I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Mese: luglio 2009

IL DECANO DELLA SCIENZA RELATIVA

In una lunga serie di successivi concorsi di pari imparzialità ed onestà, aveva messo in cattedra numerose copie relativiste di se stesso, in modo che la sacra fiaccola del relativismo politicamente corretto continuasse ad ardere sotto il sedere di chi accedeva ai sacri precinti dell’italica accademia.
Ora si trattava di relativizzare il mostro anti-relativo, colui che, avendo purtroppo alcune certezze, rifiutava di comprendere l’assoluta natura probabilistica della ricerca “scientifica”, e quindi aveva scritto un “cumulo di sciocchezze” che offendevano la “deontologia professionale”.
Le opinioni del barone della scienza relativa erano invece ben lontane dall’offendere la “deontologia professionale”, specie quando egli esercitava il poco cervello rimasto a trinciare giudizi su argomenti di cui non si era mai occupato, dei quali non sapeva nulla, ed esposte in libri che non aveva mai letto.
Deposta la penna d’oca, il decano della scienza relativa inviò la vecchia fantesca ad imbucare la lettera per il quotidiano relativisticamente superobiettivo, che di certo l’avrebbe pubblicata nella relativa “corrispondenza dei lettori”, col massimo entusiasmo relativo.
Soddisfatto di sé, il decano relativo uscì, appoggiandosi al relativo bastone, a fare due relativi passi. Purtroppo, nell’attraversare la strada relativa, una maleducata automobile, dimentica della propria esistenziale relatività, lo colse in pieno. Una prece relativa.

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LA BARZELLETTA DELL’UNIVERSO ETERNO

Nella mitologia mesopotamica le cose del mondo erano “prive di nome”, e cominciavano quando gli dei le nominavano. Nella mitologia indiana, il mondo era teatro della ciclica azione della Trimurti. Anche nella mitologia scandinava si concepiva un eterno ritorno: dopo il Ragnaròk (battaglia finale tra dei e demoni che si distruggevano a vicenda e annientavano il mondo), il mondo rinasceva. Nella mitologia classica vi erano diversi miti delle origini, ma nessuna chiara idea di un Dio creatore. Regnava, in definitiva, l’ignoranza, colmata con miti fascinosi.

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QUANTO COSTA L’ACQUA MINERALE?

QUANTO COSTA L’ACQUA MINERALE

A pranzo con un collega di identiche, atee e relativistiche, persuasioni, l’intervistatore riferì sulla fruttuosa mattinata di duro lavoro intervistatorio.
— Allora, com’è andata l’intervista? — domandò il collega, collezionista di opulente serigrafie di Lenin, Marx, Gramsci e Che Guevara.
— Bene, benissimo — rispose l’intervistatore.
— Ne sono felice. Naturalmente non ho letto il libro, ma ne so abbastanza. È importante liquidarlo, fargli fare una figura di merda, secondo le migliori tradizioni dell’alta cultura sinistrorsa. —
— Sì, sì, lo so. Mi hanno detto che molti studenti lo hanno ringraziato perché, hanno detto, il suo libro aveva aperto loro “nuovi orizzonti”. Cazzo, dopo tutti gli sforzi dei nostri valorosi propagandisti rigorosamente relativisti e politicamente corretti, nelle scuole e nelle università, per chiudere tutti gli orizzonti, quello li riapre, il bastardo. Dopo tutti gli sforzi per imporre la raffinata cultura di sinistra, porca troia, arriva quello con il suo rozzo revisionismo di destra. —
— Naturale, quel sacco di merda avrà bevuto tutta l’acqua minerale che gli abbiamo offerto. C’erano trentacinque gradi fuori, e un sole che spaccava le pietre. —
— Certo che si è volgarmente bevuta tutta la bottiglietta, quel maiale del cazzo. Non ha neppure idea della nostra raffinatezza. —
— Sicuro. Bisogna fargli assaggiare la nostra raffinatezza, a quel coglione, bisogna rinfacciargli perfino l’acqua minerale che gli abbiamo offerto. —
— La buttiamo sul raffinato, naturalmente, secondo i nostri raffinatissimi metodi, ben oliati nello sputtanamento a ruota libera che abbiamo scatenato contro quello là che pretende di governare solo perché vince le elezioni, grazie ai voti dell’imbecilgente, quello là che doveva avere un partito di plastica, e invece si è rivelato molto più tosto del previsto. E tutto per un po’ di merdose regole democratiche, mentre un bel gulag risolverebbe tutto subito. —
— Purtroppo non si può più. E anzi, la consegna è dire che quello non era comunismo. Esattamente come procede il raffinato sputtanamento di quel gran coglione? —
— Ho già in mente la frase che metterà a terra lo stronzo: “Il massiccio nemico, colpevole di ostinarsi a pensare con la propria testa, ingollava a grandi sorsate acqua minerale per rifornire il corpaccione ben nutrito che trasudava benessere capitalistico.” E poi gli darò del matto. Ecco, meglio: “Gesticola per dare forza al suo concetto, sgrana gli occhi di stupore, ridacchia di compatimento e butta giù acqua gasata per dare carburante a un’orazione lucidamente folle. O follemente lucida.” —
— Benissimo, benissimo, bisogna sputtanarlo, il merdoso, con la nostra raffinatezza di sinistra, con la nostra umanità, col nostro umanesimo marxista-leninista-gramsciano. —
— Anche la foto che pubblicheremo l’abbiamo scelta bene. Un attimo particolarmente espressivo. Sembra proprio matto, quel coglione. L’abbiamo colto in un momento in cui l’avevo provocato ben bene, quel fottuto. Noi siamo raffinati, cosa crede quello lì di poter continuare a metter fuori strada gli studenti con le sue volgarità cristiane e controcorrente? Cosa crede, di poter sfidare il dogma relativista? La verità non c’è. Ci sono solo le nostre verità, e quelle non si discutono. Chi le mette in discussione lo mettiamo alla gogna. —
— Bene, bene, bene ……. Vedo che sei ideologicamente ben orientato. Farai carriera. —
— Grazie, grazie. E che ne dici dell’idea di rinfacciargli l’acqua minerale? —
— Magnifico, magnifico. È in linea con la nostra profonda umanità. Quello si strafoga con la nostra costosissima acqua, mentre nel Terzo Mondo muoiono di fame e di sete per colpa sua. —
— Speriamo solo che si stufi e si arrenda, perché mi sembra un osso duro, nonostante tutto. —
— Ma vedrai che, col nuovo codice etico del senato accademico lo sistemeranno. Intanto, con tutto questo lavoro per incastrare il merdoso coglione, mi è venuta una sete ……. Cameriere della malora, corri a prendermi un’altra bottiglia d’acqua minerale. —

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LA SFIDA

LA SFIDA

“Chissà quanto starà male quel disgraziato, con tutti quegli articoli e quelle interviste a capestro inquisitorio;” pensava il preside che aveva promesso (e mantenuto) di scatenare i mass media “peggio per lui; avrebbe dovuto darmi retta, gli avevo proposto di ritirare quel suo maledetto testo che aborro e non avrebbe avuto altre conseguenze; invece ha voluto sfidare la mia suprema autorità, e adesso è sistemato. Se ne ricorderà per sempre della mia ira funesta, e della mia alta scienza giuridica.”
In quel momento, il presunto “disgraziato”, fumando la pipa in spiaggia, dettava un’ispirata poesia che riassumeva l’inizio della faida e ne prediceva la conclusione:

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ORAZIA

— È l’atteggiamento migliore. La calma disorienta l’avversario, e il tempo che passa lo fiacca. Al tempo va lasciato il compito di sciogliere i nodi. Ho sempre fatto così, almeno da quando le delusioni della guerra civile mi hanno insegnato a prendere la vita con filosofia. —

— Ma chi sei? —
— Mi chiamo Quinto Orazio Flacco. La mia vita sulla terra si è conclusa appena poco prima che si manifestasse la gloria del grande Re che voi adorate. —
— Pochi lo adorano, — dovetti correggerlo — la maggior parte gli volta le spalle, lo odia e lo bestemmia. —
— Lo immaginavamo. Dove sono io, diversi di noi lo hanno detto. Ma non sappiamo tutto e viviamo nell’incertezza su molte cose. —
— Ma dove siete? —
— Nel limbo, dove ci ha visti il sommo poeta che visitò l’oltretomba sotto la guida del grande Virgilio. Con noi stanno gli “spiriti magni”, come li chiamò quel nobile visitatore. Noi ragioniamo con loro, ascoltiamo Platone e “il maestro di color che sanno”, Aristotele, e il maestro di entrambi, Socrate. E con noi è Cesare, è Augusto, Cicerone, Seneca, e tutti i maggiori filosofi antichi, e Omero, Ettore, Enea. Solo, in un canto, il grande spirito del Saladino. Ma la nostra sapienza si ferma davanti ai misteri. Trinità e Incarnazione: sappiamo che sono cose meravigliose, ma non ci è dato penetrarle. Per noi sono solo nomi. Anche per voi, del resto, finché vivete sulla terra. Solo chi è nella candida rosa dei beati vede e comprende. —
— Come fai a conoscere la rosa dei beati? —
— L’ho vista, per un attimo. Tutti la vedono quando si presentano al giudice alla fine dell’esistenza terrena. —
— E non vi tormenta il pensiero di non potervi salire mai più? —
— Non è un tormento. I dannati sono tormentati. Per noi è un rimpianto, la fonte della nostra malinconia, come chi ha perduto l’essere amato e ne ritiene il ricordo come cosa ormai lontana, come una musica che si perde tra le foglie lievi di un bosco incantato. —
— Non provate rancore perché altri hanno potuto conoscere il Re, e ascendere con lui al cielo, mentre a voi è stato negato? Non vi dispiace che vi sia toccato nascere troppo presto? —
— Noi sappiamo della bontà di Colui che ha creato e governa tutte le cose. Non la comprendiamo, perché le cose più alte ci sono precluse, ma sappiamo che è buono, ed Egli ci ha elargito generosamente molte conoscenze naturali, che ci mantengono sereni. Così sappiamo che, se ci fosse stato dato di conoscerLo, saremmo stati sopraffatti dall’orgoglio e dalla superbia, consci come siamo del nostro superiore intelletto. A chi più ha, più sarà richiesto. Chi è più in alto rischia di rovinare più in basso. Se l’avessimo conosciuto, Egli sarebbe stato per noi pietra d’inciampo e, invece, di essere nella tranquilla pace del limbo, né tristi né lieti, godendo della reciproca compagnia e dei nostri libri, opere del nostro ingegno, saremmo sprofondati nell’abisso ardente del grande demone. —
— Voi avete dunque una chiara nozione del bene e del male? Conoscete l’antagonista del grande Re? —
— Tutti gli uomini l’hanno, questa conoscenza: è una conoscenza naturale dell’uomo. Il grande Re l’ha elargita a tutti. Anche noi pagani, al lume della semplice ragione, sapevamo benissimo che esiste l’Ottimo Massimo, datore di ogni bene, e che esistono i demoni, che vogliono solo distruzione e male. E sapevamo pure che bene e male non sono astrazioni, ma presuppongono volontà. Solo le persone hanno la volontà, e la dirigono al bene, che è grato al Re, o al male, che il Re punisce. I buoni vanno al premio eterno, i malvagi all’eterno castigo. Oh, sì, noi pagani avevamo una chiara nozione dell’inferno, che chiamavamo Averno, e del luogo del premio, i Campi Elisi. —
— E tu, e tutti gli altri nobili spiriti, siete nei Campi Elisi? —
— Sì, il limbo è all’incirca come noi immaginavamo i Campi Elisi. Ma quello che non sapevamo era che, ben al di sopra dei nostri Campi Elisi, vi fosse un premio ben più grande, che non possiamo raggiungere. Non potevamo immaginare l’Ottimo Massimo Giove che si faceva uomo per salvare gli uomini dal peccato e condurli alla vita eterna. A questo era impossibile arrivare con il solo lume della ragione. Beati voi che credete nel Re eterno, e avete la speranza di entrare nella sua eterna felicità, e di comprendere ogni cosa. —
— Ma il Re eterno, come tu lo chiami, o Cristo Signore, com’è il suo vero Nome, gradisce la satira? È questo il dubbio che mi assale. Sei forse venuto per consigliarmi? —
— È il compito più gradito che possa toccarci, questo: soccorrere coloro che hanno bisogno di guida, al lume della ragione, che è vivo in noi. Così Virgilio fu mandato a guidare il sommo Alighieri, ma dovette cedere il campo a Beatrice, alla Fede, quando si trattò di varcare i confini del paradiso. Così io sono stato inviato a te, per dirti (alla luce della ragione, ben diversa dalle tenebre del falso razionalismo negatore) che non devi temere di scrivere satire, tu che hai avuto l’incomparabile fortuna di poter conoscere la vera dottrina del Redentore. Il miele è buono, ma anche il fiele ha la sua funzione. Anche la satira, poiché castiga ridendo i costumi, è gradita al Re dell’universo. Onore e gloria a Lui, fonte del carisma delle belle lettere, come di ogni altro carisma e dono dell’intelletto. Io ti nomino Orazia, perché tu sai usare la satira per difendere la verità. Fallo senza timore. —
Quando mi svegliai avevo ben in mente tutta la serie di cose ridicole sulle quali scrivere: gli idoli che gli uomini si sono creati, le incomprensioni e la maleducazione che si annidano nelle famiglie, la disonestà degli speculatori finanziari, le frenesie ambientaliste e gli interessi che vi stanno dietro, le beghe da cortile nelle università e i baroni senza spina dorsale che fanno carriera legando l’asino dove vuole il padrone, i dogmi materialisti come l’evoluzionismo, e tante, tante altre storture.
Ma a che servirebbe lanciare invettive, se non a dare troppa importanza a gente che non ne ha nessuna? Meglio ridere, e lasciare che il tempo si incarichi di denudarli e farli apparire come sono. Presto saranno nudi di fronte a un tribunale che non ammette appello, e quello che ora complottano nel buio sarà gridato dai tetti. La satira anticiperà questa opera del tempo, seppellendoli sotto le risate.

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GLI AVVOLTOI SPENNATI

Allineati sul ramo, i guru della stampa di sinistra piangevano e si lamentavano.
— Tempi grami ……. —
— Tempi pessimi …… —
— Dove siamo arrivati ……. —
— È proprio il colmo ……. —
— Già, una volta puntare i nostri strali contro il reazionario da distruggere, voleva dire distruggerlo sul serio, e ora, invece ……. —
— Una volta, che bei tempi …… Bastavano un paio di articoli, e la vittima andava in depressione, qualcuno si suicidava. Bei tempi ……. —
— Ora, invece, ridono e ci scrivono sopra delle satire. —
— Siamo in ribasso ……. —
— È l’intera società che va a pezzi …… —
— Mai possibile che il processo dialettico ci tradisca a questo modo? —
— Cosa facciamo? —
— Continuiamo a sputtanare il malvagio nemico ……. —
— ……. ma lui ci ride sopra …… —
— Anzi, più gli spariamo addosso, più sberle di ritorno ci arrivano. —
— Mancare di rispetto a noi, che formavamo l’opinione pubblica ……. —
— ……. che eravamo l’opinione pubblica ……. —
— ……. l’aristocrazia della politica ……. —
— Mancare di rispetto a noi, che non abbiamo mai sbagliato una previsione, mai una predizione ……. —
— Mancare di rispetto a noi, che siamo il meglio dell’aristocrazia intellettuale, della raffinatezza culturale, porca vacca, il meglio del meglio ……. —
— ……. a noi, che siamo il colmo della perfezione ……. —
E le lunghe file di avvoltoi cominciarono a piangere ma, essendo uccellacci, non spargevano lacrime. Invece, cominciarono a perdere le penne.
Una lenta nevicata di piume e di penne scendeva dall’albero, una nevicata grigiastra che sapeva di sfacelo.

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L’INTERVISTA

L’INTERVISTA

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Le poltroncine, rivestite di cuoio nero, erano eleganti, intorno al grande tavolo dalla lucida superficie di cristallo. Tutta la stanza della redazione giornalistica trasudava funzionalità ed efficienza: almeno, quella dell’architetto che l’aveva progettata. L’intervistatore e il fotografo, invece, sembravano due ultrà appena reduci dalla curva sud.

Il ruolo del fotografo: scattare in continuazione foto all’intervistato, tra le quali sarebbe stata poi scelta quella che lo metteva nella luce peggiore.

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