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Dopo brevi cenni introduttivi sulla vita e l’opera di Maria Valtorta, il volume tratteggia la figura e il ruolo di Padre Berti”, rievocando la lunga collaborazione tra il Padre ed Emilio Pisani al servizio della causa valtortiana. Di particolare significato la confessione di Monsignor Mario Crovini, che era stato collaboratore del Cardinale Ottaviani, Segretario del Sant’Uffizio, e che quindi sapeva tante cose. Crovini disse a Emilio Pisani, nel 1982: “Si pentirono subito di aver messo all’Indice l’Opera della Valtorta”.

Ovviamente alla fama dell’Opera nocque moltissimo l’imprudente e intempestiva disseminazione dei quaderni fatta da Padre Migliorini, contravvenendo alla proibizione di Cristo, più volte reiterata con sempre maggiore severità. Sulla base di letture affrettate di qualche pagina o nella più completa ignoranza dei testi, si susseguirono prese di posizione ecclesiastiche ripetitive e ingiustificate.

Pio XII aveva preso conoscenza dell’Opera su una scelta abbastanza ampia di quaderni e, non avendovi evidentemente trovato nulla che fosse contro la Fede e i costumi, ne aveva consigliato la pubblicazione senza modifiche affermando: “la gente capirà”. Parere autorevolissimo e ben meditato, anche se non un vero e proprio Imprimatur.

Ma, nel 1949, il Sant’Uffizio bloccò la pubblicazione. Come ora si sa, ciò avvenne dietro denuncia di un eminente Padre Servita, che si era seccato delle insistenze di Padre Berti, dal quale sembra si sentisse assillato da richieste di pareri e di appoggi per la causa della Valtorta.

Con l’avvento del papa “buono”, nel 1958, la situazione precipitò e l’Opera venne messa all’Indice l’anno successivo, in base a criteri illustrati in un articolo dell’Osservatore Romano del 6 gennaio 1960, dal quale si desume che la decisione era stata presa con la massima superficialità, come ben dimostrano i commenti critici di Emilio Pisani: i rilievi della gerarchia si appuntano infatti su questioni di stile e idiosincrasie letterarie, inesistenti “svarioni storici e geografici” dei queli non viene fornito un solo esempio. Il vero motivo della condanna era la “disubbidienza” (presunta) di Padre Berti, e la condanna ha finito per colpire un innocente: appunto l’Opera. Come già rilevato, il Sant’Uffizio sembra si sia pentito della messa all’Indice subito dopo, e i preti continuarono a leggere gli Scritti, eludendo la proibizione con sotterfugi da leguleio, come quella di scomporre i volumi nei loro fascicoli, dato che la condanna riguardava solo i volumi.

Nonostante la scarsa serietà di tutta l’operazione, la messa all’Indice peserà come un marchio d’infamia, anche dopo l’abolizione dell’Indice col Motu Proprio di Paolo VI Integrae servandae, del dicembre 1965. Successive prese di posizione confermeranno la validità della condanna, in base all’assunto che l’Indice conserverebbe il proprio valore “morale” pur essendo abrogato: vero capolavoro di ambiguità e ipocrisia curiale. Così la lettera del Cardinale Ratzinger del 1985 e la lettera di Tettamanzi del 1992 non faranno che richiamarsi alla scomunica e alle prese di posizione precedenti, dando tuttavia implicitamente via libera alla pubblicazione.

Ratzinger sente il bisogno di una giustificazione non richiesta dell’autorevolezza dei giudizi precedenti : “non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un’Opera la cui condanna non fu presa [da intendersi “decisa”] alla leggera ma dopo ponderate motivazioni” [che non spiega e che nessuno ha mai spiegato].

Per Tettamanzi si può leggere l’Opera purché il lettore accetti di ritenere bugiarda o illusa Maria Valtorta, la quale afferma in continuazione l’origine celeste degli Scritti. Le sue espressioni come “dice Gesù” o “dice Maria” non sarebbero, secondo il prelato improvvisatosi critico letterario, che espedienti appunto letterari. Ma ci sono o non ci sono errori dottrinali? Se sì, perché non condannare e bloccare apertamente e definitivamente? E se non ci sono perché tante complicazioni e ambiguità? Dov’è il “sì sì, no, no” evangelico?

Non venne tenuto alcun conto degli attestati storici in favore dell’Opera, che la Curia intercettò, impedendo che raggiungessero Pio XII. Anzitutto la petizione del gennaio 1952, firmata da Padre Agostino Bea, confessore del Papa, i Monsignori Alfonso Carinci, Angelo Mercati, Ugo Lattanzi e Maurizio Raffa, l’Avvocato Camillo Corsanego (Professore di Diritto al Pontificio Ateneo Lateranense e di Teologia all’Università internazionale “Pro Deo”), il Professor Lorenzo Ferri, scultore e pittore, il Commendator Vittorio Tredici, mineralologo.

Favorevole pure il giudizio di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze. Lattanzi è favorevole all’Opera ma per la pubblicazione come “Vita romanzata di Gesù”: quella che sarà in pratica la soluzione adottata, permettere ma senza Imprimatur e senza accettare l’idea che vi sia qualcosa di soprannaturale, ma si gingilla con pseudosinonimi come “preternaturale”.

Angelo Mercati conferma l’ottima impressione avuta ma non si sente di rilasciare dichiarazioni perché menomato per minacciata trombosi cerebrale, che finirà per ucciderlo tre anni dopo.

Nicola Pende, ammiratore dell’Opera e specialmente della perfetta descrizione medica dell’agonia di Gesù, non trae la logica conclusione di un’ispirazione soprannaturale, perché l’autrice non descrive cose che umanamente non poteva sapere, ma si affanna a cercare invano una spiegazione “scientifica”.

Vittorio Tredici, un mineralogista che ha lavorato sul terreno in Palestina, conferma l’esattezza di tutte le descrizioni di luoghi che la Valtorta non poteva umanamente conoscere.

Monsignor Michele Fontevecchia, vescovo fino al 1951 di Aquino, Sora e Pontecorvo, ossia della diocesi di appartenenza dell’Editore Pisani, era pronto a concedere l’Imprimatur, ma venne impedito dal Sant’Uffizio.

Il Cardinale Siri, nel 1956, su istanza del Padre Berti, esprime un parere favorevole all’Opera, ma dichiara di non poter far nulla perché c’è di mezzo la “Suprema”, come ironicamente chiama la Congregazione del Sant’Uffizio.

Nel 1961, su “Civiltà Cattolica”, appare un articolo vergognoso, nel quale si osa dire che la Valtorta sarebbe stata colpita da “una grave forma di alterazione mentale” e si blatera di “Quinto Vangelo”, nel quale “lungaggini e sciocchezze” sarebbero messe in bocca a Gesù Cristo e alla Madonna. Epiteti come “malattie mentali”, “puerilità”, “fantasie e falsità storiche”, “monumento di pseudoreligiosità”, si sprecano. E non era neppure la prima volta che che la rivista dei Gesuiti si occupava di Maria Valtorta per insultarla. Alle livorose calunnie di “Civiltà Cattolica” rispose puntualmente Emilio Pisani, senza peraltro ottenere risposta. Fra gli appunti autografi di Padre Gabriele Maria Allegra, santo e dotto francescano dei Frati Minori, missionario e biblista, è stata trovata un’altra cogente demolizione del biblioso attacco di “Civiltà Cattolica”.

Padre Allegra (S. Giovanni La Punta, Catania 1907-Hong Kong 1976), dichiarato Venerabile nel 1994, beato nel 2002. Scrive, il 3 luglio 1965, a Padre Fortunato Margiotti, direttore di Sinica Franciscana, che si pubblica a Roma, in appassionata difesa dell’Opera. Altro che “metodo di storia delle forme”, digitus Dei est hic. Questo libro è “un atto di divina misericordia per la Chiesa, per le anime semplici, per i cuori che sono evangelicamente fanciulli. Più volte, nelle sue lettere, Padre Allegra si esprime in termini entusiasti: l’Opera lo ha profondamente commosso, lo ha spinto a meditare il Vangelo, quest’Opera avvicina al Signore. Moltiplicarne le traduzioni sarebbe una grande vittoria contro satana. L’Opera fa crescere nell’amore verso il Signore Gesù e la Sua Santa Madre. Nel Diario, in registrazioni dal 1968 al 1970, esprime la sua meraviglia di fronte al capolavoro e sottolinea quanto gli abbia permesso di comprendere e di commuoversi. Più di una volta scrive di trovarvi “il dito di Dio”. In una relazione completa, scritta nel giugno 1970, in occasione di una degenza all’ospèedale di Macao. Padre Allegra constata la ricchezza teologica e la perfetta aderenza alle realtà della fede. Il linguaggio teologico è quello di oggi e i personaggi parlano italiano, eccetto quando pregano in ebraico o in aramaico, perché destinato alla Chiesa di oggi. L’Opera esige un’origine soprannaturale, e dai frutti buoni che produce deve venire dallo “Spirito di Gesù”.

In rubriche radiofoniche si ebbero conversazioni significative sull’Opera. Il gesuita Padre Virginio Rotondi (Vicovaro, Roma 1912-Castelgandolfo 1990) ne parlò alla RAI, nella rubrica “Tre minuti per te”, per cinque giorni consecutivi dal 6 al 10 febbraio 1968, in termini che rivelano la sua profonda conoscenza dell’Opera, che lo porta ad una valutazione assai positiva (mentre i giudizi negativi dati da altri sull’Opera sono per lo più frutto di crassa ignoranza). Padre Rotondi conclude che Maria Valtorta ha scritto in virtù delle sue eccellenti capacità naturali, moltiplicate dalle straordinarie operazioni mistiche, con in più talune aperte manifestazioni che nella Chiesa non sono nuove, facendo parte di quel carisma profetico che il Concilio Vaticano II riconosce diffuso in tutto il popolo di Dio e che, in qualcuno raggiunge vette addirittura straordinarie.”

“Oggi è domenica”, rubrica religiosa settimanale del “GR2”, presenta ogni volta un’esperienza di vita cristiana o di conversione al Vangelo. Una storia trasmessa il 25 marzo 1979 riguardava due ex-hippies, Frida e Francesco, genitori contenti di cinque figli, che da una vita disordinata sono passati alla luce e alla Grazia. Lei si è fatta battezzare, perché i genitori atei non avevano neppure provveduto al suo battesimo. I due si sono sposati e vivono una vita cristiana, e tutto grazie al “Poema dell’Uomo Dio”, come allora si intitolava “L’Evangelo come mi è stato rivelato”. Una “cosa enorme” per loro è stato capire, grazie all’opera valtortiana, che Gesù è nella Chiesa. Frida si è battezzata insieme al bambino, poi ha ricevuto la Cresima, si è sposata con Francesco. La Grazia entrata in loro ha completamente cambiato la loro vita.

Numerosi scrittori e studiosi si sono occupati della Valtorta. Monsignor Gianfranco Nolli (Gardesco, Cremona 1919-Roma 1989), che ha ricoperto la carica di Ispettore per le Antichità Orientali ai Musei Vaticani, attesta l’esattezza delle descrizioni, il giovamento spirituale e la serenità interiore che si ricava dall’Opera. Padre Gabriele Maria Roschini (Castel Sant’Elia, Viterbo 1900-Roma 1977), illustre Servita e grande mariologo, dopo una prima misurata dichiarazione del 27 agosto 1946, nella quale affermava di non aver trovato nulla nell’Opera che fosse contro la Fede e i costumi, e invece un soffio di grande spiritualità, e riteneva che se ne potesse permettere la stampa a certe condizioni, dall’estate del 1972 cambiò totalmente, avendo finalmente letto l’Opera con attenzione, e dalla sua conversione scaturì il libro La Madonna negli scritti di Maria Valtorta, nel quale affermò: “chi vuole conoscere una Madonna in perfetta sintonia col Magistero ecclesiastico legga la Valtorta”. Diego Fabbri (Forlì 1911-Riccione 1980), drammaturgo cristiano, il 5 maggio 1977 scrisse all’Editore Pisani per avere l’Opera, dichiarando di essere rimasto molto impressionato dalla lettura del volume IX, prestatogli da un amico. Gregorio Penco (Genova 1926), uno storico benedettino, autore dei monumentali testi Storia del monachesimo in Italia e Storia della Chiesa in Italia, in quest’ultima opera, pubblicata nel 1978 da Jaca Book, a proposito della spiritualità mariana, accosta il nome della Valtorta a quello del grande studioso don Giuseppe De Luca (Sasso di Castalda 1898-Roma 1962), uno dei più dotati uomini di cultura del Novecento. Altro che “Storia di Gesù malamente romanzata”!

Fabrizio Braccini, docente nell’Istituto di pedagogia, psicologia e legislazione scolastica all’università di Salerno, autore di uno studio “Il caso di Maria Valtorta” apparso nel 1979 sulla Rivista di ascetica e mistica dei Domenicani del Convento di San Marco a Firenze, presenta conclusioni molto discutibili, in quanto giustifica la persecuzione di padre Germano di Stanislao a Santa Gemma Galgani, alla quale vennero vietate visioni e locuzioni, ciò che, oltre a causarle sofferenze gravissime, equivalevano a intimare: “Cristo, taci”. Vale la pena di ricordare che proprio con metodi del genere è stata rovinata la preziosa rivelazione privata a suor Maria di Àgreda: il confessore le impose di distruggerla, e quando la riscrisse a memoria molti anni dopo il ricordo si era inevitabilmente alterato. Dunque, i direttori spirituali che si sono succeduti al capezzale di Maria Valtorta, che non aveva altra consolazione che i suoi colloqui celesti, avrebbero dovuto impedirle di ricevere visioni e dettati, sprofondandola nella disperazione e privando il mondo dell’Opera. Il Braccini ragiona in base ad una documentazione incompleta: non conosce l’epistolario e altri importanti documenti. Ma non appena si prospetta un rimprovero al clero, ossia l’indignazione di Cristo e il dolore di Maria Vergine per il trattamento inflitto all’Opera e per le anime che si perdono essendo impossibilitate a leggerla dall’inerzia del clero e dal tradimento del Servita che fece la denuncia al Sant’Uffizio, il Braccini, che pure accetta obtorto collo l’idea che fosse ispirata, la accusa di ribellione, di “obbedire a se stessa”. Non è più Dio che parla, ma l’umile Valtorta che si permette di criticare chi le è “superiore”. Braccini cita a sproposito San Giovanni della Croce che raccomanda di stare lontani dalle “apprensioni soprannaturali”, ma questo può valere in casi di ingiustificata esaltazione mistica, ma se Dio vuol parlare, perché chiudergli la porta in faccia? Quanto al suggerimento che i direttori spirituali di Maria Valtorta avrebbero dovuto usare l’esorcismo per verificare l’autenticità dei dettati, va bene per un’indemoniata, non certo per un’anima come lei, che praticava, e con successo, lei stessa l’esorcismo. Quando poi Braccini accenna a un ipotetico ruolo di medium di Maria Valtorta, rivela pateticamente di non aver capito proprio nulla.

Il filosofo Cornelio Fabro (Flumignano, Udine 1911-Roma 1995) era in corrispondenza con l’Editore Pisani, amava la Valtorta e si diceva certo che sarebbe stata glorificata. Apprezzava moltissimo gli Scritti e li faceva conoscere ai suoi studenti.

Lo storico gesuita Mario Colpo (Brescia 1914-Roma 1998), colpito dalla forma letteraria dell’Opera, propose una editio minor che, tagliando la parte dottrinale, valorizzasse la parte narrativa.

Giovanni Pozzi (Locarno 1923-Lugano 2002), cappuccino, saggista, dilettante di poesia, autore di Scrittrici mistiche italiane in collaborazione con Claudio Leonardi (Sacco di Rovereto 1926-Firenze 2010) che era storico, filosofo e latinista specializzato in letteratura latina medievale, svolse un discorso a dir poco delirante, che rivela solo ignoranza e totale incomprensione. A suo parere, la “fluviale opera” della Valtorta non sarebbe altro che un “simbolo della corsa al meraviglioso che caratterizza buona parte della spiritualità emergente e oggetto di viba contestazione da parte della teologia più illuminata”, della quale l’illuminato Pozzi si sente esponente. L’Opera sarebbe una “immensa dilatazione del testo evangelico, che sta soddisfacendo la domanda dell’attuale fiera carismatica”. Invece di esaminare seriamente il testo valtortiano nella sua mirabile scienza teologica, nelle sue dettagliatiussime descrizioni geografiche, storiche e archeologiche le quali presuppongono profondissime conoscenze che la povera paralitica non poteva assolutamente avere, nella sua capacità di conversione delle povere anime lontane da Cristo, che fa il Pozzi? Si perde in elucubrazioni pseudosociologiche sulla presunta “corsa al meraviglioso” nonché “fiera carismatica”, con la quale presumibilmente intende flagellare la disperata ansia di infinito e di speranza di tante anime deluse dalle aride e presuntuose prediche degli illuminati nuovi farisei. Non contento di ciò, il dilettante sociologo si improvvisa pure psicologo, delirando che la Valtorta avrebbe ricambiato la madre con un “odio totale” (sic) che sarebbe stato “tanto maggiore quanto alimentato da una convivenza masochisticamente prolungata oltre le necessarie convenienze del comportamento sociale”. La carità eroica verso la madre è diventata, nei contorti meandri del pensiero pozzico, una forma di masochismo, e stare vicino alla propria madre in generale non sarebbe che una “necessaria convenienza del comportamento sociale”, dopo di che alla madre si può dare un calcio: chissà che razza di figlio sarà stato l’illustre cappuccino con sua madre, se si sarà comportato come le sue parole fanno presumere. Non ancora soddisfatto della sua opera dissacratrice di una santa della quale non ha capito nulla, il Pozzi, saggista e poeta dilettante, improvvisatosi sociologo, psicologo e anche dietetista, prosegue, con supremo sprezzo del ridicolo: “Gli scompensi affettivi verso il suo sesso furono aggravati dal ricordo, rabbioso e occulatamente ammirativo, verso la nutrice, una scioperata meridionale [manca solo che dice “terun”] che l’abbandonava nei campi per far l’amore coi contadini, a lei fa risalire gli squilibri della propria passionalità [sic], e le sofferenze di stomaco…” L’Autobiografia della Valtorta sarebbe “un’occulta esaltazione di sè”, con “goffaggini insopportabili nelle descrizioni di paesi e della natura”, con un “decadentismo di seconda mano tinto di oratoria sacra corrente” [sic]. Evidentemente ossessionato dal sesso lui stesso, il saggista e poeta dilettante, improvvisatosi sociologo, psicologo e dietetista, non fa che vedere sesso in tutto quello che Maria Valtorta scrive: “Incombe nella sua scrittura una visione panico-sessuale della realtà mondana e celeste”. Il fatto che il linguaggio di Eros e Charitas possano assomigliarsi è chiaramente ignoto al nostro dilettante, che non ha mai letto il “Cantico dei cantici”, o lo ha del tutto dimenticato. La farneticante tiritera continua a lungo sullo stesso tono demolitorio, ma questi pochi fiori avvelenati colti in una vasta palude sono sufficienti a dare un’idea del tutto. Lapidariamente, Emilio Pisani commenta: “Solo mentendo si può dir male di Maria Valtorta”.

Michele Dolz, sacerdote spagnolo residente in Italia, pubblica con la Modadori, per il Natale 2001, un saggio dal titolo Il Dio bambino, nel quale tratta del culto di Gesù Bambino, accennando anche alla Valtorta, della quale ricapitola la vicenda in modo anodino e acritico, senza prendere posizione, ma sottolineando almeno che “non si è mai sentita un’accusa fondata circa eventuali errori dottrinali, che palesemente non ci sono”.

Bruno Amadio, un avvocato milanese, membro numerario dell’Opus Dei, pubblicò un articolo dal titolo “Il caso Valtorta” sul numero di luglio-agosto 2002 della rivista Studi Cattolici della Ares di Milano, prendendo occasione da una precedente edizione del libro Pro e contro Maria Valtorta. A suo parere, l’autrice, pur confinata nella sua stanza, descrive luoghi,, persone, discorsi ed eventi come una testimone oculare. Sublimi, elevati, sapienti sono i discorsi da lei ascoltati, impossibili a farsi anche a chi possieda un’elevata cultura teologica che comunque a Maria Valtorta mancava, discorsi che risplendono ad esempio nel commento ad un testo arduo come l’Epistola di Paolo ai Romani. Lei non era che una semplice “portavoce” delle sue esperienze mistiche, secondo la massima contemplata aliis tradere di S. Tommaso d’Aquino (e ciò valga da ammonimento ai superficiali secondo i quali le rivelazioni private riguarderebbero solo chi le riceve). Amadio nota pure l’assoluta fedeltà valtortiana alla Sacra Scrittura, la mirabile armonia da lei messa in evidenza fra Antico e Nuovo Testamento e la piena conferma da lei data della validità dei dogmi e dell’insegnamento bimillenario della Chiesa.

Luigi De Candido, religioso servita, nel luglio 2003 pubblicò sulla rivista Madre di Dio, della Società San Paolo, un articolo dal titolo “La storia umana e divina della Vergine Maria”, definito “pregevole” da Emilio Pisani, ma a mio parere ancora ben lontano dal rendere piena giustizia alla verità. Infatti, la penna di Maria Valtorta viene definita “mossa da mistica fantasia”; ma come si può parlare di “fantasia” se scriveva solo ciò che vedeva o le veniva dettato? L’articolo parla pure di “invenzioni”, e crede di individuare, come fonti dell’Opera, “la Bibbia, il Catechismo e molto verosimilmente gli apocrifi neotestamentari dei secoli III-VI, nonché altri testi analoghi”. La Valtorta aveva sì Bibbia e Catechismo, ma è attestato con certezza che scriveva di getto, senza prepararsi o consultare alcunché, e quanto agli apocrifi o “altri testi analoghi” siamo nel regno dei sogni.

Numerose le testimonianze del bene fatto alle anime, come quella del venerando Padre benedettino Egidio Gavazzi, abate di Subiaco, che consigliava la lettura dell’Opera valtortiana nei monasteri femminili di cui era visitatore.

L’eccezionalità dell’Opera ha attratto l’attenzione del mezzo radiofonico, e vi sono state infatti sceneggiature sonore di pregio.

L’asfittico mondo accademico tende invece a una netta chiusura preconcetta, o al massimo ad una “utilizzazione interessata ma nascosta, trattandosi di opere non scientifiche e non ancora riconosciute”, né ci si può certo aspettare di più da un mondo laicista o, al massimo, cattolico solo di facciata, visto il modo in cui troppi uomini di Chiesa hanno dato l’esempio nel (mal)trattare il tesoro valtortiano.

Qualche tesi di laurea tende ogni tanto a rompere il riserbo: nel 1988 alla Pontificia Facoltà Teologica, Alfredo Sturli, un architetto di Trieste, si laureò in Teologia con tesi su “L’Assunta alla luce della protologia e dell’escatologia nelle opere di Maria Valtorta”; nel 1993 Gianna Galzignani si laureava a Padova alla facoltà di Lettere e Filosofia con una tesi su “La mistica femminile in età contemporanea. La vicenda e gli scritti di Maria Valtorta”; nel 1995 il cistercense Ferdinand Robert Zwettler conseguiva il Master in teologia con la tesi “Jesus und seine Jüngerinnen”; nel 1999 all’università di Basilea, Maria Grazia Calcagno si laureava in Romanistica con una tesi sull’autobiografia mistica, particolarmente su quella di Maria valtorta; nel 2005 alla facoltà di Lettere di Cassino, Tiziana Ferri, della Polizia di Stato, si laureava con una tesi dal titolo “Valenza formativa del dolore in Maria Valtorta”.

Un singolare dibattito a distanza si svolse dal 1979 al 1983. Su Chiesa Viva, mensile cattolico tradizionalista di Brescia, uscì una “critica esegetica” dell’Opera ad opera di un certo Josif Mir: pseudonimo in lingua russa (traducibile in “Giuseppe Pace”) che nasconde un anonimo rimasto ignoto. Il russofilo critico attacca a testa bassa la Valtorta. S’incarica di rispondergli, difendendo la veggente, Monsignor Aldo Gregori su Segno dei tempi, bimestrale del “Movimento Carismatico” di Montefranco, Terni. Mir cade in contraddizioni ed equivoci ogni volta che cerca di trovare errori nell’Opera sul piano geografico, botanico, storico, ma eventuali errori (non dimostrati) di questo genere non inficiano il carattere ispirato dell’Opera, perché Dio non elimina la personalità e gli errori umani dei suoi messaggeri che non toccano la dottrina. Poi Mir tenta di trovare errori teologici nell’Opera, e lo fa forzando i testi in modo platealmente anticarismatico. Poi accusa la Valtorta di sentimentalismo e di morbosità, anche qui sulla base di forzature, con frasi fuori contesto e manipolazione dei testi. Le controdeduzioni di Monsignor Gregori sono puntuali e demoliscono completamente gli attacchi dell’anonimo e prevenuto Mir, i quali rappresentano un chiaro esempio di quello che Monsignor Gregori chiama “il dramma dell’ipercritica razionalistica” e “il dramma contemporaneo della chiusura, in vastissimi settori della Cristianità, ai carismi straordinari che lo Spirito Santo va suscitando oggi nella Chiesa”. In seguito agli attacchi alla Valtorta, il mensile Chiesa Viva ricevette “una cinquantina di lettere di protesta” e tre di plauso. La polemica antivaltoriana non era evidentemente piaciuta. In una controrisposta, il direttore della rivista, don Luigi Ville, antivaltortiano di ferro, si attacca a un’inezia circa l’abbigliamento della Madonna, che Monsignor Gregori, in una lettera aperta di risposta dimostra facilmente essere dovuta a una superficiale e distorta lettura del testo.

E veniamo al vergognoso libraccio noto come Maria Valtorta. Una moderna manipolazione dei Vangeli, di Pier Angelo Gramaglia, pubblicato nel 1985 a Casale Monferrato dalle Edizioni Piemme di Pietro Marietti. L’autore si presenta come “sacerdote torinese” e “docente della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione di Torino”. Emilio Pisani demolisce con estrema facilità il delirante attacco di questo individuo, che non si limita a insultare e calunniare la Valtorta, ma dimostra un evidente fastidio per il ruolo esaltato e stupendo nella Redenzione della Madonna Santissima rivelato dall’Opera, giungendo a parlare con disprezzo di “madonnismo”, e altrettanto fastidio emette da tutti i pori nei contro la più solida tradizione della Chiesa, rappresentata da grandissimi Papi come Pio X, Pio XII e Giovanni Paolo II. Avvenire, che l’aveva pubblicizzata, e sostenuta, permettendogli di pubblicare un articolo in cui illustrava le sue deliranti tesi (la Valtorta sarebbe un’isterica ossessionata dall’erotismo, i suoi scritti idiozie, e via farneticando), fu costretto a prendere la distanze dal Gramaglia di fronte alle violente polemiche suscitate dall’indegna chiassata e presumibilmente perché toccato nel portafoglio dalle disdette degli abbonamenti. A sua volta, Civiltà Cattolica, pur visceralmente ostile a Maria Valtorta, si dissociò dal linguaggio offensivo del Gramaglia, pur rimpiangendo che fosse stata “perduta una buona occasione”: presumibilmente l’occasione di far tacere la Valtorta e privare i piccoli e semplici del conforto dell’Opera. Non stupisce affatto scoprire che fra i “meriti” accumulati dal Gramaglia nella sua lotta contro la religiosità dei piccoli e semplici e contro la verità si annovera pure un tentativo di demolire la Santa Sindone (Gramaglia 1978).

I Paolini sono in una posizione quanto mai ambigua: con analogia politica un po’ approssimativa, si potrebbe dire che hanno il cuore a sinistra e il portafoglio a destra. Infatti sono stati i primi, e sono tuttora i principali, distributori dell’Opera, che si vede molto bene, ciò che non può dispiacere neppure al clero. Al tempo stesso, tuttavia, mantengono una posizione nettamente antivaltortiana nelle loro principali testate come Famiglia Cristiana e Vita pastorale, dove l’inqualificabile Gramaglia è stato presentato come l’“esperto di Maria Valtorta” e dove si ricorda ad ogni pie’ sospinto la condanna del Sant’Uffizio, una condanna talmente fumosa che, nelle numerose attestazioni favorevoli a Maria Valtorta scritte dopo la messa all’Indice da dignitari ecclesiastici, teologi e docenti universitari, ricorrono dichiarazioni di sottomissione a quello che potrà essere il giudizio della Chiesa, come se il Sant’Uffizio non si fosse mai pronunciato.

Il mensile Jesus, curato dalla redazione del settimanale Famiglia Cristiana, nel numero di marzo del 1984 promise, su sollecitazione di un lettore, un articolo su Maria Valtorta; dopo molte altre sollecitazioni di lettori, l’articolo finalmente uscì in due puntate, nei numeri di marzo e aprile 1986, a firma di Antonio Gentili: era discretamente equilibrato, ma la redazione di Jesus ritenne opportuno aggiungere un “parere” di Bruno Secondin, presentato come un “carmelitano che insegna alla Gregoriana”, il quale discetta su “l’attuale fame di esperienza mistica” e sulle regole di “una esperienza mistica autentica”, senza prendere posizione sulla Valtorta, giustificandosi col dire che si tratta un caso “senza dubbio complesso”, la cui “fenomenologia mistica” è “solo in parte nota per l’incompletezza delle pubblicazioni” (che invece era già state completate da un paio d’anni). Il Gentili muove alcune “riserve” su aspetti marginali e presentati in modo distorto, che secondo lui “sono in contrasto diretto con la mistica autentica”. Ma perché ha accettato di pronunciarsi su un argomento che non conosce? Si tratta del resto di un problema di ignoranza che fra i detrattori di Maria Valtorta si ripresenta con preoccupate frequenza.

Volata ormai in cielo Maria Valtorta, cominciarono comunque ad accumularsi pareri e attestati di vescovi favorevoli all’Opera valtortiana.

Domenico Luca Capozi, dei Frati Minori, arcivescovo di Taiyuan, Cina. Incarcerato per la Fede, poi espulso dalla Cina comunista, risiedeva a Nazareth quando nel 1970 diede inizio a una corrispondenza epistolare con l’Editore Emilio Pisani, protrattasi fino al 1981. Fornì all’Editore le foto che sul “Poema dell’Uomo-Dio” per un certo tempo sostituirono i disegni di Lorenzo Ferri.

Vito Roberti, Vescovo di Caserta dal 1965 al 1987, venuto a conoscenza dell’Opera valtortiana, in seguito ad una lettura pubblica tenutasi a Caserta, nel 1973 scrisse all’editore Pisani affermando di essersi impegnato a far conoscere ai suoi concittadini quella che definisce “magnifica opera, testimonianza sublime di spiritualità”.

Giuliano Agresti, arcivescovo di Lucca, la diocesi di Maria Valtorta, si mostrò interessato agli scritti valtortiani, me non espresse alcun giudizio su di essi.

Aldo Patroni, Gesuita, vescovo di Calicut dal 1948 al 1980, morì nel 1988. Appassionato lettore della Valtorta, ne promosse la diffusione in India tra i missionari italiani, visto che inizialmente l’Opera era disponibile solo nella lingua originale, e raccomandò che se ne facesse al più presto una traduzione inglese per una più ampia diffusione dell’Opera.

George H. Pearce, Padre Marista, già arcivescovo di Suva, nelle Isole Figi, successivamente residente a Providence, Connecticut, scrisse all’Editore dicendo di aver cominciato a diffondere l’Opera fra il clero e di attenderne con impazienza la traduzione inglese, e invocando altresì sull’Editore e sull’intero staff della Casa editrice la benedizione celeste per i loro sforzi “nel diffondere questo straordinario messaggio datoci dalla grazia di Dio attraverso lo strumento di Maria Valtorta”.

Angelico M. Melotto, dei Frati Minori, vescovo di Sololà, Guatemala, dal 1959 al 1986, scrisse all’Editore Emilio Pisani diverse lettere, affermando che la scoperta della Valtorta era stata per lui la “perla preziosa” ricordata dal Vangelo, e che pregava perché fosse conosciuta in tutto il mondo. Aveva conosciuto Padre Allegra, esperto direttore di anime mistiche e ne condivideva l’ammirazione per l’Opera. Interpellato sul cambiamento del titolo, optò decisamente per “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, perché “Il Poema dell’Uomo-Dio” poteva far pensare a un’invenzione poetica, mentre l’Opera è tutt’altra cosa. Ricevuta una precedente edizione di Pro e contro Maria Valtorta, dichiarava di sottoscrivere in pieno il parere conclusivo del Venerabile Padre Gabriele Maria Allegra, e augurava la diffusione dell’Opera in tutto il mondo.

Pietro Santoro, Arcivescovo Metropolita di Campobasso-Boiano del 1979 al 1989, ritiratosi in una casa di riposo a San Giovanni Rotondo, scrisse all’Editore chiedendo l’invio dell’Opera e attentando che ne aveva constatato il bene che quella lettura operava nelle anime.

Roman Danylak, Arcivescovo di Nyssa, residente a Toronto, in Camada, rilasciò nel 2001 una dichiarazione in inglese che venne stampata e diffusa nei paesi anglofoni. In essa affermò che chi vuole conoscere Cristo e la Sua Santa Madre e la pedagogia sublime del Divino Maestro, chi vuole cominciare a capire il mistero della salvezza e della redenzione, chi vuole arrivare a conoscere il volto e il cuore del Padre. Chi vuole scoprire la Verità della Chiesa di Gesù Cristo, tutti costoro trovano nell’Opera una guida e un assertore mirabile. E come San Giovanni (21, 25) attesta: “Mi sono ancora molte altre cose fatte da Gesù che, se si volesse scriverle, il mondo intero, credo, non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere”, La grande opera di Maria Valtorta è “il Vangelo sviluppato e con le altre opere è in perfetta armonia con i Vangeli canonici, con le tradizioni e il magistero della Chiesa Cattolica”. La testimonianza di Monsignor Danylak è particolarmente preziosa, in quanto ha “imparato a respirare con i due polmoni della Cristianità”, in quanto nato e battezzato nella Chiesa Cattolica Ucraina Bizantina ed è stato allevato nelle tradizioni della Chiesa dell’Oriente, ma ha pure avuto la sua formazione teologica, filosofica e canonica nelle scuole dell’Occidente. Nell’Opera valtortiana, nella quale si ritrovano molti personaggi del dramma divino, poco conosciuti dalla Chiesa occidentale, ma ben noti alla Chiesa Cattolica Bizantina, vi è un’analoga sintesi, che riconduce ad unità il Cristianesimo, minacciato sì, fin dalla prima età, dalle eresie ma non ancora infranto da scismi e false “riforme”.

Angelo Comastri, Cardinale e Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, il 10 agosto, quando era vescovo di Loreto, scrisse a Gabriella Lambertini, missionaria volontaria della “Pro Civitate Christiana” di Assisi, la quale aveva letto l’Opera valtortiana al vescovo Michele Fontevecchia, divenuto quasi cieco (il quale era pronto a concedere l’Imprimatur, e avrebbe avuto il diritto di farlo, in quanto l’Editore operava nella sua diocesi, solo che il Sant’Uffizio glielo impedì). In tale lettera, Monsignor Comastri attesta di aver “riscontrato tanti bei frutti nelle anime” che avevano letto i libri della Valtorta.

Giovanni Bulaitis, vescovo titolare di Narona e Nunzio Apostolico in Albania, fece stampare un estratto dellOpera in lingua albanese, riguardante la Passione e Morte di Nostro Signor Gesù Cristo, che venne rapidamente esaurita. Scrisse varie lettere all’Editore, attestando il bene che l’Opera della Valtorta stava facendo in Albania dopo tanti anni di persecuzioni e di ateismo.

Dunque, mentre a favore di Maria Valtorta si sono pronunciati prelati della statura del Cardinale Siri, di Monsignor Carinci, di Monsignor Danylak, del Venerabile Padre Gabriele Maria Allegra, per citare solo alcuni dei più prestigiosi, si può senz’altro affermare che contro di lei si sono schierati individui che non avevano letto gli Scritti, o si erano limitati a qualche “sguardo” dato con arroganza e farisaica superbia, o sguazzavano nella menzogna e nella calunnia, come don Gramaglia e padre Pozzi, le cui discutibilissime opinioni, insieme all’assurda messa all’Indice e ai frequenti acerbi rimproveri al clero dettati da Cristo alla “portavoce”, rimproveri che certo non solleticano l’amor proprio di chierici e prelati e non li predispongono ad un atteggiamento benevolo, tutti questi fatti, insomma, continuano ad condizionare un sano discernimento da parte della gerarchia, come si vede nel mancato inizio della causa di beatificazione.

Questa storia inizia con lettera dell’8 novembre 2000, con la quale i Frati Servi di Maria del Santuario della SS. Annunziata di Firenze, si decisero a sollecitare l’apertura della causa di beatificazione di Maria Valtorta Se ne erano già assicurate con relativa facilità le spoglie, ora sepolte a Firenze nel santuario servita della SS. Annunziata, dato che né il clero di Viareggio né l’archidiocesi di Lucca fecero una piega quando gliele portarono via. Una santa in famiglia fa sempre piacere (era stata infatti loro terziaria, e sul trattamento che le inflissero quand’era viva si possono utilmente consultare gli scambi di lettere con Padre Berti, Monsignor Carinci e Madre Teresa Maria). La beatificazione di Maria Valtorta avrebbe sicuramente aumentato l’importanza del santuario servita. La lettera era indirizzata al Postulatore generale dell’Ordine Padre Tito M. Sartori e chiedeva appunto che venisse avviato il processo di beatificazione di Maria Valtorta. Il Postulatore, insieme al Priore provinciale Padre Pacini e al Padre Alessandrini, della Comunità fiorentina della SS.Annunziata, venne ricevuto il 20 aprile 2001 dall’Arcivescovo di Lucca Monsignor Bruno Tommasi, il quale sollevava immediatamente difficoltà “tecniche”, ossia la mancanza di personale preparato per le necessarie procedure, e con lettera del 12 maggio 2001, indirizzata al Postulatore Sartori, rinunciava ad istruire la causa, invitando a presentare istanza in merito all’Arcivescovo di Firenze. In termine tecnico si chiama scarcabarile. L’Arcivescovo fiorentino Ennio Antonelli stroncava infine il tentativo con un secca lettera del 3 ottobre 2002, nella quale faceva sapere che i vescovi toscani avevano dato “quasi all’unanimità, parere negativo”, e quindi era opportuno, almeno per il momento, rinunciare a fare ulteriori passi. Commenta giustamente Emilio Pisani che l’ora del discernimento non è ancora arrivata, e forse si può aggiungere che la gerarchia sembra più interessata a beatificare i propri dignitari e a lasciare nell’ombra le moleste voci attraverso la quali Cristo rimprovera i cattivi sacerdoti.

Conclude il volume un commovente ricordo di Marta Diciotti (Lucca 1910-Bicchio, Torre del Lago 2001), la fedele compagna di Maria Valtorta, Marta, curava il bene materiale di Maria, Maria quello spirituale di Marta, rimasta sola al mondo, e lo faceva senza prediche, solo con l’esempio. Le fu sempre vicina, nel lungo calvario della veggente, e fu la prima ad ascoltare i sublimi dettati, le meravigliose visioni di Maria. Il 19 ottobre 1996, a novantun anni, cadde in casa e si fratturò un femore. Non potendo muoversi, dovette attendere che capitasse qualcuno a soccorrerla. Durante l’angosciosa attesa offrì la sua sofferenza e pregò per la Casa editrice e per un giovane affetto da un male incurabile e dato ormai per spacciato. Quel giovane inspiegabilmente guarì. Dopo il ricovero in ospedale, entrò nel gennaio 1997 nel pensionato della Casa di cura Barbantini, nella campagna di Bicchio, dove spirò serenamente nelle prime ore del mattino di lunedì 5 febbraio 2001.

Dobbiamo certamente attenderci nuove edizioni di questo importante volume, man mano che il tesoro valtortiano raccoglie sempre nuovi autorevoli consensi da parte di prelati, presbiteri e studiosi non prevenuti, e la benemerita opera del Centro Editoriale Valtortiano del Dott. Emilio Pisani sempre più viene riconosciuta.

 EMILIO BIAGINI

 


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