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Da: IPOTESI: periodico culturale di informazione critica,
Rapallo, Anno 4, N. 10-12, Anno 5, n. 1-8 (1979),
Numero speciale dedicato a “Il mondo fantastico di J.R.R. Tolkien”, pp. 361-362.

Emilio Biagini & Laura Faelli

IL CONCETTO DI DESTINO ULTRATERRENO NE “IL SIGNORE DEGLI ANELLI”

Il Signore degli anelli (The Lord of the Rings, d’ora innanzi indicato come LOTR) è stato a torto definito un romanzo senza religione. Più propriamente si può dire che manchino in essi accenni diretti ad un sistema religioso: non vi si trova dunque l’aspetto formale della religione, ma sono i fatti stessi del romanzo che presuppongono un ordine provvidenziale (Urang 1971), quindi una Divinità. Secondo il Fuller (1962) una teologia contiene la narrazione piuttosto che esservi  contenuta. Zimbardo (1968, in Isaacs & Zimbardo) pone in particolare evidenza la origine agostiniana della concezione del male in Tolkien. Una simile prospettiva si ritrova nel Kocher (1974), il quale tuttavia si dichiara contrario ad un eccessivo approfondimento teologico: ma è questa una premessa che lo stesso autore, nella sua discussione sull’ordine cosmico nel romanzo (Cap. 3), sembra non rispettare troppo. “Religione naturale” (Kocher, cit.) e “teologia naturale” (da parte dello stesso Tolkien 1966) rappresentano definizioni quanto mai calzanti del sistema religioso che, in forma implicita, sostiene e conferisce significato e rilevanza alla narrazione, mentre forzature deformanti appaiono le interpretazioni freudiane o pseudofreudiane che pretendono di porre in secondo piano la prospettiva religiosa, come ad esempio quella del Keenan (1968, in Isaacs & Zimbardo).
È d’altronde ben nota la fervida adesione, l’adesione di un’intera vita, di Tolkien alla Fede cattolica (Carpenter 1977). è pertanto legittimo analizzare sotto il profilo teologico il capolavoro tolkieniano e porne in evidenza conformità e divergenze dall’insegnamento della Chiesa. Sono a questo punto necessarie due precisazioni: anzitutto eventuali difformità riguardano esclusivamente il romanzo, dove la fantasia creatrice regna sovrana, e non possono coinvolgere il pensiero dell’autore di per sé; inoltre, data la vastità del campo d’indagine teologico, la presente nota si limiterà a considerare un solo aspetto: quello del destino ultraterreno dei viventi.
Nel mondo dell’Anello esiste un inferno, Udûn (che in Sindarin, una lingua degli Elfi, significa “non-ovest”, “mondo sotterraneo”); e le Terre immortali (dette anche “il Crepuscolo”, “il Regno Benedetto”, “l’Ovest più remoto”, “il Paradiso superiore”), dove risiedono i Valar e gli Elfi. Le Terre Immortali erano congiunte alla Terra di Mezzo, residenza dei mortali (non solamente uomini, ma anche Hobbit, Nani, Ent ed altre specie pensanti), tramite il mare, ma alla fine della Seconda Era — in seguito al sacrilego tentativo di una popolazione mortale di impadronirsene con la forza — esse furono rimosse per sempre “dai cerchi del mondo”, mentre la patria dei violatori, l’isola di Numenor, veniva inghiottita dalle onde a somiglianza di Atlantide (LOTR, Appendice A; Foster 1971; Tyler 1976).
In casi eccezionali, però, i destini si invertivano: gli immortali potevano rinunciare al loro posto nel Regno Benedetto e seguire il destino dei mortali: è il caso dell’elfa Arwen, andata sposa all’uomo Aragorn. Per contro, i mortali che si fossero distinti in modo speciale potevano accedere alle Terre Immortali, come gli Hobbit Bilbo e Frodo, ambedue portatori dell’Anello, e il nano Gimli, che viene accettato a causa della sua amicizia con l’elfo Legolas e della sua venerazione per la regina elfica Galadriel. L’ammissione è sempre subordinata ad una stretta associazione e amicizia con gli Elfi, cittadini di diritto delle Terre Immortali.
Nella concezione tolkieniana dell’Elfo si ritrova l’influsso del mito scandinavo e del concetto dell’uomo non tocco dal peccato originale (Carpenter cit.). Nulla è detto però dell’eventuale connessione, quanto a origini, tra uomini ed Elfi, mentre è fatto cenno ad una lontana parentela tra uomini e Hobbit (LOTR, Prologo). Analogamente, nulla è detto del destino ultraterreno degli Elfi uccisi in battaglia.
Un mortale destinato all’ammissione al Regno Benedetto subiva preventivamente, in seguito alla sua lunga associazione con gli Elfi, una graduale trasformazione che lo rendeva simile a loro. Questo processo è descritto in qualche dettaglio nel caso di Frodo: il corpo stesso talora si altera, sembra farsi più diafano, cambiano soprattutto gli aspetti psicologici e morali, così che il mortale trova difficoltà di adattamento nel vivere tra la sua gente. Infine, quando entra nell’immortalità — le Terre Immortali, benché rimosse dai cerchi del mondo, potevano ancora essere raggiunte dalle navi elfiche — vi entra da vivo, in corpo ed anima.
Sul destino degli altri mortali vi è un unico ma illuminante accenno. Aragorn morente, nel consolare Arwen, dice: “In sorrow we must go, but not in despair. Behold! We are not bound forever to the circles of the world, and beyond them there is more than memory.” (LOTR, Appendice A). I mortali hanno dunque, nel mondo dell’Anello, una sopravvivenza di carattere positivo, un paradiso. Abbiamo, in definitiva, due paradisi, ciò che diverge nettamente dall’insegnamento del Vangelo.
Il paradiso, come appare dalle Scritture e dalla Tradizione, rappresenta il totale ricongiungimento delle anime con Dio, senza più barriere di sorta, neppure tra anima e anima (Comunione dei Santi). Non così nel LOTR, dove il destino degli Elfi è nettamente separato da quello dei mortali: “their fate is not that of Men. The dominion passed long ago, and they dwell now beyond the circles of the world, and do not return” (LOTR, Appendice F). E, parlando della separazione da suo padre dell’elfa Arwen nell’andare sposa ad Aragorn, Tolkien toglie qualsiasi dubbio in proposito: “bitter was their parting that should endure beyond the ends (sic) of the world” (LOTR, The Return of the King).
Quale è la causa di tale discrepanza? La risposta più semplice, che certamente contiene molta verità, è che l’autore, abbandonandosi alla sua libera creazione, non si è posto il problema di far aderire il suo mondo ad alcun parametro esterno. Vi è tuttavia motivo di ritenere alquanto semplicistica una spiegazione esclusivamente legata alla considerazione di cui sopra. Un’opera d’arte è sempre basata su esperienze e conoscenze dell’autore, e ne risulta una complessa sintesi che contiene cose che l’autore stesso può non aver pensato di mettervi (Fuller cit.). Ben conosciuto è l’atteggiamento negativo di Tolkien verso il tecnicismo e il “progresso” in genere. La prospettiva di tale progresso è naturalmente rappresentata, nel LOTR, dagli uomini: “The deeds of Men will outlast us”, afferma l’elfo Legolas. Ma il progresso rinuncia alla purezza della natura incontaminata, simboleggiata dagli Elfi. Ecco dunque la separazione tra uomini ed Elfi, destinata a durare oltre la fine del mondo, in eterno.
Vi è dunque, nella grande creazione tolkieniana, peraltro permeata dal concetto di Provvidenza, e perciò piena di speranza, una vena, se non di pessimismo, certo di profonda malinconia di fronte all’indiscriminato saccheggio della natura, alla distruzione di quella quiete, di quel silenzio che è elemento vitale per tutti i veri creatori.

BIBLIOGRAFIA

CARPENTER (1977) J.R.R. Tolkien: a Biography, London, Allen & Unwin
FOSTER (1971) A Guide to Middle Earth, New York, Ballantine
FULLER E. (1962) The Lord of the Hobbits: J.R.R. Tolkien, in Books with Men behind Them, New York, Random House
KEENAN (1968) The appeal of “The Lord of the Rings”: a Struggle for Life, in Isaacs N.D. & Zimbardo R.A. (eds.) Tolkien and the critics, Notre Dame, Ind., University of Notre Dame Press, pp. 62-80
KOCHER (1974) Master of Middle Earth: The Achievement of J.R.R. Tolkien in Fiction, Harmondsworth, Penguin
TOLKIEN J.R.R. (1966) Tolkien on Tolkien, Diplomat Magazine, Oct. 18
TOLKIEN J.R.R. (1974) The Lord of the Rings, London, Allen & Unwin, paperback
TYLER (1976) The Tolkien Companion, London, Macmillan
URANG G. (1971) Shadows of Heaven: Religion and Fantasy in the Writing of C.S. Lewis, Charles Williams and J.R.R. Tolkien, London, Pilgrim Press
ZIMBARDO R.A. (1968) Moral Vision in “The Lord of the Rings”, in Isaacs N.D. & Zimbardo R.A. (eds.) Tolkien and the critics, Notre Dame, Ind., University of Notre Dame Press, pp. 100-108


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