I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: Agosto 2019

IL DOMINIO AMERICANO SUL MONDO -1ª puntata

Emilio Biagini

IL DOMINIO AMERICANO SUL MONDO
“Libertà”, “democrazia”, guerre, massacri, usura

I

L’epoca coloniale

La colonizzazione del Nordamerica si compì con una massiccia ondata migratoria dall’Europa centro-settentrionale nei secc. XVII e XVIII. L’imperialismo britannico si assicurò la supremazia sugli immensi territori del continente e la lingua inglese finì per imporvisi. Nel nuovo ambiente, nessuna delle varie popolazioni europee immigrate riuscì a mantenere completamente intatta la propria cultura, finendo per amalgamarsi, fino ad un certo punto, nel cosiddetto “crogiolo” (melting pot). In realtà la fusione fu tutt’altro che completa e diede luogo a distinte unità culturali e regionali (Zelinsky 1973).

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Fresco di stampa il primo volume della saga IL PRATO ALTO

“Perché sono qui? perché? Che mi avevano fatto di male i milanesi? che male avevo fatto a loro? Perché cristiani che non si conoscono neppure devono scannarsi a questo modo? L’imperatore vuole dominare tutti, ma che c’entriamo noi del ducato d’Austria? Se un nemico avesse invaso l’Austria, avrei combattuto con tutta l’anima… Il mio signore è Heinrich Babenberger… Io sono… austriaco…”

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ORO O LATTA (ARNALDO XAVIER DA SILVEIRA, IPOTESI TEOLOGICA DI UN PAPA ERETICO)

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

ARNALDO XAVIER DA SILVEIRA, Ipotesi teologica di un papa eretico, Presentazione di Roberto De Mattei, Chieti. Solfanelli, 2016

Segue una recensione di Emilio Biagini:

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIULIANO ROSSI (seguito bis)

IV

Finalmente il poeta, diventato serio, appare in veste di moralista con un lungo trattato di mille trecentotrentasei versi variamente distribuiti in quattro canti. Sebbene non se ne conosca la data di composizione, è fuor di dubbio che si dedicò a questo lavoro già vecchio, perché è tutto pervaso di sapienza, ma non di quella sapienza frutto di meditazione e di studio, che si può raggiungere a qualunque età, ma di quella saggezza spicciola ed empirica che solo si acquista col volger degli anni e colla quotidiana pratica della vita. E poiché inizio della sapienza è il timor di Dio, neppur questo manca nelle sue “Rime morali”. Ma è un timor di Dio “sui generis” che non procede da convinzione ragionata e profonda né da rapida intuizione, ma timor di Dio che si affaccia quando incalza il pericolo, quando la morte minaccia: timore che è proprio delle anime e delle “menti grosse” sebbene non interamente corrotte.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIULIANO ROSSI (seguito)

III

Si possono comprendere tra le rime giocose di Giuliano Rossi anche quelle che vanno, di solito, sotto il nome generico di “poesie di occasione”. Ve ne sono anche per gli avvenimenti più frivoli. Deve inviare gli auguri a una dama, fare un invito, raccomandare un facchino o una balia? Vuol ringraziare un’amica, commentare una predica, annunciare una nascita? Ogni pretesto è buono per far versi: tutto, per lui è oggetto di poesia. Non importa se essa viene abbassata all’umile ufficio di accompagnare una cagnetta imbalsamata, di rivedere un conto sbagliato, di riferire al medico gli effetti di un purgante; sembra che egli non sappia pensare, parlare, scrivere che in rima: egli potrebbe a ragion dire con Ovidio: “quidquid tentabam dicere versum erat”. La quantità però va a scapito della qualità e che in tutta quell’abbondante congerie poetica gettata giù alla meglio non resta da ammirare che la facilità con la quale il Rossi, pur in tante altre faccende affaccendato, sapesse inventare versi sempre pronti. Qualcuna, tuttavia, si fa notare per l’arguzia piacevole e le facezie spiritose, come la seguente, scritta per dare avviso di una spedizione di riso.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIULIANO ROSSI

POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIULIANO ROSSI

Contemporaneo al Cavalli, ma molto diverso da lui, fu Giuliano Rossi, nato, non si sa quando, a Sestri Ponente, dove passò tutta o quasi tutta la sua vita. Si compiaceva di nascondersi sotto lo pseudonimo burlesco di Todaro Conchetta. Tra gli antichi lo ricorda l’abate Spotorno che della sua opera gli consacra non più di tre righe e Raffaele Soprani che ripete le scarse notizie dello Spotorno aggiungendo per conto suo che “hebbe molto familiari le Muse e tra coloro ai quali riuscì di ben poetare nella genovese favella fu egli senza dubbio il più gratioso, il più facile, il più gradito”. Le poesie del Rossi non furono pubblicate, ma raccolte in numerose copie manoscritte, e custodite nelle biblioteche. I manoscritti sono attualmente conservati, digitalizzati, nella Società Ligure di Storia Patria come “Poesie in Lengua Zeneise dro Signor Giurian Rosso”.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – LA FORTUNA

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

LA FORTUNA

Un uomo timido e tanto sinceramente modesto come il nostro poeta, non avrebbe forse mai osato pubblicare i suoi versi se a ciò non lo avessero spinto l’affettuosa insistenza degli amici e le entusiastiche lodi degli ammiratori. Di queste sono prova non dubbia i sonetti non suoi pubblicati nella II Parte della “Chittara Zeneize”, quasi tutti di poeti o dilettanti di poesia essi stessi, ai quali il Cavalli rispondeva graziosi sonetti sulle stesse rime ritorcendo con squisita cortesia le lodi che gli venivano fatte. Così a Pier Giuseppe Giustiniani, suo ammiratore che gli scriveva:

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LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – L’OPERA (SEGUITO bis)

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

L’OPERA (SEGUITO bis)

La “Chittara Zeneize” non è finita. Resta ancora la canzone “Invia ra Musa a ro bosco per cantà de arme” composta nel maggio 1625. In quell’anno la Repubblica, minacciata dal Duca di Savoia e dalla Francia, aveva mandato reparti di fanteria e batterie di artiglieria sulle alture di Genova in difesa della città. Al servizio dei Generali in qualità di Cancelliere, era appunto il Cavalli. Era giovane e dovettero ispirarlo le minacce della guerra. L’inizio è idillico:

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – L’OPERA (SEGUITO)

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

L’OPERA (SEGUITO)

La seconda parte della “Chittara Zeneize” comprende le “Rime Varie” e cioè “La Corona a Nostra Signora”: sonetti di contemporanei del poeta e risposte di lui a costoro; un sonetto in lode della lingua genovese; sette lunghe canzoni per l’elezione di altrettanti dogi della Repubblica e la canzone bellissima “Invia ra Musa a ro bosco per cantà de armi”.

Nelle prime edizioni “La Corona a N. Signora” si trovava alla fine della prima parte; in quelle successive è invece collocata al principio della seconda.

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