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 Questa miseranda situazione di lavaggio del cervello, le cui prime vittime sono gli studenti rende tanto più benemerita l’opera di un eccezionale studioso come Francesco Agnoli, che, in una pregevolissima sintesi, passa in rassegna la storia della scienza, trovandovi ovunque l’impronta decisiva del cristianesimo e di innumerevoli scienziati fervidi credenti. A complemento dello studio principale si aggiunge un pregevole libretto sulle preghiere degli scienziati: argomento di notevole importanza, dato che è scientificamente dimostrato gli effetti assai positivi per la salute esercitati dalla preghiera, al punto che di questi effetti si occupa una particolare branca neuroscientifica, la neuro teologia.

Nessuno chiamerà mai Francesco Agnoli a ricoprire una cattedra universitaria, colpevole com’è di mettere in luce verità molto spiacevoli per la brodaglia accademica politicamente corretta intenta a propagandare cultura tanatofila e a rivalutare il paganesimo.

Perché i popoli antichi non hanno conosciuto una rivoluzione scientifica? Perché la visione animista e magica del paganesimo preclude l’indagine.

Presso gli antichi greci il mondo è un “grande animale”, in cui si agitano molti capricciosi dèi, dominato dal Fato ineluttabile a cui gli dèi stessi sono soggetti.

Nelle religioni germaniche la natura è infestata da gnomi, folletti, elfi, nani, lupi mannari, troll e simili; gli antichi sassoni adoravano un grande albero, l’Irminsul, che dicevano sostenesse la volta celeste e al quale sacrificavano uomini e animali.

Le religioni baltiche sono piene di stregoni, maghi, indovini e divinità come il dio del tuono (Perkunas in Lituania, Perkuonos in Lettonia), guerriero temibile che scende sulla terra a combattere i demoni e al quale durante un temporale ancora nel sec. XVI si offriva cibo e si rivolgevano suppliche, secondo un rito arcaico tipico dei popoli primitivi.

Quando i Cavalieri dell’Ordine Teutonico nel 1249 sconfiggono i Prussi (popolazione di ceppo baltico), impongono loro di rinunciare a bruciare e inumare i morti insieme a cavalli, servi, armi, vestiti e altri oggetti preziosi, e di non compiere più il sacrificio celebrato subito dopo il raccolto al dio Curche o di altri déi, e di non consultare più i bardi visionari (tulissoni e ligaschoni) che tessevano le lodi dei morti nei banchetti funebri e pretendevano di vederli dirigersi volando a cavallo verso l’altro mondo.

Gli antichi slavi hanno un unico dio in cielo che però si disinteressa dell’umanità ed ha lasciato il governo della terra a divinità inferiori, tra le quali un dio della tempesta analogo al vedico Parjánya e al baltico Perkunas, al quale vengono sacrificati, secondo lo storico bizantino Procopio, tori, orsi, montoni e galli.

Analoghe concezioni panteiste, politeiste, animiste si trovano presso i Maya e gli Incas, che adoravano il sole, la luna, il mare e sacrificavano loro ortaggi, animali e uomini a migliaia. Ogni fenomeno naturale imponente e spaventoso, come eclissi o tempeste richiedevano riti di propiziazione e scongiuri. Tutta la vita era intessuta di propiziazioni magiche, di riti di iniziazione a base di droghe allucinogene. Solo la conquista spagnola mise fine a questi comportamenti, ma solo in parte, perché a tutt’oggi il cristianesimo in America Latina convive mescolato con il paganesimo.

In Asia ancora oggi pullulano culti degli antenati, animismo, idea immanente della natura, indovini, astrologhi, maghi, cartomanti.

In Africa l’animismo è una presenza opprimente e un grave fattore di arretratezza, capace di bloccare ogni iniziativa. Gli stregoni sono reputati indispensabili per ottenere la pioggia, contro le malattie, per la fertilità dei campi; gli albini vengono uccisi per scongiurare eruzioni vulcaniche o produrre filtri magici.

Nelle religioni primitive e antiche il dogma pressoché universale è quindi che l’uomo è inferiore alla natura e a lui sottomesso, ed essa è il regno del caos incomprensibile, dominato da dèi capricciosi. In queste condizioni è impossibile la nascita di un pensiero scientifico sperimentale, che invece nasce quando la natura non è più considerata altro che il risultato di una creazione divina e l’uomo la più alta creatura, simile a Dio e capace di investigare e dominare la natura stessa. Il merito di questo epocale cambiamento di prospettiva, come giustamente sottolinea Agnoli, va esclusivamente alla tradizione ebraico-cristiana.

La fregola relativistica che infetta il mondo accademico vorrebbe ridurre al silenzio le voci che affermano la superiorità del cristianesimo, ed è forse il caso di chiederci il perché. Le motivazioni, naturalmente, possono essere varie. Un indubbio fattore è la preservazione degli equilibri di potere esistenti, conservando sottosviluppo e arretratezza, e al tempo stesso comprimendo la crescita demografica dei popoli del Terzo Mondo, con la propaganda malthusiana, la diffusione di contraccettivi (un lucrosissimo mercato, molto interessante per i poteri forti), aborto (altra grande fonte di lucro, perché gli embrioni assassinati sono preziose fonti di materie prime per la cosmesi) e omosessualismo: tutte cose contrarie all’aumento della popolazione.

È essenziale, a questo proposito, ricordare il Rapporto Kissinger del 1974, dapprima segreto, poi desecretato nel 1990: in esso si afferma in toni allarmati che l’aumento della popolazione mondiale sarebbe una minaccia alla supremazia degli Stati Uniti. Ovviamente, insieme all’aumento di popolazione, anche la diffusione di una mentalità propizia al metodo scientifico sarà da evitare, se si vogliono conservare i rapporti di potere esistenti: infatti se anche gli altri si svegliano, che ne sarà del prezioso predominio dello Zio Sam? Si aggiunga la feroce politica ambientalista partita dagli Stati Uniti, e il cui risultato non può che essere un gravissimo ostacolo, se non un totale blocco, dello sviluppo. Naturalmente proprio i maggiori responsabili si sbracciano a dimostrare la loro ansietà per il bene dei Paesi “poveri” ma, a ben guardare, le agenzie ONU e le varie fondazioni impegnate nel Terzo Mondo si occupano soprattutto di diffondere l’aborto e la contraccezione, mentre qualunque reale aiuto tali Paesi ricevano proviene piuttosto dai missionari cristiani, e specialmente cattolici, che cercano di diffondere istruzione e tecniche lavorative.

E le università con i loro codici e(me)tici come c’entrano? Naturalmente hanno fame di denaro, come pure tutte le grandi società e riviste scientifiche. E chi controlla i soldi? Sono ristrettissimi gruppi ultrapotenti, padroni dei mass media, delle grandi banche usuraie e del mercato petrolifero: gruppi per lo più localizzati negli USA, gravitanti intorno a Wall Street ed ivi attivissimi speculatori. Il resto del mondo occidentale è simile per natura o si adegua al più forte. Ed ecco gli ubbidienti burattini accademici pronti a politicizzare gli allievi (dis)educandoli all’idolatria del PUA (Pensiero Unico Ammesso), e più che ansiosi di varare codici e(me)tici in cui si impegnano a vigilare perché tutto proceda secondo i desideri dei padroni del mondo e venga soffocata ogni voce di chi non è disposto a lasciarsi “normalizzare”.

Come nasce, dunque, la “superiorità” scientifica occidentale? È anzitutto radicata nella Bibbia, nata sì in Oriente, ma diffusa essenzialmente in Occidente. La natura, come insegna la Bibbia, è stata affidata all’uomo “re del creato”, fatto “a immagine e somiglianza di Dio”, unica creatura dotata di anima e di ragione. Proprio in virtù di ciò, l’uomo è in grado di adempiere al compito assegnatogli da Dio: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Il cristiano ha dunque un’idea dell’universo totalmente opposta a quella del politeismo animista. I primi apologeti cristiani, come Atenagora (II sec.), Origene (185-254), Aristide Marciano (II sec.), Giustino (II sec.), Sant’Agostino (354-430), si batterono contro ogni forma di idolatria della terra e degli astri, e sulla stessa linea si posero i teologi e mistici medievali come Sant’Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino e San Francesco d’Assisi.

Di conseguenza divennero possibili, nel Medioevo, enormi progressi tecnici. Grazie agli ordini monastici, si ebbero una nuova farmacopea, la ricostruzione agricoltura, vastissime opere di irrigazione; vennero distillate birra e sidro, selezionate nuove varietà di frutta, inventato l’aratro pesante che permise di diffondere l’agricoltura su terreni impervi per il leggero aratro romano, introdotto il metodo dei tre campi assai più produttivo di quello romano a due campi, diffusamente applicata l’energia idraulica mediante il mulino ad acqua, sviluppata la siderurgia e l’industria del cuoio, prosciugate paludi e compiute estese bonifiche. “Ogni monastero benedettino era una sorta di college agrario per l’intera regione in cui era situato”. Lo stesso dicasi dei cistercensi, dei quali ogni monastero era una fabbrica modello.

L’astronomia nasce come scienza moderna quando il cristianesimo soppianta le antiche idee astrologiche e magiche, per cui si comincia a formulare le leggi del moto. Già Lattanzio (250-317) aveva insegnato che gli astri non possono essere dèi, perché altrimenti sarebbero liberi di spostarsi come esseri animati. Questa idea porterà frutto nel Basso Medioevo, che vedrà, nel sec. XIII, operare Roberto Grossatesta, francescano, vescovo di Lincoln, il quale concepì l’universo come mundi machina, fu inoltre il primo anche ad applicare la matematica ai problemi fisici, fu uno degli inventori degli occhiali, fu il primo ad unificare concettualmente gli ambiti di studio astronomici e terrestri, negando che la materia degli astri fosse diversa da quella della terra, e formulò in embrione l’idea dell’origine dell’universo da un primordiale puntino aspaziale e atemporale di luce (oggi si direbbe “di energia”). Fondamentale il suo concetto che “il mondo fu fatto con il tempo e non nel tempo”, ossia “il moto della luce crea lo spazio, e il rapporto tra moto e spazio dà vita al tempo”, palese anticipazione del concetto einsteiniano di spazio-tempo generato dalla materia.

Il grande vescovo fu forse maestro di Ruggero Bacone (1214-1292), teorico della scienza sperimentale vista come agente di trasformazione della natura, anche con future realizzazioni pratiche quali carri automoventisi e macchine volanti, che Bacone anticipò con la sua fantasia. Certamente Grossatesta fu precursore dell’altro grande studioso, Giovanni Buridano (1295-1358), il quale, con la sua innovativa teoria dell’impetus impresso da Dio una volta per tutte, anticipò il concetto di gravitazione universale. Un gigante della scienza medievale fu Oresme (1323-1382), che applicò la matematica ai problemi di fisica sull’esempio di Grossatesta: gli si deve il metodo di calcolo delle potenze con esponenti irrazionali frazionari; precedette di molto Cartesio nella formulazione della geometria analitica, formulò la teoria delle probabilità, come pure la prima corretta teoria ondulatoria del suono e della luce, nonché la teoria dei colori; studiò la rifrazione atmosferica e fornì una prova fisica della rotazione della terra. Ci sarebbe voluta tutta la malafede laicista per inventare, nel secolo XIX, il mito secondo cui nel Medioevo si sarebbe creduto nella “terra piatta”.

La teorizzazione moderna dell’origine del cosmo secondo le linee tracciate da Grossatesta è dovuta al sacerdote e astronomo belga Georges Lemaître, ideatore, nel 1927, della teoria dell’universo in espansione nato da un “atomo primordiale”, quindi non infinito, nello spazio come nel tempo, e perciò destinato ad una fine: la morte termica per raggiungimento del massimo di entropia. Si tratta di una conclusione in realtà già formulata dal fisico austriaco Ludwig Boltzmann (1844-1906). L’impossibilità di un universo infinito, urta contro il paradosso di Olbers, proposto nel 1826, ma già formulato da Keplero nel 1610 (un universo infinito emetterebbe luce accecante e non ci sarebbe distinzione fra giorno e notte), contro il paradosso di Mach (un universo infinito avrebbe infinita energia gravitazionale e non sarebbe possibile alcun moto), e infine contro il paradosso che potremmo chiamare “biologico” (un universo infinito emetterebbe infinite radiazioni ionizzanti che renderebbero impossibile qualunque forma di vita).

Queste idee hanno sempre suscitato la più virulenta opposizione da parte laicista e materialista. Nell’URSS, l’idea che il mondo sia infinito ed eterno era dogma di stato. Indottrinati dal regime, gli “scienziati” del “paradiso dei lavoratori” insultavano l’“astronomia borghese-occidentale-imperialista”, alleata con la religione e con le classi dei “padroni-sfruttatori” per sostenere la “favola di Dio”. L’astronomo sovietico V. Shafirkin, nel 1938, definì Lemaître “un infiltrato del Vaticano in astronomia”. Ma anche in Occidente non mancavano atei in posizione di potere e prestigio, come John Maddox, per vent’anni direttore della rivista scientifica Nature (fondata all’epoca di Darwin dall’alta massoneria al preciso scopo di propagare l’ateismo), il quale nel 1989, mentre cadeva il Muro di Berlino, se ne uscì con un editoriale dal titolo “Abbasso il Big Bang”, in cui definiva il Big Bang come “filosoficamente inaccettabile”, “un effetto la cui causa non può essere identificata e neppure discussa”, con ciò dimostrando soltanto la sua chiusura mentale di ateo e scientista, incapace di concepire un punto oltre il quale la scienza sperimentale non può spingersi, se non vuole trasformarsi in dogma cieco.

Le prove fisiche dell’universo in espansione si sono accumulate nel dopoguerra in un crescendo difficilmente confutabile: la percentuale di elio dell’universo (troppo alta per potersi spiegare con le fornaci nucleari delle stelle), la conta dei quasar (gli oggetti quasi stellari o galassie in formazione, il cui numero aumenta man mano che si osserva sempre più lontano nello spazio, avvicinandosi al momento iniziale), la radiazione di fondo (traccia energetica del Big Bang stesso).

Non solo l’universo ha un inizio, ma un inizio molto particolare, ossia ciò che i fisici chiamano una singolarità. Non solo l’universo si espande, ma la velocità di espansione va accelerando, ciò che rende alquanto improbabile l’ipotesi che il moto a un certo punto si inverta e, dando luogo ad una nuova singolarità, tutto possa ricominciare da capo.

A questo punto sarebbe stato necessario dire qualcosa di ciò che potrebbe esservi stato prima del Big Bang, ipotizzabile in base alla teoria delle stringhe, ad esempio sulla base della sintesi divulgativa del fisico Maurizio Gasperini, che potrebbe rappresentare un’ottima aggiunta alla lunga lista di scienziati cattolici esaminati dall’autore.

Gasperini traduce il racconto della Creazione (“In principio creò Dio il cielo e la terra, e la terra era informe e vuota, e lo Spirito di Dio si librava sulle acque”) in termini fisici: “In principio Dio creò i campi e le sorgenti. Le sorgenti erano incoerenti e immerse nel vuoto e questa materia aveva interazioni nulle. E il dilatone fluttuava sul vuoto perturbativo di stringa”. Il momento successivo, quando Dio dice “Sia fatta la luce”, corrisponde al Big Bang. Vediamo di spiegare tali concetti in modo elementare. Le stringhe sono forme filamentose che la materia assumerebbe ad altissima energia. Il vuoto perturbativo è un regime molto piatto, vuoto, freddo e instabile assunto dall’universo in un’epoca remota anteriore al Big Bang. In queste condizioni non valevano le leggi fisiche a noi note. La teoria delle stringhe ci dà delle equazioni gravitazionali diverse da quelle della relatività generale, ed ecco perché è stata introdotta la nuova forza gravitazionale repulsiva rappresentata dal dilatone, già prevista da Einstein. Con la crescita del dilatone aumentava la costante gravitazionale, l’universo tendeva a contrarsi e crescevano perciò sia la curvatura sia lo spazio-tempo.

Man mano che la curvatura cresceva, l’orizzonte degli eventi (massima distanza entro la quale sono consentite le interazioni fra punti diversi dello spazio) si restringeva. Quando una stringa si trovava ad essere più lunga dell’orizzonte, la parte rimasta fuori smetteva di oscillare e seguiva passivamente l’evoluzione della geometria circostante. L’insieme dei segmenti di stringa così “congelati” si comportava come un gas dotato di pressione negativa e tendeva ad accelerare la crescita della curvatura e del dilatone e a far restringere ulteriormente l’orizzonte, restringendo lo spazio-tempo dell’universo. La crescita della curvatura portò l’universo ad addensarsi e a diventare sempre più caldo, finché la radiazione prodotta a livello microscopico divenne dominante, con tutto l’universo concentrato in uno spazio di un centesimo di millimetro cubo. La densità arrivava ad essere 1080 volte più grande di quella di un nucleo atomico: la densità limite planckiana (così detta perché postulata dal fisico Max Planck), al di sopra della quale lo spazio, il tempo e la materia non seguono le leggi della meccanica quantistica (ossia della meccanica basata su particelle elementari), mentre per densità minori cominciano a seguirle. Ed ecco quindi come sarebbe nata la singolarità da cui pare abbia origine l’universo come lo conosciamo.

Nessuno può pretendere che la fisica dimostri l’esistenza di Dio, né tanto meno ne provi l’inesistenza. Sarebbe un “dio” ben piccolo se fosse così soggetto a dimostrazioni sperimentali. Ma si può giungere a Lui con la logica: se l’universo ha avuto un’origine e (come sembra ormai ben dimostrato) e avrà inevitabilmente una fine (e anche su questo pare non esistano ragionevoli dubbi), non può avere esistenza autonoma e presuppone un Creatore.

Idee queste che provocavano, e tuttora provocano, accessi di orticaria agli atei per partito preso, come Margherita Hack, l’astrofisica che non si sa bene cosa abbia scoperto, ma che grazie alla sua appartenenza politica quale comunista di ferro, veniva regolarmente invitata alla televisione di stato a fare pubblicità all’ateismo. Notevole la sua estrema volgarità nel definire il Big Bang “la più grande scorreggia dell’universo”, e le stelle nient’altro che “grandi palloni di gas: qualcuno ci vede del romanticismo ma son tutte balle”. In queste penose esternazioni non si sa se ridere o commiserare la disperazione dello sconfitto che non trova argomenti con cui controbattere.

Questo rifiuto della ragione non è solo di oggi, ma viene da lontano. Con l’Umanesimo si comincia a porre al centro non più Dio ma l’uomo. L’afflusso di dotti greci in fuga davanti alle orde ottomane, che conquisteranno Bisanzio nel 1453, reintrodusse in Italia le divagazioni platoniche. Col Rinascimento si ha la piena rinascita della magia, della stregoneria, della negromanzia, dell’astrologia, delle superstizioni d’ogni genere. Ritorna l’insostenibile idea della coincidenza tra il mondo e Dio, dunque un universo “uno, infinito, immobile”, secondo il frate domenicano apostata Giordano Bruno (1548-1600), mago, stregone ed esperto di schiavizzazione delle menti altrui. Anche l’ebreo Baruch Spinoza (1632-1677), eretico anche dal punto di vista ebraico, negò l’esistenza di un Dio trascendente ed influenzò Albert Einstein facendogli ipotizzare un modello stazionario dell’universo, idea tuttavia dalla quale successivamente il grande fisico si allontanò, per aderire alla teoria dell’universo in espansione.

L’universo “increato ed eterno” dello stregone Giordano Bruno e dell’ebreo eretico Baruch Spinoza ritorna nelle goffe elucubrazioni dei filosofi idealisti e marxisti.

Per quanto riguarda l’origine della vita, esistono, in teoria, tre possibili spiegazioni: generazione spontanea, creazione, caso cieco.

La cristianità per secoli accetterà visione del cosmo aristotelico-tolemaica, purgandola solo di credenze intollerabili come divinizzazione astri e accetterà pure per secoli idea di generazione spontanea, sia pure con limitazioni: solo per forme inferiori di vita e ritenendo che fosse volontà di Dio e non azione della Madre Terra. L’idea della generazione spontanea venne gradualmente e definitivamente sconfitta da devoti cattolici: Francesco Redi (1626-1697), don Lazzaro Spallanzani (1729-1799), Theodor Schwann (1810-1882) e Luigi Pasteur (1822-1895).

Il monismo panteista, incompatibile col cristianesimo, nega la differenza tra l’anima umana e la presunta “anima” degli animali e delle cose inanimate; nega pure la diferenza ontologica tra materia inanimata e materia vivente. Ne fu grande esponente Ernest Haeckel (1834-1919), un darwinista fondatore dell’ecologia, fautore dell’eugenetica e del razzismo nonché falsario, il quale tentò di dimostrare il darwinismo forzando disegni di embrioni ed è pure sospettato di aver “fabbricato” il fossile del cosiddetto “anello di congiunzione” tra rettili e uccelli, l’Archaeopteryx, imprimendo tracce di ali su un autentico fossile di Celurosauro; ebbene costui, ancora nel tardo Ottocento, sosteneva che non esiste una vera differenza fra natura organica e inorganica: annunciò di aver ottenuto un essere vivente in laboratorio (il famoso Batibio di Haeckel) e si trattava solo di un grumo di materia mosso dai moti browniani dell’acqua in cui era immerso.

L’ipotesi della vita sorgente dalla materia non vivente “per caso”, ossia l’abiogenesi, ha trovato sostenitori nell’URSS e tra gli atei occidentali. Lo scienziato russo comunista Aleksandr Ivanovič Oparin è il più noto sostenitore della vita dalla non vita come esigenza filosofica in base a sacri testi marxisti. Idea poi sostenuta dal celebre biologo britannico J.B.S. Haldane, esponente del partito comunista e nel 1953 dal biochimico statunitense Stanley Miller, autore di un famoso esperimento mediante il quale, in una miscela gassosa che avrebbe dovuto riprodurre l’atmosfera primitiva della terra riuscì ad ottenere, con notevole forzatura mediante scariche elettriche, per simulare la presunta abbondanza di fulmini nell’atmosfera medesima, quattro dei venti amminoacidi componenti le proteine: un risultato che fu salutato come un passo decisivo per dimostrare l’origine casuale materialistica della vita senza bisogno di un Creatore, mentre in realtà tra qualche semplice amminoacido e la complessità di una cellula vi è ancora un incolmabile abisso.

Le illazioni dell’abiogenesi vennero energicamente combattute da molti scienziati, anche atei, come l’astrofisico Fred Hoyle e il matematico Chandra Wikramasinghe, in quali dimostrarono col calcolo delle probabilità che per ottenere anche il più semplice organismo come una cellula batterica affidandosi al caso occorrerebbero tempi talmente lunghi che l’intera età attribuita all’universo non sarebbe assolutamente sufficiente. A parte il fatto che tra composti chimici ed esseri viventi vi è un salto qualitativo e non puramente quantitativo, per descrivere simili casi di probabilità estremamente esigue da rasentare l’impossibilità esiste un termine specifico: si parla di inflazione statistica. L’impossibile abiogenesi non è che la generazione spontanea riproposta in altra forma e altrettanto fantastica.

L’ateismo non manca, naturalmente, di sfociare nel ridicolo: il britannico Francis Crick, scopritore della struttura elicoidale del DNA, essendo ateo, ipotizza l’intervento degli alieni. Sarebbe stato forse utile accennare, a questo proposito, anche alla bizzarra teoria della “panspermia”, che risale al filosofo greco Anassagora (sec. V a.C.), ed è stata rispolverata a partire dall’Ottocento dai fisic Lord Kelvin ed Hermann von Helmholtz e, nei primi decenni del Novecento, dal chimico e premio Nobel svedese Svante Arrhenius. Per superare l’altissima improbabilità dell’universo ordinato e capace di ospitare la vita, astrofisici cone J. Barrow e Brandon Carter inventarono il “multiverso”: un numero indefinito di universi paralleli, nati morti e incapaci di generare la vita: noi abiteremmo l’unico universo in cui la condizioni favorevoli alla vita si sarebbero ,“per caso”, verificate. Alieni, panspermia e multiverso, se pure non fossero amenità campate in aria, non farebbero che spostare altrove il problema. Ovviamente è vano aspettarsi il minimo straccio di prova per fantasticherie del genere.

Erwin Chargaff, uno dei padri della biologia molecolare, bollava come idiozia il tentativo di spiegare la vita col caso e accusava l’accumularsi dell’impudenza nei secoli di aver portato al punto che si è arrivati a pretendere di poter definire la vita.

Generazione spontanea e caso, selezione naturale, darwinismo, sono altrettanti fallimenti. Alfred Russell Wallace, coautore con Darwin della teoria evoluzionistica, deluso dal materialismo scientista dell’epoca e contrario ad applicare la teoria evoluzionistica all’uomo, finì per rivolgersi allo spiritismo, sperando di avere lumi dall’evocazione degli spiriti: via pericolosissima perché non possono essere che spiriti malvagi quelli che si mettono in comunicazione con l’uomo, come insegna la dottrina cattolica e come è stato di recente confermato dalla grande veggente Maria Valtorta. Molti altri eminenti scienziati si diedero a questi malsani esercizi, come Madame Curie, criminologi materialisti come Lombroso e scrittori atei e massoni come Conan Doyle.

Nonostante ciò, l’ateo Richard Dawkins, per sostenere ad ogni costo l’abiogenesi, non esita a blaterare di “magia dei grandi numeri”, “circostanza fortunata”, “colpo di fortuna”, “forti iniezioni di fortuna”. Puro ridicolo.

Quanto alle facoltà mentali dell’uomo, come la capacità di concepire l’eterno e l’infinito, la tendenza a costruire, il senso artistico, il senso morale, non danno alcun vantaggio evoluzionistico, osserva Wallace, e gli schemi evoluzionistici non sono assolutamente in grado di spiegarle. Allo stesso modo non si spiega la naturale tendenza al linguaggio, ossia la facilità con cui il bambino impara a parlare, poiché possiede una sorta di “grammatica universale”, di “capacità innata”. Inoltre la natura da sola non può creare, casualmente, qualcosa che le è superiore.

Wallace trovò molti evoluzionisti della prima ora, da Lyell a Herschel e Asa Gray, il più grande darwinista americano, tutti pronti ad accettare sì il darwinismo, ma come processo guidato e non casuale. L’idea del “disegno intelligente”, che manda in bestia gli atei duri e puri, pronti a lanciare l’infamante accusa di “creazionismo” contro chiunque vi accenni, ha dunque antenati di tutto rispetto proprio nel campo scientista e materialista, dato che l’origine della vita per “caso” fa acqua da tutte le parti.

La matematica è un segno dell’esistenza di Dio. Di particolare importanza a questo proposito è l’eccellente sintesi offerta dal libro di Mario Livio, Dio è un matematico. La matematica non è il risultato di una creazione dell’uomo, ma una struttura logica alla base dell’universo. Se ne resero conto già i filosofi antichi, specie Pitagora e Platone. Se ne rese conto il grande Roberto Grossatesta, come pure Keplero. Galileo Galilei scrisse che l’universo è scritto “in lingua matematica”. Quasi tutti più grandi matematici erano credenti, e alcuni tentarono perfino di dimostrare matematicamente l’esistenza di Dio.

Di irresistibile comicità è l’episodio del filosofo Diderot, uno dei blateronti atei scaturiti dall’Illuminismo. Invitato alla corte di Caterina di Russia a San Pietroburgo, passava i suoi ozi a spargere l’ateismo tra i cortigiani. La zarina invitò allora il grande matematico Leonardo Eulero (1707-1783) a porre fine alla buffonata. Sapendo che Diderot non capiva un’acca di matematica, gli si fece sapere che un insigne matematico possedeva la prova algebrica dell’esistenza di Dio e gliela avrebbe esposta se avesse desiderato ascoltarla. Diderot assentì con piacere. Eulero avanzò solennemente e, con l’aria di parlare sul serio enunciò: “Signore, a+b alla n, fratto n, uguale a x; dunque Dio esiste: rispondete”. Del tutto confuso, e fra le risate generali della corte, il grande illuminato filosofo, dovette chiedere alla zarina di congedarlo perché potesse lasciare la Russia.

Lunghissima è la lista dei grandi matematici credenti, a cominciare dal grande Carl Friedrich Gauss (1777-1855), il quale diceva che “il mondo sarebbe un non senso, l’intera creazione una assurdità, senza l’immortalità dell’anima e senza Dio”, e da Augustin-Louis Cauchy (1789-1857), nato proprio sotto la rivoluzione, e il cui padre, devoto cattolico, sfuggì per miracolo alla ghigliottina e fu ridotto in miseria. L’intero studio dell’elettricità e del magnetismo è una riserva cristiana, da Fracastoro a Galvani, Volta, Beccaria, Ampère, Faraday, Marconi.

Lunghissima è la lista degli ecclesiastici cattolici che diedero contributi fondamentali alla scienza: da Pater Peregrinus (XIII secolo), il primo a studiare il magnetismo in poi. Nicolò Copernico era canonico della cattedrale di Cracovia, e la lista include padre Bernabé Cobo (scopritore dell’uso curativo del chinino), don Lazzaro Spallanzani, il vescovo Niccolò Stenone (fondatore della mineralogia), il benedettino Benedetto Castelli (iniziatore dell’idraulica), il padre Giuseppe Venturi (grande studioso di meccanica dei fluidi), l’agostiniano Gregor Mendel (fondatore della genetica), e così via per una serie senza fine di sacerdoti che compirono scoperte epocali, dal primo asteroide alla determinazione dell’orbita di Urano, alla scoperta del diamagnetismo dei gas, all’invenzione di un grandissimo numero di strumenti (elettroscopi, sismografi, il pantelegrafo antenato del fax), alla creazione della prima rete di osservatori meteorologici da parte del Ducato di Toscana (sec. XVII), senza dimenticare che il calendario che tuttora usiamo è merito di un papa.

La grottesca mistificazione massonica laicista fa credere che la Chiesa fosse oscurantista e che la scienza sia opera di lorsignori. Vergognoso lo sfruttamento del “caso Galilei”: al contrario aveva pienamente ragione l’inquisitore Cardinale Bellarmino, che esortava Galileo a presentare le sue idee come semplici ipotesi: infatti le prove fisiche portate da Galileo erano del tutto sbagliate. Inoltre la Chiesa era sotto continuo attacco da parte dei suoi nemici, e questo spiega anche certe reazioni eccessive che le vengono continuamente rinfacciate.

L’oscurantismo ateo, invece, non viene mai ricordato. Antoine Lavoisier ghigliottinato dai giacobini, dopo una sentenza che proclamava: “la repubblica non ha bisogno di sapienti”. Il prete francese Pierre André Lattrelle, “principe degli entomologi”, imprigionato dai giacobini, Luigi Galvani privato della cattedra a Bologna dai giacobini, così come l’anatomista Antonio Scarpa, il patologo Giovanni Battista Morgagni, l’astronomo e geodeta Barnaba Orsini. Paolo Ruffini, medico e matematico, privato della cattedra all’università di Modena. Il gesuita astronomo Francesco De Vico, celebre per aver calcolato le effemeridi della cometa di Halley, costretto ad andare in esilio nel 1848 dalle persecuzioni della Repubblica Romana (sotto la quale i mazziniani cacciarono le suore infermiere dagli ospedali per sostituirle con donne di malaffare). In pieno Novecento, al grande genetista cattolico Jerome Lejeune, scopritore della trisomia 21, fu negato il Nobel per le sue posizioni contro l’aborto. Nel 2008 il Nobel per la fisica su negato a Nicolò Cabibbo perché presidente dell’Accademia Pontificia delle Scienze.

L’ateismo è nemico della scienza: tenta di trasformare la scienza in una religione. Il risultato è il razzismo “scientifico”, l’uomo misurato stabilendo graduatorie di dignità nella Germania nazista. Sotto il comunismo ogni scoperta scientifica veniva giudicata alla luce di Marx e di Lenin; Zdanov, fedele interprete della politica culturale staliniana si scagliava “contro i seguaci di Einstein e Planck” e contro gli astronomi occidentali per la loro “assurda idea di un universo finito” e in espansione, inconciliabile col dogma marxista dell’universo infinito, increato, eterno. La “scienza” sovietica si orna anche dell’ortodossia di Trofim Denisovič Lysenko (1898-1976), il genetista di Stalin, sostenitore della trasmissione dei caratteri acquisiti, autore di innumerevoli esperimenti truccati e responsabile, insieme alla brutale collettivizzazione, del disastro dell’agricoltura sovietica. Mentre i cialtroni prosperavano nel “paradiso dei lavoratori”, si allungava l’elenco degli scienziati perseguitati dal regime: Dobzhansky, Chetverikov, Ferry, Ephroimson, Levinsky, Agol, Levit, Vavilov, Kerpecenko, Serebrovsky, Ivanov, Sacharov, e molti altri.

Al centro del pregevole volume di Agnoli, è posto un inserto a sé stante, in carta patinata contenente tre serie di schede documentative. La prima con ritratti, di “Scienziati e credenti”, la seconda intitolata “Falsa scienza”, che espone alcune delle bestialità di una “scienza” staccata da Dio, la terza dal titolo “Scienziati discriminati”, cristiani e per questo perseguitati da regimi anticristiani e nemici della verità.

A proposito di falsa scienza, sarebbe stato bene ricordare anche le criminali teorie di Thomas Robert Malthus (1766-1834), il quale, nella sesta edizione del suo Saggio sui principi della popolazione, portò alla logica conclusione i suoi discutibilissimi principi suggerendo la necessità di lasciar morire di fame i poveri, obbligandoli a vivere in case più piccole e insalubri e negando loro assistenza medica. Intorno al malthusianesimo si realizzò la saldatura tra la politica di Washington e quella dell’Onu, miranti entrambe a soffocare la crescita della popolazione mondiale per non turbare gli equilibri (o meglio gli squilibri) di potere esistenti, esattamente come auspicato nel Rapporto Kissinger citato sopra. Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza il fondamento ideologico disumanizzante fornito dal materialismo evoluzionistico.

Un recente aspetto della falsa scienza che potrebbe essere trattato in una prossima edizione è quello del “gender”, l’osceno grimaldello relativista usato dai poteri forti laicisti e massonici per distruggere la famiglia e violentare la stessa natura umana. Suo pontefice fu Marcel Foucault, il filosofo omosessuale che elaborò le sue teorie di dissoluzione della realtà, sostituita dal “discorso” (ossia dalle chiacchiere intorno ad una certa cosa, che verrebbero a sostituire la cosa stessa), in una comunità di invertiti sadomaso della California e che, quando si accorse di essere malato terminale di AIDS, intensificò le sue attività “amatorie” per portarsi dietro quanto più giovani possibile. Nelle cosiddette “scienze umane”, fare riferimento alla “scienza” di Marcel Foucault è diventato molto “alla moda”, sulla scia dei codici e(me)tici che infestano le università.

Infatti l’Occidente, figlio ingrato delle proprie radici cristiane, sta segando il ramo sul quale è seduto, e lo prova il ritorno ai maghi e alla superstizione, il diabolico relativismo che umilia l’uomo e la ragione, il sospetto verso la scienza e la tecnica, l’odio per l’innovazione economica e l’iniziativa individuale; e lo prova visibilmente il declino demografico che distrugge, fra l’altro, il lato domanda del mercato e perciò distrugge l’economia in toto, specialmente nell’Occidente stesso, per cui si può ben dire che questa involuzione non distrugge soltanto le conquiste spirituali e intellettuali dell’uomo, ma erode lo stesso benessere materiale, per cui le farneticanti teorie malthusiane, ben lungi da assicurare prosperità per i “fortunati” sopravvissuti, non fanno che generare disoccupazione e miseria.

EMILIO BIAGINI


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