I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: agosto 2017 (Pagina 1 di 2)

LA LUCE CAP. 15

 

In una specie di delirio si sentì investire più e più volte, mentre un terrore arcano, sconosciuto, lo invadeva: un’antica angoscia senza fondo, in cui era travolto e a poco a poco inabissato come tra sabbie mobili. In un crescendo atroce, riviveva l’attimo dell’urto. Tutto il suo essere era teso nello spasimo di terrore del colpo imminente. Il treno mostruoso giocava con lui come il gatto col topo. Non c’era difesa né pietà: non ce n’era mai stata per lui. Egli era il giocattolo del treno, e da uno dei finestrini spuntava a un tratto un viso lungo, giallastro, diabolico, che ricordava il professor “Kon-Tiki”.

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LA LUCE CAP. 14

 

“Perché continuo a comprarlo?” aveva detto”Kon-Tiki” aprendolo “basta già la radio a gonfiarci la testa, e per giunta parlano d’infliggerci la televisione; ma tant’è, quante cose si continuano a fare per abitudine.”

Frontoni e la dottoressa Aléo, terminati i salamelecchi al grand’uomo, attendevano di ricevere vitali istruzioni dalle quali sarebbero dipesi i gloriosi destini della scienza medica. I due schiavi avevano annuito alla brillante battuta. Nessuno aveva fretta di precipitarsi al lavoro. “Kon-Tiki” era di buon umore: finiti gli esami, che lo annoiavano tanto, per tre mesi non se ne sarebbe più parlato.

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LA LUCE CAP. 13

 

Sua madre gli fece il terzo grado per sapere quanto fosse ricca la mitica zia Aurelia, e se avesse accennato a qualcosa che avesse a che fare con testamenti, eredità, cessioni, usufrutti, e tutto ciò che poteva in qualche modo rimpinguare il misero peculio familiare.

Quando le apparve chiaro che la parente non doveva essere ricca sfondata, non aveva accennato ad alcuna eredità, e che comunque Paolo aveva fatto poco caso a questioni del genere, la “Salvatrice” si adirò moltissimo. Possibile che avesse generato un figlio così idiota? A che gli serviva la “proposcide”, se non gli serviva  a captare l’odore dei soldi? Se non fosse stato per lei sarebbero tutti finiti “a pan dimandato”. E perché continuava a guardarla con quella faccia da deficiente? Quella faccia. Basta con quella faccia. Non voleva più vedere quella faccia.

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LA LUCE CAP. 12

Si diceva che fosse ricchissima. Abitava in una villa sulla Riviera adriatica, sola con due cani da guardia e una cameriera vecchia e sorda. Aveva sempre ignorato i parenti poveri, e i giudizi sul suo conto erano di solito assai aspri.

La signora Aurelia, dal canto suo, non aveva più l’età in cui ci si lascia facilmente turbare dall’opinione altrui. Inoltre avrebbe potuto dire a sua discolpa:

“Non sono neppure una vera sorella di quella pappa molla di Anselmo. Nostro padre si è sposato due volte. Io sono figlia di primo letto, lui di secondo. E poi chi si è mosso quando ho avuto quella specie di infarto? Già, con l’arpìa che ha sposato…”

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LA LUCE CAP. 11

 

Una settimana dopo, Berlino Est insorgeva. Il grande autocrate che faceva tremare il mondo era miseramente morto. Chissà se lo avevano assassinato i suoi più stretti collaboratori, che temevano di finire fucilati o in Siberia come tanti prima di loro? Comunque non c’era più, e il castello aveva subito cominciato, come si dice, a “tirare sassi”, cioè a mostrare segni di sfacelo. Mancavano ancora molti decenni al crollo finale, ma la gente nel “paradiso dei lavoratori” cominciava ad alzare la testa.

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LA LUCE CAP. 10

Al posto dell’immagine divina, egli aveva innalzato nel suo cuore l’immagine paterna, l’idolo infallibile.

Ora tutto era crollato. Il tempio del falso dio era in rovina, la statua in briciole, gli scorpioni facevano il nido fra le pietre.

Lucia non c’era più. Anche da viva aveva turbato il fratello. Nessuna tragedia esplode all’improvviso. I ricordi emergevano adesso nella memoria di Alberto in tutta la loro sinistra luce, lampi premonitori che egli non aveva saputo comprendere in tempo. Certi macabri disegni di lei, tante domande sull’al di là, l’espressione disperata del suo volto in alcuni momenti. Voleva sapere se c’è qualche speranza di consolazione, se c’è un’altra vita. Già, perché da questa vita cosa poteva sperare?

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LA LUCE CAP. 09

 

Pensava di continuo a Gabriella, ed era un pensiero confuso, un magma ribollente di desideri inespressi, di domande senza risposta. Un’altra si sarebbe comportata diversamente? lo avrebbe reso felice?

Un giorno si accorse di guardare quasi con amore, non solo con desiderio, le ragazze sconosciute che incontrava per strada. Guardandole una ad una, pensava: “Tu potresti andar bene. Potremmo volerci bene, stare insieme, non essere più soli.”

Momenti di relativa serenità e di profondo smarrimento si alternavano. Fu invitato a una festa da una compagna d’università, una delle pochissime donne che frequentavano medicina. Lo conosceva appena, ma desiderava tanti ragazzi “di riserva”. Dapprima pensò di rifiutare, poi preferì rompere un poco la sua solitudine e vi andò.

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LA LUCE CAP. 08

 

“Oggi comincia per voi un nuovo corso di studi,” esordì il docente “e, nella migliore delle ipotesi, ne avrete per sei anni. Non vi fate illusioni: è duro e pesante. Anzi, tutta la carriera lo è. Ma ne vale la pena, almeno per chi fa il proprio dovere. Voi allevierete le sofferenze, sarete per il corpo quello che il sacerdote è per l’anima.”

Era il solito pistolotto per aspiranti medici, e qualcuno dei fuoricorso che l’aveva già sentito, sorrideva e bisbigliava al vicino:

“Adesso dirà questo… adesso tirerà fuori quest’altro.”

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LA LUCE CAP. 07

 

Quasi nello stesso tempo giunse Tartaro. Si guardarono spauriti l’un l’altro, accennando a un saluto. A poco a poco vennero anche gli altri. Andrea Falco, appena vide Paolo, gli si avvicinò e sussurrò:

“Hanno operato il padre di Belmonte. Cancro, pare.”

“Ma quando?”

“Ieri, chissà se lui si presenterà all’esame? Sua madre ha telefonato ai miei. Era disperata.”

Ed ecco arrivare Belmonte: una statua di cera. Molti gli si fecero intorno a chieder notizie. Paolo si sorprese a osservare tutto con distacco, lui così emotivo. I fatti esteriori galleggiavano sulla sua coscienza come olio sull’acqua. “Come posso essere così duro di cuore?” si domandava. Eppure non si sentiva colpito dalla disgrazia altrui, in quel momento. Aveva troppi motivi di ansia che lo assediavano.

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LA LUCE CAP. 06

 

Strano: altri avrebbero sopportato quel peso con pazienza, alcuni quasi con gioia. Lucia era una creatura deliziosa, e alla famiglia non mancavano certo i mezzi per procurarle tutta l’assistenza necessaria. Ma i Viviani erano gente forte: la speranza in una vita futura, oltre i confini di questo mondo, li faceva sorridere. — Non erano felici. È curioso come l’esistenza di quaggiù divenga opprimente non appena ci si metta a badare soltanto ad essa.

A Lucia non restavano che i suoi lucherini: per giorni e giorni interi. Ogni tanto riceveva la visita di qualche amica della madre o di un conoscente di suo fratello: gente molto occupata, che se ne andava in fretta. Paolo significava qualcosa di più. Con lui si sentiva immersa in un incanto che le faceva dimenticare la sua sventura. Insieme di divertivano alle birichinate dei Tillini liberi per la camera, o ascoltavano qualche disco. Avevano sempre tante cose da dirsi. Una volta, alla radio, sentirono un bollettino della guerra in Corea, ma lei spense l’apparecchio prima che l’annunciatore finisse di leggere.

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