I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: Luglio 2025

GENERALE VANNACCI

ROBERTO VANNACCI (2023) Il mondo al contrario, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte.

Recensione di Emilio Biagini.

“Non potendo attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore.” Paul Valery

Da tutto l’insieme della polemica scatenata dal libro si può concludere che Vannacci è un uomo, i suoi detrattori sono dei quaquaraqua che sanno soltanto insultare e sono incapaci di ragionare. Vediamo le blaterazioni vomitate da questi quaquaraqua.

  • Insulti a ruota libera? Espressioni come “razzista”, “omofobo” e simili fanno parte dell’arsenale dei cervelli vuoti, assolutamente incapaci di discutere come persone civili. Non una sola delle tesi del Generale Vannacci è stata dimostrata falsa; i quaquaraqua non ci hanno neppure provato; hanno invece preferito la tattica nazista di Goebbels: l’insulto.
  • Ha fatto copia e incolla? Embe’? Si è documentato senza la pignoleria accademica che, per sua e nostra fortuna, gli è estranea. La sostanza del contenuto resta.
  • Il libro è mal scritto? E se anche fosse, chi se ne frega? L’importante è la giustezza, la razionalità, l’onestà del suo argomentare, tutte virtù che i quaquaraqua ignorano. I mali che il Generale denuncia sono sotto gli occhi di tutti.

Non dimentichiamo neppure che il Generale Vannacci ha avuto il coraggio di difendere i suoi soldati denunciando le centinaia di casi di gravi malattie causate dall’uranio impoverito che i liberatori americani spargono a piene mani nei paesi che hanno il piacere e l’onore ricevere una loro visita. Il Generale, su più che probabile ordine dell’Herrenvolk nazista anglosassone colonizzatore, è stato quindi punito dai capitribù della colonia Italia relegandolo alla direzione dell’Istituto Geografico Militare. Dopo la pubblicazione del Suo coraggioso libro, il Generale è stato privato dai capitribù anche di quell’ultima carica.

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E MO’ PARLO ANCORA UN PO’

IL PRATO ALTO è un romanzo storico ricco di vicende umane e di colpi di scena. Inizia nel 7500 a.C. e termina ai giorni nostri, ed ha per protagonista l’Austria, l’Italia e più in generale l’Europa (Disponibile in 3 volumi o in volume unico). V’interessa? Comprate il libro, e intanto cliccate qui sotto per una presentazione video.

Presentazione de IL PRATO ALTO

CURRICULA

Emilio Biagini, nato a Genova, è stato professore ordinario di Geografia all’università di Cagliari. Ha pubblicato quattro romanzi (La luce, Genova, 2006; Labirinto oscuro, Roma, 2008; La nuova terra, Verona, 2011; La pioggia di fuoco, Verona, 2012, quest’ultimo con la moglie Maria Antonietta come coautrice), due volumi di racconti (L’uomo in ascolto, Milano, 2008; Montallegro ed altri racconti, Verona, 2013), cinque volumi di pièces teatrali satiriche (Saccenti ed altri serpenti, Genova, 2008; Il seme sepolto, 2009; Satire clericali, Verona; Gaia, il pianeta sull’orlo di una crisi di nervi, Chieti, 2016; La scienza di Blateronte (spiegata al popolo), Verona, 2024), i tre ultimi con la moglie come coautrice) e, sempre con la moglie come coautrice, un libro per bambini, Le brutte storie: come raccontare al nipotino le menzogne della storia contemporanea (Verona, 2017), e due saggi (Maria Valtorta, la testimone della vita di Cristo, Isola del Liri, 2018; Malascienza, Chieti, 2021). Ha ricevuto nel 2012 il premio letterario “Fede e Cultura” per la narrativa.

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E MO’ PARLO UN PO’ IO

MALASCIENZA è un saggio di denuncia delle frodi che pullulano soprattutto nelle scienze biologiche, mediche e sociali, quelle in cui la verifica è più difficile. Non è possibile dire di aver scoperto un nuovo teorema matematico o una nuova legge fisica o un nuovo elemento chimico se non lo si è fatto davvero (i colleghi vi scoprirebbero subito e fareste un figuraccia), ma inventarsi una falsa pandemia o una nuova teoria sociologica? Per quello non ci vuole niente, specie con un consistente appoggio dei mass media venduti. Non parliamo poi degli scandali delle cattedre universitarie, che producono facoltà imbottite di cretini patentati che bandiscono idiozie pure come la “teoria dei generi”, o lo “specismo”. Volete sondare meglio la palude della Malascienza? Comprate il libro, e intanto cliccate qui sotto per una presentazione video.

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LA PERSECUZIONE CONTRO MARIA VALTORTA

Maria Valtorta ha subito ignobili persecuzioni da parte di una gerarchia insensibile e avida, che pretendeva di spacciare la rivelazione da lei avuta come opera semplicemente umana, in modo da poterla sfruttare commercialmente. I capi Serviti di allora progettavano persino di trarne dei film. La grande veggente fu denunciata al Sant’Uffizio, che non si è mai mosso senza una denuncia, da un Servita d’alto rango, il cui nome è ignoto. Maria Valtorta lo conosceva, perché dal suo letto di paralitica tutto sapeva grazie al Divino Maestro, ma, caritatevolmente, lo tacque nel suo epistolario con Madre Teresa Maria, che rappresenta una delle più importanti raccolte di documenti di quanto la Valtorta ebbe a soffrire proprio a causa del clero. L’alto gerarca era stufo di essere supplicato da un giovane confratello che cercava di intercedere per la veggente, paralizzata, malata, perseguitata e in ristrettezze finanziarie. Tentata dal diavolo di pubblicare a proprio nome, ciò che avrebbe risolto i problemi economici di lei, e avrebbe acquietato i farisei che la perseguitavano, Maria Valtorta, eroicamente, resistette. La conseguenza della vile denuncia fu la vergognosa messa dell’Opera valtortiana all’Indice. Si sa per certo che i prelati del Sant’Uffizio si pentirono della messa all’Indice subito dopo, e l’Indice stesso venne immediatamente abolito, sia pure con una curiale piroetta salvafaccia che pretendeva che conservasse ugualmente un qualche valore. Ma se valeva ancora, perché abolirlo? Dov’è finito il sì-sì-no-no, al di fuori del quale vi è solo opera del demonio?

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GIOIA DEL COLLE. Restauro del castello svevo

Sabina Fulloni

Gioia del Colle. Il restauro di un castello svevo nelle foto di Arthur Haseloff

(Traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

Nel 1905 il medievalista Arthur Haselhoff (Fig. 1)[1] fu inviato, per volere del Kaiser Guglielmo da Berlino a Roma, con l’incarico di organizzare un reparto di storia dell’arte e di compiere ricerche sui castelli svevi dell’Italia meridionale, operando in qualità di terzo segretario dell’Istituto Storico Reale Prussiano, fondato nel 1888 e presieduto dal 1903 da Fridolin Kehr. Nell’ambito di tale progetto, Haseloff compì tra il 1904 e il 1911 sette lunghi viaggi nel Mezzogiorno d’Italia. Uno dei suoi obiettivi era il castello di Gioia del Colle, che egli visitò più volte, come tutte le costruzioni di maggiore complessità, per completare e controllare le sue descrizioni (Fig. 2). Il carteggio con Kehr (1907-1911) documenta quattro escursioni a Gioia del Colle. I risultati della sua ricerca sono esposti in una relazione inedita inviata al Kaiser. Questa descrizione era accompagnata da fotografie che vengono alla luce per la prima volta dopo quasi 100 anni. L’ordine cronologico originario è tuttavia sconosciuto. Nel 1907 il castello era in condizioni precarie, l’occasione per un’indagine più ravvicinata del sito si presentò inaspettatamente nello stesso anno, come Haseloff riferì per lettera a Kehr: “Ho parlato di recente del castello di Gioia col marchese Luca Resta, che lo farà rimettere in ordine da Pantaleo. Si presenterà così l’occasione di studiare con grande accuratezza questo castello.”[2]

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GIOIA DEL COLLE. Una storica testimonianza di Paul Schubring

Giornale di arte delle costruzioni – Con le pagine aggiuntive – Cronaca artistica e mercato d’arte – Nuova Serie – Anno ventesimo  – Lipsia – Editrice di E. A. Seemann – 1909 [Purtroppo le foto qui riprodotte sono di qualità scadente, forse perché hanno sofferto nel passaggio dalla pagina originale alla fotocopia. N.d.T.]

Paul Schubring

GIOIA DEL COLLE

(traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

Fra i castelli di caccia e le fortezze degli Hohenstaufen, che al tempo di Federico II furono costruiti o ristrutturati in Puglia – si tratta nell’insieme di 20 castelli – fino ad ora veniva considerato più significativo e grandioso Castel del Monte, edificato presso Andria sugli ultimi contrafforti delle Murge. Questa preminenza rimarrà sempre allo splendido ottagono che come una corona riposa sul cuscino di montagne. La localizzazione solitaria, lontana da tutti gli insediamenti civili, ha protetto il castello da ricostruzioni e aggiunte posticce – ma non dai saccheggiatori, che per secoli utilizzarono la potente struttura architettonica come cava di pietra, ed ha strappato e portato via tutto ciò che era trasportabile, non solo l’intero paramento, ma anche le lastre marmoree delle pareti, larghe parti dei pavimenti, dei caminetti, del pozzo, e così via. Così in Castel del Monte si possono solo formulare ipotesi sulla destinazione dei singoli spazi, dove l’imperatore Federico viveva – non vi sono purtroppo documenti su Castel del Monte –, e quali spazi fossero destinati agli ospiti e alla servitù. Parecchio si potrà chiarire dal confronto di Castel del Monte con altri castelli, ad esempio l’interno del castello di Bari offre informazioni dettagliate e siamo in attesa della monografia complessiva sui castelli dell’Italia meridionale del Dott. Haselhoff.

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LA DEA DI TARANTO

La “Dea di Taranto”:

un’immagine cultuale dalla Magna Grecia

(Traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

475-450 a.C. – Scoperta nel 1911 nell’Italia meridionale. – Come luogo di rinvenimento fu indicata Taranto, ma anche Locri. – Marmo. Altezza 151 cm

La solenne statua, nella quale la postura dello stile severo incipiente si congiunge con la ricchezza decorativa dell’abito e la vivacità dell’arte tardo arcaica, ha dato ampio motivo di discussione. Persino il luogo di ritrovamento è oggetto di disputa. Con una certa sicurezza si può ritenere che si trattasse di un’immagine cultuale (ossia destinata al culto). Del medesimo tipo è uno stampo in terracotta proveniente da Taranto, usato per la produzione di statuette di una dea in trono, statuette che venivano consacrate nel santuario della dea. La statuetta regge nella mano destra una coppa per le offerte, mentre l’oggetto della destra non è riconoscibile. È possibile quindi che anche questa statua tenesse in mano una coppa per le offerte.

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LE SOLITE PORCHERIE DEL REGIME

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