I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: dicembre 2008 (Pagina 1 di 2)

IL DUECENTOCINQUANTESIMO ANNIVERSARIO

Nel novembre 2058, in occasione dell’apertura delle celebrazioni del duecentocinquantesimo anniversario della nascita del grandissimo naturalista Charles Darwin, che ricorreva l’anno seguente, gli organizzatori del prestigioso Festival della Scienza di Mezastrassa avevano invitato a tenere la prolusione di apertura il celebre scienziato Charles D. Monkey dell’università di Rubbish Heap.
Mentre si recava all’auditorium nel quale doveva svolgere la sua dotta prolusione, il paladino di Darwin, comodamente accoccolato sul sul sedile posteriore della limousine, teneva nella mano numero uno un bicchiere di ottimo whisky, con la numero due reggeva un ottima sigaro acceso, con la terza e la quarta scriveva al computer, dando gli ultimi tocchi alla sua dotta conferenza.
La limousine giunse all’auditorium. Vestito di un elegante gessato grigio, con occhi intelligentissimi dietro gli occhiali cerchiati d’oro, folte basette grigie, il celebre accademico scese dall’auto e, con passo saltellante, si diresse verso l’ingresso. Il pubblico attendeva con impazienza. Quando il professor Monkey iniziò a parlare, tutti pendevano dalle sue labbra, e alcuni pendevano anche dai tendaggi sui quali si erano arrampicati. Il professore era un tipo scherzoso, molto aperto e disinvolto, mentre gli scienziati italiani erano confusi e tremebondi per l’imprevista circostanza di essere diventati quadrumani.
“In cinquant’anni” concluse Monkey “l’umanità ha fatto grandi progressi, imparando ad usare tutte e quattro le mani, ciò che costituisce un utile adattamento alle esigenze della vita moderna. Con una mano si può telefonare, con la seconda prendere appunti, con la terza mettersi le dita nel naso, con la quarta palpeggiare il sedere della segretaria. Vedo che voi, scienziati italiani, siete qui paludati e tristi, voi che siete partigiani a oltranza della scienza, voi che siete partigiani dell’evoluzionismo e delle manipolazioni genetiche. Perché mai siete ora imbarazzati di fronte a questo nuovo passo dell’evoluzione umana? La scienza è un’impresa gioiosa. Fate come i giovani che accettano gioiosamente questa importante novità.”
Così dicendo, il grande scienziato si grattò l’orecchio sinistro con il piede corrispondente, afferrò un casco di banane, con insospettata agilità si arrampicò sulle tende e divise i frutti con con i giovani che stavano lì appesi e si reggevano con le mani anteriori, mentre applaudivano freneticamente con quelle posteriori.

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IL DARWINISTA COERENTE

— Voglio due paia di guanti — disse il distinto cliente, entrando nell’elegante negozio di confezioni.
— Subito, signore, — rispose premuroso il commesso — abbiamo anche, in offerta, una grande varietà di calzini. —
— Non mi servono, — affermò orgogliosamente il cliente — ai piedi metto i guanti. Sono un evoluzionista darwiniano, cosa crede? —

Maria Antonietta Novara Biagini

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IL BICENTENARIO DARWINIANO

Il piccolo Peter stava andando con la mamma alla grande mostra del Museo di Storia Naturale di South Kensington a Londra. A causa dell’eccessivo traffico e della difficoltà di trovare parcheggio, stavano recandosi a destinazione con l’autobus. Con stupore, il bambino, che aveva undici anni ed era molto sveglio, notò che uno dei passeggeri si teneva alla sbarra trasversale con il piede prensile invece che con una zampa anteriore. Guardando meglio, vide che dalla tasca del cappotto del distinto signore sporgeva una copia de “L’origine delle specie”. Allora il brillante ragazzino capì che tutto quadrava: il signore, peraltro alquanto peloso, era un evoluzionista, che stava andando anche lui alla mostra dedicata al grande naturalista Charles Darwin.

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BANANA REPUBLIC: LA REALIZZAZIONE DEL DARWINISMO

Il prestigioso Museo di Storia Naturale di South Kensington a Londra aveva organizzato uno splendido congresso di scienziati provenienti da tutto il mondo per celebrare il bicentenario della nascita del sommo naturalista Charles Darwin.
Si accesero le luci sul palco ed entrarono i sussiegosi relatori. Sedettero con aria burbanzosa sulle loro poltrone e, all’unisono, posarono sul tavolo le loro quattro mani pelose, e si servirono in abbondanza dai caschi di banane messe a loro disposizione dal catering del congresso.

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GLI SQUALI

— In questo locale, posto al di sotto della nostra grande vasca degli squali, possiamo ammirare questi magnifici animali che nuotano sulle nostre teste. —
La voce della guida era suadente e carezzevole, come si conveniva ad un ambientalista di provata fede, laureato in ecologia abissale al prestigioso ateneo di Mezastrassa e specializzato in ecologia idolatra all’ancor più prestigioso ateneo di Scheissford, nello stato di Colofonia.
I visitatori formavano un gruppo misto: una classe delle scuole medie, guidata da una insegnante di scienze naturali progressista e ghiotta di ambientalismo, molti anzianotti, molte anzianotte, qualche turista straniero, un vu’ cumpra’ che cercava di vendere non si sapeva bene cosa e un paio di bambini borseggiatori zingari (pardon, “rom”, ma ladruncoli lo stesso). Tutti, eccetto il vu’ cumpra’ e i piccoli borseggiatori, stavano col naso all’insù, guardando gli squali che nuotavano appena al di sopra del fondo trasparente della vasca. Gli animali si muovevano eleganti, come perfette macchine per uccidere.
La guida ambientalista non mancava di ammirarli moltissimo, e cercava di comunicare il suo entusiasmo alla variopinta comitiva:
— Gli squali sono belli, gli squali sono utili, gli squali sono intelligenti, gli squali sono innocui. Sono molti di più gli squali uccisi dagli uomini che gli uomini mangiati dagli squali — proclamava l’esperto, il quale non sembrava notare molta differenza tra il valore di un essere umano, ad esempio suo padre o sua moglie (ma forse era scapolo, avendo altri interessi), e uno squalo dai denti affilati, lo stomaco insaziabile, gli occhi neri e vuoti.
In quel momento accadde qualcosa che nessuno aveva previsto, meno che mai l’ingegnere che aveva progettato la vasca dell’acquario. Costui, diplomato in epoca “democratica”, di assemblee di base, di tazebao, di attività scolastiche “alternative”, di sei politico, e successivamente laureato dopo che le porte degli atenei erano state democraticamente spalancate ad “oves et boves et universa pecura”, a base di okkupazioni, tazebao, assemblee di base e ventisette politico, era diventato più conservatore dei conservatori, una volta conquistata la poltrona, ma in compenso aveva qualche problemino con l’analisi infinitesimale e la fisica dei materiali.
E siccome l’ingegnere incaricato di compiere le verifiche sul progetto e sulla costruzione completata era un compagno (di studi, cosa mai andate a pensare?), non esercitò una critica molto serrata, anche perché la sua preparazione era perfettamente conforme a quella del suo compagno (sempre di studi, naturalmente). La vasca era stata quindi approvata dai compagni (di studi e di merende) che scaldavano poltrone in Comune, senza alcuna difficoltà.
La bella vasca trasparente era, senza sua colpa né peccato, destinata a cedere sotto il peso dell’acqua, prima o poi, e quindi ad allagare inevitabilmente il locale sottostante. Quando l’incidente si verificò ebbe luogo l’inchiesta giudiziaria di legge, che stabilì senza ombra di dubbio che non era colpa di nessuno, per cui non ci resta che inchinarci, come sempre, al verdetto della magistratura, sostenuto da tutta la maestà della legge, e da multe fulminanti per chi osa criticarne l’operato.
L’interessante cedimento strutturale poteva verificarsi a qualunque ora del giorno o della notte, a scelta. Non c’era nessun particolare motivo per crollare proprio nelle ore di visita, quando il locale era pieno di gente. Una vasca ben educata avrebbe inscenato il proprio suicidio a mezzanotte o pressappoco, in modo da recare meno disturbo possibile.
Quella particolare vasca, purtroppo, non era ben educata, e scelse di sfasciarsi proprio sulla testa del numeroso gruppo di visitatori che stava ascoltando l’ambientalista innamorato degli squali. Era un momento particolarmente pregnante (come direbbe qualche critico a corto di argomenti), così che squali e visitatori più o meno umani si trovarono tutti a sguazzare nella medesima bagna.
— Niente panico, — gridò l’ambientalista — gli squali sono belli, gli squali sono buoni, gli squali sono innocui. Sono gli uomini l’unica minaccia per l’ecosistema ……. Ahiiiiiiiiiiii. —
Quest’ultima esternazione gli uscì di bocca quando uno dei suoi cari e dolcissimi squali lo azzannò, con denti lunghi cinque centimetri, al cavallo dei pantaloni.
Ci vollero ore per ripescare i vari frammenti umani che gli squali, ormai sazi, avevano giudiziosamente evitato di mangiare, per non buscarsi un’indigestione. Ci volle del bello e del buono per rimettere insieme i pezzi a seconda dell’età, del sesso (pardon, del “genere”) e dell’appartenenza ai legittimi proprietari. Dell’ambientalista fu ritrovata solo la testa, che neppure gli squali avevano voluto. Era vuota.

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ORO O LATTA? (IL PRINCIPE CASPIAN)

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_vipera

And the winner is …….

Ecco i vincitori della prossima Vipera di latta:
la Walt DIsney, colpevoli del film “Il principe Caspian”.
 
Segue un commento su questa ennesima fregnaccia hollywoodiana scritto da Emilio Biagini:

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LA TEORIA DELL’INVOLUZIONE

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI

Erano una bellissima coppia, John e Philip. Atletici, biondi ed eleganti, “sposati” di fronte al sindaco del loro comune, che era quello di Shrewsbury, l’amena cittadina inglese alla quale spettava l’incommensurabile onore di aver dato i natali al grande genio della biologia Charles Darwin, autore della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, elevata ormai a dogma assoluto e incontrovertibile, la cui incondizionata accettazione era condizione indispensabile per poter fare carriera in qualsiasi campo.
I progressi dell’ingegneria genetica permettevano agli esseri umani di nascere senza quegli odiosi peli superflui, in modo da avere la pelle meravigliosamente liscia e vellutata. Solo i mentalmente sottosviluppati papisti superstiti ricorrevano ancora al superato metodo tradizionale, mentre i progrediti e aggiornati laicisti si affidavano, per la riproduzione, alla provetta.
Quel mattino, dopo aver fatto la consueta doccia a raggi UVA per mantenere l’abbronzatura hawaiiana, specchiandosi per controllare i risultati sul solido e muscoloso corpo che suscitava invidie mentre passava per la strada, John notò con orrore che un pelo gli era spuntato sulla faccia, gettando una brutta ombra sulla sua guancia sinistra. Un altro pelo oscurava la bellezza del suo muscoloso torace.
— Phil, vieni a vedere — esclamò con orrore.
Ma anche Philip, detto Phil, suo compagno per la vita, aveva il medesimo problema: quattro peli erano misteriosamente cresciuti sul suo magnifico corpo abbronzato. Con foga disperata se li strapparono, ma ricrebbero subito, a ciuffi.
Dal piano di sopra si sentiva singhiozzare disperatamente. Sue ed Ellen, l’una attrice pubblicitaria e, occasionalmente, un poco porno, l’altra manager di una casa di prodotti di bellezza. Addirittura Sue si era svegliata scoprendo, sul naso della compagna che dormiva accanto a lei, un pelo biondo. Al suo grido di orrore, Ellen si svegliò e, in un crescendo di disperazione, aveva scoperto alla “compagna” tre grossi peli fra i seni.
Tutto questo avveniva nel prestigioso quartiere di Rainbow Hill, immerso nel verdee dotato di piscine, campi da golf, fitness centres, enormi winter gardens dove anche nel freddo inverno inglese di poteva avere la sensazione di trovarsi in un paradiso tropicale. A Rainbow Hill risiedeva la crema della società e avevano sede i più prestigiosi uffici, nonché l’importante centro di inseminazione artificiale intitolato al grande Charles Darwin. In una provetta del centro, stava frattanto crescendo un embrione con quattro (orrore!) peli. Era “figlio” di Rupert, presidente di una multinazionale biochimica, e di Sara, nota indossatrice, la quale, per non rovinare la propria linea ed essere sicura delle virtù del pargolo, avevano scelto dal catalogo “Perfect Baby”, presso il famoso centro di inseminazione Carles Darwin, un pargolo di intelligenza, bellezza e perfezione tali da essere degno della nobile schiatta dei genitori. Tutto ciò per la modica cifra di cinquecentomila sterline. Il pargolo continuò a crescere e crescere in un apposito uterone artificiale superaccessiorato che già aveva sfornato i migliori rampolli dell’esclusiva società di Rainbow Hill.
Il giorno convenuto, i genitori si recarono trepidanti al “Charles Darwin”, recando una carrozzina di lusso, un magnifico corredino degno del principe di Galles e uno scimmiotto di peluche. Furono accolti con grandi cerimonie dal professor Utang, genio coreano dell’inseminazione artificiale, che li condusse con un ampio sorriso nella nursery:
— Ora assistere al prodigio della nascita del vostro piccolo DB333. —
L’esimio cattedratico schicciò numerosi bottoni, si aprì uno sportello e venne silenziosamente fuori la culla termica dove la creatura era cresciuta in tutti quei mesi. A differenza dei volgari figli degli umani, il piccolo non piangeva, ma spalancò due occhioni blu e sorrise: stava coricato sulla schiena con le manine strette a pugno sul petto e le gambe piegate in posizione fetale. Quando aprì due meravigliosi occhi azzurri e vide i genitori sorrise e si illuminò tutto di gioia.
Rupert e Sara Jones, pur avendolo già scelto sul catalogo, erano impreparati all’emozione di vederlo finalmente realizzato. Sara lo prese amorevolmente in braccio. Il bimbo sorridente allargò le braccia e, con orrore, Sara vide quattro peli biondi che svettavano sul petto, deturpando quelli che erano i canoni della perfetta umanità, frutto dell’evoluzione della specie inorridirono. Quella involuzione del sacro darwinismo, che aveva determinato la perdita del pelo come essenziale distinzione della “specie” umana rispetto alle “altre scimmie”, era una minaccia, un’ombra oscura sull’intera concezione evolutiva di un’umanità. E metteva in forse le conquiste dell’ingegneria genetica e, con esse, l’intera idea dell’inarrestabile progresso dell’umanità laica, finalmente liberata dalle medievali pastoie papiste.
Sara depose con orrore il figlio nella culla e Rupert, con cipiglio feroce, guardando il professor Utang, esclamò:
— Non vogliamo questo mostro; il contratto deve ritenersi rescisso, annullato, stracciato, bruciato. —
— Ih, ih, ih, ammazzatelo, ammazzatelo, bruciatelo, non lo vogliamo, — singhiozzò Sara — è un essere orrendo, ci vergogniamo di lui. Chissà cosa direbbero i vicini? —
— Ma signora, la prego — cercò di ragionare il professor Orang Utang — signor Jones, consideri ……. vi prego ……. considerate ……. il bambino è perfetto. Cosa volete che siano pochi peli? —
— Sono un inaccettabile regresso nella nostra evoluzione, — tuonò Rupert — pretendiamo che questo prodotto, danneggiato senza dubbio da qualche vostro errore di manipolazione, venga distrutto. Il nostro contratto è annullato. —
— Ma no, ma no, non potete, lo abbiamo eseguito alla lettera; non ci sono stati errori; ho controllato tutto io personalmente — protestò Utang.
— Se insistete ci vedremo in tribunale — concluse Rupert mentre se ne andava infuriato con Sara, la quale, sulla soglia, gridò ancora:
— Non voglio più vederlo, ammazzatelo, ammazzatelo. —
Ma non fu possibile esaudire quel pio desiderio, perché quel bambino così mal riuscito divenne ben presto corpus delicti, ossia corpo del reato. Infatti si trasformò nel nodo del contendere nella causa (caso DB333) tra il centro di inseminazione artificiale “Charles Darwin” da una parte, e i signori Jones. Il “Charles Darwin” pretendeva di essere pagato la sommetta pattuita di mezzo milione di sterline, mentre gli avvocati della parte avversa sostenevano la nullità del contratto fosse nullo, sulla base della circostanza inconfutabile che il documento specificava accuratamente che la prole doveva essere glabra, secondo le sacre e inderogabili tendenze dell’evoluzione.
Nell’attesa che i tribunali, di grado in grado di giudizio e di appello, risolvessero l’ardua questione, il bambino doveva pur essere affidato a qualcuno. E dunque a chi, se non a quei retrogradi, miserabili paleolitici di credenti cattolici, sopravvissuti, nella gloriosa patria della libertà, alle stragi protestanti da Enrico VIII in poi, alle magnifiche sorti e progressive dell’illuminismo, alla secolarizzazione, al laicismo, alla scientifica scienza scientista, alla rivoluzione dei costumi morali, alla proibizione di leggere i passi della Bibbia che condannano il vizio contro natura? A chi, se non a quei rifiuti dell’umanità che, nella patria dell’uguaglianza, occupavano gli scalini più infimi della gerarchia sociale? A chi, se non a quella specie di pitocchi deficienti che si ostinavano a credere nella verginità della Madonna e alla Resurrezione del Redentore? A chi, se non a quella specie di mentecatti che negavano il mirabolante progresso della società laica?
Così, la donna delle pulizie Mary e suo marito, l’umile giardiniere Francis Depola (o De Paula), di lontana origine ispanica o italica, si presero cura del povero bambino, facendolo battezzare Johannes (o John). Il piccolo crebbe insieme agli altri otto bambini di quella coppia di quei poveri sciocchi, insensibili alle sirene del sacrosanto controllo laicista delle nascite.
Il caso giudiziario DB333 divenne un affare internazionale, del quale si occuparono, dall’alto della loro prestigiosa autorità, con pronunciamenti di vasta portata giuridica, la Corte internazionale dell’Aja, il Parlamento europeo e l’Assemblea generale dell’ONU. La causa venne discussa da giudici che diventavano sempre più pelosi e scimmieschi, e andò avanti per ventitré anni. Quando finalmente la sentenza arrivò, fu salutata come una pietra miliare nella cultura giuridica mondiale. La decisione andò a favore del “Charles Darwin”: i “genitori” dovevano pagare le loro brave cinquecentomila sterline, più interessi e spese processuali, e quindi oltre due milioni di sterline.
Una cifra che avrebbe potuto rimettere egregiamente in piedi il glorioso centro di inseminazione artificiale intitolato al prestigioso fondatore dell’evoluzionismo per selezione naturale. Peccato solo che il “Charles Darwin” fosse andato in fallimento due anni prima, sepolto dalle cause legali e dal pelame che spuntava sempre più aggressivo su tutti i neonati. E neppure c’era qualcuno che potesse pagare per quella prima decisiva causa DB333: dei due “genitori”, Sara era morta e Rupert era diventato un grosso e triste scimmione ricoverato allo zoo di Londra.
Tutti quelli che avevano creduto nell’evoluzionismo erano rapidamente regrediti a scimmie, grosse, brutte e pelose, molto più brutte delle autentiche scimmie, come gorilla, oranghi, scimpanzé e gibboni. Quanto lenta era stata la presunta “evoluzione”, tanto rapida era stata l’involuzione, molto probabilmente accelerata dai temerari interventi di ingegneria genetica tesi a “migliorare la specie”.
Al contrario, quelli che si erano abbandonati alla volontà di Dio Padre nascevano e crescevano belli e radiosi. Johannes, allevato presso il cattolico Francis Depaula,  del quale aveva naturalmente assunto il cognome, stava benissimo. Aveva solo i suoi quattro peli, e non gliene erano spuntati altri. Il giorno stesso nel quale fu pronunciata quella nuova pietra miliare del diritto, l’epocale sentenza sul caso DB333, avvenne qualcos’altro che indirizzò per sempre il destino di quel figlio rifiutato dai “genitori”.
Johannes, insieme al suo quasi coetaneo Columba, l’ultimo nato della nidiata di Francis, che era stato suo compagno di giochi, entrò nel ricostruito monastero dell’isola di Iona, ritornata dopo secoli al suo ruolo di luce monastica. Mentre i due nuovi monaci concelebravano, nella chiesa del monastero, la loro prima Messa, precisamente nello stesso momento dell’Elevazione, un raggio di luce illuminò Rupert, il vecchio scimmione allo zoo di Londra, e una lacrima di commozione sgorgò dai suoi occhi.

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GLI EURO

di Maria Antonietta Novara Biagini

Il padrone consegnò ai suoi tre servitori delle somme di denaro. Al primo, Asdrubale, diede cinque milioni di euro, al secondo, che si chiamava Bernabeo, ne diede due, al terzo, Cornelio, solo uno.
Dopo un anno, chiese conto del suo denaro.
Asdrubale riferì:
— Padrone, i soldi che mi hai dato li ho investiti, su consiglio della banca, in bond argentini. Mi hanno fatto firmare che non si assumevano nessuna responsabilità per eventuali rischi, e ho perso quasi tutto. Qui c’è la misera somma che resta. —
Bernabeo disse:
— Padrone, io ho chiesto consiglio alla banca e mi hanno tanto, ma tanto raccomandato azioni Cirio e Parmalat, a garanzia delle quali mi hanno fatto il nome di un grosso e prode uomo politico. Anche loro mi hanno fatto firmare che erano manlevati da qualsiasi eventuale rischio, e ho perso fino all’ultimo centesimo. —
Cornelio fece il suo resoconto:
— Padrone, poiché i banchieri sono una banda di ladri, che, loro sì, mietono dove non hanno seminato e raccolgono dove non hanno sparso, non mi sono fidato e ho nascosto il tuo denaro sotto il materasso. Eccolo. —
Il padrone sentenziò:
— Bravo servo fedele, entra nella gioia del tuo padrone, caro Cornelio. Quanto a voi due, tre secoli di purgatorio non ve li leva nessuno. —

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CADUCITÀ DEL MONDO E SPERANZA CRISTIANA

Alcuni esempi dalla letteratura tedesca.

Friedrich Spee von Langenfeld
(Kaiserwerth, Düsseldorf 1591 – Treviri 1635)

Eingang zu diesem Büchlein, Trutz-Nachtigall genannt

Wann Morgenröt sich zieret
mit zartem Rosenglanz
und sittsam sich verlieret
der nächtlich Sternentanz:
gleich lüstet mich spazieren
im grünen Lorbeerwald,
allda dann musizieren
die Pfeiflein mannigfalt.
Die flügelreichen Scharen,
das Federbüschlein zart,
in süßen Schlag erfahren,
noch Kunst, noch Atem spart,
mit Schnäblein wohlgeschliffen
erklingen’s wunderfein,
und frisch in Lüften schiffen
mit leichten Rüderlein.
Der hohle Wald ertönet
ob ihrem krausen Sang:
mit Stauden stolz gekrönet
die Kluften geben Klang.
Die Bächlein krumm geflochten
auch lieblich stimmen ein,
von Steinlein angefochten
gar süßlich sausen drein.
Die sanften Wind in Lüften,
auch ihre Flügel schwach,
an Händen, Füss und Hüften
erschüttlen mit Gemach
da sausen gleich an Bäumen
die lind gerührten Zweig,
zur Musik sich nit säumen;
o wohl der süßen Streich!
Doch süßer noch erklinget
ein sonders Vögelein,
so seinen Sang vollbringet
bei Mond- und Sonnenschein.
Trutz-Nachtigall mit Namen
es nunmehr wird genannt,
und vielen, Wild und Zahmen,
obsieget unbekannt.
Trutz-Nachtigall man’s nennet,
ist wund von süßem Pfeil:
die Lieb es lieblich brennet,
wird nie der Wunden heil.
Geld, Pomp und Pracht auf Erden,
Lust, Freuden es verspott,
und achtet’s für Beschwerden,
sucht nur den schönen Gott.
Nur klingelt’s aller Orten
von Gott und Gottes Sohn,
und nur zu’n Himmelpforten
verweiset’s allen Ton:
von Bäum’ zu’n Bäumen springet,
durchstreichet Berg und Tal,
in Feld und Wäldern singet,
weiß keiner Noten Zahl.
Es tut gar manche Fahrten,
verwechselt Ort und Luft:
jetzt findet man’s im Garten
betrübt an hohler Kluft;
bald frisch und freudig singlet
zusam’t der süßen Lerch,
und loben Gott, umzinglet
den Öl- und andern Berg.
Auch schwebet’s auf den Weiden
und will bei’n Hirten sein,
da Cedron kommt entscheiden
die grünen Wiesen rein;
tut zierlich sammen raffen
die Verslein in Bezwang
und setzet sich zu’n Schafen,
pfeift manchen Hirtensang.
Auch wieder da nit bleibet,
sich’s hebt in Wind hinein,
die leere Luft zertreibet
mit schwanken Federlein:
sich setzt an grober Eichen
zur schnöden Schädelstatt;
will kaum von dannen weichen,
wird Kreuz noch Peinen satt.
Mit ihn will mich erschwingen
und manchem schwebend ob
den Lorbeerkranz ersingen
in deutschem Gotteslob.
Dem Leser nicht verdrieße
der Zeit und Stunden lang:
hoff ihm es noch ersprieße
zu gleichen Zither-Sang.

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POESIA SATIRICA

Sotto il velo della comicità, la satira mette a nudo il male molto meglio di un’aperta denuncia. Provare per credere.

Nikolaus Dietrich Giseke
 (Csó, Ungheria 1724 – Sondershausen 1765)

Das Menschengesicht

Daß unter Menschen Geschöpfe wandeln,
die menschlich aussehn und tierisch handeln,
darüber erzürn’ ich mich nicht.
Ist denn die Welt nur für uns geschaffen?
Nein, auch für Eulen und auch für Affen,
und auch für das Menschengesicht.
Sie scheinen äußerlich uns zu gleichen,
bald aber verraten sie durch Zeichen,
mich wahrlich täuschen sie nicht!
An Unterkehlen, an Augenbrauen,
an offnen Mäulern, die stets erstaunen,
erkenn’ ich das Menschengesicht.

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