sulla riva destra del fiume Anduin.
Sulla medesima riva, a nord di Rohan, si stende il bosco di Fangorn, in cui vivono gli Ent, i giganteschi pastori degli alberi che Tolkien deriva forse dal poema celtico Câd Goddeu o da Humbaba, il colossale guardiano della foresta di cedri in Gilgamesh. Più a nord ancora è il bosco di Lorien, sede di un regno degli Elfi.
Sono appunto gli Elfi che, oltre ad aver insegnato a parlare agli Ent, hanno introdotto la civiltà nell’Ovest, tramite uomini loro amici, i Numenoreans o Dunedain, con cui talvolta si sono uniti in matrimonio. La lingua comune dell’Occidente, il Westron, è fortemente influenzata dalle lingue degli Elfi, in connessione alle quali Tolkien fa riferimento, nelle appendici del romanzo, tre volte al latino e una al greco. Il concetto di influsso civilizzatore esterno, rappresentato nel Nord Europa alto-medioevale dal retaggio greco-latino, viene quindi trasferito nel romanzo agli Elfi. Principale depositario di tale influsso è, dopo la caduta di Arnor, il meridionale regno di Gondor, in cui nomi di località e di persone sono quasi per intero elfici, mentre una lingua elfica viene ancora parlata da alcuni nella capitale Minas Tirith. Quest’ultima città è paragonata dal Sale (1973) a una decadente Alessandria o Costantinopoli.
In aiuto dei Gondoriani, sul punto d’essere sopraffatti sui campi di Pelennor, giunge appena in tempo l’esercito di Rohan. Gli uomini di Rohan, i Rohirrim, si sono insediati ai confini settentrionali di Gondor in qualità di alleati, a somiglianza di molte tribù germaniche all’epoca del Basso Impero. La lingua che Tolkien fa loro parlare è l’anglosassone, ciò che permette di differenziarli culturalmente dagli altri popoli della Terra di Mezzo. I Rohirrim appaiono sotto ogni aspetto più energici e vitali dei Gondoriani; come pure estremamente vitali e di carattere decisamente anglosassone si mostrano gli Hobbit, i quali danno alla salvezza di Gondor un contributo ancora maggiore di quello dei Rohirrim: due di essi, con l’involontario aiuto del mostruoso ex-Hobbit Gollum, riescono infine a distruggere l’anello di Sauron. L’essenziale differenza tra Rohirrim e Hobbit è il carattere infantile di questi ultimi, testimoniato, oltre che dalle loro piccole dimensioni, dal fatto che, prima della loro comparsa ne Il Signore degli Anelli, essi appaiono in un romanzo per bambini (The Hobbit). Nel mondo dell’Anello, gli anglosassoni appaiono quindi sdoppiati in due gruppi etnici, simboleggianti l’uno i bambini, l’altro gli adulti: ambedue contribuiscono con le loro gesta eroiche a salvare dalle orde barbariche la decadente civiltà meridionale. è infine Aragorn, originario del nordico Eriador e affini in carattere ai Rohirrim, ad essere incoronato, dopo la vittoria, re dell’Ovest (Gondor e il ripristinato regno di Arnor). Rivive così il mito medioevale della restaurazione dell’impero con infusioni di nuovo sangue nordico.
Sulla Terra di Mezzo in ere precedenti le informazioni sono assai più scarse. Sulla base del Silmarillion si può dire ad esempio che l’organizzazione dello spazio durante la prima era appare ancor più debole. Uniche tracce di “antropizzazione” sono infatti alcune fortezze e radi insediamenti degli Elfi, oltre a qualche rarissima strada. Più semplice l’assetto etnico: non ancora apparsi gli Hobbit e poco numerosi gli uomini. Regnano ancora sulla Terra di Mezzo, in modo pressoché assoluto, i paesaggi naturali: immense foreste, alternate a paludi e praterie.
Gli Elfi, che in tale remotissima epoca costituiscono la specie dominante, a causa della loro vita in stretta comunione con la natura, non esercitano alcuna attività capace di alterarne l’equilibrio. La situazione che Tolkien in questo caso ci prospetta ricorda quindi i miti della più remota età barbarica del Nord Europa, antecedente allo stesso alto medioevo e ricollegantesi direttamente alla preistoria nordica.
Gli elementi dell’opera tolkieniana possono, come si vede, ricondursi a ben precise esperienze e cognizioni dell’autore. Ciò tuttavia nulla toglie alla prodigiosa capacità creativa che Tolkien dimostra nell’ordinare tali elementi in una sintesi di eccezionale coerenza.
L’immaginaria Terra di Mezzo rappresenta perciò un sistema complesso e ben ordinato, che ricrea l’ordine cosmico e provvidenziale del mondo reale, in cui anche il male — pur restando tale — ha una sua funzione in un ordinamento superiore. Conseguire tale risultato artistico non sarebbe stato possibile senza una profonda concezione religiosa.

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