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LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

LA FORTUNA

Un uomo timido e tanto sinceramente modesto come il nostro poeta, non avrebbe forse mai osato pubblicare i suoi versi se a ciò non lo avessero spinto l’affettuosa insistenza degli amici e le entusiastiche lodi degli ammiratori. Di queste sono prova non dubbia i sonetti non suoi pubblicati nella II Parte della “Chittara Zeneize”, quasi tutti di poeti o dilettanti di poesia essi stessi, ai quali il Cavalli rispondeva graziosi sonetti sulle stesse rime ritorcendo con squisita cortesia le lodi che gli venivano fatte. Così a Pier Giuseppe Giustiniani, suo ammiratore che gli scriveva:

Dimme, chi a ra tò Çittara divinna

Ha daeto così teneri lamenti,

Da fà stupì ro Çe con ri elementi,

De mandà ra sa muxica in rovinna?

il Cavalli rispondeva:

Da che Amò pe ra barba me strascinna,

Conscio ch’a n’è ciù pe ri mae denti,

Che a fa quatorze versi ruzzenenti

Tiro quatorze votte na borinna.

Voi, che han re Muze in tanta reverensa,

Che poei, che savei rezere in decoro,

Nèutte e dì faene cointo de conscensa.

A Gian Michele Zoagli che, paragonandolo al Tasso, lo esortava a cantare le vittorie di Genova, così ricambiava il consiglio:

Canta dunque de arme ri romoì,

Zoaggi, voì ch’hei ra cittara argentinna,

Se nisciun ro peù, ro poei fa voì.

Al notaio Gian Stefano Ceronio che lo consigliava in questi versi a scriver molto per vincere la morte colla gloria:

Se Dè comoditae

V’ha daeto de dì ben fra ri Zeneixi,

Ciù che a Maron in quelli seù paeixi

Faero, perché ben speixi

Ri anni che fuzzan tanto anstallerei,

Che a despeto do tempo scamperei.

egli replicava:

Ben ha quell’ommo de Divinitae,

Çeronio, che ra morte sa fuzzì

Con versi figgi de l’Eternitae.

Voi, che si naturae

(Ond’aora mi ri fasso a pointi preixi)

Ri avei sempre a ra man belli desteixi,

Per astallà ri meixi

Che dì che fuzzan: faene vuì che poei,

Che a ra muza ro tempo addormirei.

Il noto pittore Luciano Borzone, nel 1627, quando iniziò la costruzione della nuova cinta di mura, lo paragonava al mitico Anfione e lo invitava a cantare al Castellaccio perché le mura si costruissero da sé. E per tacere le lodi di altri letterati come Bernardo Schiaffino, Francesco Bogliano, Luca Assarino ed altri, merita di essere ricordato l’elogio che in una lettera del 10 dicembre 1630 gli scriveva quel finissimo cesellatore di versi che fu il savonese Gabriele Chiabrera: “Ora vive uomo Genovese che a nome chiamasi Gian Jacopo Cavalli; ed egli ha composto in volgare di Genova Sonetti e Canzoni, rappresentando amori di Pescatori e di personaggi plebei; ma per salda verità altro deono stimarsi che plebee poesie. Egli ha tra le Muse potuto porre una lingua in pregio, la quale fra popoli era quasi un vilipendio; e per ischerzo ha rappresentato passioni di gente vile in favella disprezzata, per modo che meglio non si è fatto da Poeti chiari da buon senno in idiomi nobili, ed io non mi vergogno punto d’affermarlo.”

E dopo aver accennato a Omero che non rese gloriosa la sua lingua già gloriosa di per se stessa, riprende a parlare del Cavalli così: “Gian Jacopo Cavalli, imitando gravi passioni di minuta gente, ha rischiarato favella non conosciuta e fa forza agli stranieri di apprenderla per godere di cosa riputata non possibile ad avvenire; ed altri rimane con maraviglia recandosi in mano componimenti presi a leggere con intendimento di ridere solamente. Dunque se la favella è opera propria dell’Uomo, il Cavalli, con onorare l’Idioma genovese, ha fatto onore alla sua nazione in cosa, onde gli abitatori delle nostre Riviere non rimanevano senza vergogna, adoperandola malamente. Per certo il ciò fare è stata nuova e strana vaghezza: ma la Liguria produce uomini Trovatori, e Trovatori di cose non immaginate e appena credute.”

Queste lodi spinsero il Cavalli a pubblicare le sue poesie, che uscirono la prima volta nel 1636 nella stamperia di Giuseppe Pavoni sotto il titolo “Ra Cittara zeneize”. Questa edizione la dedicò a Gian Stefano Doria, Doge di Genova, con parole che sono nello stesso tempo un commento e un programma. Diceva infatti: “Con che obbiggi aspeta Vostra Serenitae che ghe compoaere davanti ra mia Muza e toccà questa Cittara Zeneize? Con perle? Con gioie de Levante o de Ponente? No, con quelli ch’a l’ha. Con quattro brille a ra villanna, in abito de sciabegotta, con brio da fantesca; con portamento però da Cittenna, ricca altretanto dra so libertè quanto paga da so continensa.”

Diffusa quest’opera oltre i confini della Liguria, anche le lodi aumentarono. Il Cardinale Sforza Pallavicino ebbe a dire che sarebbe ben impiegato il tempo da imparare il genovese al solo fine di leggere il Cavalli. Il Padre Girolamo Lagomarsino, professore di Letteratura italiana all’Università di Firenze, nel suo discorso di prolusione al corso del 1736 pronunziò queste parole: “Quis sermo magis quam Ligurum Etruscis quidem auribus inconditus atque absonus habetur? Eum tamen Paulus Folieta vario scriptorum genere mirifice exornavit; Cavallus vero ex eadem gente, homo ingenii felicissimi atque ab omnia quod de Catone dictum versatilis, ad eam pulchritudinem ac venustatem patriam linguam suis scriptis evexit, ut illa (fidenter dicam) possit tali scriptore freta, cum quavis ex elegantissimis dignitate certare.”


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