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LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

L’OPERA (SEGUITO bis)

La “Chittara Zeneize” non è finita. Resta ancora la canzone “Invia ra Musa a ro bosco per cantà de arme” composta nel maggio 1625. In quell’anno la Repubblica, minacciata dal Duca di Savoia e dalla Francia, aveva mandato reparti di fanteria e batterie di artiglieria sulle alture di Genova in difesa della città. Al servizio dei Generali in qualità di Cancelliere, era appunto il Cavalli. Era giovane e dovettero ispirarlo le minacce della guerra. L’inizio è idillico:

A ro bosco chi rie

A ro lago chi brilla,

A ro sciumme chi axilla,

Zù pe re pradarie

Chi scuggia chì e lì com’un’anghilla,

Aora che in ogni parte

Tutto ro mondo è dominòu da Marte,

Vegni, Muza, a gustà per un assazzo

Questa staxon bellissima de Maxo,

A gàve chi, done ra guerra taxe,

Ro rescioro de ville in santa paxe.

Ma la quiete è rotta dal fragore delle armi:

Aora che in ogni parte

Tutto ro mondo è dominòu da Marte.

Il bosco, il fiume, il lago scompaiono, lo splendore si spegne: non si vede ormai che grigiore di armi e di armati; gli echi, destati, ripetono il grido: “Viva San Giorgio”. I canti di guerra, l’imminenza del pericolo danno al poeta un’ebbrezza nella quale il pensiero della guerra e quello della pace si confondono: ne risulta un pensiero unico, che non più né dell’uno né dell’altro, anzi è espresso in versi così gioiosi, che si direbbe l’inizio di una ballata composta per una festa campestre:

Ro responde de rive,

Ro repicco de valle

A ra fronte, a re spalle,

Sae materia de scrive;

Ra nostra Muza ne trionfe e balle.

Ricorda quindi le imprese della Repubblica; le vittorie contro Pisa e Venezia; le conquiste in Grecia; si esalta al ricordo di quei grandi genovesi che onorarono la patria. E per la sua patria bella e gloriosa, egli trova espressioni vibranti di orgoglio:

Zena do mà Reginna

Per essere in eterno;

Tribulo sempiterno

Di Corsae da Marinna,

O per lè maesma, o d’atri a ro governo;

Favorìa da ciù bande,

Da ri Rae grandi reputà per grande:

Bonna in ri Stati a dà mille repoaeri:

Moaere de figgi che a ri Rae son poeri;

Aquile d’intelletti straprofondi,

Corombi a discrovì ri neuvi Mondi.

Per naturale successione di idee torna al suo punto di partenza: la guerra e senza odio né rancore, “con penna nì malevola nì raoza”, ma per debito si giustizia, tratta della cause che l’hanno scatenata. Quello che riassume nelle stanze successive appartiene alla storia. Nel marzo 1625 Carlo Emanuele per la strada del Rossiglione, il maresciallo Lesdiguere per quella di Gavi, avevano invaso le terre della Repubblica. Ma, visto che la strada del Rossiglione era impraticabile, il Duca di Savoia si volse contro Gavi e Voltaggio per aprirsi la via della Bocchetta, molto più agevole. Essendo i Genovesi colti alla sprovvista, le fortificazioni erano deboli e scarse: dopo tre ore di lotta accanita, Voltaggio cadde. Pensando agli orrori di quella guerra e di quella caduta il poeta grida:

Voltaggio, oh che fragello

Veggo vegnite adosso.

Za ra fossa e ro fosso

Van tutti in un maxello:

Sangue, che sora era rivo, è sciumme grosso

Odi de primmo tiro

Andà ra valle tutta in un sospiro:

Comme con ri figgèu streiti a ro mento

Morta ogni donna d’asmo e de spavento:

Comme ogni verginetta tremma e sbatte,

Chi n’ha moàe visto comme se combatte.

I vincitori sabaudi (anticipando quello che avrebbero fatto più tardi, con la connivenza dell’Inghilterra, quando nel 1815 riuscirono finalmente a mettere le mani su Genova) sfogano la loro rabbia su i morti e su i vivi; incendiano case, profanano chiese, commettono ogni sorta di atti nefandi. Ira, dolore, indignazione accendono il mite poeta che prorompe in versi irruenti:

Ti, mentre l’innemigo

Comme un can te s’avventa,

Desperòu t’accimenta

A l’ultimo perigo

A no poei reze ciù tanta tormenta,

Con mostraghe ra façça

Affronta, scanna, ammassa chi t’amassa.

E quando agge ro Çe così prescrito,

Che cazze sora Vottaggio a torto e a drito,

Cazzi: ma fa che mire rebattuo

L’innemigo in ro tò ro so derruo.

Poi, a placare tanta ira e dolore, si affaccia alla sua mente un’idea consolante idea; le anime dei caduti porteranno in Cielo notizie di quella guerra e chiederanno giustizia.

Sarà speraro certo,

Che de sì belle preuve

Portando in Çe re nèuve

Re anime de concerto

Per lò mezo a pietae ro Çe se meuve…

Allora Dio, spinto da pietà e giustizia, verrà in aiuto degli oppressi chiedendo agli assalitori la resa dei conti. Questa fu terribile e pronta perché, quando il Duca di Savoia, occupata tutta la Riviera di Ponente, già credeva di aver Genova in mano, le sorti della guerra improvvisamente si capovolsero. Il Marchese Ambrogio Spinola, alla testa dell’esercito spagnolo, conquistò Breda in Fiandra, infliggendo un serio colpo alla “grandeur” francese; le truppe del Duca furono decimate dalle malattie. gli abitanti di Val Polcevera fecero un’incursione su Gavi, portandosi via cinquecento buoi destinati al trasporto delle artiglierie. Per questo, quando il Duca, costretto a ritirarsi, dovette abbandonare tutti i suoi cannoni. Col ricordo di questi fatti si chiude la canzone che ha in sé la grazia commossa della lirica e la forza dell’epica.

Esaminata attentamente l’opera di Gian Giacomo Cavalli, si può concludere che egli fu poeta, ma per diventare anche grande, probabilmente gliene mancò non la capacità, ma il tempo. La necessità di provvedere ai bisogni della vita gli impedì di rinvigorire lo spirito con studi più vasti e profondi e le molteplici occupazioni che, come dice egli stesso, avevano fatto della sua povera testa un crivello, assorbivano e consumavano le sue migliori energie. Inoltre, chiuso dalla mattina alla sera negli archivi polverosi, ingolfato nelle pratiche burocratiche, non aveva né il tempo né il modo di ascoltare l’ispirazione. Di conseguenza in molte poesie si sente una certa forzatura; in altre si avverte l’incapacità di reggersi ad altezze tentate che forse con una maggior saldezza di basi sarebbero state raggiunte.


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