I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: marzo 2007 (Pagina 1 di 4)

SI PUÒ ANDARE D’ACCORDO CON TUTTI?

Emilio Biagini

I cattolici progressisti e postconciliari smaniano per andare d’accordo con tutti (purché non siano cattolici). Tanto gli slogan vuoti come “Andiamo tutti insieme incontro a Cristo”, “Cerchiamo ciò che unisce e non ciò che divide”, “Costruiamo ponti, non muri”, non costano nulla ed hanno un bel suono così buonista. Ma gli “altri” non pare proprio che si siamo mossi di un capello dalle loro posizioni. Fuori della Chiesa sono e fuori della Chiesa restano. Nemici erano e nemici restano. Calunniatori erano e calunniatori restano, e non c’è atrocità di cui non abbiano ingiustamente accusato la Chiesa (non per niente il diavolo è “colui che accusa”). Non c’è trucco per screditare la Chiesa che non abbiano adottato (vedi la squallida vicenda della datazione taroccata della Santa Sindone al radiocarbonio). Persecutori erano e persecutori restano.
L’ignoranza, poi, regna assoluta: la gente, i fedeli, semplicemente non sanno, perché chi dovrebbe tramandare la verità è il primo a non sapere. Non si sa, e non si vuole sapere, che cosa abbiano fatto e detto gli “altri”. Non si sa e non si vuole sapere che cosa dica la dottrina cattolica, perché la scuola dev’essere multietnica e “bisogna rispettare le culture altrui”, e intanto facciamoci un bel corso sull’islamismo (che farà presa su giovani ignoranti dei più elementari rudimenti di Cattolicesimo, e con la vaga idea che la Chiesa e l’Inquisizione erano press’a poco la medesima cosa).
Come ebbe modo di notare, fra gli altri, il grande e santo Cardinale Siri, gli stessi “padri conciliari”, e specialmente molti fra i vescovi, brillavano per ignoranza e si affidavano ai cosiddetti “esperti”, la maggior parte dei quali scalpitava per le novità fini a se stesse. A quarant’anni di distanza le aspettative della grande “riconciliazione” col mondo moderno (in realtà sprofondato nel più arcaico paganesimo idolatra) si sono rivelate per quello che erano: un miraggio del demonio.
Tutte le profezie, a cominciare dall’Apocalisse (che fa parte della Sacra Scrittura, e quindi è Parola di Dio), sono assolutamente chiare su un punto: le persecuzioni continueranno fino alla fine e saranno sempre più terribili, finché Cristo verrà finalmente in majestate (non più in humilitate) a giudicare i vivi e i morti. Non ci sarà e non ci può essere alcuna riconciliazione col mondo e il suo principe, che è il demonio.
Chi dicesse che questo è fare il “profeta di sventura” o “la Cassandra” dimostrerebbe solo un’insana tendenza a nascondere la testa sotto la sabbia. Chi dicesse che questo è un incitamento alla guerra santa dimostrerebbe solo di non aver capito nulla, e di saper pensare solo in termini di politica, di economia, di armi di potenza, cioè di pura idiozia. Ognuno ragiona in base a quello che è in grado di capire. Trascuriamo pure il fatto che non ha senso dire che vogliamo la guerra, sia pure solo difensiva, perché la guerra c’è già, ed è guerra di aggressione: la conducono gli altri, unilateralmente, contro la Chiesa indifesa (i martiri si moltiplicano ovunque, dal Sudan all’Indonesia, nell’ignoranza e nell’indifferenza generale).
Trascuriamo pure l’altro fatto che, debole com’è, assediata da ogni parte e minata all’interno (basti pensare alle persecuzioni contro Padre Pio e Maria Valtorta), neppure volendo la Chiesa potrebbe indire Crociate. Non dobbiamo neppure pensare in termini di “azione”: umanamente, e cioè al livello dei poveretti nutriti di sociologia e di economia, non c’è assolutamente niente da fare. Non esistono “ricette” per l’azione. Non si vuole affatto dire: “fate questo” o “fate quello”. Cristo, alla fine, non ha fatto niente, ha solo sofferto. Noi, adoratori di un Dio crocifisso, non possiamo fare assolutamente nulla, se non pregare.
La storia continuerà a svolgersi come rivelato dall’Apocalisse in ogni caso. I malvagi conosceranno lunghe ore di trionfo, mentre sembrerà che il povero stupido cristiano sia stato sconfitto. Era precisamente la situazione che si manifestò quando Cristo ascese al Golgota. Ma sappiamo pure che, alla fine, il male non potrà vincere: l’avvenire appartiene all’Agnello, e a coloro che gli sono fedeli. Non abbiamo fretta: abbiamo tutta l’eternità per vedere chi aveva ragione. Nell’attesa, non chiudiamo gli occhi. Bisogna sapere.
La conoscenza della verità è un grande bene fine a se stesso, che può solo fare del bene alle anime, che alla fine sono l’unica cosa da salvare ad ogni costo. Dunque, qual è la verità, ad esempio, sulla “riforma” protestante?
Le rovine arrecate alla Sacra Scrittura dalle blasfeme forbici di Lutero hanno prodotto devastazioni paragonabili a quelle che, sotto i vari regimi protestanti, giacobini e massonici europei (compreso quello sabaudo del “risorgimento” italiano), si sono abbattuti sugli ordini religiosi.
Le alterazioni riguardano naturalmente passi che potrebbero dare ombra alla ribellione protestante. Ad esempio, “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matteo 16, 18) è divenuto, nella maggior parte delle Bibbie protestanti: “ …….. su questa pietra edificherò la mia comunità”. Tra le mutilazioni, oltre a diversi tagli, specie nei Salmi, si registra la mancanza di ben sette libri dell’Antico Testamento: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico (o Siràcide), Baruc (uno dei profeti maggiori), e i due libri dei Maccabei. I temi trattati in tali libri sono in effetti assai ostici per un protestante. Vi si parla ad esempio dell’elemosina in suffragio dei defunti (Ecclesiastico, 7, 27), dei sacrifici pure in suffragio dei defunti (2° Maccabei, 12, 39-46), e quindi, indirettamente, del Purgatorio e della Comunione dei Santi. Altri testi si riferiscono al libero arbitrio (Ecclesiastico, 15, 11-22) e al fatto che non tutta la Rivelazione è contenuta nelle Sacre Scritture (1° Maccabei, 9, 22), da cui l’ovvia necessità di una Tradizione e di una gerarchia non infetta da modernismo che ne sia fedele custode.
L’esclusione di tali libri viene giustificata col fatto che sarebbero “apocrifi”, perché di epoca tarda e scritti in greco e non in ebraico. In realtà si tratta di libri deuterocanonici, ossia canonici di data posteriore agli altri, ed è appunto il fatto che siano di data posteriore li rende particolarmente preziosi, perché più vicini al tempo dell’Incarnazione. È quindi istruttiva una sintetica comparazione fra le due versioni dell’Antico Testamento: quella ebraica o masoretica e quella “dei Settanta”.
Sia la versione ebraica sia quella greca sono ispirate, ossia frutto di Rivelazione, ma quella greca, nel suo insieme, proprio perché più vicina al tempo del Messia, è molto più esplicita riguardo ai maggiori articoli della Fede. Non a caso S. Agostino, nel De Doctrina Christiana (II, 15) rileva la maggiore autorità della versione greca dei Settanta, e ritiene che in ogni caso di divergenza fra il testo masoretico e quello dei Settanta, si debba preferire quest’ultimo.
Ad esempio, dove il testo masoretico dei Salmi (risalenti in gran parte al re Davide, ossia intorno al 1000 a.C.) parla in modo vago di un Redentore che dovrà venire, il testo greco nomina esplicitamente il “Cristo”.
Il testo masoretico invoca “Dio della mia salvezza”, quello greco dice “Dio mio Salvatore”, ossia Dio non si limiterà a mandare in qualche modo imprecisato la salvezza, ma verrà Egli stesso a salvare.
Il profeta Isaia (40, 5), nella versione ebraica dice: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà Dio”, in quella greca proclama: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà il Salvatore di Dio”. Questa versione consente una lettura trinitaria, evidenziando che la Salvezza non è un concetto generico, ma una Persona, e così pure la Verità non è un concetto ma una Persona, e la Sapienza non è un concetto ma una Persona (in un libro dell’Antico Testamento, intitolato appunto “Libro della Sapienza”, è la Sapienza stessa che parla; ora solo le persone parlano, i concetti no).
Il testo greco veterotestamentario palesa quindi in modo inequivocabile la seconda Persona della Trinità, il Figlio, Salvatore del genere umano. La Sapienza è indissolubilmente impersonata anche dalla Vergine Santisssima, presente dall’eternità nella mente di Dio e vivente tabernacolo del Verbo Redentore. La Bibbia ebraica è la Rivelazione antecedente all’avvento del Messia, espressione dell’epoca della severità che segue alla caduta nel peccato originale.
Tale Bibbia comprende 39 libri, distinti in storici, sapienziali e profetici.
Ma tutta quanta la Bibbia ebraica, anche nei libri non apertamente profetici, è una profezia del futuro Avvento del Redentore, che apre la nuova epoca, quella della misericordia divina effusa su tutta l’umanità, come dimostra esaurientemente, fra gli altri, anche un profondo pensatore come l’ex Rabbino Capo di Roma Israel Zoll, convertitosi al Cattolicesimo col nome di Eugenio Zolli (e per questo duramente perseguitato dagli ex correligionari come principale meshummad, ossia apostata, o rinnegato, tra i rabbini del mondo moderno). Il nome di Zolli è ancora anatema per gli ebrei.
L’intera religione ebraica era fondata sull’attesa del Messia e la Bibbia greca è ponte di passaggio obbligato alla Parola del Nuovo Testamento. Il prologo dell’Ecclesiastico attesta che in epoca ellenistica l’Antico Testamento era già quasi tutto tradotto in greco. Un documento scritto da un ebreo alessandrino (Lettera di Aristea al fratello Filocrate) racconta che il capo della Biblioteca di Alessandria Demetrio persuase il re ellenistico d’Egitto, Tolomeo II Filadelfo (285-246 a.C.), a promuovere la traduzione di libri dell’Antico Testamento in greco, e da ciò nacque la versione detta “dei Settanta”, poiché tale era il numero degli anziani di Israele convocati ad Alessandria dal re per compiere l’opera, la quale venne poi pubblicamente letta alla popolazione giudaica.
Un’altra fonte giudaica (Frammento di Aristobulo, del sec. II a.C.) conferma che tale origine della versione greca dell’Antico Testamento era comunemente nota.
Fra le generali acclamazioni venne pronunciato solenne anàtema contro chiunque osasse minimamente alterarla, e, implicitamente ed a maggior ragione, contro chi cercasse di far ritorno alla precedente versione. A sostegno della fede di questa folla in attesa del Messia, stava un vero e proprio miracolo, ricordato da Zolli: ciascuno dei Settanta era stato fatto lavorare alla traduzione in isolamento da tutti gli altri, ma quando le traduzioni furono confrontate risultarono tutte identiche, ciò che, senza un intervento soprannaturale. sarebbe stato matematicamente impossibile.
Ovviamente anche la Bibbia greca è comunque opera di ebrei, i quali scrivevano in greco solo perché questa era la lingua più diffusa, ed esprimersi nella lingua allora più diffusa apriva la porta all’universalità della futura Chiesa. Ancora nel sec. II d.C. in Palestina solo pochi sapevano scrivere in ebraico, mentre lingua universale era il greco, e in Palestina era diffuso l’aramaico, che fu la lingua parlata da Gesù. Il recupero dell’ebraico fu di tipo revivalistico, per riaffermare la propria identità etnica e religiosa dopo il rifiuto del Messia.
Lo prova una lettera di Ben Kakhba, il capo della rivolta antiromana sotto Adriano, dove si dice: “la lettera è scritta in greco perché non si è trovato Erma per scrivere in ebraico”. Vuol dire che neppure il supernazionalista capo degli zeloti antiromani era in grado di scrivere in ebraico, né alcuno della sua cerchia, eccetto il fantomatico Erma, che però si trovava qualche volta sì e qualche volta no.
Del tutto errata e fuorviante è l’idea corrente, secondo cui la traduzione dell’Antico Testamento detta dei Settanta nacque soltanto dall’esigenza di fornire agli ebrei alessandrini, ormai totalmente ellenizzati, la possibilità di leggere la Bibbia. A parte il fatto che non solo quelli di Alessandria ma tutti gli ebrei erano ellenizzati, all’esigenza della traduzione sottostavano motivazioni ben più profonde. Nell’attesa del Messia, era evidente il bisogno di rendere le Sacre Scritture accessibili a tutti.
La salvezza, infatti, veniva dagli ebrei ma non poteva essere destinata ai soli ebrei: tutti gli uomini vi erano chiamati. Abramo non era circonciso, dunque gli ebrei scaturiscono originariamente, insieme ad altri popoli, da un ceppo non ebreo. E da chi riceve Abramo la benedizione? Da Melchisedec (Genesi 14, 13-24), re di Shalem, un venerabile quanto misterioso sacerdote legato evidentemente ad una primitiva rivelazione monoteista: il futuro capostipite del “popolo eletto” riceve dunque la consacrazione da un non ebreo. E, a suggellare la consacrazione, Abramo paga le decime a questo non ebreo.
L’Atteso giunse e venne respinto, perché, come tutti sanno, i grandi sacerdoti e gli anziani del popolo si erano fissati su una ben diversa idea di Messia: un Messia terreno, un condottiero che cacciasse i Romani e restaurasse il Regno d’Israele, dove essi speravano naturalmente di occupare i più alti posti di potere. Il Sinedrio ebraico del tempo era dominato dalla setta dei sadducei, materialisti che non credevano nell’immortalità dell’anima e nella vita eterna, e quindi particolarmente mal disposti verso un Messia spirituale.
E in effetti ci si chiede come potessero dirsi ebrei, o comunque credenti nel Dio unico, se negavano caposaldi della Fede di così fondamentale importanza, comuni a tutti i credenti monoteisti. “Conosco le tue opere e la tua oppressione e povertà — ma tu sei ricca — e le bestemmie di coloro che si dicono ebrei e non lo sono”, detta Cristo in persona nell’Apocalisse (Lettera alla chiesa di Smirne, Apocalisse 2, 9). I Settanta erano veri ebrei, il popolo che acclamò la loro traduzione era composto di veri ebrei, di ebrei sinceri che realmente attendevano il Messia, veri ebrei erano lo stesso Cristo e la Sua Famiglia.
Ma come poteva dirsi ebreo chi era incapace di riconoscere il Messia? Poteva dirsi ebreo chi urlava “Crucifige”. Inoltre, Cristo, per tutto il triennio della sua predicazione, non cessò di rimproverare aspramente sia i sadducei sia l’altra setta, quella dei farisei, meno materialisti (almeno in teoria) ma non meno ipocriti. Vi era poi l’invidia per il sèguito che Gesù aveva ottenuto, specie dopo la resurrezione di Lazzaro, ed anche la paura che le autorità romane, insospettite dalle illusorie attese ebraiche di un Messia terreno, scatenassero una repressione. La repressione romana si abbatté poi realmente sugli ebrei, in seguito alle ripetute insurrezioni che terminarono con le due distruzioni di Gerusalemme, dapprima sotto Tito (70 d.C.), poi sotto Adriano (135 d.C.).
La reazione ebraica contro il Cristianesimo è testimoniata negli Atti degli Apostoli: le prime persecuzioni contro i Cristiani sorsero direttamente da denunce ebraiche alle autorità romane, senza dimenticare la lapidazione di S. Stefano Protomartire, in cui i Romani non furono affatto coinvolti. La paura che i cristiani avevano della casta sacerdotale ebraica è testimoniata dal fatto che i tre Vangeli sinottici, scritti prima del 70 d.C., non osano dare troppi dettagli sulla sepoltura di Gesù, e soprattutto non nominano Nicodemo, che era rimasto a Gerusalemme, per non esporre la sua famiglia alle vendette del Sinedrio, ma accennano brevemente al solo Giuseppe d’Arimatea, che, a quanto pare, si era messo in salvo in Britannia.
Solo il Vangelo di San Giovanni, redatto dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto dalle truppe romane di Tito, e la cricca sadducea era stata annientata, nomina Nicodemo e si diffonde maggiormente sulla sepoltura del Cristo, il cui corpo sarebbe stato altrimenti gettato in una fossa comune, com’era destino dei “malfattori” crocifissi.
L’ebraismo si ripiegò su sé stesso in chiave violentemente anticristiana, da cui maturò il rigetto della Bibbia greca e il ritorno al vecchio testo masoretico in lingua ebraica. Un rigetto che si poneva in violenta contrapposizione ai pronunciamenti e all’anàtema delle comunità ebree dell’epoca dei Settanta, vere antesignane della Chiesa, che avevano invece inteso fissare la nuova versione come profezia più matura del prossimo avvento del Messia: il loro anatema stende un’ombra autorevole ed inquietante sulle manomissioni successive subìte dalla Bibbia ad opera di protestanti e settari pseudocattolici postconciliari.
Non si trattava quindi semplicemente di un “ritorno ai testi originali come ulteriore prova di identità etnico-culturale” sentito dal “tradizionalismo ebreo”, come in modo soave semplifica la storiografia laicista politicamente corretta.
Il Talmud (secc. III-VI), codice religioso-morale del giudaismo posteriore all’Avvento di Cristo, lo descrive come incantatore o “seduttore” del popolo. Il vero nome di Gesù in ebraico è Yeshua Annostri (Gesù Nazareno). Poiché la voce Yeshua designa il Salvatore, raramente viene scritto per esteso e viene invece usata l’abbreviazione Yeshu, che letto con malizia diventa l’acronimo della maledizione “possano il suo nome e la sua memoria essere annientati”, espressione massima di disprezzo e insulto tra i peggiori. Altre volte viene chiamato oto, (quest’uomo), peloni (un tale), talui (l’appeso), oppure con disprezzo naggar bar naggar (fabbro figlio di fabbro).
Per gli ebrei, il nome stesso “Gesù” simboleggia ogni possibile abominio e questa tradizione popolare permane anche oggi in Israele e presso le comunità ebraiche tradizionaliste. Secondo il Talmud, Gesù sarebbe “figlio illegittimo” di Maria (sic), la quale avrebbe commesso “adulterio” con un tale Pandira. La Santa Vergine viene coperta di bestemmie irripetibili (anche in Mosè Maimonide si leggono oscenità del genere). Di Gesù il Talmud dice che “aveva in sé l’anima di Esaù ed era stolto, prestigiatore, seduttore e idolatra”. Oltre che di idolatria, Gesù vi era anche accusato di stregoneria; ed avrebbe incitato gli ebrei all’idolatria e al disprezzo verso la legittima autorità rabbinica.
Tutte le antiche fonti ebraiche relative all’esecuzione se ne assumono con gioia la responsabilità, dicendo che fu condannato da un tribunale rabbinico, e non nominano neppure Ponzio Pilato e i Romani. Sarebbe stato crocifisso e sepolto all’inferno e sarebbe divenuto l’idolo dei suoi seguaci.
L’opinione ebraica sui cristiani è in carattere con quella nei confronti di Gesù. Alla preghiera sinagogale quotidiana (birkat-ha-minim) fu aggiunto un paragrafo di maledizione contro i nosrim, cioè i Cristiani. Violenta è la polemica anticristiana nel Talmud: oltre che nosrim, i Cristiani sono aboda sara (culto straniero, idolatria), acum (adoratori delle stelle e dei pianeti), obdé elilim (servi degli idoli), minim (eretici), goim (gentili, pagani; termine spesso usato solitamente non per i veri pagani ma proprio per i cristiani; un gravissimo insulto era dire: “sei peggio dei goim”), nocrim (forestieri), ammé aarez (uomini rozzi, ignoranti). Questo da parte di uomini che, con la blasfema invenzione del golem, si attribuirono miticamente capacità di “creare la vita”, che pertiene invece a Dio solo.
Gli insulti accumulati sui cristiani sono innumerevoli: uomini pessimi, assai peggiori dei turchi, omicidi, animali impuri, contaminanti a guisa di sterco, indegni di essere chiamati uomini, bestie in forma umana. Si dice pure che essi si propagano come le bestie e che sono di origine diabolica, che le loro anime derivano dal diavolo e che al diavolo nell’inferno ritorneranno dopo la morte; perfino il cadavere di un cristiano non deve essere distinto dalla carogna di una bestia scannata.
Alcune citazione dal Talmud sono veramente illuminanti: “La nostra redenzione sorgerà appena Roma (ossia la Chiesa cattolica) sia distrutta. (…….) Per poter ingannare i cristiani è permesso ad un ebreo farsi passare per cristiano. (…….) Tutti i beni del cristiano sono come deserto: il primo di noi che li occupa ne è padrone. (…….) Il migliore dei cristiani ammazzatelo. (…….) Dio li creò in forma di uomini in onore di Israele, poiché i cristiani non furono creati ad altro fine se non a quello di servire i Giudei giorno e notte, né mai deve loro essere data requie che cessino da simile servizio. Sconviene al figlio del re (l’israelita) che lo servano bestie in quanto tali, ma è conveniente che lo servano bestie in forma umana” (Midrasch Talpiot, foglio 255d).
Il percorso dei protestanti è del tutto analogo a quello dell’ebraismo postcristiano, erede di coloro che avevano gridato “Crucifige”. La Chiesa di Roma è fatta oggetto di un odio spasmodico. I sette libri dell’Antico Testamento espunti dai protestanti sono precisamente quelli scartati dagli ebrei postcristiani persecutori. Analogamente agli ebrei, i protestanti regrediscono ad una “religione del libro”, rinunciando alla presenza ontologica, reale, della Divinità, garantita alla Chiesa cattolica dalla Comunione dei Santi e dalla Presenza di Cristo nell’Eucarestia.
Per far questo, ossia per potersi staccare dalla Tradizione e dal corpo vivo della Chiesa, inseguendo i fumi di un “libero esame” che porterà alla radicale disgregazione delle decine di migliaia di sette e all’ateismo, il libro stesso dev’essere “censurato”, altrimenti renderà esso stesso testimonianza dello scempio.
Ecco dove portavano le smanie di quanti, nel tardo medioevo e nel primo Rinascimento, smaniavano per poter tradurre la Bibbia in lingue volgari. Ecco perché era stato un atto di saggezza l’opposizione della Chiesa a simili traduzioni, ben sapendo che, l’accesso diretto alla Sacra Scrittura aperto a tutti, avrebbe portato ad una disintegrazione dottrinale. La storia sacra veniva insegnata al popolo, ma attraverso la mediazione della gerarchia ecclesiastica. Allontanandosi dalla versione dei Settanta, il post-concilio ha reso assai più difficile il dialogo con gli ortodossi, considerevolmente più vicini ai cattolici, i quali ovviamente non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla loro Bibbia greca.
Non resta che domandarsi quale “spirito” (non certo lo Spirito Santo) abbia spinto i fautori del “rinnovamento ecclesiale postconciliare” della Chiesa cattolica a metter mano nuovamente alla Bibbia per tornare alla versione masoretica. Quale inconsulto spettro di ecumenismo a tutti i costi li ha animati? quale speranza di chissà quali riavvicinamenti ai protestanti, di chissà quali frutti straordinari da “incontri al vertice” con i capi delle chiese eretiche?
A questi fautori della “diplomazia di vertice”, a questi che confidavano nella propria abilità di negoziatori, non è venuta in mente la maledizione dal libro di Geremia (17, 5-6)? “Così dice il Signore: ‘Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere’.”
Si può solo sperare che la sbornia postconciliare sia ormai passata e che i cattolici tornino a sentirsi cattolici, perché la Verità non è negoziabile, non dipende da noi, non può essere “adattata”, non può essere messa “in sordina” per andare d’accordo col mondo e col suo immondo principe che si aggira “sicut leo rugiens, quaerens quem devoret”.
EMILIO BIAGINI

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MARIA VALTORTA

Emilio Biagini

IL CASO DI MARIA VALTORTA

“Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina”.
L’autrice di questo brano è una mistica contemporanea, che appena adesso (e non senza opposizione da parte di chierici progressisti, come già si era verificato per San Padre Pio) si comincia a conoscere e ad apprezzare: Maria Valtorta (Caserta 1897-Viareggio 1961) (vedi ), una persona di limitata cultura, che aveva compiuto solo studi tecnici, il cui unico pregio intellettuale era quella di avere un’eccellente memoria, che le permise di riportare nei minimi dettagli ciò che vedeva. La Valtorta fu paralitica per gran parte della sua vita. Inchiodata a letto senza avere la possibilità di compiere alcuna ricerca, senza conoscere alcuna lingua orientale, senza aver mai lasciato l’Italia, descrisse in modo dettagliatissimo la vita del Salvatore, dimostrando di conoscere perfino la conformazione del territorio, incluse descrizioni di peculiari formazioni rocciose (confermato da un geologo che aveva lavorato in Palestina) e le minute differenze di pronuncia della lingua ebraica tra la Galilea e la Giudea. Costei più volte ebbe la visione della rosa paradisiaca e più volte la descrisse, anche in assai maggior dettaglio rispetto alle poche righe riportate sopra. La visione corrisponde esattamente all’immagine del Paradiso nella Divina Commedia come “candida rosa” (Canto XXXI, 1-3), oggetto di una delle più impressionanti tavole disegnate dal Doré nella grande edizione illustrata del Poema.
Chi entra in contatto con le opere di Maria Valtorta difficilmente evita di venirne trasformato, tale è la suggestione delle parole da lei scritte. Scritte da lei sì, ma quasi mai pensate da lei. Piuttosto, scritte sotto dettatura. Quando è lei stessa a scrivere pensieri propri, lo annuncia con le parole: “Ora parlo io”. La maggior parte dei brani sono dettati, preceduti da un: “Dice Gesù”, oppure “Dice Maria”. A volte a dettare è Dio Padre, o lo Spirito Santo. Una serie particolare di brani è risultato della dettatura del suo angelo custode, Azaria, al quale si deve una dettagliata spiegazione dei Vangeli domenicali. Di grande importanza sono le visioni, che riguardano l’intera vita pubblica di Gesù e della Santissima Vergine, oltre a scene della successiva vita della Chiesa, soprattutto riguardanti vite e passioni di martiri in epoca romana e sotto l’”illuminato” dominio islamico in Spagna.
Le opere di Maria Valtorta sono pubblicate dal Centro Editoriale Valtortiano, dal quale è possibile ottenerle all’indirizzo di Viale Piscicelli 89-91, 03036 Isola del Liri (Frosinone). Il suggerimento di rivolgersi direttamente all’editore è dettato dal fatto che le librerie cattoliche spesso si prestano mal volentieri a distribuire opere valtortiane, tuttora mal viste da una buona parte del clero e dell’episcopato, soprattutto se di idee postconciliar-progressiste. Anche di recente l’episcopato toscano ha ancora una volta rifiutato di iniziare una causa di beatificazione della grande mistica, che Cristo in persona chiamava “il mio piccolo Giovanni”.
Di tali opere, che occupano molti volumi, è possibile dare solamente un sintetico elenco. Anzitutto vi sono le oltre quattromila pagine, edite in dieci volumi, che raccontano in modo mirabile la storia della Redenzione, inizialmente sotto il titolo Il poema dell’Uomo-Dio, oggi sotto quello L’Evangelo come mi è stato rivelato. Vanno poi ricordati il Libro di Azaria (accennato sopra), i tre volumi dei Quaderni (scritti dal 1943 al 1950, che contengono visioni e rivelazioni di grande importanza, fra cui quelle veramente impressionanti sull’Apocalisse, che annunciano un’ultima terribile persecuzione capeggiata dal maligno in persona, dopo la quale Cristo in persona dirà “basta” ed avrà luogo il Giudizio Universale e la resurrezione della carne), le Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani, l’Autobiografia (scritta non per esibizionismo, ma controvoglia e su ordine preciso del direttore spirituale, intenzionato a documentare le origini delle straordinarie visioni e rivelazioni), I venti misteri del Rosario, Fior di parabole, e le Preghiere. Una parte degli scritti della Valtorta sono tuttora inediti.
Il Centro Editoriale Valtortiano ha pure pubblicato opere sulla Valtorta. Di particolare importanza il volume, a cura di Emilio Pisani, direttore del Centro, dal titolo Pro e contro Maria Valtorta, che documenta le molte e autorevoli prese di posizione a favore dell’autenticità delle visioni, fra cui quelle del Cardinale Siri e di Padre Rotondi, ed anche l’opposizione di chierici come un certo Gramaglia, un prete di quelli che non portano la tonaca e neppure il clergyman, apertamente ostile non solo alla Valtorta, ma a tutta la tradizione della Chiesa e al primato papale. Le testimonianze di Maria Diciotti, la donna che assistette la paralitica per molti anni, sono state raccolte da Albo Centoni in un volume dal titolo Una vita con Maria Valtorta. Il libro Padre Pio e Maria Valtorta è un’agile biografia del grande Santo, con importanti note sui suoi favorevoli rapporti con gli scritti valtortiani. Il Centro pubblica pure un interessante Bollettino Valtortiano semestrale.
La vita di Maria Valtorta fu segnata da atroci sofferenze offerte con virtù eroica a Dio. Paralizzata in gioventù a causa di un vile attacco alle spalle con una sbarra di ferro da parte di un teppista comunista che le aveva leso la colonna vertebrale, soffriva di numerose malattie che le avevano attaccato i principali organi, e alcune di esse erano il risultato di una libera offerta della Valtorta stessa per ottenere da Dio la guarigione di altri. Per i medici era un mistero come la donna potesse restare ancora in vita. Ma la sua peggiore fonte di sofferenza era la madre, essere duro e privo di comprendonio, che non faceva che tormentare la figlia con incomprensioni e severità del tutto fuori luogo, sentenziando che i suoi mali erano inventati, e costringendola ad ogni sorta di servizi, salvo poi allontanarsene quando finalmente si accorse che era davvero malata e bisognosa di assistenza.
Tragicamente insensibili si dimostrarono pure le autorità ecclesiastiche, dalle quali arrivò nel 1948 una secca messa all’Indice della grande opera valtortiana (poco dopo l’Index librorum prohibitorum stesso venne abolito). Al contrario, le visioni di Anna Caterina Emmerich (alle quali si è ispirato Mel Gibson per il film The Passion) sono state pubblicate con l’imprimatur ecclesiastico, sebbene assai meno attendibili. La Emmerich, infatti, era analfabeta e aveva rivelazioni puramente interiori, non nitide visioni come quelle valtortiane: non potendo scrivere, riferì queste rivelazioni al poeta Clemens Brentano, il quale, da vero poeta, non mancò di abbellirle alquanto. Non c’è quindi confronto con la completezza e la precisione dell’opera valtortiana.
Ma l’impopolarità della Valtorta presso una gran parte delle alte gerarchie ecclesiastiche, avviate sulla strada del Concilio Vaticano Secondo e dell’infausto postconcilio, ha una sua ben precisa spiegazione. Infatti, in molti dettati, sia Cristo sia la Santa Vergine non mancano di bollare con parole di fuoco il male oscuro della Chiesa e il tradimento dei chierici. Qualsiasi imprimatur o causa di beatificazione, o altra presa di posizione ufficiale in favore dell’autenticità delle rivelazioni alla Valtorta sarebbe quindi un’implicita confessione di colpa, sarebbe come ammettere che — come afferma la Valtorta — Cristo ha veramente chiamato i preti “Giuda” e “Caino” (perché assassini delle anime), sarebbe come ammettere che il Signore ha davvero affermato che i preti saranno “i primi a rotolare per la china dell’anticristo”.
E il cardinale di Acquasparta non fece forse bruciare la Divina Commedia perché fulminava contro la corruzione di troppi uomini di Chiesa? E l’apparizione della Vergine alle Tre Fontane nel 1947, non viene forse passata il più possibile sotto silenzio, perché ha denunciato le lacerazioni all’interno della Chiesa causate dagli stessi preti? E Sant’Agostino, riferendosi all’ovile della Chiesa, non ebbe forse ad esclamare: “Quante pecore fuori, quanti lupi dentro!”? Ai lupi travestiti da pecore le rivelazioni alla Valtorta non possono che causare irritazione.
A questo si aggiunga la prevedibile reazione di molte donne quando, già agli inizi del primo volume de L’Evangelo come mi è stato rivelato, trovano il racconto della caduta nel peccato originale come si è realmente verificata, e non celata sotto il simbolo del “frutto proibito”. Eva vi fa una figura veramente miseranda, molto peggiore di Adamo, ciò che giustifica pienamente la condanna più pesante da lei meritata. Dio aveva celato, inizialmente, ai progenitori il segreto della generazione, per metterli alla prova. Non era affatto una diminuzione. Bastava attendere un poco e avrebbero saputo anche quello, e il parto della donna sarebbe stato indolore. Ma Eva commise non uno ma tre peccati: prima si lasciò titillare dal serpente, e fin lì si trattava del male minore: sarebbe bastato che la sciagurata avesse confessato il peccato al Padre Eterno, il quale l’avrebbe perdonata e purificata; tutto si sarebbe risolto. Invece Eva, volendo riprovare quel piacere, andò lei stessa a cercare il serpente e ripeté il peccato. Infine, cercò Adamo e lo “istruì”. Figuriamoci i sorrisetti ironici, gli scherni, gli sberleffi, i cachinni diabolici, le risate sgangherate delle femministe di fronte ad una rivelazione del genere. Come sempre, non si crede a quello che non fa comodo.
Tuttavia, le recenti prese di posizione del Santo Padre e dell’episcopato in difesa dell’ortodossia e della morale, e in particolare il commento dell’ancora cardinale Ratzinger alla Via Crucis del Venerdì Santo di quest’anno al Colosseo, denunciante il malcostume penetrato nella Chiesa (nonché le relative reazioni isteriche degli avversari) fanno sperare che il diabolico secolo ventesimo abbia finalmente ceduto il passo a tempi migliori (almeno all’interno della Chiesa, perché fuori di essa il demonio è scatenato). Frattanto, l’opera ispirata della grande mistica e santa Maria Valtorta (poiché santa è, ci sia o meno un riconoscimento ufficiale) continua lenta e sicura a diffondersi, edificando e confortando il popolo cristiano.
“Se ciò viene dagli uomini finirà da sé, ma se viene da Dio non potrete spegnerlo”, come disse il grande Gamaliele ai farisei e ai sadducei del suo tempo che si apprestavano a perseguitare Gesù, e questo vale anche per i farisei e i sadducei del tempo nostro, ossia per gli ipocriti che si fingono cristiani per convenienza (magari a caccia di voti cattolici) e per i materialisti che si vantano della loro cieca e disperata miscredenza.

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GEOFENOLOGIA

Rezension von: SCHMIDT-FALKENBERG H. (2005) Geophänologie und die kontinuierliche meßtechnische Erfassung der Hauptpotentiale des Systems Erde (unter Mitwirkung von Josef M. Kellndorfer; herausgegeben von Wolf Tietze), Projekte-Verlag 188, Halle (Saale), 3 Bände, 1483 Seiten, 676 Bilder.
Dieses dreibändige Buch ist ein hervorrangender Versuch, die Potentiale der Erde, das ist die Leistungsfähigkeiten deren Kraftfelder, zu beschreiben und zu schätzen. Phänologie bezeichnet das Studium der periodisch wiederkehrenden Wachstumserscheinungen lebendiger Wesen in Abhängigkeit von Witterung und Klima. Der Begriff wurde von dem belgischen Botaniker Charles Morren 1853 geprägt. Was Professor Schmidt-Falkenberg vorschlägt, ist eine Geophänologie der ganzen Erde, die durch Satellitenmessungen unterstüzt wird.
Das erste Kapitel führt grundsätzliche geographische und geschichtliche Informationen, und mithin die Grundlagen allgemeiner Begriffe ein. Geodätische Modelle und Satellitenmessungen werden im zweiten Kapitel dargelegt. Das dritte Kapitel richtet sich auf globales Geländepotential, Dynamik, sowie endogene und exogene Vorgänge der Erde. Vom vierten zum zehnten Kapitel werden die verschiedenen Typen der Geländeoberfläche, beziehunsweise die Potentiale von Eis und Schnee, Tundra, Wüsten, Wälder, Grasland, das Meer und die Atmosphäre dargelegt. Das Buch ist höchst informativ, zuweilen sogar zu detailliert. Zusammenfassungen am Ende jedes Kapitels und am Schluss des Buches würden hilflich sein, damit die Klarheit durch die Menge an Details nicht verdunkelt wird.
Viele Wiederholungen könnten vermieden werden. Bilder sind öfter zu klein, mit fast unlesbaren Schriften. Ist es wirklich nötig, jedes Mal, wenn von einer x-beliebigen Zivilisation die Rede ist, die ganze Geschichte jener Zivilisation zu erzählen? Sind dafür nicht die üblichen Enziklopädien zuständig? Welchem Zweck dient die Abhandlung über Schreibschriften und Alphabete (ss. 219-222)?
Die drei Bände enthalten nur wenige Druckfehler (z.B. „Galxien” anstelle von „Galaxien” auf Seite 472, Linie 30; „Imagning” anstelle von „Imaging” auf Seite 837, Linie 8; „Automaded” anstelle von „Automated” auf Seite 837, Linie 24; dreimal leere Klammern auf Seite 922, Linie 31 und 33; „Nigth” anstelle von „Night” auf Seite 958, erläuternden Text des Bildes 8.9, Linie 4; „Attidute” anstelle von „Attitude” auf Seite 968, Linie 35; „Bengalenstrom” anstelle von „Benguelastrom” auf Seite 1029, erläuternden Text des Bildes 9.30, Linie 5; „Kategoerien” anstelle von „Kategorien” auf Seite 1063, Linie 25; „Qulle” anstelle von „Quelle” auf Seite 1142, Linie 25; „untersheiden” anstelle von „unterscheiden” auf Seite 1145, Linie 32; „glaciales” anstelle von „glacialis” auf Seite 1151, Linie 26; „Mthan” anstelle von „Methan” auf Seite 1337, Linie 24; „Synthase” anstelle von „Synthese” auf Seite 1341, Linie 29; „Reparartur” anstelle von „Reparatur” auf Seite 1345, Linie 2).
Im Kapitel der Meerespotential, werden Hydrometra stagnorum und Mückenlarven erwähnt, aber die leben im Frischwasser und nicht im Meer (s. 1060). „Die ältesten lebenden Bäume erreichen” nicht „ein Alter von ca 850 Jahre” (s. 1126), sondern mehr als 4000 Jahre. Es heißt von der so gennanten „bristlecone pine” (Pinus longaevia), aus die Weißen Berge in Kalifornien, mit Erfolg in der archäologische Datierung durch die Methode der Dendrochronologie benutzt (siehe Sir Colin Renfrew).
Ein Fehler (obwohl von anderen Autoren bereits geliefert) ist diese Behauptung: „Um statistisch gesicherte Aussagen über Klimaänderungen oder den Trend des globalen Klimas zu ermöglichen, sind Mitteilungen über Zeitabschnitte von mindestens 20-30 Jahren erforderlich” (s. 1217); und, wiederholt, „Temperaturzeitreihen sollten (…….) einen Zeitabschnitt von mindestens 20-30 Jahren zu fassen, um als Klimarelevant gelten zu können” (s. 1223). Aber um Klimaänderungen hervorheben zu können, braucht man viel längere Zeitabschnitte.
Folgende Zitate beweisen schwere Vorurteile gegen die Katholische Kirche. „Vor allem aus religiösen Gründen wurde besonders im westeuropäischen Kulturkreis die Aussage, die Erde habe die Form einer Scheibe, weiterhin als die allein richtige proklamiert. Noch bis in die Zeit um 1500 n. Chr. hinein hat die Katholische Kirche, hat die Papst in Rom, versucht, die kirchliche (und damit auch die weltliche) Gültigkeit dieser Aussage aufrechtzuerhalten.” (s. 172). „Gemaß die Vorstellung der Pythagoreer hat die Erde die Gestalt einer Kugel. Trotz der von Aristoteles angegebene Beweise und der Messung der Erdumfangslänge durch Erathostenes konnte sich diese Erkenntnis erst nach rund 2000 Jahren stärker durchsetzen. Behaim, Copernicus, Waldseemüller, Schöner, Mercator, Leonardo da Vinci, Galileo, Kepler und andere sind überzeugt von der Kugelgestalt der Erde. Wie zuvor dargelegt, ist die Kirche, der Papst in Rom, aus eigenem Interesse [Sic. „Interesse” wofür?] darum bemüht, da diese wissenschaftliche Erkenntnis noch nicht Allgemeingut wird.” (ss. 213-214).
Das ist einfach falsch. Das in der ellenistischer Zeit formulierte Konzept einer Erdkugels, wurde ins Mittelalter nie vergessen. Griechische Wissenschaft stand bei der Kirche in höchster Ehre. Die Erde wurde auf mittelalterlichen Landkarten flach dargestellt da zwar die Ozeane und nicht alle Kontinente, und deshalb die richtige Verteilung von Land und Meer, noch nicht bekannt war. Die „geistliche” Geographie von Kosmas Indikopleustes (6. Jahrhundert) ist das Höenpunkt des Rückgangs geographischer Forschung in Osteuropa, aber Dante Alighieri (1265-1321), stellt in seiner „Divina Commedia” eine undeutlich runde Erde dar, und sein wissenschaftliches Niveau spiegelt geographische Kenntnisse im mittelalterlichen Italien, und in der Katholische Kirche jener Zeit, sehr gut wider (Dante beschäftigte sich auch mit physikalischen Probleme der Erdkugel in seinem Quæstio de aqua et terra). Dabei stellte für die Kirche dieErdkugelgestalt der Erde kein einziges Problem dar.
Noch einige Zitate. „Bruno wird als Kezter in Rom verbrannt. (……) Giordano Bruno (1548-1600). Italienischer Naturphilosoph, wird wegen seiner Lehre und dem Festhalten am copernicanischen Weltbild in Rom als Ketzer verbrannt. (…….) Galileo Galilei (1564-1642). (…….) Die von Galilei verfaßte Disputation führt schießlich 1633 zum Inquisitionsverfahren der Kirche (Inquisition, vom 12.-18. Jahrhundert Gericht der katholischen Kirche gegen Abtrünnige).” (ss. 218-219). „(…….) die Katholische Kirche erhob das geozentrische Modell des Kosmos. Zweifler fielen der (kirchlichen) Inquisition anheim, wie etwa der bei Neapel geborene Dominikanermönch Giordiano [sic, eigentlich Giordano] Bruno, der (1600) auf dem Campo dei Fiori in Rom die Scheiterhaufen bestiegen mußte, weil er als Visionär des Unendlichen seine vom Dogma abweichende Vorstellung über den Kosmos nicht widerrief. (…….) Der italienische Philosoph Bruno gilt als erster Vertreter des so gennanten Pantheismus (Unendlichkeit und Einheit des beseelten Universums). In seinem Werk „De l’infinito, universo e mondi” vertrat er die Ansicht, daß ein unendliches Universum weder Mittelpunkt noch Rand haben könne” (s. 503). Aber wer war eigentlich Giordano Bruno? Von einer starke Neigung zur Gnosis getrieben, skrupellos, mit den höchsten Ansichten über sich selbst, war Bruno esoterischen Übungen (d.h. der bewusster Anrufung des Teufels) zugewandt. Er veröffentlichte verschiedene Bücher darüber. Er wandte sich zur Ausnutzung von Geistesschwächeren durch Übervorteilung. Während seines Aufenthaltes in London, er nutzte seine Stellung als Priester aus, um Auskünfte über die Katholiken zu sammeln, sogar im Beichten. Er teilte diese Auskünfte zum Walsinghams Geheimsdienst mit: die Unglückseligen wurden verhaftet, gefoltert (um noch weitere Auskünfte über andere Katholiken zu erlangen) und zum Schafott gesandt, wo sie eine besonders grausame Todestrafe leiden mussten. Schliesslich wurde Bruno in Venedig verhaftet. Er hatte dort Aufenthalt gemacht während seiner „verrückten“ Reise nach Rom, als er den Papst zu täuschen und ihm zu überzeugen versuchte, die Kirche zu zerstören. Die Verhaftung passierte wegen der Anzeige des Edelmanns Giovanni Mocenigo, der sein Gastgeber war, und war erschreckt wegen Brunos seltsamen „Erinnerungstechniken“, die eigentlich nur eine esotherische Methode für die Täuschung und Unterwerfung des Willens anderer Menschen waren. Die erste Phase jener Methode bestand in einem Angriff des Schülers mit jeder Menge Beleidigungen. Das Endziel, wie derselbe Bruno in seiner Abhandlung De vinculis berichtet, war das Opfer am sich zu binden um seine Wille zu zerstören. Um diese Ziel zu erreichen, war von grundlegender Beudutung dass der Hexenmeister auf keinen Fall eine Zuneigung zum Opfer fassen sollte. Letzteres, ganz im Griff des Hexenmeisters, musste sein blindes Werkzeug bekommen. Und dieser soll der „Philosoph” sein der den so gennante „freien Gedanke” inspirierte. Bruno wurde in das Inquisitionsgefängnis nach Rom gebracht. Das war unglaublich komfortabel, mit luxuriösen und hellen Räumen, guter Kost und aller grundlegenden Diensten. Die Angeklagten hatten das Recht die Anklage binnen dreier Tage nach die Verhaftung zu erfahren, und diese wurde ihnen schriftlich mitgeteilt. Außerdem, waren sie mit allen nötigen Bücher und Schreibmaterial ausgestattet, um ihre Verteidigung vorzubereiten.
Wenn Protestanten schreckliche Beschreibungen der Gefängnisse der Katholischen Inquisition geben, tun sie nichts anders, als ihre eigenen Gefängnisse zu beschreiben, wo man alle Grausamkeiten betrieb die die sektarische Propaganda immer der Katholischen Inquisition zuzuschreiben versucht. Brunos Verfahren dauerte acht Jahre, und alle Möglichkeiten wurden ihm angeboten sich zu verteidigen und seine okkulten Praktiken zu widerrufen. Als endlich klar wurde dass er ein hoffnungsloser Fall war, wurde er verurteilt.
Vieles mehr sollte man über die Inquisition sagen, um die vielen eingewürzelte Vorurteile zu berichtigen. Nur wenige Punkte können hier noch erwähnt werden. Ungefähr 90% bis 95% der Angeklagten wurden freigesprochen. Die Anderen wurden meistens zum Exil verurteilt. Nur selten wurde jemand zu Tode verurteilt, und dann wurde er an die Zivilbehörden abgeliefert, die ihn, ohne die Inquisition, schon lange getötet hätten.
Die Inquisition wurde gegründet um der Katharischen Ketzerei entgegen zu wirken, um zu versichern, dass verhaftete Kathare ein Verfahren haben konnten, denn Zivilbehörden verbrannten sie bei lebendigem Leib ohne Verfahren. Wer waren die Katharen? Sie entstanden in Bulgarien unter dem Namen „Bogomilen”, später wurden sie in Westeuropa verstreut, besonders im südlichen Frankreich unter dem neuen Namen „Albigensern”. Sie waren nicht, was man harmlose Idealisten nennen konnte: Ihre Ideen untermauerten jede Autorität und hätten sie wirklich gesiegt, dann wäre das Aussterben der Menscheit, zumindest Europas, unvermeidlich gewesen. Die Katharen behaupteten dass die materielle Welt eine „Schöpfung” des Teufels war, damit die Menschen keine Nachkommen mehr haben und aussterben sollten. Diese Ideen, augenscheinlich von neu-gnostischem Ursprung, wurden nicht friedlich verbreitet, sondern durch Eisen und Feuer. Wie man sich leicht vorstellen kann, wurden ernste Sorgen von diese Lehre erweckt worden. Deshalb war es unvermeidbar, dass die Zivilbehörden und die Kirche, so blutig angegriffen, sich zu verteidigen versuchten. Die Zivilbehörden verbrannten die Katharen oft ohne Verfahren. Manchmal wurden sie durch die Bevölkerung selbst gelyncht. Die Inquisition gab ihnen zumindest ein Verfahren und die Möglichkeit, sich zu verteidigen und zu bekehren. Die Verfolgungen gegen die Katholiken, besonders in England, waren viel strenger, mit Folter ohne Beschränkungen.
Eine ungeheure Anzahl katholischer Geistlichen und Laien wurde durch Ketzer und Protestanten umgebracht, aber sie sind nie in der politisch korrekten Geschichtschreibung erwähnt worden. Schon 1631, wurden die wirklich aufgeklärten Ansichtspunkten, die in der katholischen Kirche herrschten, wurden in dem Buch Cautio criminalis, von dem deuschen Jesuitenpater Friederich Spee von Langenfeld ausgedrükt. Das Buch war besonders elfolgreich, und wurde in die wichtigsten europäischen Sprachen übersetzt: Es stempelte die Hexenprozesse als „anti-Christliche”, es berief sich auf das Naturgesetzt von Unschuldvermutung und verteidigte die Unabhängigkeit der Richter und die Wegschaffung der Folter. Die sei unnützlich, um die Wahrheit sicherzustellen. Folter war jedenfalls durch die Inquisition schon immer sehr wenig und mit große Einschränkungen benutzt werden; man muss an der kranken Phantasie Edgar Allan Poes „The pit and the pendulum” nicht glauben. Die säkularisierte Gesellschaft (die aus der „Reformation”, der sogennante „Aufklärung” und einer ganzen Reihenfolge von nationalistischen, atheistischen und materialistischen Ideologien entsprang) hat das Werk von Spee von Langenfeld versucht in Vergessenheit geraten zu lassen und sich dagegen mit dem Verdienst verziert solche Ideen erschaffen und zustande gebracht zu haben.
Als einziges Resultat hat dieselbe säkularisierte und atheistische Gesellschaft die schrecklichsten Tyrannereien der Welt hervorgebracht. Hätte die Katholische Inquisition noch genug Kraft in der moderner Zeit gehabt, wir hätten keinen Kommunismus und Nazismus gesehen. Barbarische Werke wie „Das Kapital” und „Mein Kampf” waren beide im Index Librorum Prohibitorum, aber leider hatte die Kirche keine Macht mehr, um die Menscheit gegen solche Undinge zu verteidigen. Das hat natürlich nicht mit Geophänologie zu tun, aber da der Autor die Kirche mit negativen Bemerkungen erwähnt hat, wurde es erforderlich, die genaue Tatsachen zu betonen. Es ist unerklärlich warum der Autor, in seine weitläufigen Handlung der Astrophysik und Kosmologie, nicht vom Olbers Paradox spricht (um so mehr unerklärlich da Olbers ein berühmter deutscher Astronom war).
Der Kosmos kann nicht unendlich sein wegen zumindest dreier Gründe: 1. ein unendlicher Kosmos würde unendliches Licht ergeben (genau das oben gennante Olbers Paradoxon); 2. ein unendlicher Kosmos würde unendliche Trägheitskräfte ergeben, und Bewegung würde damit unmöglich sein (Machs Paradoxon); 3. ein unendlicher Kosmos würde unendliche tödliche Radiationskräfte ergeben, und das Leben würde damit unmöglich sein (biologisches Paradoxon). Als der Kosmos nicht unendlich ist, d.i. er hatte einen Anfang und wird ein Ende haben, ist die einzige mögliche Folge dass er nicht selbstständig und selbstgeschaffen sein kann. Das stellt die interessante Frage, was (oder besser Wer) ihn geschaffen hat.
Diese deutliche Endlichkeit des Kosmos wird ständig in Frage gestellt, um der unangenehme und „unwissenschaftliche” Frage des Schöpfers zu entkommen. Immer mehr neue Theorien werden dafür ausgedrückt um Frage über Anfang und Ende des Kosmos zu entkommen, aber keine scheint überzeugend zu sein.
Schon gut, das ist die gewohnte wissenschaftliche Methode, immer die gegebene Ergebnisse in Frage zu stellen. Das ist akzeptabel. Aber warum wird der Evolutionismus zu Orthodoxie emporgehoben? Niemand hat je eine neue biologische Art entstehen sehen können. Neulich wird die evolutionistische „Theorie” (besser gesagt, „Hypothese”) immer mehr angegriffen, nicht nur durch religiöse Fundamentalisten (diese Personen sind gar nicht überzeugend und manchmal ein bisschen lächerlich), aber auch von Mathematikern, Biochemikern und Palaeontologen (siehe, zum Beispiel, die Internet Seiten vom Boston Review und vom Massachusetts Institute of Technology). Zwei Grundsätze stehen den Evolutionismus gegenüber: 1. statistische Inflaktion (zufällige nützliche Mutationen sind so selten, dass man viel mehr Zeit als die ganze Entstehungszeit des Kosmos benötigt um eine lebendige Zelle zu kriegen), und 2. unbezwingbare Komplexität (5% eines Auges funktioniert nicht um ein 5% Niveau, sondern es funkzioniert gar nicht).
Neulich erwiderte ein Paleobiologe (Hoffman) den Vorschlag, jeden Versuch die „Gesetze” der Organismenumwandlungen zu verlassen, um nur das bescheidene Ziel zu verfolgen, die „Geschichte des Lebens” zu rekonstruiren. Homo sapiens sapiens sei nur seit ungefähr 30000 Jahre existent (s. 949)? Aber manche Fossilien von Menschen ganz gleich der Moderne sind entdeckt worden (bei Saccopastore, in Latium, zum Beispiel, in Spanien, usw.), die in keinem der hypothetischen Evolutionsbäume Platz finden können. Was machen die Evolutionisten? Sie denken neue Namen aus, z.b. Homo antecessor, um die orthodoxe Reihenfolge nicht zu stören. Wahrlich, wie Nobelpreisträger Sir John Eccles erwiderte, ist Materialismus nichts anderes als eine Art Aberglaube oder, besser gesagt, die schlimmste Art Aberglaube. Es ist klar, dass viele dieser Kritik nicht auf das wirkliche Thema des Buches gerichtet sind. Das ist im Allgemeinen ein interessantes und gut dokumentiertes wissenschaftliches Buch.
Aber da der Titel „Geophänologie” heißt, wäre es nicht besser gewesen, nur die Leistungsfähigkeiten der Kraftfelder der Erde zu behandeln und die vertrakte Fragen, die mit Geophänologie nichts zu tun haben, wegzulassen? Und wäre es nicht nötig, die zahlreichen Wiederholungen auch wegzulassen? Ohne unnötige Abschweifungen könnte dieses Buch mehr Raum zur Verfügung haben, um die Bilder größer und deshalb besser lesbar zu machen. EMILIO BIAGINI

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SUNTNE ANGELI?

Emilio Biagini

Suntne angeli? (Sone forse angeli?) ovvero: Gli imprenditori mirano al profitto. E gli “angelici” o “arcangelici” intellettuali a cosa mirano?
Basato su: Edward Feser (docente di filosofia alla Loyola Marymount University di Los Angeles), “I NOVE COMANDAMENTI DEL PENSIERO UNICO”, Il Giornale, 22 maggio 2006 (modificato)
L’egemonia della sinistra nelle università è così schiacciante che perfino le persone di sinistra non la mettono in dubbio. Si tratti di un’istituzione pubblica o privata, di un piccolo college o di un prestigioso campus universitario, si può prevedere con assoluta certezza che i temi che pervadono i programmi di studio saranno sinistroidi.
IL PENSIERO UNICO SINISTROIDE:
a) il capitalismo è intrinsecamente ingiusto, disumano e portatore di miseria;
b) il socialismo, quali che siano i suoi fallimenti pratici, è motivato dai più alti ideali e i suoi luminari, specialmente Marx, hanno ancora molto da insegnarci;
c) la globalizzazione danneggia i poveri del Terzo Mondo;
d) le risorse naturali si stanno consumando e l’attività industriale è sempre più minacciosa per l’ambiente;
e) quasi tutte le differenze psicologiche e comportamentali tra uomini e donne sono socialmente costruite, e le loro differenze di reddito o di presenza nelle diverse professioni sono per la maggior parte il risultato del sessismo;
f) i problemi dell’underclass negli Stati Uniti sono dovuti al razzismo, mentre quelli del Terzo Mondo sono dovuti ai perduranti effetti del colonialismo;
g) la civiltà occidentale è oppressiva in maniera unica, specialmente verso le donne e la gente di colore e i suoi prodotti sono spiritualmente inferiori a quelli delle culture non-occidentali;
h) le credenze religiose tradizionali, specialmente quelle cristiane, si fondano sull’ignoranza dei moderni metodi scientifici e oggi non possono più essere razionalmente giustificate;
i) gli scrupoli morali tradizionali riguardanti specialmente il sesso, si basano sulla superstizione e sull’ignoranza e non hanno alcun fondamento razionale …….
(Nel caso particolare dell’Italia si aggiunga questo mantra: “Berlusconi è cattivo, Berlusconi è cattivo, Berlusconi è cattivo …….”, o meglio ancora: “Berlusconi è fascista, Berlusconi è fascista, Berlusconi è fascista …….”.)
I PARAOCCHI DI SINISTRA
A forza di ripetere e sentir ripetere queste affermazioni, molti finiscono per crederci. Ciascuna di esse è falsa, in alcuni casi in maniera dimostrabile. Tuttavia è molto raro sentire nelle università qualcuno che sfidi seriamente questi dogmi, di solito accettati come talmente ovvi da far credere che ogni visione contrastante sia motivata da ignoranza o interesse personale. I grandi pensatori del passato che difendevano opinioni opposte alle loro vengono trattati come vecchiume, e i loro argomenti vengono presentati in forma caricaturale per ridicolizzarli: i pensatori del presente che difendono queste idee, quando non sono totalmente ignorati, vengono presentati come macchiette per poi essere consegnati all’oblio.
Visitando un moderno campus universitario si sente ripetere il mantra della diversità tante di quelle volte che viene voglia di urlare: Basta! L’unica diversità che non si incontrerà mai è quella che più conta in un contesto accademico: la diversità di pensiero sulle più fondamentali questioni riguardanti la religione, la moralità, la politica. Più dogmatici di così.
Ora, la domanda è: perché l’università è caduta in pieno dominio della sinistra? Esistono diverse teorie.
1) TEORIA DELLA SOPRAVVIVENZA DEL PIÙ A SINISTRA
I professori, a dispetto delle chiacchiere sulla diversità, tendono a circondarsi di colleghi che la pensino come loro in questioni di politica, moralità e cultura. Poiché i professori tendono ad essere di sinistra, quelli nettamente di destra tenderanno a essere eliminati dalla “selezione” quando si devono decidere assegnazioni di cattedre. Il problema di questa teoria è che spiega al massimo come un professore sinistroide ottenga la cattedra una volta che il numero degli accademici di sinistra raggiunga una massa critica, e come successivamente conservi la propria posizione. Ma perché mai dovrebbe formarsi questa massa critica? E perché non ci sono significative forze ideologicamente più equilibrate? Dev’esserci qualcosa nella natura stessa della professione che inclini i suoi rappresentanti verso sinistra.
2) TEORIA DEL SECCHIONE
Robert Nozick, nel saggio Perché gli intellettuali si oppongono al capitalismo?, suggerisce che la spiegazione è negli anni formativi dell’intellettuale medio. Questi è quel genere di persona che, a scuola, va bene sul piano intellettuale ma non altrettanto sul piano sociale. Egli cioè viene ricompensato per il modo esemplare in cui si conforma alle direttive dell’autorità centrale (l’insegnante) che applica un piano completo e dettagliato (il programma di studi) entro un sistema sociale irreggimentato (la classe scolastica); ma non viene remunerato allo stesso modo per i contributi che cerca di offrire alla sfera decentrata e non pianificata delle interazioni volontarie che costituiscono la vita di una persona giovane fuori dalla classe (le attività sportive, le feste, le relazioni con l’altro sesso …….). Così egli tende naturalmente a pensare che lo scenario del primo tipo sia più ragionevole e giusto del secondo, e generalizzando tenderà a favorire le politiche che comportano la pianificazione centralizzata piuttosto che i risultati non pianificati della libera interazione dei cittadini nel mercato. Bisogna anche aggiungere che in certi casi la libera interazione nel mercato non esiste perché si formano enormi concentrazioni di capitale e multinazionali che controllano il mercato. Ma, attenzione, sinistroidi e miliardari vanno spesso a braccetto: come mai? Perché il colosso economico cerca alleanze nello Stato, e le trova, mentre lo Stato e i suoi intellettuali-burocrati trovano conveniente accordarsi con chi ha tanti soldi. Le ideologie, i “sogni”, sono una cosa, il portafoglio un’altra.
3) TEORIA DEL RISENTIMENTO Non solo negli anni della loro formazione, ma anche durante la loro vita lavorativa gli intellettuali tendono a vedersi trattati ingiustamente dai loro coetanei. Come Ludwig von Mises ha sottolineato in La mentalità anticapitalistica, gli intellettuali provano risentimento per i più elevati guadagni monetari che nella società capitalistica accumulano uomini d’affari, atleti e uomini di spettacolo — quello stesso genere di persone che, si noti, che in gioventù erano più popolari dei secchioni imbranati sui campi da gioco e nelle feste — pur considerando la propria meno lucrativa occupazione di gran lunga più importante. Se l’ultimo album del cantante Diddy vende milioni di copie mentre la magistrale storia del Liechtenstein in cinque volumi del professor Doddy vende 106 copie, tutte acquistate da biblioteche universitarie, il professor Doddy inizia a domandarsi se il libero mercato rappresenti il sistema più equo per distribuire le ricompense economiche.
4) TEORIA DEL FILOSOFO-RE Questo ci porta alla “teoria del filosofo-re”. È probabile che molte volte l’intellettuale veda il mancato apprezzamento del proprio lavoro come un’ingiustizia non solo nei propri confronti, ma anche verso gli altri: in altre parole, chi non preferisce l’opera degli intellettuali sarebbe responsabile anche di un grave danno nei confronti di se stesso. Per il loro stesso bene, quindi, agli individui non dovrebbe essere lasciata molta libertà di scelta, e gli esperti nel gestire gli affari umani dovrebbero trovarsi a dirigere le loro vite al posto loro. L’intellettuale, fantasticando di essere egli stesso un tale esperto, si offrirebbe altruisticamente come volontario per svolgere questo compito. Ed ecco l’ideale del filosofo-re, che già si trova in Platone (esiziale pensatore totalitario, come ha ben dimostrato Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici). L’incremento del potere statale fornisce all’intellettuale maggiori opportunità per applicare le proprie idee. Come Hayek suggerisce nel saggio Gli intellettuali e il socialismo, per l’intellettuale medio è del tutto ragionevole l’idea che le persone più intelligenti dovrebbero essere le uniche a dirigere tutto. Naturalmente questo dà per scontato che loro siano in generale capaci di gestire le cose meglio degli altri: un assunto che stranamente queste menti cosiddette indagatrici non sembrano disposte a mettere in questione. L’intellettuale quindi si trastulla sempre con l’idea che le cose andrebbero molto meglio se solo tutti seguissero la visione del mondo che lui e i suoi colleghi hanno discusso nelle riviste accademiche. Come ha scritto Hayek ne La presunzione fatale, le persone intelligenti tenderanno a sopravvalutare l’intelligenza, e troveranno perfino scandalosa l’idea che l’intelligenza sia qualcosa che possa essere sopravvalutata. La cosa è invece del tutto possibile, dato che anche l’intelligenza dell’essere umano più brillante ha dei limiti. Riconoscerlo richiede una semplice dose d’umiltà, che generalmente scarseggia tra gli intellettuali.
5) TEORIA DELLA TESTA FRA LE NUVOLE Pur mancando di umiltà, alla fine l’intellettuale non dovrebbe arrivare a vedere le fredde e dure dimostrazioni della propria estrema inefficacia come pianificatore sociale? Non necessariamente: per quanto intelligenti possano essere nelle materie teoriche, nelle questioni pratiche gli intellettuali sono spesso del tutto privi di buon senso e saggezza quotidiana (mentre, al contrario, persone semplice e di buon senso rappresentano i leader politici ideali). E poiché gli “sogni” di sinistra sono paradigmaticamente contrari al senso comune e scollegati dalla realtà, non c’è da sorprendersi che gli intellettuali siano attratti da essi.
6) TEORIA DELL’INTERESSE DI CLASSE Infine, la quale la classe dei professori, una volta messa da parte la calcolata ipocrisia del “noblesse oblige”, non è affatto la disinteressata Educatrice del Popolo come ama presentarsi. È solo un altro meschino gruppo di pressione, che lotta con gli altri animali nella giungla del welfare state per arrivare al capezzolo del governo. Avendo maggiori capacità di articolare le parole, riesce a mascherare i suoi reali motivi: si presenta infatti come un nuovo ceto sacerdotale, la cui religione socialista offre allo Stato una giustificazione per la sua esistenza in cambio di un’occupazione permanente nelle fabbriche statali della propaganda (scuole pubbliche e università), e dell’opportunità di elaborare a tavolino i piani che i funzionari statali applicheranno.
I CORTIGIANI DI STATO
Il sinistrismo degli intellettuali, non solo americani, è così facilmente comprensibile, dato che si tratta precisamente dell’ideologia che ognuno si aspetterebbe dalla classe dei cortigiani di Stato. Di fatto, è molto profittevole per un intellettuale sostenere le politiche di sinistra, dato che queste richiedono inevitabilmente programmi di lavoro per gli esperti, cioè degli intellettuali stessi.
E sarebbe veramente strano se, unici ed eccezionali nell’intera umanità, gli intellettuali fossero esseri angelicamente puri e del tutto disinteressati, che studiano e faticano per il bene del prossimo, privi di orgoglio intellettuale e di vizi.
E no, cari, non attacca.

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LA RISCOSSA DELLA SATIRA TAGLIENTE

RETURN OF THE SHARP WITS
by Peter Aspden
As political correctness wears off, today’s comic masters, who liberally cause offence, show that we are living in a golden age of comedy When Sacha Baron Cohen first portrayed his character Ali G on British television, recrimination followed swiftly. It was alleged that the grotesque caricature of British black culture that Ali G represented was disrespectful, misleading and racist. The fact that it came from as Cambridge-educated Jew did not help matters at all.
A truly feeble defence was mounted by those who found themselves stung by the criticism (though not by Baron himself, who generally and admirably declined to expose himself — his real self — to the media). It went something like this: Ali G was not making fun of black culture; he was actually making fun of white wannabes. The really funny thing about him was this gap between his aspirational self and the banal reality. Ali G’s killer line was: “Is it because I is black?” because he so obviously wasn’t.
There is some truth in that. But make no mistake: Ali G was utterly and splendidly satirical of a certain aspect of urban black culture. Spend any time watching MTV videos and you will see exactly what Ali G makes fun of: the ridiculous posing, the ghastly dress sense, the cheap (and frequently repellent) machismo, the bling, the triteness and aching desire to be cool that, by its very self-consciousness, achieves exactly the opposite.
Considering that they are such vibrant art forms, rap and hip-hop remain depressingly mired in violence and misoginy. They are more than worthy of ridicule. But what Ali G came across when he first devised his routine was the clumsy barrier of political correctness. It was just easier to contend that he was mocking white copycats. But where is the joke in that? It was the germ of truth in his characterisation of black braggadocio that made the comedy bite. It feels uncomfortable to point this out. Yet satire that doesn’t bite is no satire at all.
Baron Cohen is currently embroiled in all those arguments once more, this time for his portrayal of Borat, the television journalist from Kazakhstan, in his new movie Borat: Cultural Learnings of America For Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan. The Kazakh government is reportedly unhappy: to which the answer should be: tough. Comedy should be given licence to ride roughshod over these (over)sensitivities. That is one of the mainstays of western liberal culture.
Yet too often it draws back. It all started so promisingly, in flabby postwar America, with the acid performances of Lenny Bruce. Like his rock-and-roll counterpart Jim Morrison, he was scrutinized and arrested for his stage antics, deemed obscene, and finally became a martyr to his own cause, cutting a pathetic figure as he became obsessed with his persecution. Yet Bruce had balls: there was no more vivid chronicler of the dramatic change in American social mores during the 1950s and 1960s. His chief targets were sexual hypocrisy and the church. It was a good thing that the story of Christ had not occurred today, he said, otherwise “we’d all be wearing electric chairs on chains round our necks”. Like many of Bruce’s lines, that one hit two plump targets — religious devotion and redneck vengefulness — with one timely barb. But that brand of comedy, so truthful that it hurts, lost its edge.
Just as rock music turned into a mushy, self-indulgent blend of hippy hedonism and straightforward materialism, comedians too found it easier to escape into alternative universes as they swelled their bank balances. Woody Allen became the comic of choice in the 1970s, with his cerebral take on stand-up comedy: “I cheated in my metaphysics exam,” he observed in one of his most celebrated routines. “I looked into the soul of the boy sitting next to me.” It was erudite and funny but also a very comfortable form of wit.
A genial surrealism dominated in the succeeding years. There was the US’s Rowan and Martin Laugh’s Laugh-In, hooky and cute, and Britain’s brilliantly inventive Monthy Python. With Life of Brian, the Python team found its sharpness but its target was dogmatic Christianity; and because western culture is as steeped in Aristophanic satire as in Christian dogma, the results were less subversive than might have been expected. With the arrival of political correctness, though, it became ever harder to have tough things to say in a humorous way. Britain’s so-called alternative comics indulged themselves in farce and cheap politicking while mainstream sitcoms, on both sides of the Atlantic, settled into the mise en scène of their cosy sitting rooms with cadaverous complacency.
But in recent years, comedy has refound its ability to snap at its targets. Ali G and Borat were only part of it. Thanks to HBO, Garry Shandling created the perfect postmodern recreation of the hell-hole in The Larry Sanders Show. And Larry David zeroes in on a dizzying variety of social sore points in his Curb Your Enthusiasm. Chris Morris and Armando Iannucci have led the way in Britain, painting their respective pictures of life in the media and politics with a viciousness that would not have shamed Hogarth.
Watching Iannucci’s "The Tick of It" makes us wonder: did the cosy exchanges of "Yes, Minister" take place only 25 years ago? All these comic masters, who liberally cause offence, convince me that we live in a golden age of comedy. They are working in an environment of heightened sensitivities and casual hatred; yet still they continue to make fun. We need these gadflies on the body politic more than ever.

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IL PENSIERO DEBOLE E LE “SCIENZE UMANE”

Emilio Baigini

Ahimé, il relativismo dilaga. Naturalmente ci sono cascati anche i geografi. Tenetevi saldi, anzi, allacciate le cinture, perché la geografia accademica dà spettacolo.
Parliamo della regionalizzazione, che “dovrebbe” essere lo studio del modo in cui si formano le regioni funzionali, ossia quelle che gravitano intorno ad un centro urbano dal quale la popolazione regionale ottiene i necessari servizi. Anzi, lasciamo parlare l’”esperto”.
Si tratta del Prof. Angelo Turco (1984), il quale formula in proposito ciò che egli chiama “tesi forti”. Scrive il prefato autore: “La prima tesi che espliciterò è (…..) la seguente: la ricerca regionale aumenta in modo sostanziale l’intelligibilità dell’organizzazione umana dello spazio; ciò perché la regione si configura come una formazione geografica che garantisce la realizzazione di obiettivi socialmente più rilevanti di quelli perseguibili a mezzo di formazioni geografiche che dirò genericamente elementari e/o di essi comprensivi”.
Sulla nascita della regione, il Turco è altrettanto chiaro: essa nasce in quanto “la territorializzazione progressiva comporta una complessificazione dell’ambiente (…..) Con altre parole un attore sintagmatico (…..) nel mettere a punto strategie sull’uso del territorio (…..) opera in condizioni estremamente opache e, in particolare, non conosce esattamente né il ventaglio né la performatività delle sequenze operative capaci di assicurare congruenza tra le attese che lo inducono ad agire ed i risultati effettivamente conseguibili. Si colga correttamente l’accezione del termine complessità; esso designa in effetti una differenza tra potenzialità ed attualità nell’agire rendendo l’agire stesso consustanziale ad una ‘cogenza selettiva’. Nel dire dunque che la complessità è una funzione diretta della massa territoriale, penseremo alla territorializzazione come portatrice di un esito con doppio contenuto: da un lato, lo sganciamento degli attori dai condizionamenti fisico-naturali; dall’altro lato, l’assoggettamento degli attori all’imperativo costante e gravoso di scegliere, di prendere incessantemente decisioni in un ambiente incerto ed impresico” (Turco 1984).
Ma come potrà il povero “attore sintagmatico” cavarsela nell’ambiente “impresico”? Naturalmente, ricorrerà ad un “mediatore”. Infatti, continua l’angelico Turco, “la relazione tra l’attore e l’ambiente non è binaria; essa, piuttosto, è ternaria, operandosi per il tramite di un mediatore la cui funzione essenziale è ridurre la complessità, ossia di respingere il divario tra le potenzialità e l’attualizzazione dell’agire. Chiameremo tale mediatore genericamente senso e lo intenderemo in termini luhmanniani come la ‘forma delle premesse per la ricezione di informazioni e per l’elaborazione cosciente dell’esperienza vissuta che rende possibile la comprensione e la riduzione cosciente della complessità elevata’”.
Onde evitare che rimanga qualsiasi ombra di dubbio circa l’interpretazione della sua chiarissima prosa, il Turco si preoccupa di precisare che il “senso del senso (….) coincide assai semplicemente con la plausibilità di una mediazione necessaria tra attori ed ambiente complessificato, come preordinamento convenzionale ed insieme processivo delle strutture implose”.
Altrove, nel trattare del rapporto tra geografia e scienze umane, il Turco (1987) spiega che “il fondamento prasseologico legalizza tramite l’autoreferenza tutti quegli accadimenti — e quei comportamenti — che il fondamento normativo non riusciva a legare tramite stipulazioni”, e che “il gioco linguistico trascende la preformazione linguistica della cognizione anche se non ne annulla la cogenza”, ed inoltre — continua, con cristallina evidenza, il Turco — “È solo il rinvio alla pertinenza come idealità dell’autoriflessione che può dare indicazioni sul ramo del fiume che si è imboccato alla biforcazione: se quello che dopo una serie di rapide conduce alla cascata; oppure quello che scende alla pianura lento e sicuro”, infatti — chiarisce il Turco — quello che ci vuole è “un contesto della giustificazione in grado di istituire a valle una simmetria di rapporti interdisciplinari squilibrati a monte. Ove ciò non si dia (sic), la disciplina si muove in un quadro di transizione al caos che più chiaro non si potrebbe immaginare: importa problemi la cui soluzione disciplinare è priva dei requisiti di scambiabilità: l’autoreferenza è ridotta alla pura funzione di conservazione e riproduzione biologica della comunità, infatti” — continua a chiarire sempre più cristallinamente il Turco — “una ragione critica autoreferenziale afferma anzitutto se stessa negando consistenza argomentativa ad asserzioni come ‘questa non è geografia’. Essa si dota di una teoria riflettendo sulle connessioni che si stabiliscono tra prasseologia ed ideali-referenti esterni, l’obiettivo atteso essendo, beninteso, il successo della fluttuazione disciplinare. Essa infine intende la tecnica della critica come valutazione dei contesti creativi e giustificativi in quanto pratiche secondarie di legittimazione incaricate di elaborare pertinenza disciplinare” (Turco 1987).
Non ancora soddisfatto di tali illuminanti asserzioni, Angelo Turco torna alla carica, per rendere noto ad un mondo in impaziente attesa che “la dinamica del nostro veicolo segnico trova svolgimento lungo l’asse delle relazioni pragmatiche”, infatti, “le relazioni pragmatiche, obbligando a slittare dalla sostanza linguistica del designatore alla sua effettualità, agli imperativi etimologici del prassein, il fare di cui è portatore, ci proietta nel cuore della tematica habermasiana dell’agire comunicativo” (Turco 1994). Chi ha capito cosa vuol dire, alzi la mano.
No, non si tratta di un turco che cerca di dimostrare la propria maturità ad entrare nella Comunità Europea parlando quello che egli molto ottimisticamente crede sia italiano, e magari spera di surriscaldare il cervello dei lettori al punto da far loro dimenticare l’Olocausto armeno.
Si tratta proprio di un professore di un’università italiana, vincitore di regolare concorso. Il fatto più grave è appunto che parole in libertà come quelle riportate sopra abbiano incontrato il favore di una miserabile commissione di concorso ed abbiano quindi fruttato all’individuo lodi, appoggi e lauri accademici, nonché l’opportunità di insegnare baronalmente all’università, costringendo gli studenti a ripetere all’esame bizzarre esternazioni del genere.
Nella frenesia di iperspecializzazione e disfacimento morale, mentre si continua, a dispetto di ogni evidenza in contrario e di ogni fallimento epocale, a blaterare la “geografia marxista”, è nata pure la “geografia dei froci” (pardon, dei “gay”) e la “geografia femminista”, e le parole d’ordine della ricerca, che in passato erano ancora “ipotesi” e “verifica”, sono state sostituite da “discorso”. Infatti “ipotesi” e “verifica” sanno di accertamento della verità, concetti che, com’è noto, fanno parte di un antiquato bagaglio culturale “fascista” e “berlusconiano”, quindi da condannare al rogo. “Discorso” è politicamente corretto: si adatta perfettamente alla nostra età delle chiacchiere.
Non vi è quindi da stupirsi se la geografia come disciplina attraversa una seria, anzi serissima crisi, e di questo passo finirà per scomparire. Ciò che, in parte, finora, salva la geografia, è che, se Atene piange, Sparta non ride.
Cervelli surriscaldati si aggirano infatti anche in altre discipline, ciò che tende a mascherare la crisi dell’infelice disciplina che vanta tra i suoi padri nobili Eratostene e Alexander von Humboldt. Tanto per fare un esempio, anche certi sociologi hanno dato spettacolo: la scuola statunitense dell’”etnometodologia” (Garfinkel 1967, Turner 1974, Zimmerman & Pollner 1970, Zimmerman & Wieder 1970), ad esempio, è legata al presupposto secondo cui la società non sarebbe organizzata sulla base di rapporti intersoggettivamente verificabili tra individui, istituzioni e modelli culturali, e quindi sul modo di vivere delle persone normali e dotate del ben dell’intelletto. Al contrario, secondo gli “etnometodologi”, si baserebbe semplicemente su un soggettivo “senso dell’ordine sociale”, il quale farebbe credere a tutti che esista una struttura sociale, un “mondo reale”. Ma il mondo reale, per costoro, non c’è, o non si può conoscerlo. La matrice idealistica, e quindi gnostica, di simili farneticazioni è evidente. George Berkeley (1685-1753) era un vescovo anglicano di Cloyne, uno dei numerosi ecclesiastici protestanti imposti dagli inglesi all’Irlanda a succhiare le decime agli sventurati contadini cattolici oppressi, umiliati e minacciati dalle continue carestie (ma morire di fame non sarà un’idea soggettiva?). Questo degno “pastore” protestante aveva inventato l’assioma “esse est percipi”. In altre parole, l’universo sarebbe “fatto di idee”. Si racconta che ad un amico il quale obiettava che se egli, Berkeley, avesse urtato una pietra avrebbe dovuto ammettere, a causa del dolore provato, che la pietra stessa non era affatto un’idea, il vescovo-filosofo abbia risposto imperterrito: “Ma anche il dolore sarebbe un’idea”. Una risposta del genere non è che un sofisma, ossia una gratuita (e ridicola) acrobazia intellettuale. Non sappiamo quale sia stata la contro-risposta dell’amico, se ve ne fu una, ma costui avrebbe potuto agevolmente controbattere che il fatto stesso che si stessero parlando e si comprendessero a vicenda dimostrava l’esistenza di una condizione di intersoggettività. Infatti i concetti di “pietra” e di “dolore” erano immediatamente evidenti a tutti e due, e a chiunque ascoltasse il loro eletto conversare.
Una simile intersoggettività non avrebbe potuto verificarsi senza un solido e ben conoscibile mondo reale, al quale entrambi, come tutti gli altri, facevano riferimento nel loro ragionare e discorrere. Le medesime mode intellettuali che non conducono da nessuna parte riemergono secolo dopo secolo, perché ogni tanto qualcuno crede di riscoprire non l’acqua calda, ma la risciacquatura dei piatti, e con quella crede di supplire al vuoto pneumatico esistente nel suo cervello. Il relativismo o, comunque lo si voglia chiamare (soggettivismo, postmodernismo, pensiero debole, dispepsia, diarrea intellettuale, putrefazione, proliferazione di vermi nel cervello) riemerge, guarda caso, proprio nel momento in cui, grazie alla scienza autentica, le concezioni atee e materialistiche entrano in crisi irreversibile.
È infatti contraddittorio, oltre che grottesco, lo scientismo che pretenderebbe di attribuire alla scienza il ruolo di “unica” (sic) fonte di conoscenza, dato che la proposizione “la scienza è l’unica fonte di conoscenza”, proprio quella, non è dimostrabile scientificamente. Si cade quindi, come ben rileva il Popper (1968), nella ben nota assurdità che i logici chiamano paradosso del cretese (“Un cretese dice: ‘Tutti i cretesi mentono’”, ma se questa affermazione è vera, vuol dire che almeno un cretese ha detto la verità, dunque la tesi si autodistrugge). Come rilevato altrove in questo sito, nel la sezione “Cœli enarrant gloriam Dei”, l’evoluzionismo è ormai violentemente contestato da numerosissimi scienziati (non integralisti protestanti legati all’interpretazione letterale della Bibbia, ma matematici, genetisti, paleontologi). La spiegazione materialistica dell’evoluzione in base al semplice caso, senza l’intervento inevitabile di una mente creatrice e ordinatrice, si rivela sempre meno sostenibile, a dispetto delle elucubrazioni alimentate dai salotti buoni dell’alta massoneria anglosassone.
Al tempo stesso, la ricerca cosmologica (anche qui vedi la sezione “Cœli enarrant gloriam Dei”) mostra inesorabilmente un quadro sempre meno compatibile con la concezione di un universo infinito, eterno e dominato dal caso, una concezione cara ai materialisti, che avrebbe permesso loro di sognare un impossibile mondo senza Dio e senza Creazione. È solo grazie al pensiero debole, anzi debolissimo, che un astrofisico può dichiararsi “ateo”, ma se gli si chiede come può il mondo esistere senza una mente creatrice e ordinatrice non saprà rispondere. Il marxismo, poi, è ridotto in cenere e affogato nel mare di sangue di milioni di vittime, anche se marxisti ed ex-marxisti continuano a formare una classe chiusa che gode tuttora di importanti rendite di posizione nella società, specie nel campo della cosiddetta “cultura”.
Che il relativismo sia l’ultima spiaggia per il materialista ateo che cerca di sfuggire al proprio fallimento intellettuale e morale? Il relativismo assoluto è sterile, errato e in mala fede, ben degno di accademici palloni gonfiati che hanno venduto l’anima. Nessuno ci crede veramente, specie se ad essere messo in gioco è lui stesso. Se siete abbastanza grossi e forti o conoscete il karaté in modo da poter contenere eventuali reazioni violente, provate a prendere da parte qualcuno di quegli intellettualoidi che si dichiarano fautori del “pensiero debole” e insultate per bene lui e i suoi onorevoli antenati, e poi state a vedere il risultato. Scoprirete subito che il relativismo del gentiluomo si dilegua come nebbia al sole: egli pure è convinto che esistano verità oggettive, quelle che gli fanno comodo, naturalmente. Come minimo, dando prova della sua brillante immaginazione, vi dirà che siete “fascista”, concetto assurto a certezza assoluta di male metafisico (dunque, c’è qualcosa che non è relativo). Di certo vi è che, con l’avanzare del cosiddetto “postmoderno”, regna, proclamata come Vangelo, l’incertezza del relativismo, un tunnel buio dal quale non si vede ancora la fine.
Niente di nuovo: non è altro che il decrepito scetticismo degli antichi sofisti greci, quale fu il vecchio Pirrone di Elide, tirato fuori dalla naftalina. “Nulla di nuovo sotto il sole”, ammonisce, non a caso, il libro dell’Ecclesiaste. “Esaminate ogni cosa, ritenete ciò che è buono”, è l’esortazione di San Paolo, che esorta alla fiducia cristiana nei poteri della mente umana, un dono divino col quale siamo ben capaci di investigare e giudicare. Se i relativisti avessero ragione, non avrebbe alcun senso affaticarsi per imparare, per cercare lavoro, per fare qualcosa di utile. Tanto varrebbe fare solo i propri comodi, che è poi proprio l’obiettivo dei relativisti, i quali per prima cosa “relativizzano”, cioè rimuovono dal proprio febbricitante cervello le certezze della Rivelazione cristiana, e “aboliscono” i “fastidiosi” Dieci Comandamenti e la morale naturale, così come i sadducei e i farisei vollero che Cristo fosse “abolito” dalla Croce perché era per loro vivente rimprovero, così come tutti i viziosi e gli idolatri di se stessi non vogliono sentire parlare di peccato, castigo, inferno.
Il relativismo è l’ideologia ideale per una società di drogati, per giustificare il disfacimento intellettuale e la disgregazione sociale, fino all’estinzione del genere umano secondo l’utopia neognostica e diabolica degli eretici càtari. Del resto non avrebbe neppure senso ascoltare quanto i relativisti stessi dicono: se “tutto è relativo” perché proprio loro dovrebbero sfuggire alla relativizzazione e pretendere di poter insegnare qualcosa? Anche la proposizione “tutto è relativo”, infatti, si sgretola, per palese contraddittorietà logica, contro la dura roccia del paradosso del cretese.
EMILIO BIAGINI

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GRANI DI SAGGEZZA

Così dice il Signore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell’anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti. Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni”.
Dal libro del profeta GEREMIA (17, 5-10)

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DELLO SCRIVERE NARRATIVO

Emilio Biagini

IL DILEMMA DI FONDO
Ogni opera narrativa, specie se di ampio respiro come un romanzo, deve affrontare un dilemma di fondo tra realismo e idealizzazione della realtà. Il problema è meno serio nel caso di un semplice racconto di poche pagine o poche decine di pagine che può limitarsi a mostrare uno squarcio della realtà, ma per un romanzo il dilemma non può essere eluso. Una rappresentazione realistica della realtà deve fare i conti con la condizione umana, e il rischio è perciò quello di scrivere un’opera deprimente (si pensi ad esempio quanto deprimenti sono le biografie, che finiscono sempre davanti ad una tomba). Idealizzare la realtà significa invece concludere con il classico lieto fine: si tratta di un artificio, grazie al quale la narrazione viene “tagliata” al momento culminante, quando i due “eroi” finalmente si sposano e si suppone quindi che da allora in poi vivranno “sempre felici e contenti”. Il lieto fine non mostra quindi l’inevitabile invecchiamento, le eventuali e sempre possibili disgrazie, le malattie, la solitudine del coniuge rimasto vedovo. La condizione umana non perdona. Anche se tutto va bene, finisce sempre male.

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CHIAMIAMO LE COSE COL LORO NOME

Caro amico ti scrivo per dirti che sei scemo.
Non è un’offesa la mia, solo una constatazione fatta per il tuo bene, nella speranza di riuscire a scuoterti. Io non mi considero per niente superiore a te. Sono solo un poco più realista, forse un poco più umile, quanto basta per riconoscere che Dio viene prima di me ed è al di sopra di me.
Tu invece ti dichiari ateo. Due demoni deformi sostengono questa tua presunzione: si chiamano superbia e invidia. Superbia di volerti credere indipendente, di non voler riconoscere alcuno al di sopra di te, nessun Creatore, nessun Redentore, nessun Giudice. Invidia che ti spinge a volerti collocare al vertice dell’universo, al vertice della Creazione, al posto di Dio. Conosco bene le tentazioni alle quali hai ceduto.
Non c’è credente che non abbia mai avvertito spinte alla ribellione e non abbia mai desiderato, ad un certo punto, di poter “dimostrare” che Dio non esiste. Ora rifletti: che cosa credi abbia spinto il più grande, il più bello, il più intelligente delle gerarchie angeliche a ribellarsi? Non lo sai? Te lo dico. Non ti interessa? Te lo dico lo stesso.
Lo hanno spinto la superbia e l’invidia. Si chiamava Lucifero, il portatore di luce, ed è divenuto il diavolo, colui che divide. Creatura impastata di odio come prima era tutto amore, così come l’aveva creato Dio, che fa solo cose buone. Fra le cose buone, anzi ottime, vi è la libertà. Ma se male usata la libertà porta alla rovina.
Essendo spirito perfetto, l’angelo ribelle non può più cambiare. Non può più riconciliarsi col Dio che ha offeso. Né Dio toglie la libertà a chi la usa male. Non è un tiranno. Egli rispetta la libertà delle sue creature fino in fondo, fino alle estreme conseguenze. I Suoi doni sono irrevocabili, perché la sua generosità è infinita.
Lucifero aveva ricevuto il dominio su questo mondo, era il principe di questo mondo. Per l’umanità avrebbe potuto essere il più grande dei santi, venerato subito dopo il culto di adorazione dovuto a Dio. Invece ha scelto di ribellarsi, per superbia ed invidia verso il Dio fatto uomo e verso quella che era destinata a diventare Sua Madre, la più alta di tutte le creature, già presente come idea nella mente divina.
La sua colpa lo ha reso malvagio e orrendo. Tuttavia è ancora principe. La sua dignità non gli è stata tolta. È ancora dotato di grandi poteri, che usa per fare il male. E questo, insieme all’uso disastroso che noi stessi spesso facciamo del libero arbitrio, spiega benissimo perché in questo mondo regna il male. E tu, nel tuo piccolo, sei come l’angelo ribelle: superbo, invidioso e sconsigliato nell’usare la libertà di scelta, il dono del libero arbitrio che Dio ti ha dato.
Tu sei come Lucifero, solo più debole. Quando morirai e sarai quindi anche tu spirito perfetto e immutabile, sarai suo schiavo all’inferno, dato che hai liberamente scelto di servirlo sulla terra. A meno che tu non cambi e ti converta finché sei in tempo, questo sarà il tuo destino. Tu ridi, e dici che i preti si guardano bene dal parlare così.
Non è del tutto vero, perché la dottrina della Chiesa non è cambiata e non può cambiare perché insegnata da Cristo stesso, che è Dio incarnato. Il cielo e la terra passeranno ma le Sue parole non passeranno, e tra le Sue parole vi sono anche quelle, terribili, sul “fuoco della Geenna”, sul luogo “dove il fuoco non si estingue” e il “verme” dell’anima peccatrice “non muore”.
Vorrebbe morire, per sottrarsi ai tormenti, il più terribile dei quali è l’essere privati per sempre della contemplazione di Dio, ma non può morire.
Tu continui a ridere, e dici che questi sono discorsi da medioevo. E che viuol dire? Una delle più stupide manifestazioni di idiozia urlante è proprio questo relativizzare e storicizzare tutto. Se “tutto è relativo”, perché proprio il relativizzatore sarebbe l’unico degno di fede? E un’affermazione cessa di essere valida solo perché è stata fatta in passato? Un insegnamento non conta più perché risale a tanto tempo fa?
Certo che i computer di un anno fa sono già superati, quelli di tre anni fa addirittura antidiluviani. La locomotiva a vapore è superata dalla ferrovia a levitazione magnetica. E con ciò?
Sei tanto sprofondato nella materialità da credere che le medesime regole valgano per il “progresso” tecnico e per l’Eterno? Forse che l’omicidio è diventato lecito? Forse che il sangue di Cristo versato per la salvezza dell’umanità ha un valore diverso nel primo e nel ventunesimo secolo? L’ha versato anche per te. Speriamo che non l’abbia versato invano. Ridi, ridi, aspetta e vedrai.
Molti preti preferiscono non parlare delle verità ultime, è vero. Morte, giudizio, inferno, paradiso: sembra che sia più facile parlare d’altro, di cose più facili a capirsi, di problemi “concreti”, di assistenza sociale. Cose senz’altro rispettabili, ma che hanno il piccolo difetto di essere transitorie. Ci sono sempre stati cattivi preti, preti infedeli, che preferivano andare d’accordo col mondo piuttosto che con Dio, e tacevano le verità scomode.
Quasi tutte le verità sono scomode. La realtà è difficile da guardare in faccia. Ma l’illusione non aiuta per nulla. L’inferno è pieno di anime che erano convinte che non esistesse, e di anime di preti che avevano preso sottogamba il loro dovere di ammonire i peccatori. E ammonire i peccatori, fino a prova contraria, è una delle opere di misericordia spirituale. Non ho bisogno di dimostrare che ho ragione: la prova migliore di quanto affermo sei tu stesso, e il mondo che quelli come te hanno saputo costruire, il mondo edificato sulla mancanza di fede.
È un mondo in cui, fallite tutte le arroganti ideologie che pretendevano di fare a meno di Dio e del Suo Vicario, sa solo additare l’ultima utopia: il nulla. Dirai che le religioni hanno fallito perché hanno saputo solo portare violenza. Tanti altri l’hanno detto prima di te. Complimenti: invece le ideologie ispirate all’ateismo hanno portato la pace, vero? La pace dei cimiteri. Poi, che significa “le religioni”? C’è una sola religione che interessi: quella rivelata da Dio attraverso Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.
Appena nato, il Cristianesimo è stato immediatamente perseguitato in modo atroce. Il suo stesso popolo ha respinto il Redentore, e adesso aspetta ancora un Messia che è già passato su questa terra. Non per nulla sappiamo bene chi è il principe di questo mondo, e di quali inganni e malvagità sia capace. Le persecuzioni non sono mai cessate e mai cesseranno. Ci sono stati settanta milioni di martiri cristiani, di cui quarantacinque milioni nel diabolico secolo ventesimo, il secolo dell’ateismo, il più violento, malvagio e bestiale di tutti i tempi. E il ventunesimo secolo non promette certo di essere migliore.
Qualche volta i cristiani hanno cercato di difendersi, magari di opporsi ad una spaventosa eresia come quella catara, che predicava l’estinzione dell’umanità, oppure di riconquistare un luogo particolarmente amato, come il Santo Sepolcro, strappato loro dagli infedeli. Apriti o cielo: cattivi cristiani, come si permettono? I persecutori, invece, tanto buoni e civili. Le persecuzioni, pure esagerazioni. Le menzogne anticristiane, le calunnie contro la Chiesa, sono la materia prima della prestigiosa storiografia laicista, che imperversa nelle scuole e nelle università.
Che dici? L’ambiente? Il Cristianesimo è cattivo perché ha assegnato all’uomo il dominio sulla natura? Ma l’uomo ha il dominio sulla natura, che lo voglia o no. È l’intelligenza a dargli questo dominio, l’intelligenza che è dono di Dio e che va insieme all’anima immortale. Che poi l’intelligenza possa essere sperperata e l’immortalità dell’anima possa tramutarsi in una malediazione infernale dipende solo dall’uso che l’uomo ne fa, non dal Datore dei doni. Con l’ambientalismo estremo, ogni altra cosa resta subordinata ad un’autentica idolatria della natura. E che farai, quando sarà la tua ora? A chi ti rivolgerai? Il mare salverà la tua anima? le montagne? il panda? Chiederai agli ecosistemi di assolverti dai tuoi peccati?
Ti proclami “democratico” e “antirazzista”. Facciamo un esempio del tutto teorico. Che ne diresti di un gruppo umano, diciamo di una cultura, che vieta alle proprie donne di sposare uomini di altre culture o di avere rapporti con loro (le sfregia con l’acido, spezza loro le gambe e le ammazza se trasgrediscono). Al tempo stesso gli uomini di quella cultura fanno liberamente preda delle donne di altre culture e dei relativi figli, che possono essere allevati solo in quella cultura, altrimenti guai. Una cultura che considera le donne esseri irrimediabilmente inferiori e prescrive che il marito possa picchiare impunemente la moglie, perché lo dice “il libro”. Una cultura che ammazza apostati e adultere, e anche donne rimaste vittime di violenze carnali, o che nel difendersi da una violenza carnale hanno causato la morte di un prezioso maschione. Una cultura che insulta tutte le altre e non tollera la minima critica o il minimo scherzo. Una cultura che si proclama destinata a dominare tutte le altre. E non si tratta di atteggiamenti “estremisti”, ma della “normalità” di quella cultura, perché è tutto “nel libro”.
Pensa se fossero i cristiani a predicare e cose del genere e a comportarsi in conseguenza. Orrore, cristianesimo delinquente, bisogna annientarlo. Ma non si tratta certo dei cristiani, ma di altri. Altri che, per tutta la loro storia, hanno aggredito, massacrato e perseguitato i cristiani, trattandoli da esseri inferiori (dimmhi), e spesso obbligandoli all’apostasia. E tu? Tu, democratico cuore tenero antirazzista e ultrapacifista? Tu zitto. “Va bene così: quello non è razzismo; è la loro cultura”. E dai a mettere paletti e a nascondere la testa sotto la sabbia: “Non bisogna dire queste cose, si scatenano conflitti”. Scatenare conflitti? Dire la verità è scatenare conflitti? Ma se il conflitto c’è, che lo vogliamo o no. Sai una cosa? Non sei solo scemo. Sei un vigliacco.
Ma no, tu dici, è tutta questione di arretratezza: un po’ di “cooperazione economica” e di “international understanding” e il gioco è fatto; “costruiamo ponti, non barriere”, “parliamo e dialoghiamo”; “lo sviluppo economico risolverà tutto”. Non c’è dubbio: diventeremo tutti ricchi, tutti pacifici, tutti tolleranti; le religioni sono “una sovrastruttura”, non contano. I geni che pontificano dalle più prestigiose cattedre, i baroni, i figli di baroni, i generi dei baroni, hanno parlato. I conflitti sono solo una conseguenza della povertà e dell’“imperialismo” (americano, ovviamente). Già, ora che ci penso, hai ragione: Caino ha ammazzato Abele perché era povero e sobillato dalla CIA.
Ma sì, confessa che quella tale cultura anticristiana in fondo non ti dispiace, proprio perché è anticristiana. E il solo pensiero che qualcuno possa proporre di limitarne l’immigrazione ti fa venire la dispepsia. Più nemici del Cristianesimo, più bella è la vita, per quelli che hanno dichiarato guerra ai Dieci Comandamenti. Non a caso, tutte le profezie, a partire dall’Apocalisse (confermata da numerose rivelazioni private), dicono che l’ultima persecuzione contro Cristo sarà la peggiore di tutte.
Noi siamo qui per soffrire e perdere. Il cristiano è un perdente? Apparentemente. Morire, e di morte orribile sulla croce, è una sconfitta? No, se dopo viene la Resurrezione. No, se alla venuta in humilitate, in mezzo ai rifiuti, ai dileggi, alle persecuzioni, segue la venuta in majestate, a giudicare i vivi e i morti.
Non so se la cosa possa interessarti, ma chi perseguita la Chiesa perseguita Cristo, cioè Dio, e con lui dovrà vedersela alla fine, Apparendo a Saulo, il futuro San Paolo, sulla via di Damasco, Cristo non disse: “Saulo, Saulo, perché perseguiti i miei seguaci?” come sarebbe stato più logico. Più logico secondo la logica umana. Ma i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, Come il cielo sovrasta la terra, così i pensieri di Dio sovrastano i nostri. Cristo disse: “Saulo, Saulo, perché Mi perseguiti?”
C’è un piccolo particolare che i saccenti ignoranti non sanno e, se ne hanno qualche vaga idea, non vogliono sentir nominare. L’esistenza umana su questa terra durerà finché non sarà “completo il numero dei martiri” (anche questo dice l’Apocalisse). Ogni martire, ogni membro del Corpo mistico di Cristo martirizzato, avvicina l’ora della fine.
La nostra sofferenza, la nostra sconfitta, è solo il preludio alla fine del tempo, alla fine del mondo, alla fine del dominio del principe di questo mondo. La nostra sofferenza è il preludio all’eternità. “Quando veneris iudicare saeculum per ignem”, dice la Messa funebre more antiquo, “quando verrai a giudicare il mondo col fuoco”.
È un caso se cresce l’ansietà per un possibile impatto di asteroide? L’impatto che ha posto fine all’era mesozoica (65 milioni d’anni fa), distruggendo i dinosauri e moltissime specie di altri organismi, è stato causato da un asteroide del diametro di soli dieci chilometri, in seguito al quale la superficie delle terre emerse è stata letteralmente divorata dal fuoco, e poi congelata. Sono state scoperte tracce indubitabili di ciò: il cratere meteorico di Chicxulub, nello Yucatan, di oltre centottanta chilometri di diametro, e segni di immensi incendi e tsunami: tutte tracce risalenti esattamente all’epoca della grande estinzione. La scoperta, dovuta a ricerche di fisici, soprattutto i due Alvarez, padre e figlio, ha suscitato vivaci polemiche da parte dei paleontologi, ossia di coloro che studiano i fossili degli organismi del passato, molti dei quali sostengono ancora la vecchia idea secondo cui le tutte estinzioni sarebbero l’effetto di processi graduali.
Infatti i paleontologi sono pesantemente condizionati dall’approccio filosofico dell’attualismo, secondo il quale i grandi rivolgimenti geologici del passato non sono il risultato di catastrofi improvvise, ma delle medesime cause attuali che hanno operato per lunghissimo tempo. In molti casi ciò non è sbagliato, ma lo diventa se eretto acriticamente a dogma. Dirai: cosa c’entra questa disquisizione scientifica? C’entra, c’entra. Perché è nato l’attualismo? Lasciamo stare i dettagli e limitiamoci a ricordare l’essenziale: esso nasce nell’Edimburgo settecentesca, illuminista e massonica, in aspra polemica contro il Cristianesimo, per dimostrare che la Bibbia sarebbe “sbagliata”. Niente Creazione (la terra sarebbe “eterna”), niente diluvio universale. Più che altro è sbagliata l’interpretazione letterale data alla Bibbia dai protestanti, ma l’attualismo ha comunque massicciamente pompato l’ateismo.
Le catastrofi sono difficili da interpretare scientificamente, sono fonti di paura e indicano la precarietà della vita umana sulla terra, minando il precario senso di sicurezza che serve all’ateo per dimenticare la realtà. Ecco il perché delle polemiche da parte dei paleontologi. Fisici ed astronomi, invece, non hanno più dubbi sulla grande catastrofe, la quale non ha lasciato in vita alcun animale del peso superiore ai venticinque chili (le piante se la cavarono meglio, grazie a semi e spore, capaci di resistere a condizioni estreme).
Tutta la nostra mirabile tecnologia non ci salverebbe da un simile evento. Vi sono migliaia di asteroidi del genere nel sistema solare, ed anche più grandi. Alcuni di essi passano pericolosamente vicini al nostro pianeta. Impatti ve ne sono stati molti, anche di corpi più grandi, sulla terra (e su altri corpi solidi del sistema solare). Nei film di fantascienza gli asteroidi pericolosi per la terra vengono disintegrati o deviati, dopo svariate eroiche gesta, da un pugno di intrepidi attori di Hollywood, con l’aiuto di spettacolari effetti speciali. La realtà sarebbe alquanto diversa.
Simulazioni al computer hanno dimostrato che un asteroide del diametro di un solo chilometro e mezzo non si lascia deviare da alcuna misura di difesa, incluso il bombardamento termonucleare. E non è tutto.
Fino a poco tempo fa si credeva che la grande estinzione alla fine dell’era paleozoica (251 milioni d’anni fa), ancor più radicale di quella che ha posto fine al mesozoico, fosse avvenuta gradualmente. Si tratta di un’ipotesi plausibile, perché il paleozoico terminò durante una fase tettonica compressiva globale, tale da causare la formazione di un unico gigantesco continente (Pangea), con due gravi conseguenze: l’aridità (le nubi portatrici di pioggia penetravano con difficoltà nell’enorme estensione di terra) e la riduzione della piattaforme continentali (con drastico restringimento delle zone biologicamente produttive marine). Al contrario, l’estinzione alla fine del mesozoico si era verificata in condizioni di tettonica distensiva.
Ma anche al termine del paleozoico si è avuto un impatto catastrofico. Di recente, sulla piattaforma continentale al largo dell’Australia occidentale, è stato scoperto un cratere ancor più grande di quello di Chicxulub: si può ben immaginare che l’effetto del relativo asteroide sia stato ancor più grave.
Dio può servirsi di un fenomeno naturale per fare giustizia, e non vale dire che Egli è misericordia e non può punire. La punizione arriva. È il male che punisce se stesso. Conseguenza e retribuzione del male è la morte. E la cultura senza Dio, ossia senza Cristo, è cultura di morte, che si regge in equilibrio su un filo di rasoio. Nevrosi, depressione, droga, suicidio, divorzi, aborti, famiglie in pezzi, e per unica cura le chiacchiere dei Dulcamara della psicanalisi.
Non vi sarebbe bisogno d’altro, ma considera ancora questi piccoli dettagli. L’universo ha avuto un inizio ed avrà una fine: non può avere esistenza autonoma, non è eterno, non è infinito. Lo dice l’astrofisica, almeno quella svincolata dalla superstizione atea. La superstizione atea, che rimette sempre tutto in discussione, dato che i risultati attuali non coincidono con i pregiudizi del materialismo ateo. Basta pensare ai tre paradossi cosmologici fondamentali. Un universo infinito emetterebbe infinita luce (paradosso di Olbers), e il cielo sarebbe sempre accecante, senza distinzione tra giorno e notte. Un universo infinito produrrebbe infinita forza di gravità ed ogni movimento sarebbe impossibile (paradosso di Mach), quindi niente rivoluzioni di pianeti e satelliti, rotazioni, nutazioni, e così via. Un universo infinito emetterebbe inifinite radiazioni ionizzanti (paradosso biologico), che renderebbero la vita impossibile.
Ma che bello l’universo infinito sognato dagli atei, perché non avrebbe bisogno di Dio: uno gnocco informe, assurdo, accecante, immobile, morto. Ma se l’universo è spazialmente finito, allora è anche un sistema isolato. I sistemi isolati sono soggetti a decadere in modo irreversibile. Ricadono sotto la seconda legge della termodinamica, come già affermava, inascoltato, il grande fisico Boltzmann alla fine del secolo XIX. L’universo, col tempo, è quindi condannato a finire, per aumento irreversibile dell’entropia. Chissà perché, tra i fisici, soprattutto fra i più grandi, non si contano molti atei?
Ma noi il concetto di infinito lo abbiamo, eccome. Anzi, è importantissimo in matematica. È alla base della geometria euclidea, di quella analitica e dell’analisi infinitesimale. La geometria che meglio si adatta a descrivere l’universo, tuttavia, è quella dello spazio curvo di Riemann, in cui non esistono “rette” ma ellissi. Lo spazio è generato dalla gravitazione dei corpi celesti, per cui non ha senso chiedere cosa ci sia “all’esterno”. Non si può neppure dire che non ci sia nulla. L’“esterno” dell’universo semplicemente non esiste.
La terra descrive un’orbita ellittica perché segue la curvatura dello spazio generata dalla gravitazione solare, e lo stesso vale per l’orbita di qualsiasi altro pianeta o satellite, parola di Einstein (ancora un altro fisico tutt’altro che ateo, che soleva dire: “mi rifiuto di credere che il buon Dio giochi ai dadi con l’universo”). Ma se da una parte il mondo materiale non comprende e non ammette l’infinito, e d’altra parte la nostra mente giunge ugualmente a concepirlo, questo avrà pure un significato.
Di dove ci viene un concetto del genere? Pochi scienziati si pongono questo problema e tentano di trarne qualche conclusione. Ci vuole un certo coraggio per dire la verità, e cioè che la mente umana trascende il mondo materiale in modo analogo alla trascendenza divina. Di quale Essere siamo stati creati a immagine e somiglianza?
Ma non si deve legare la religione alla scienza, tu dici, e con te dicono tantissimi, anche preti e fior di prelati, anche perché la scienza potrebbe cambiare le proprie teorie.
Ho cominciato dicendo che sei scemo, ed è evidente che non sei solo in questo, ma hai tanta buona compagnia. Molte scienze vanno a mode, specie quelle biologiche, per non parlare di quelle sociali, ma non la fisica e l’astronomia. Queste hanno conosciuto una crescita cumulativa per l’intera loro storia. E chi ha mai parlato di legare scienza e religione? Ma se si trovano d’accordo, perché negarlo?
Ma sull’evoluzionismo, tu dici, l’idillio fra Cristianesimo e scienza si infrange miseramente. Non c’è Creazione, gli esseri viventi evolvono e l’evoluzione spiega tutto. A parte che l’evoluzione presuppone comunque un inizio, l’evoluzionismo, ossia l’interpretazione materialista dell’evoluzione, cozza contro almeno due scogli enormi, che non ha mai sormontato.
Il primo è il principio della complessità irriducibile: una struttura complessa funziona solo se è perfettamente organizzata, non c’è spazio per tentativi incipienti, parziali, imperfetti: e tutte le strutture biologiche, senza eccezione, sono strutture complesse, perfino le “ciglia” e i “flagelli” dei Ciliati e dei Flagellati unicellulari.
Il secondo è il principio dell’inflazione statistica: mutazioni genetiche favorevoli alla vita (di solito una mutazione porta prole deforme se colpisce una cellula sessuale e cancro se si verifica in una cellula somatica) e capaci di far nascere una nuova specie, se lasciate al cieco caso materialista, sono tanto improbabili da essere a tutti gli effetti impossibili. A parte il fatto che nessuno ha mai assistito alla nascita di una nuova specie.
Perché dunque l’evoluzionismo continua ad essere presentato come “dogma” scientifico? C’è gente che diventa isterica al sentirlo mettere in dubbio, e si mette a blaterare di “oscurantismo medievale”. A parere degli evoluzionisti, l’Homo sapiens sarebbe apparso qualche decina di migliaia d’anni fa al culmine di una linea evolutiva che partirebbe da “antenati scimmieschi”. Ma sono stati scoperti fossili umani del tutto identici all’uomo contemporaneo aventi un’età fino a tre milioni di anni fa, che non si inseriscono in alcuna cosiddetta “sequenza evolutiva”.
Che fare? Niente paura: si inventano nuovi nomi “scientifici” per non ammettere che l’Homo sapiens esisteva già. Mirabile esempio di onestà scientifica.
L’evoluzionismo è “dogma” per le medesime ragioni che impediscono di riconoscere che l’universo materiale non può essersi fatto da solo ed ha avuto bisogno di un atto creativo per esistere. Le ragioni sono le solite: la superbia e gli altri vizi capitali.
Verrà il giorno in cui i vizi non potranno più nascondersi sotto il manto dello scientismo: la farneticante idea che la scienza sia l’unica fonte di conoscenza.
A te piace lo scientismo. Soddisfa quel desiderio di comprensione totalizzante che l’ateismo lascia insoddisfatto. Non si ammettono “cadute” nella metafisica e nelle spiegazioni che facciano capo al soprannaturale, tu dici.
Bravo: e la proposizione “la scienza è l’unica fonte di conoscenza” è dimostrabile scientificamente? No?
E se non lo è, non crolla forse l’intero castello di carte scientista?
Comunque, come ho già detto, questi sono punti secondari. Come pure sono punti secondari i miracoli, molti dei quali immensi e inspiegabili (la Sindone, Guadalupe, Calanda, Lourdes).
La Chiesa non ne ha bisogno. È bene che avvengano. Sono grandiose grazie divine, ma la Fede non dipende da reliquie e miracoli.
Se la Sindone fosse davvero un falso, o una semplice icona, e l’evoluzionismo fosse autentica scienza, vorrebbe dire che Dio ha permesso certe cose piuttosto che certe altre.
Le critiche all’evoluzionismo da parte cattolica non hanno niente a che fare con un qualsiasi tentativo di prendere alla lettera la Bibbia. Se mai, a prendere alla lettera la Bibbia sono i protestanti, che oltretutto l’hanno ampiamente mutilata. Semplicemente i cattolici usano la propria libertà di pensiero (sono loro i veri liberi pensatori) per discernere e respingere la spazzatura intellettuale dei presuntuosi che pretendono di fare a meno di Dio.
Naturalmente sono proprio gli atei a sbavare per l’evoluzionismo e per la presunta “falsità” della Sindone, come se si trattasse di questioni vitali, I motivi sono fin troppo ovvi: di fronte alla scienza autentica, quella libera da pregiudizi atei, i “dogmi” dell’ateismo sprofondano nel ridicolo. Ma non è su questo che mi preme soffermarmi.
La prova principale contro di te e contro l’ateismo di cui sei tanto orgoglioso, sei tu stesso, la vanità della tua ribellione. Quindi, caro amico, c’è poco da fare: sei scemo. Pur essendo anche tu una creatura ad immagine e somiglianza di Dio e, potenzialmente, destinata a far parte del Corpo mistico di Cristo, preferisci essere un animale, ed essere parte dell’unico corpo mistico possibile: quello del principe di questo mondo.
Ecco il risultato di volersi elevare al vertice assoluto, di voler fare a meno del Creatore, di voler giocare al Dio. Nell’assurda ipotesi che tu avessi ragione, saresti uno dei tanti prodotti di un cieco processo naturale, saresti solo una delle tante bestie di un piccolo pianeta; destinati a scomparire tutti e due, sia tu, sia il pianeta.
Di te, bestia, resterà un’anima immortale, eternamente assetata dell’unico Essere che l’avrebbe resa felice, condannata a non vederLo più per l’eternità, ed eternamente alla mercé del suo peggior nemico. Non ci sono parole per esprimere la pena che mi fai. Sei un traditore, traditore della Fede che hai ricevuto, ma soprattutto traditore di te stesso. Stai segando il ramo sul quale stai seduto e un giorno cadrai, e sarà troppo tardi per il pentimento. E allora piantala di fare il superuomo. Non hai proprio niente da guadagnare e tutto da perdere.
Spero di poter avere una migliore opinione di te in futuro, perché la speranza è sempre l’ultima a morire. Ho detto all’inizio che non mi considero superiore a te. Non sono migliore di te. Anch’io sono un peccatore. Solo, io me ne rendo conto, ne sono pentito e me ne vergogno. In attesa, e nella speranza, che un barlume di luce si faccia strada anche nella tua annima, resto con (poca) stima (per il momento), tuo
Trigotto

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QUI DEVRAIT ETRE CHEF?

Quand le corps humain fut créé, toutes le parties voulait être le chef.
Le cerveau disait: "Puisque je commande tout et que je pense pour tout le monde, je devrai être le chef".
Les pieds disaient: "Puisque nous transportons le corps où il le désire et lui permettons ainsi de faire ce que veut le cerveau, nous devrions être le chef".
Les mains disaient: "Puisque nous faisons tout le travail et gagnons l’argent pour entretenir tout le corps, nous devrions en être le chef".
Et ainsi de suite pour les yeux, les oreilles et les poumons.
Enfin le trou du cul se fait entendre et demande à être élu chef.
Les autres parties du corps éclatèrent de rire à l’idée qu’un trou du cul puisse être chef.
Le trou du cul se mit en colère et décida de faire la révolution, se referma sur lui même et refusa de fonctionner.
Bientôt le cerveau devint fièvreux, les yeux se croisèrent et devinrent vitreux, les pieds trop faibles pour marcher, les mains pendaient sans force et le coeur et les poumons lutteient pour survivre.
Alors tous supplièrent le cerveau de se laisser fléchir et de permettre au trou du cul d’être chef.
Ainsi fut fait …….
Toutes les autres parties du corps faisaient le travail tandis que le trou du cul dirigeait tout et s’occupait principalement de la merde comme tout chef digne de se titre.
Moralité:
1) Il est nullement nécessaire d’être un cerveau pour devenir chef, un trou du cul d’ailleurs a nettement plus de chance;
2) Regardez autour de vous pour être convaincu …….

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