I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: ottobre 2011

Stralcio da IL PRATO ALTO, di Emilio e Maria Antonietta Biagini

 

1176
Il cielo era azzurro. Ulrich lo guardava fisso, riverso sulla schiena,
assorto, e pensava. I pensieri di rincorrevano nella sua testa, a ondate.
«Non sapevo che potesse essere così azzurro. Non era così
quando giacevamo sul prato, Hedwig e io, e ora sembra tutto così
lontano. Quanti anni fa è cominciata questa storia? Ero un bambino,
appena arrivato alla corte del duca. Mi trattava con tanta bontà. Mi
aveva affidato a una dama della corte ducale che non aveva figli, e
stavo così bene con lei. Mi portarono in viaggio in Borgogna, in un
posto famoso, ma non ne ricordo il nome… fu lì che mi portarono,
dopo un viaggio lunghissimo… C’era l’imperatore e tutti i grandi… Ho
la testa così confusa… Se solo non mi facesse così male… D’improvviso,
come si sono arrabbiati i grandi. C’erano due vescovi. Venivano
con un’ambasceria del papa… O Vergine santissima, fa che mi ricordi
tutto, che non mi sfuggano tutti i ricordi… che non resti senza niente…
Ah, sì, era per protestare perché avevano arrestato un arcivescovo…
E ad un tratto erano tutti furiosi, e Otto von Wittelsbach ha alzato la
spada contro gli ambasciatori, contro… come si chiamava?… contro
Rolando Bandinelli di san Marco. Se l’imperatore dalla gran barba
rossa non l’avesse fermato, l’avrebbe tagliato in due… Tanti anni dopo,
il mio maestro Godehard mi ha spiegato cos’era successo. Tutto per
una parola, una dannata parola… Godehard stava per morire e mi ha
voluto vicino a sé… Si è confidato con me… Gli pesava sul cuore da
tanto. “Ulrich,” mi ha detto “Ulrich, è nato tutto da un errore di
traduzione. Io stesso non l’avevo capito. Ora è troppo tardi, troppo
tardi per tutto. ‘Beneficium: non feudum, sed bonum factum’. Il
cancelliere imperiale Ranald von Dassel ha tradotto il latino della
missiva papale in modo offensivo, così che l’impero sembrasse un
feudo largito dal papa, e non quello che veramente era: un beneficio
divino ottenuto dalle preghiere del papa e dei cristiani, per la difesa
della Cristianità. Ah, Ulrich, quanto male ne è venuto… scisma…
guerre… l’aiuto a Gerusalemme minacciata dagli infedeli così a lungo
negato, finché arriveremo troppo tardi… troppo tardi…” E quando ha
detto così quasi piangeva… Quanto aveva ragione… Abbiamo combattuto…
devastato Crema… devastato Milano… devastato noi stessi…
l’esercito divorato dalla pestilenza… una punizione divina… e ora?
Perché sono qui? perché? Che mi avevano fatto di male i milanesi? che
male avevo fatto a loro? Perché cristiani che non si conoscono
neppure devono scannarsi a questo modo? L’imperatore vuole dominare
tutti, ma che c’entriamo noi del ducato d’Austria? Se un nemico
avesse invaso l’Austria, avrei combattuto con tutta l’anima… Il mio
signore è Heinrich Babenberger… Io sono… austriaco…»
Quest’ultima voce, non più solo un pensiero, ma un’invocazione,
gli uscì strozzata dalla gola. Il cielo azzurro era scomparso, dietro
nuvole di corvi che scendevano roteando su quello che era appena
stato il campo di battaglia di Legnano. Ulrich chiuse gli occhi per non
vederli, e non li riaperse mai più. Edwig, figlia del ministerialis
Sigismund, della corte dei Babenberger, avrebbe atteso invano il
ritorno dall’Italia del suo magnifico, del suo adorato, del suo forte
guerriero, che aveva promesso di sposarla appena tornato dalla
campagna d’Italia (e avrebbe mantenuto la promessa, se le spade
milanesi l’avessero risparmiato). Rimase sola col suo bambino di un
anno, sola con la sua vergogna.

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UNA STORIA D’AMORE: LA SANTA VERGINE E RAPALLO

Anno Domini 1575.

In una fredda mattina di gennaio, una nutrita folla si dirigeva verso l’ingresso del Palazzo Ducale di Genova. Nuvole di vapore si levavano dalle bocche della folla pesantemente vestita. Era formata in parte dall’equipaggio di una caracca ragusea, la “Santa Maria della Grazia”, e in parte maggiore da cittadini del piccolo borgo di Rapallo, affluiti alla capitale per un’importante causa che li riguardava.

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