FRANCESCO AGNOLI, Darwin ha preso un granchio. Perché l’uomo non è una scimmia nuda, Fede & Cultura, Verona, 2025

Questo libro del professor Francesco Agnoli dovrebbe essere studiato in tutte le scuole e in tutte le università. Da lungo tempo, infatti, si deve fare chiarezza sulla reale natura del darwinismo: più che una vecchissima teoria pseudoscientifica, si tratta un vero crimine. L’autore, già noto per altri importanti saggi che mettono a nudo lo sfacelo morale e intellettuale dell’Occidente, presenta un’analisi accuratissima del fenomeno darwinismo, nelle sue implicazioni di falsa scienza corruttrice.
Diciamo subito che è un vero peccato che Agnoli non abbia potuto introdurre in questo libro (dovendosi limitare ad una nota su Facebook del 19 febbraio 2026) l’interessantissima notizia che le posizioni atee darwiniste di Dennet, Dawkins e Pinker devono una parte del loro successo al denaro e all’amicizia con Epstein, e col suo intimissimo amico John Brockman, che è pure il loro agente letterario, evidentemente interessato, oltre che ai soldi, ad una personale lotta contro Dio.
La lotta contro Dio è propria delle più scellerate ideologie, a cominciare dal marxismo. Come Engels, Marx vede in Darwin un “alleato” in questa lotta: forzando il testo darwiniano nel suo complesso, ma assecondandolo nelle sue parti più ambigue ed errate sull’origine dell’uomo, Marx afferma che con Darwin il mistero della vita non porta più al Creatore, ma al Caso, alla materia, alle ferree “leggi della natura” (di cui non si capisce l’origine). Marx sovrappone l’evoluzione biologica alla dialettica hegeliana, che sarebbe la chiave per comprendere le (inesistenti) “leggi della storia”, per giustificare l’affermazione secondo cui anche la società è destinata a evolvere definitivamente verso il comunismo. L’evoluzionismo in salsa materialista finisce dunque a braccetto con il progressismo illuminista, ed “evoluzione” (parola tanto vaga quanto suggestiva) diventa sinonimo di “progresso”.
Quanto più la dottrina politicamente corretta fa acqua, tanto più arrogante diventa il modo con cui viene affermata. Darwin è spacciato per una specie di guru. Ogni domanda o approfondimento diviene oggetto di scomuniche e anatemi dei darwinisti più radicali, sordi alle difficoltà, alle ovvie lacune, ai molti errori nella teoria (monera di Haeckel, levata di scudi contro le leggi di Mendel), quando addirittura non fanno ricorso a vergognose falsificazioni, come nel caso del cranio di Piltdown.
Stupisce tuttavia che l’autore non menzioni tra i falsi anche l’Archaeopteryx. Mi limito a riportare a questo proposito una sintesi di quanto ho precisato nel mio saggio Malascienza: l’impostura di Lucifero (Solfanelli, Chieti, 2021). L’Archaeopteryx proviene da una cava di calcare litografico del tardo Giurassico, a Solnhofen, in Baviera, dove ne sono stati “scoperti” solo due esemplari abbastanza distinti: scheletri impressi su lastre del finissimo calcare, che “sembrano” appartenenti a una specie di “rettile alato e pennuto”. I pochi altri resti ritrovati sono tanto confusi che potrebbero essere qualsiasi cosa. Tutti i ritrovamenti si sono rivelati una vera manna per il proprietario della cava, date le fortissime somme che i poteri forti erano disposti a pagare per appropriarsi di quello che sembrava, finalmente, uno dei sospirati “anelli di congiunzione”. La prima lastra, rinvenuta nel 1861, fu acquistata dal Museo Britannico, la seconda, venuta alla luce nel 1887, dal Museo Humboldt di Berlino.
A parte il fatto che nel 1977 sono stati rinvenuti probabili fossili di uccelli in rocce più antiche nell’ovest degli Usa: giurassiche del Colorado, e addirittura triassiche del Texas, dove è stato scoperto il Protoavis, più antico dell’Archaeopteryx di ben 75 milioni di anni, ciò che compromette irreparabilmente questo “anello di congiunzione”, e un altro uccello più antico è stato scoperto in Cina nel 2013, lo Aurornis xui del giurassico. Sembrerebbe quindi che l’Archaeopteryx sia un uccello, e non una forma di transizione. Ma non è neppure questo: è un falso.
Gli unici due esemplari dai quali si distingue qualcosa non vengono mai esposti al pubblico. Nei musei si espongono solo calchi e riproduzioni. I fossili originali, tenuti sotto chiave nei depositi, vengono mostrati soltanto dietro permesso speciale, difficilissimo ad ottenersi. Ha potuto esaminare l’esemplare londinese il fisico Fred Hoyle, il quale ha dimostrato che la lastra originaria è stata manipolata in modo fraudolento. Qualcuno ha utilizzato l’impronta di un piccolo rettile fossile, un celurosauro del genere Compsognathus, ha tagliato la lastra originale nella zona delle zampe anteriori, l’ha mescolata con colla e ricollocata nella roccia, poi vi ha premuto contro delle penne, producendo uno pseudofossile. Quando Hoyle chiese di poter eseguire esami più approfonditi sulla lastra, i funzionari del museo gli proibirono ogni ulteriore accesso al cosiddetto “fossile originale”, rinserrandolo nuovamente sotto chiave nel sotterraneo del museo. I dirigenti annunciarono nel 1986 una prova “definitiva” che avrebbe “fugato ogni dubbio”. Una risonanza spettrografica a raggi X su due campioni del reperto, uno sulla zona delle penne ed uno di controllo da una zona senza penne, dimostra che il materiale contenente l’impronta delle penne è differente in modo significativo dal resto del fossile. Nella zona delle penne vi è una pasta amorfa del tutto diversa dal resto e di composizione chimica incompatibile con la normale roccia della cava di Solnhofen. La direzione del museo afferma che la natura amorfa della zona delle penne è causata dai “conservanti” che sarebbero stati applicati al prezioso reperto. Ma come mai questi “conservanti” non si trovano sul resto del fossile? Non a caso, il museo ha rifiutato il permesso di compiere ulteriori analisi.
Ma forse che la scoperta dell’inganno ha relegato l’Archaeopteryx tra le bufale? Quando mai? Come se niente fosse, l’enciclopedia delle enciclopedie online, l’ineffabile Wikipedia, da cui tutti i ragazzi delle scuole copiano quando c’è da fare qualche cosiddetta “ricerca”, alla voce Archaeopteryx continua a sostenere la favoletta. Ecco che cosa gli enciclopedici compilatori hanno il coraggio di scrivere: “La comunità scientifica è concorde [sic!] nel ritenereArchaeopteryx una forma transizionale tra i dinosauri e gli uccelli [sic!]. Ciò nonostante si sono levate alcune polemiche, in parte da gruppi religiosi [!?! sic] o antievoluzionisti [!?! sic] e in parte da alcuni paleontologi ed ornitologi, queste ultime manifestate soprattutto negli anni settanta ed ottanta [sic, robetta del passato, dunque!]. Una delle critiche che più comunemente viene opposta riguarda le penne, che si presenterebbero già perfettamente adatte al volo e, quindi, dimostrerebbero che la specie era già ‘un uccello’ e non un ‘anello di congiunzione’. Questa conformazione delle penne, associata alla struttura fondamentalmente rettiliana dello scheletro, pare invece perfettamente in accordo con l’ipotesi della forma transizionale [sic!].” Fine delle menzogne Wikipedia.
Di sicuro vi è però il fatto che in Germania, all’epoca dei ritrovamenti di Solnhofen, viveva Ernst Haeckel (1834-1919), noto falsario, dedito alla frenetica ricerca di “prove” dell’evoluzione, delle quali aveva bisogno per i suoi cicli di conferenze che si faceva profumatamente pagare. Al pari di Marx, quando non trovava prove, le inventava, e quanto una legge di natura gli dava fastidio, la “aboliva”. Nel 1889 dichiarò falso il secondo principio della termodinamica di Clausius, perché, se fosse vero, come il mondo va verso la “fine”, così dovrebbe aver avuto un “principio”. Ebbe il coraggio di scrivere: “non esiste un principio del mondo, come non esiste una fine. L’Universo, come è infinito, così è sempre in movimento…”. Haeckel decideva dunque che il mondo è infinito ed eterno, contraddicendo il principio di entropia e il paradosso di Holbers, il quale chiarisce che l’universo non può essere infinito, perché se lo fosse irraggerebbe luce infinita e non ci sarebbero differenze tra giorno e notte, ed inoltre vi sarebbe infinita forza gravitazionale, così che nessun movimento sarebbe possibile; e infine vi sarebbe infinita energia di radiazioni ionizzanti e la vita sarebbe assolutamente impossibile: tutti fatti che Haeckel ignora. Questo bizzarro “scienziato” aveva movente, mezzi, opportunità e sconfinata arroganza per la produzione di falsi come l’inganno dell’Archaeopteryx. Grazie alla sua truffaldina industriosità, raccolse ampi risparmi, e riuscì perfino a mantenere un’amante per diversi anni.
Non proprio un caso di frode, ma certo di forzatura dei dati fossili è il caso degli equidi, per i quali si era creduto di aver individuato una sequenza evolutiva. Nel 1874 il paleontologo russo Kovalevsky abbozzò una successione evolutiva che prevedeva quattro generi in successione cronologica: Paleotherium > Anchiterium > Hipparion > Equus. Nel 1918 R. Lull tracciò un tronco dall’Eohippus (in luogo del Paleotherium) all’Equus, da cui Anchiterium e Hipparion si distaccavano come rami laterali. Ma è ormai certo che non esistono passaggi graduali fra tali specie, staccate le une delle altre.
Non vi è dubbio comunque che la turlupinatura continuerà a tenere banco: la “chiesa darwinista”, spesso collusa con le ideologie (positivismo materialista, eugenismo, comunismo, capitalismo selvaggio alimentato dall’idea che il successo mondano e la ricchezza siano segni dell’“elezione” al paradiso di stampo calvinista, ecc.), e chiusa a ogni approfondimento e ad ogni legittima domanda, come quella di scienziati del calibro di Niels Bohr e Werner Heisenberg, che si sono interrogati sulla capacità del caso di produrre strutture complesse, mentre già nel 1872 Gennaro Portanova (in uno scritto pubblicato a Napoli dal titolo Errori e deliri del darwinismo, citato da Agnoli, scriveva: “Havvi […] una differenza essenziale, un abisso infinito fra le sensibili affezioni del cane o della scimmia, e il sentimento religioso, essenzialmente immateriale, dell’uomo.” Risposta dei materialisti darwiniani? Silenzio.
Gli amici di Darwin, Haeckel e Huxley si accanirono in polemiche contro la religione e il cristianesimo, avendo buon gioco nell’attaccare l’interpretazione letterale protestante della Genesi che parla di “giorni della creazione”, suggerendo che l’evoluzione biologica escluderebbe di per sé l’idea di una Creazione dell’universo. In realtà la parola ebraica JOM che traduciamo giorno ha molteplici significati: giorno, epoca, tempo indefinito. Del resto, osserva Agnoli, la Genesi chiama giorno anche il settimo, che dura ancora oggi, da migliaia di anni.
Il controllo dei media da parte dei poteri forti permette di distorcere i fatti a volontà. Ad esempio, nel 1925 si tenne l’allora celebre processo di John Scopes, accusato dai fondamentalisti protestanti guidati da William Jennnings Bryan di aver insegnato l’evoluzionismo nello stato del Tennessee dove ciò era vietato per legge. Il testo usato da Scopes era di George William Hunter e proclamava la superiorità della razza bianca e la necessità eugenetica di eliminare gli individui “degenerati”. Per ingigantire la pochezza del fatto in sé, nei film e nelle opere teatrali dedicate ad esso, viene inscenato un suo arresto in classe, si inventano sermoni di scherno e sue effigi bruciate da predicatori meschini e ignoranti. Il suo accusatore Jennings Bryan è invece etichettato dai giornali come “apostolo dell’intolleranza” e “figlio dell’Inquisizione”. Il libro razzista ed eugenista di Hunter è in linea col modo di pensare dell’americano medio dell’epoca. Gli stretti rapporti degli eugenisti americani e gli igienisti della razza tedeschi segnarono profondamente il periodo che precedette la presa hitleriana del potere. Dopo quel nefasto evento il rapporto continuò: per la formulazione delle leggi eugenetiche i gerarchi nazisti assunsero proprio l’America come modello da imitare.
Celebre è lo storico dibattito presso la British Association for Advancement of Science nel 1860, tra il materialista Thomas Huxley, che sosteneva la natura scimmiesca dell’uomo, e il vescovo anglicano Samuel Wilberforce (noto matematico, ornitologo e membro della Royal Society), che negò l’esistenza di fossili che confermassero la tesi materialista e domandò a Huxley se pensava di derivare da una scimmia da parte materna o da parte paterna. Huxley non fu in grado di portare prove per le sue affermazioni, i più autorevoli scienziati presenti (Sir Benjamin Brodie, il chimico e botanico Charles Daubeny, l’astronomo Lord Wrosley) si schierarono a favore di Wilberforce e contro le fantasie di Huxley. Ma la sconfitta venne mendacemente nascosta: con inossidabile faccia di bronzo Huxley fu presentato come vessillifero della scienza e Wilberforce come emblema dell’oscurantismo clericale. Al contrario, i primi oppositori di Darwin, come sottolineato da lui stesso, non furono le autorità ecclesiastiche, ma altri naturalisti e scienziati del suo tempo.
Secondo lo zoologo Desmond Morris, l’uomo sarebbe una scimmia nuda, espressione assolutamente infondata ed errata. L’uomo, filosofo e teologo, vuole capire perché l’universo esiste, come funziona e quali sono l’origine e il senso della propria esistenza. Il finito, per esistere, necessita dell’Infinito, il possibile del Necessario, il divenire dell’Essere. Dal nulla non nasce nulla. Ci vuole sempre qualcosa da cui partire: non basta dire che la realtà evolve, bisogna spiegare perché esiste quel qualcosa che evolve.
Non solo, ma non abbiamo neppure una seria definizione della Vita. Ricordo che al corso di zoologia all’Università di Genova ci fornirono due definizioni: “la Vita è un corsa verso la morte”, e “la Vita è una lotta per resistere alla morte”. Due definizioni che non chiariscono nulla. Non è un caso che fra tutte le scienze sia proprio la biologia che non riesce a definire l’oggetto che studia, come rileva il celebre biochimico Erwin Chargaff, citato dell’autore nel presente saggio in esame. Secondo un altro illustre biologo Umberto Fasol, pure citato da Agnoli, la vita è un prodigio di “informazione”. E come potrebbe l’informazione, ossia l’ordine, il progetto, essersi formato per caso?
Un’altra chimera degli evoluzionisti è la “generazione spontanea”, sulla scia di Diderot ed altri guru dell’ateismo. Secondo Beppino Disertori, Haeckel “arriva a sostenere che una generazione spontanea si verificherebbe anche ora nell’ambiente marino, mentre Huxley classifica addirittura con il nome di Bathybius haeckelii una pretesa monera, la quale nascerebbe spontaneamente negli abissi oceanici, formando estesi strati sul fondo. Ma si comprese ben presto che il batibio riducevasi a un grumo di sostanza gelatinosa, priva di ogni caratteristica vitale.” Pasteur dimostra invece che la generazione spontanea non è sperimentabile e che tutto ciò che è vivo nasce da qualcosa di vivo. “La generazione spontanea, anche di ‘esseri microscopici’ è solo ‘una chimera’ e il materialismo è una filosofia incapace di rendere conto non solo dell’uomo, ma anche dell’esistenza della vita, dell’assoluta incommensurabilità tra materia vivente e materia bruta o inerte. A ciò si collega il sogno della “vita prodotta in laboratorio”. J.B.S. Haldane, uno dei padri della sintesi moderna neodarwinista, nel 1956 dichiarava: “Se non avremo ancora combinato un suicidio cosmico, qualcuno di noi o della prossima generazione riuscirà a fabbricare un organismo vivente.” Stiamo ancora aspettando, e aspetteremo per l’eternità.
Una domanda ovvia, propria anche di un darwinista materialista come Richard Dawkins, è la seguente: da cosa proviene la spinta verso forme più complesse, dato che la vita, più è complessa più è fragile. La vita è stata unicellulare per quasi tre miliardi di anni, e avrebbe potuto benissimo continuare indefinitamente, senza dar vita a organismi pluricellulari. Dunque perché evolvere, mettendo a rischio, in nome della complessità e della varietà, la stessa sussistenza? In un mondo governato solo dalla legge della sopravvivenza, non dovrebbero esserci soltanto batteri e virus (questi ultimi neppure cellulari, ma semplici macromolecole), molto meglio protetti di tutti gli altri esseri, nella “lotta per la vita”?
Pasteur dimostra l’inconsistenza della generazione spontanea, ma per Lenin e Stalin la vita nasce dalla materia eterna (e cioè divina) e quindi gli uomini altro non sarebbero che forme della stessa materia originaria. Tutto sarebbe soltanto materia, sotto diverse forme. Tra il sasso e l’uomo non vi sarebbe alcuna soluzione di continuità, nessuna differenza sostanziale, essendo il sasso, la materia inorganica, capace, per forza propria, di diventare vita e uomo. Adolf Hitler, che credeva nella reincarnazione, vegetariano e animalista, si dichiarava esattamente dello stesso parere (Conversazioni a tavola, sera del 14 ottobre 1941).
E l’universo? Mons. Georges Lemaitre, sacerdote cattolico e astrofisico, è scopritore dell’espansione dell’universo, sulla base dell’effetto Doppler, ma il suo nome è poco noto al pubblico. Che due sacerdoti cattolici, Mendel e Lemaitre, abbiano fornito contributi così decisivi alla genetica e all’astronomia, non è mai piaciuto ai materialisti, che hanno fatto invece di Darwin il loro “santino”, cui dedicano dal 1882 i “Darwin Day”. Bisognava pensare all’universo come ad un che stazionario, immobile nel tempo e nello spazio, per ritenerlo eterno, divino, per negare il Trascendente. Il Big Bang introduce invece l’idea dell’evoluzione dell’universo, a partire, diciamo così, da una sola forma semplice originaria: tutto l’universo materiale era in origine una capocchia di spillo! Il concetto fu ripreso da Gamow (1948) che parla di espansione e raffreddamento di uno stato iniziale ad altissima densità ed energia (chiamato sprezzantemente da Fred Hoyle Big Bang, ma il termine ha acquistato in seguito un significato serio). Gamow inoltre introduce la nucleosintesi primordiale e ipotizza la radiazione cosmica di fondo, successivamente dimostrata da Arno Penzias e Robert Wilson nel 1964.
Ed ecco a voi la Chiesa “nemica della scienza”: la prima formulazione di questa teoria dell’origine dell’universo risale al Vescovo di Lincoln Robert Grosseteste (1175-1253), fondatore del pensiero scientifico, il quale fu il primo a proporre l’uso della matematica nello studio dei fenomeni fisici, e in particolare applicò la geometria all’ottica. Nel trattato De luce (1225) propone una teoria cosmologica sull’origine dell’universo. La teoria si basa sull’origine della luce, intesa non solo in senso spirituale, ma anche come prima forma corporea creata da Dio, responsabile dell’estensione della materia e della struttura del cosmo. Si tratta di una cosmologia matematica genialmente anticipatrice, basata sulla luce come principio attivo e strutturante.
E prima del Big Bang? La teoria delle stringhe, prospetta una fase di incubazione del cosmo precedente e preparatoria della “grande esplosione”. Ma si tratta finora solo di un’ipotesi puramente matematica, priva (ancora?) di prove fisiche, mentre il Big Bang è fisicamente dimostrato dalla radiazione di fondo, oltre che dall’alta percentuale dell’elio (non altrimenti spiegabile in base alle fornaci nucleari delle stelle) e dalla conta dei quasar.
Ebbene, il Big Bang, all’epoca, venne respinto in nome dell’eternità dell’universo panteista, dai nazisti, e dall’eternità della materia, dai comunisti. Il fatto poi che sia teorizzato da un prete cattolico, fece pensare loro che egli avesse voluto “spacciare” come scientifica l’idea della Genesi: dell’universo creato da Dio dal “nulla” della materia. Così il Big Bang divenne una teoria borghese, clericale, espressione della “superstizione religiosa”. Per decenni, mentre il materialismo, tra Ottocento e Novecento, santifica Darwin malamente rattoppato per tener dietro alle autentiche scoperte scientifiche, come le leggi di Mendel, nega al tempo stesso le scoperte di Redi, Spallanzani, Pasteur e Lemaitre.
L’astronoma atea Margherita Hack, sempre intervistata dalla Tv di regime demokrakra, come se fosse l’unico astronomo in tutta Italia, pur ammettendo che come si sia formata la vita sulla Terra non lo sappiamo, aggiunge che il darwinismo ha tolto l’uomo dalla sua posizione privilegiata di essere fatto a immagine e somiglianza di Dio ed una delle tante specie del mondo animale. Ha in comune con gli scimpanzé il 99% del DNA; subito dopo, però, non può che chiedersi: “Perché quell’1% di differenza comporta una così profonda disuguaglianza nelle potenzialità del cervello?” Non dà risposta alla domanda e insiste “Ancora meno riusciamo a capire cosa è che differenzia, qualitativamente, soprattutto, il nostro cervello da quello dei mammiferi più evoluti. Qual è stata la ragione che ha prodotto questa grande differenza da un essere come lo scimpanzé con cui abbiamo in comune il 99% del DNA?” E ancora una volta una risposta scientifica non c’è. Nota a margine: la politicamente corretta Hack ha espresso tutta la raffinatezza del pensiero demokrakra col definire il Big Bang “una scorreggia dell’Universo”.
Se creato, l’universo non può che nascere e crescere, cioè evolvere nel senso vero del termine, ossia sviluppare gradualmente, e non per caso, ma per motivi intrinseci e leggi esterne, ciò che è già potenzialmente presente, come nel caso di un piccolo seme o di un embrione. Come per l’evoluzione della vita, sarebbe piuttosto assurdo immaginare che il passaggio da una forma di vita semplice innumerevoli e variegate forme di vita complesse, se mai avvenuto, sia avvenuto per svariati colpi di fortuna, così è per l’universo: un’“esplosione” disordinata e casuale non è capace di produrre un universo, un ambiente, che sia a sua volta organizzato e ordinato in modo da poter ospitare la vita e l’uomo. Secondo l’astronomo Otto Gingerich, docente di storia della scienza a Harvard: “Se l’energia del Big Bang fosse stata minore, l’universo sarebbe collassato su sé stesso molto prima di avere il tempo di costruire gli elementi necessari alla vita… Se invece l’energia fosse stata maggiore, è decisamente probabile che la densità della materia, e dunque la forza gravitazionale, si sarebbe ridotta troppo rapidamente per permettere la formazione di stelle e galassie.” Il processo è controllato dal bosone di Higgs, una particella elementare associata al campo di Higgs che pervade tutto lo spazio. Interagendo con questo campo, le altre particelle elementari (come i quark o gli elettroni) acquistano la propria massa. Con un valore lievemente superiore del bosone di Higgs, l’universo sarebbe instabile o non si sarebbe mai formato.
Taluno (come gli astronomi Paolo Musso, Marco Bersanelli) ipotizza che la Terra potrebbe essere molto rara, e forse persino unica. Si tratta di illazioni assolutamente prive di fondamento. Visto il livello delle fantasie a-scientifiche degli atei che pretendono di escludere qualsiasi accenno alla metafisica, non si vede perché non si debbano invece almeno ricordare fonti che non hanno alcuna pretesa scientifica ma hanno invece carattere mistico. A proposito dell’unicità o meno della Terra come mondo abitato, la grande mistica Maria Valtorta (vedi il mio saggio Maria Valtorta, la testimone della vita di Cristo, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2019) annotò questo significativo dettato: “Sarei un ben misero Creatore se avessi creato soltanto voi.” L’identica frase si ritrova nel Vangelo apocrifo di Tommaso (Detto 108, 1-2). Altrove, sempre nella rivelazione alla Valtorta, il Divino Maestro mise in guardia contro gli UFO: semplici illusioni diaboliche. Si tratta di un avvertimento molto importante; la credenza negli UFO comporta un serio rischio: quello di portare le menti deboli e suggestionabili a immaginare intelletti superiori, capaci di chissacché. Creare la vita? Dare origine alla nostra stessa esistenza? Il Creatore non sarebbe Dio, ma qualche extraterrestre superintelligente? Ovvie le disastrose implicazioni morali di simili fantasie.
A proposito di conseguenze morali, quelle del materialismo sono semplicemente agghiaccianti. Francis Galton, amato cugino di Darwin, promosse attivamente l’eugenetica, giustificata da Darwin ne L’origine dell’uomo. Francis Galton, grazie a un cospicuo patrimonio che lo rese indipendente, dedicò la vita alla geografia e all’antropologia, e arrivò a teorizzare l’eugenetica come unica soluzione al progresso della specie umana: un allevamento mediante incroci selettivi, dell’essere umano, concepito come ennesimo prodotto della zootecnia sotto il controllo dello Stato. A partire dagli anni 1920, furono molti a cascarci: alcuni degli Stati Uniti d’America, Canada, Brasile, Giappone, Francia, Germania, Gran Bretagna (con l’appoggio di parte del clero anglicano), Belgio, Svezia, con un fiorire di leggi per il “miglioramento della razza” e la sterilizzazione obbligatoria degli “indegni”, in un crescendo culminato nel regime nazista.
Seguendo Darwin e i suoi seguaci si finisce sempre con Hitler. Di netto sapore hitleriano è la famosa citazione, inL’origine dell’uomo, dal ricco scozzese William Rathbone Greg: “L’irlandese imprevidente, squallido, senza ambizioni, si moltiplica come i conigli; lo scozzese, frugale, previdente, pieno di autorispetto… trascorre i suoi migliori anni nella lotta e nel celibato… Nell’eterna lotta per l’esistenza è la razza inferiore e meno favorita che ha prevalso ed ha prevalso non ad opera delle sue buone qualità ma dei suoi difetti.”
Nella solita Inghilterra, predatore mondiale arricchitosi coi saccheggi, Darwin, facendo ricorso ancora una volta a Galton, cerca di spiegare il tramonto della potenza coloniale spagnola e l’ascesa di quella inglese: gli spagnoli avrebbero perso il loro predominio a causa dell’Inquisizione e della Chiesa cattolica, che avrebbero bruciato “gli uomini più liberi e coraggiosi”, degradando così la razza, mentre gli inglesi dovrebbero “i notevoli successi come colonizzatori” alla “loro energia audace e persistente”. Le belve umane inglesi, coraggiose, forti e superiori, avanzavano dunque sterminando le popolazioni indigene, secondo l’insegnamento di Hobbes: homo homini lupus. Il forte trionfa, e ciò concorre all’evoluzione e al progresso. Ne L’origine dell’uomo, Darwin si abbandona ad amenità del genere: “per oscuro che sia il problema dell’avanzamento della civiltà, possiamo almeno vedere che una nazione (l’Inghilterra, ndr) che ha prodotto per un periodo prolungato il massimo numero di uomini di maggior intelletto, energici, coraggiosi, patriottici, generosi, generalmente dovrebbe prevalere sulle nazioni meno favorite.” La nobiltà britannica sarebbe l’“apice della civiltà”.
Ma se era marcia, quella nobiltà, dedita al libertinaggio e al gioco d’azzardo, creatrice della massoneria nel 1717! E l’anno successivo inventò i Club del fuoco dell’inferno, un nome che ben si accorda con riti satanici e sfrenata licenza, scatenata sulle rovine delle abbazie cattoliche distrutte dallo scismatico frenetico Enrico VIII. Ricordiamo che questi Club avevano per motto: “Fa quello che ti piace”: senza dubbio un motto adatto a “uomini di maggior intelletto, energici, coraggiosi, patriottici, generosi”.
Di certo fa molto comodo il materialismo, appunto perché dissolve i freni morali. “fa quello che ti piace”, appunto. Nulla di intelligente o di originale. I materialisti hanno scoperto l’acqua calda dicendo che l’uomo è un animale. E con ciò? Lo è senza dubbio, ma è anche molto di più, enormemente diverso da ogni altro animale. Queste differenze sono qualitative non quantitative, e quindi non colmabili. Nessuna evoluzione, nessuna somma di eventi casuali e selezione naturale può rendere conto della sua complessità e differenza. Non esistono scimmie che parlino a metà, che crescano nelle loro competenze matematiche o scientifiche, al di là della dotazione naturale e innata che possiedono, che mostrino elementi di avanzamento della conoscenza, che apportino novità e originalità del singolo rispetto alla specie, che abbiano un’idea del loro Creatore.
Gli uomini costruiscono da sempre templi e cimiteri. Neanderthal e Sapiens hanno iniziato a inumare i loro morti più o meno nello stesso periodo e nello stesso luogo. Perché gli uomini seppelliscono i loro morti? Evidentemente perché hanno un concetto di sopravvivenza ultraterrena. Per questo, oltre a seppellire, mettono nelle tombe oggetti cari, oggetti simbolici ecc. Né gli animali né i primati fanno nulla di simile. Che senso avrebbe seppellire i morti in un’ottica darwinista/materialista? La materia non può neppure immaginare l’esistenza dell’anima e dell’oltretomba e seppellire i morti non può portare alcun vantaggio evolutivo, adattativo o di alcun genere.
E l’arte e la letteratura a cosa servono? Sono ciò che di meno utilitaristico esista, assolutamente inutile per la sopravvivenza biologica. L’uomo è la creatura meno adatta all’ambiente che esista. Avrebbe dovuto scomparire, non essendo adatto ad alcun ambiente in particolare. Ha vista, olfatto e udito limitati, appena nato ha bisogno di cure più a lungo di tutti gli altri animali, dev’essere nutrito anche dopo lo svezzamento e di essere educato per anni. Da anziano, non sopravviverebbe senza l’aiuto di altri, mentre il bipedismo lo rende instabile e lento. Non vi è creatura, biologicamente parlando, più inadatta dell’uomo non solo a un ambiente particolare, ma a tutti gli ambienti terrestri: se la selezione naturale fosse stata l’agente dell’adattamento, non avrebbe mai potuto compiere un errore più madornale del corpo umano. Ed è un essere mai del tutto a suo agio, preda di una continua insoddisfazione, come dice S. Agostino: “Siamo fatti per Te, o Dio, e il nostro cuore sarà inquieto finché non si riposerà in Te.”
Anche gli animali costruiscono, ma sempre nello stesso modo. I castori costruiscono case, ma come le costruivano migliaia di anni fa, secondo l’istinto, non secondo intelligenza libera e personale. L’uomo è l’unico animale che migliori e pensi il suo modo di operare. Costruisce canocchiali e telescopi che arrivano lontano fino a miliardi di anni luce; il che, nella lotta per la vita, non serve a nulla; ed è anche capace, grazie alla mente, di scoprire lo spettro luminoso che non è accessibile agli occhi, persino di indagare la materia oscura che non si vede e di scoprire le leggi fisiche, anch’esse invisibili. L’uomo ha potere sulla natura, come nessun semplice animale adattato al suo ambiente potrebbe mai avere. Questo potere è invece in perfetto accordo con la Genesi. Perché questa evidente unicità? Per rispondere a questa domanda, i darwinisti materialisti tirano in ballo l’“evoluzione culturale”, che, in pratica seguendo Malthus e identificando concorrenza capitalistica e concorrenza vitale, diede una potente sanzione “scientifica” al capitalismo più sfrenato.
Avendo fissato l’origine animale dell’uomo, alla mitica “evoluzione culturale” venne attribuito il valore di legge naturale che si sarebbe improvvisamente innestata su quella biologica, non si sa come né perché, soltanto su una specie e in nessun’altra, e che certamente non procedendo per mutamenti casuali e selezione naturale: in questo modo, utilizzando la parola “evoluzione” in un contesto totalmente diverso da quello biologico, i materialisti sperano di mimetizzare le difficoltà insite nella riduttiva ipotesi antropologica darwiniana. La cosiddetta “evoluzione culturale” richiede progetti, intelligenza, consapevolezza, idee, non caso, genetica, non mero istinto di sopravvivenza; non si trasmette per un meccanismo selettivo, ma attraverso lo studio, l’impegno personale, una libera scelta; può avvenire gradualmente, per accumulo di conoscenze, ma anche per rivoluzione, per salti, come nel caso degli enormi mutamenti culturali portati dal messaggio cristiano o dalle invenzioni di grandi geni; può essere vantaggiosa ma può non avere nessun ruolo nel favorire la sopravvivenza biologica; può essere distruttiva; non si trasmette per via ereditaria e non è naturale nel senso animale.
L’uomo dunque non si adatta come gli altri animali all’ambiente, modificando i propri geni, ma adatta l’ambiente a sé stesso: si tratta di un vero e proprio rovesciamento dei rapporti di forza, che non può certamente essere connesso con la selezione naturale, intrinsecamente incapace di produrre qualcosa che la superi e la soppianti. Ora, tutto questo urta gli evoluzionisti. Infatti il dominio dell’uomo sulla natura non va proprio bene ai materialisti/evoluzionisti. L’uomo è un invasore dei sacri ambienti. L’uomo è il “cancro della Terra”. A questo punto sfociamo nel satanismo: non bisogna adorare il Creatore, che è Verbo e Amore, e ha formato l’uomo, a sua immagine, comandandogli di crescere e moltiplicarsi. No, bisogna adorare le bestie. E i satanisti darwiniani inventano l’ambientalismo, per mortificare le eccezionali capacità dell’uomo, staccarlo dal Creatore e affermare che sarebbe meglio se l’uomo scomparisse, perché così la Terra sarebbe molto più sana e più bella. Non ci sarebbe nessuno a goderne, ma pazienza. La scomparsa dell’uomo sarebbe indubbiamente il trionfo del demonio, menzognero e omicida fin dall’inizio.
Nella sua ansia di abbassare l’uomo, Darwin riduce le enormi differenze qualitative a differenze quantitative, certamente influenzato dalla lettura di Malthus e dalla società inglese del suo tempo, dominata da una concorrenza feroce, da sfavillanti ostentazioni di ricchezza in mezzo a una spaventosa miseria, dall’ideologia liberal-capitalista della libera concorrenza a spese dei più deboli, dall’eco dell’insegnamento del materialista inglese Thomas Hobbes… insomma niente scienza, solo voglia di ingrassarsi e fare i propri comodi.
La lettura di An essay on the principle of population (1798) di Thomas Malthus, che spiegava le ragioni per cui le popolazioni umane hanno la tendenza ad aumentare più rapidamente delle risorse alimentari disponibili fu l’imprescindibile punto di partenza del pensiero darwiniano. Questa crescita è però limitata da cause naturali come carestie ed epidemie o da fenomeni sociali come le guerre. Darwin pensò che il ragionamento di Malthus poteva essere applicato anche al mondo animale e vegetale: analogia proposta dallo stesso Malthus; dunque niente di originale: Darwin si limitò ad accoglierne il suggerimento.
Ma l’analisi di Malthus non sta in piedi, perché non tiene affatto conto delle innovazioni tecnologiche capaci di espandere le risorse e trovarne di nuove. L’attuale Gran Bretagna ospita attualmente una popolazione sestupla rispetto al tempo in cui Malthus la dice già sovrappopolata. Costui si lancia in affermazioni recise e assolute prive di qualsiasi prova scientifica. L’uomo è per lui nient’altro che un animale, sul quale si può intervenire brutalmente e senza pietà. Nell’edizione definitiva del suo trattato, la sesta, del 1823, arriva a scrivere queste parole agghiaccianti: “Siamo obbligati a ripudiare il diritto di proteggere i poveri. A questo fine dovrei proporre un regolamento da applicare che nessun bambino nato a due anni di distanza dalla data legge possa ricevere alcuna assistenza. L’infante è, in termini di paragone, di poco valore per la società, in quanto altri ne prenderanno immediatamente il posto. Tutti i bambini nati, oltre il numero stabilito per mantenere il livello desiderato, sono destinati a perire, a meno che non venga fatto loro spazio con la morte di adulti. Dobbiamo facilitare, invece di sforzarci stupidamente e vanamente ad impedirle, le tendenze della natura a prevedere questa mortalità, invece di raccomandare l’igiene ai poveri, dovremmo incoraggiare abitudini differenti. Nelle nostre città dobbiamo fare strade più piccole, case più affollate e sollecitare il ritorno della peste.” Anche a partire dalla seconda edizione, del 1803, del resto, aveva già espresso concetti simili. (dal mio saggio Malascienza, cit.). Malthus ebbe non solo un decisivo influsso su Darwin, ma fu il vero e proprio punto di partenza della bufala darwiniana.
Anche le sofisticherie del filosofo positivista Herbert Spencer esercitarono un influsso sul “grande” naturalista, che vi copiò le espressioni “lotta per la sopravvivenza” ed “evoluzione”. Prima Darwin parlava di “trasformazione” e di “trasmutazione”. Idee storte, dunque, e neppure originali, e con terminologia raccattata per strada.
Di fronte a comportamenti enormemente diversi (la cooperazione tra umani esiste, nelle scimmie antropomorfe no), l’evoluzionista dogmatico ha sempre una pseudospiegazione: se l’uomo è sociale, lo è diventato perché ciò offre un vantaggio; se l’uomo ha un linguaggio, è perché parlare è meglio che grugnire; se ha perso il pelo è perché il soprabito è più bello della pelliccia; se suona il violino è perché un po’ di musica fa bene ai neuroni… ecc. Spiegazioni di tutto che non spiegano nulla. Non potendo ignorare completamente gli istinti sociali, Darwin si limita a immaginare senza alcuna prova un percorso che non viene motivato, in nessuno dei suoi passaggi: “Poiché infine, gli istinti sociali che senza dubbio furono acquisiti dall’uomo, come negli animali inferiori, per il bene della comunità, per prima cosa gli avranno dato un qualche desiderio di aiutare i suoi simili, qualche sentimento di simpatia, e lo avranno spinto a considerare la loro approvazione o disapprovazione. Questi impulsi gli saranno serviti in un primissimo periodo come una rozza regola di giusto e di erroneo. Ma quando l’uomo gradualmente progredì in forma intellettiva, e fu in grado di prevedere le più lontane conseguenze delle sue azioni, quando acquistò conoscenza sufficiente da respingere costumi nocivi e superstizioni, quando considerò sempre di più, non solo il benessere, ma anche la felicità dei suoi simili, quando per abitudine seguendo l’esperienza benefica, l’educazione e l’esempio, le sue simpatie divennero più dolci e diffuse, estendendosi a uomini di tutte le razze, agli idioti, ai mutilati e a tutti gli altri membri inutili della società, e finalmente agli animali inferiori – allora il modello della sua moralità venne salendo sempre più in alto.” Una spiegazione a posteriori che non spiega nulla: l’uomo “progredì”, “acquistò”… ma non spiega mai né come né perché, né perché lui solo.
All’inconsistenza delle tesi e delle argomentazioni darwiniane, si aggiunge il forte sospetto che non siano neppure propriamente sue, ma risultato di uno squallido plagio. Alfred Russell Wallace, un autentico grande naturalista, era povero e privo di appoggi politici. La versione tradizionale è che la primogenitura della mirabile teoria evoluzionistica vada a Darwin per le sue osservazioni alla Isole Galapagos e che Wallace fece osservazioni simili in Indonesia, nell’isola di Ternate. Alcuni storici sono molto scettici sulla nobiltà d’animo di Darwin e sottolineano la possibilità che la vicenda possa essere andata diversamente da quanto viene comunemente riferito. La versione revisionista sostiene che il merito della primogenitura vada invece a Wallace, e secondo alcuni Darwin si comportò in modo scorretto e in malafede per evitare di arrivare secondo. Secondo John Langdon Brooks (biologo evoluzionista, ndr) Darwin non aveva ancora focalizzato bene il meccanismo di selezione naturale e quindi copiò alcuni spunti di ciò che Wallace gli aveva scritto in privato. Una volta imbeccato dalle lettere e dall’articolo di Wallace, Darwin avrebbe scritto 41 nuove pagine e le avrebbe attaccate al suo vecchio trattato all’inizio di giugno prima di rendere pubblica l’idea che Wallace gli aveva affidato, e quest’ultimo per debolezza di carattere ed eccesso di modestia, lasciò tutta la ribalta al ben ammanigliato Darwin. Il 1° luglio 1858, la Società Linneana di Londra annunciò la Teoria Darwin-Wallace dell’evoluzione, dando così la precedenza a Darwin e accettando senza alcuna prova scritta il giudizio dell’influente amico del naturalista, Joseph Hooker, botanico, e del suo mentore Sir Charles Lyell, geologo, sebbene il saggio di Alfred Russel Wallace sulla teoria dell’evoluzione – il famoso Ternate Essay – fosse lì sul tavolo, a differenza de L’origine delle specie, che sarebbe stata pubblicata solo nel novembre 1859. Non solo Wallace scoprì l’evoluzione per primo, ma Darwin copiò le sue tre lettere inviate dalla giungla indonesiana. Se Alfred Russell Wallace nel marzo 1958 avesse inviato la lettera – contenente le 4.000 parole del Ternate Essay – alla Natural History Society anziché a Charles Darwin, oggi parleremmo di wallacismo e non di darwinismo. Ancor più significativo il fatto che alcune delle lettere sono mancanti nella corrispondenza di Darwin, in particolare quella del 9 marzo 1858, contenente il famoso saggio di Wallace sulla teoria dell’evoluzione per selezione naturale.
La fama di Darwin è direttamente proporzionale alla dimenticanza di Wallace, che pure ha interessi naturalistici assai più vasti, dalla biologia all’astronomia, dalla biogeografia, di cui è considerato fondatore, alle scienze della Terra. Wallace sosteneva che tra animali e uomini vi sono differenze di qualità e non solo di grado, a differenza di quanto invece sosteneva Darwin ne L’origine dell’uomo. La selezione naturale, osserva Wallace, avrebbe anche potuto dotare il selvaggio di un cervello non molto superiore a quello di una scimmia, e invece egli ne possiede uno di pochissimo inferiore a quello di un filosofo. Il cervello del selvaggio sembra predisposto per essere completamente utilizzato via via che egli progredisce nella civilizzazione. Ma un cervello così grande rispetto alla necessità non può essere frutto solo della selezione, che agisce in modo economico, badando all’utile, al vantaggio immediato, portando ciascuna specie a un grado di organizzazione esattamente proporzionale alle sue necessità, mai oltre, mai preparando nulla per il futuro sviluppo della razza. Anche per la questione della selezione artificiale, a cui Darwin attribuisce notevole importanza a sostegno della sua teoria, Wallace dissente, osservando che non ha mai dato vita a nuove specie.
Wallace è contrario all’eugenetica, che per lui è semplicemente l’“interferenza invadente di un arrogante sacerdozio scientifico.” Ma purtroppo, il darwinismo aveva sponsor importanti e potenti, come Thomas Huxley, presidente della Royal Society, che il “wallacismo” non possedeva. L’evoluzionismo guidato e teista di Wallace non serviva ai poteri forti: affermava l’eccezionalità dell’uomo, si opponeva al razzismo e all’eugenetica, non sosteneva la superiorità anglosassone, criticava la crisi morale del suo tempo e sfuggiva alle logiche delle lobbies del mondo scientifico, sostenitrici dell’imperialismo britannico. Anche ai marxisti Darwin fa comodo: possono usarlo a sostegno dell’ateismo e della lotta di classe. Stalin considerava Darwin un proprio maestro: aveva letto L’origine dell’uomo di Darwin e L’antichità dell’uomo di Lyell.
Darwin riteneva che il futuro avrebbe portato prove alle sue ipotesi espresse ne L’origine dell’uomo, ma ciò non avvenne, anzi ciò che ha avuto bisogno di evolvere, di adattarsi per non morire, è stato proprio il darwinismo. Agnoli esamina una lunga serie di prestigiosi scienziati che hanno espresso pareri sull’ipotetica evoluzione della specie umana. Pareri generalmente negativi, ma anche quando un particolare scienziato si dice favorevole all’ipotesi darwiniana è costretto immediatamente a confessare che essa incontra enormi difficoltà tutt’altro che risolte. Infatti gli “anelli di congiunzione” continuano a mancare. Anche la mitica Lucy è sottoposta a revisione: sembra infatti che sia solo una specie di scimmia, incapace di camminare in posizione eretta.
Il passaggio dalla scimmia all’uomo incontra due ostacoli: il primo è la difficoltà di spiegare la modifica contemporanea della stazione, del cervello, della faringe, del sistema nervoso centrale. Il secondo è l’esistenza insormontabile di una barriera fra le facoltà intellettuali della scimmia e dell’uomo. E poi, dove sono gli anelli intermedi? Qui incontriamo un esempio classico della frode scientifica, il cranio di Piltdown. Scoperto all’inizio del secolo, questo cranio presentava una volta spaziosa combinata con una mascella scimmiesca. Benché, secondo le teorie in voga, l’anello mancante doveva avere un cervello ancora piccolo associato a una mascella umanoide, esso fu acclamato come la dimostrazione inequivocabile della discendenza dell’uomo dalla scimmia e tenuto in mostra quasi cinquant’anni al Museo delle Scienze di Londra. Quando si cominciò ad impiegare il carbonio 14 per la datazione dei fossili, esso fu subito applicato all’uomo di Piltdown. Risultato: una mascella di gorilla contemporaneo era stata incastrata nel cranio di un uomo medievale. Ma che fanno i sostenitori di una teoria che ha perso nel ridicolo il suo monumento storico? Chiedono scusa e cambiano mestiere o, per lo meno, teoria? Niente affatto. Piltdown (la prova chiave dell’evoluzionismo, secondo Teilhard de Chardin) resta a dimostrazione della capacità di autocritica della scienza, che va in cerca, invano, di altri anelli mancanti.
Ian Tattersall, il più celebre paleoantropologo vivente, citato dall’autore, illustra in modo chiarissimo la posizione dell’uomo nel quadro dell’ipotesi evoluzionistica: “Non siamo esseri ‘perfettivi’, quello che siamo non è l’esito del perfezionamento progressivo di un essere venuto prima di noi. C’è chiaramente un salto qualitativo, una differenza sostanziale […]. [Pensiamo…] che le innovazioni nella vicenda umana avvengano costantemente, che per accumulazione o progressione l’uomo inventi cose sempre nuove. Non è così. L’evoluzione è un fatto sporadico, intervallato da lunghissimi periodi in cui non succede nulla in termini evolutivi, e trovo che la comparsa del linguaggio sia la vicenda più incredibile per la storia umana. […] È un salto di paradigma. Ragionare in termini simbolici e parlare sono attività che cambiano totalmente la nostra percezione di noi stessi e del mondo. Con un sistema di simboli che riflette la realtà possiamo smontare e reinterpretare, possiamo decostruire e immaginare mondi alternativi. Nessun altro animale è in grado di fare queste cose.” Da quando l’uomo esiste, possiede già, almeno in potenza, tutte le facoltà che lo rendono uomo (ragione e linguaggio in primis) e ciò esige un evidente “salto”, una evidente discontinuità tra l’animale e l’uomo.
Un altro punto di grande importanza riguarda la moralità. Agnoli cita a questo proposito la posizione di Evandro Agazzi, fisico e filosofo che offre queste considerazioni, opposte a quelle di Darwin: “Ogni essere umano è capace di giudizio morale, vale a dire di un tipo di giudizio secondo il quale esiste un dovere di fare il bene e di evitare il male. Ora, la nozione di dover essere e dover fare è totalmente inapplicabile al mondo della natura… Ogni sistema naturale e artificiale si comporta secondo le “regole costitutive” che determinano la sua struttura e il suo funzionamento, regole da cui non può deviare”. Se la natura è amorale, e l’uomo è solo natura biologica, gli dovrebbe essere impossibile anche solo concepire un comportamento che contrasti o controlli l’istinto naturale.
Dopo aver rumorosamente contrastato il mendelismo e l’ereditarietà, i materialisti seguaci del guru Darwin vi si sono gettati sopra, nella speranza di trovarvi sostegno all’ipotesi evoluzionistica sempre più traballante, e qui l’autore trova conforto nelle puntuali considerazioni del grande genetista Giuseppe Sermonti: “L’affermarsi dell’evoluzione molecolare ha segnato l’‘eclissi’ degli organismi. Abbandonate le forme viventi, i biologi sono rimasti affascinati da codici e testi genetici, perdendo di vista gli organismi e dandosi questa regola: ‘Solo nel DNA, tutto nel DNA, nient’altro che nel DNA’. Si sono presi cura delle vicende molecolari delle specie, preferendo ignorare che queste poco o nulla avessero a che fare con la storia della loro morfologia.”
Ed ecco che gli evoluzionisti sono oggi quasi esclusivamente bio-molecolari, si occupano di organismi astratti e volentieri lavorano su organismi virtuali residenti nei personal computer (come il famoso Richard Dawkins). Non pare che si rendano conto del ridicolo. A questo proposito va ricordato il contributo del matematico Ronald Meester, poco conosciuto perché il suo libro, pubblicato in olandese (Arrogant: Waarom wetenschappers vaak minder weten dan ze denken, Amsterdam, Ten Have, 2014), non è stato tradotto in altre lingue. Con fine ironia, Meester sottolinea appunto l’assurdità degli evoluzionisti che giocherellano con entità astratte computerizzate, infinitamente più semplici del più semplice batterio, introducendo mutazioni casuali delle sequenze di simboli (rappresentati da lettere alfabetiche), con l’obiettivo di giungere a sequenze “favorevoli”. Tutto questo egli argomenta, è prova di arroganza: come bene indica il titolo, “perché gli scienziati sanno molto meno di quanto pensano”.
Il ridicolo abbonda nelle esternazioni materialiste di fronte all’insolubile mistero del linguaggio, che non può certamente essere interpretato nei termini delle variazioni lente e progressive poste da Darwin a fondamento del processo evolutivo. Infatti, di fronte al linguaggio umano, i darwinisti vanno in crisi, e contro ogni buon senso, inventano a ciclo continuo possibili spiegazioni, senza fondamento alcuno. Spiace non poter riportare, per motivi di spazio, l’esilarante elenco riportato dall’autore delle grottesche “spiegazioni” date dai darwinisti all’origine di questa particolare dote dell’uomo.
E come “spiegano” i darwinisti il miracolo dell’intelligenza umana? Acutamente osserva Agnoli: “Nell’universo c’è ovunque intelligenza. Anzitutto nelle leggi immateriali, universali, invisibili, che regolano la materia, visibile, diveniente e mutevole. In ogni singola cellula c’è un’intelligenza ben più grande di quella che un orologiaio mette nell’orologio che costruisce o un ingegnere meccanico nella macchina più complicata e perfetta. Anche in un cristallo, o in un’ape, c’è un’intelligenza notevole, che però non è cosciente o non viene né dal cristallo, né dall’ape. Allora da dove? Anche l’uomo è dotato di un’intelligenza, ben diversa, però, da quella presente altrove. Si tratta infatti di un’intelligenza cosciente, dinamica, libera. Nelle filosofie materialiste essa è figlia del caso, un ‘incidente congelato’, incredibile ma vero. Rimane dunque inspiegata. La domanda più ovvia che possiamo porci, però, è questa: se l’intelligenza fosse figlia del caso, come potrebbe decifrare le leggi dell’universo?” Come può emergere un essere pensante, l’uomo, alla fine di un processo evolutivo materiale e non pensante? Come può emergere una coscienza, dall’evolversi di cose che non hanno coscienza?”
Un altro inquietante aspetto del darwinismo è la funzione positiva che attribuisce alla guerra. Lo ammettono anche i suoi ammiratori più accesi come Adrian Desmond e James Moore (La sacra causa di Darwin. Lotta alla schiavitù e difesa dell’evoluzione), affrettandosi subito dopo ad aggiungere che “per lui, tuttavia, il progresso era tracciato su una tela più ampia, il beneficio era per l’intera specie”. Lo sterminio degli indiani del Nordamerica e degli aborigeni australiani era dunque inevitabile e benefico. Attribuendone la causa alla natura, Darwin ne razionalizzava l’esito e dava la sua “assoluzione” ai criminali.
Verso la religione, Darwin non era ostile, ma piuttosto incerto e tendente all’agnosticismo, prova che comunque non sentiva che le sue teorie fossero antireligiose. Ma i suoi seguaci materialisti si scatenarono ben presto in attacchi scomposti alla Chiesa cattolica, accusata di respingere l’evoluzionismo tout court, e quindi la “scienza”. Richard Dawkins, il più celebrato fra i recenti corifei del darwinismo, accusa i cristiani in generale con epiteti violenti: “malevoli”, “propagandisti”, “seminatori di zizzania”, “oscurantisti”, “sado-masochisti e repellenti”, “pazzi scatenati”, “bugiardi”, “odiosi”, “stucchevolmente nauseanti”, “fanatici”, “assolutisti”, “stupidi”…
La Bibbia, in realtà, non si oppone affatto all’evoluzione, anzi è il primo libro evolutivo poiché evidenzia le tappe della creazione. La cosa che più stupisce è che nella Bibbia appaiono dapprima gli animali marini, poi quelli terrestri e da ultimo l’uomo. In uno scorcio folgorante, presenta la comparsa degli esseri viventi secondo l’ordine delle stratificazioni geologiche.
Esiste una teoria neo-darwiniana che presuppone che tutto sia stato prodotto a seguito di mutazioni dovute al caso e che sono state selezionate dalla necessità di sopravvivenza. È la tesi di Jacques Monod ne Il caso e la necessità. Ha scritto il suo libro nel momento giusto, poiché oggi non avrebbe più potuto scriverlo. Il libro di Monod si basava sulla vecchia massima di Democrito: tutto in natura è frutto del caso e della necessità, il che è d’altronde totalmente inapplicabile a tutti i sistemi viventi. I concetti che sono stati usati dagli uomini per distinguere l’inanimato dal vivo non si limitano al caso e alla necessità. Esiste un terzo termine che si può designare con tono neutro “informazione”, che San Tommaso d’Aquino avrebbe chiamato la “forma” e che gli antichi avrebbero chiamato “logos”… Rileggendo la Genesi, si nota che la parola creazione ad opera di Dio è usata solo tre volte: una volta per il cielo e per la terra, una volta per l’uomo e poi, verso la metà, per i grandi mostri marini. Per tutto il resto, si dice che la terra verdeggia, il mare brulica di vita… non c’è un meccanismo che ci venga rivelato in quanto meccanismo creativo specie per specie. Il credente è quindi pienamente libero di discutere le ipotesi evoluzioniste per sapere se coincidono con la realtà. Non possono essere in contraddizione con la Rivelazione, che afferma soltanto la creazione del cielo e della terra, che descrive come un atto creatore diretto di Dio, e la creazione dell’essere umano. Quando arriviamo all’essere umano e vediamo comparire bruscamente sul pianeta un bipede in grado di pensare, siamo ben obbligati a dirci che qualcuno gli ha insufflato qualcosa.
A questo magnifico saggio si aggiungono tre significative appendici. La prima, a firma del medico Andrea Bartelloni, documenta lo scandaloso insegnamento scolastico. I manuali non fanno che fornire false certezze, ed è ancora possibile trovarvi il detto quasi proverbiale: “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”. Nell’unica possibilità che hanno di conoscere l’evoluzionismo, i giovani vengono indottrinati e fuorviati irrimediabilmente, senza che vi sia contraddittorio e stimolo al senso critico.
La seconda appendice, a firma di Francesco Agnoli, tratta della sessualità e affettuosità dell’uomo, tutte questioni delle quali il povero Darwin non ha capito niente, nel suo tentativo semplicemente pietoso di spiegare materialisticamente lo spirito, l’anima, l’amore, la fedeltà. Gli fa eco il miserevole divulgatore senza laurea Piero Angela (Ti amerò sempre. La scienza dell’amore, Mondadori, Milano), il quale bercia: “l’amore è [soltanto] un bisogno analogo a quello della sete e della fame.” I darwinisti evitano di affrontare ogni discorso sulle scelte culturali e religiose, in quanto comporterebbe ulteriori scomode (per loro) domande. Essi risolvono tutto come sempre: se le cose stanno così è perché la selezione naturale ed il caso hanno deciso così: ecco quindi i tappabuchi universali, tirati in ballo per giustificare tutto e il contrario di tutto.
La terza appendice, di Francesco Agnoli, ribadisce opportunamente lo stretto legame tra darwinismo e nazismo, legame saldato dalla criminale pseudoscienza eugenetica. Leonard Darwin, figlio del celebre Charles, dopo la morte del padre diresse la British Eugenics Society dal 1911 al 1928, e presiedette il primo congresso internazionale di eugenetica (Londra 1912), che radunò eugenisti e razzisti di tutto il mondo, seguaci della folle credenza darwiniana che facoltà quali coraggio, solidarietà, intraprendenza, vigore mentale possano essere ereditarie e si siano sviluppate per selezione naturale, al pari dei caratteri fisici. La risposta migliore è quella del Sommo Poeta: “Rade volte risurge per li rami / l’umana probitate, e questo vuole Quei che la dà / perché da Lui si chiami…” (Purgatorio VII, 121-123). Il determinismo biologico darwiniano stabilisce un assurdo predominio dell’ereditarietà sulla libertà, della natura sulla cultura, della materia sullo spirito, della appartenenza di razza, classe e genere sull’individuo e la sua unicità. Per questo è il fondamento di ogni visione razzista, classista e sessista. Pienamente d’accordo Adolf Hitler, per il quale l’uomo è un animale a cui si applicano le spietate leggi della natura: in natura vince il più forte, in natura non esistono bene e male.
In conclusione, questo nuovo entusiasmante saggio, profondo, documentatissimo, veramente enciclopedico, e tale da suscitare importanti interrogativi e approfondimenti, rappresenta una pietra miliare negli studi sull’inganno darwinista. I poteri forti, naturalmente, risponderanno unicamente col silenzio, perché la loro tattica è soffocare il dissenso e fuorviare i giovani, ma la verità è più forte e a lungo andare inevitabilmente si afferma, grazie a uomini dotti e coraggiosi come Francesco Agnoli.
EMILIO BIAGINI





Fabiana
Come si concilia l’evoluzione (e dico evoluzione, non evoluzionismo darwiniano) con gli scritti di Maria Valtorta? Gesù sembra essere molto fermo su una visione “fissista”
I Trigotti
Che bisogno c’è di conciliare l’ipotesi evoluzionistica con Maria Valtorta, o con la Sacra Scrittura in genere? La Bibbia non aspira ad essere un libro di scienza, ma solo a salvare le anime. C’è però un punto che fa pensare: nel racconto della Creazione, gli esseri marini vengono prima di quelli terrestri, proprio come insegna la sequenza dei fossili.