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ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_vipera

And the winner is …….

Un romanzo che avremmo molto volentieri premiato con l’Aquila d’oro, ma al quale dobbiamo purtroppo affibbiare la Vipera di latta:

Recens.Rita Coruzzi-Matilde copia

Con nostro grande dispiacere dobbiamo infatti attribuire a quest’opera non l’Aquila d’oro che, trattandosi di opera cattolica, avremmo assai volentieri concesso, ma la Vipera di latta, soprattutto perché, stravolgendo la realtà storica, viene qui diffamato un santo della Chiesa cattolica, l’austero vescovo S. Anno (o Annone) di Colonia, difensore della Fede, promotore della riforma della Chiesa e fermo oppositore delle prevaricazioni imperiali, il quale, in totale spregio ai fatti storici ben accertati dalla causa di canonizzazione, viene invece presentato come un malvagio debosciato e corruttore, dedito alla crapula e traditore della causa cattolica.
 
Segue un commento di Maria Antonietta Novara:

CORUZZI R. (2015) Matilde. Per grazia di Dio se è qualcosa, Segrate, Piemme

Abbastanza buono l’avvio del libro, che dimostra discrete capacità di stile, ma purtroppo si perde ben presto in descrizioni pedanti. Alcune situazioni sono trattate in modo sbrigativo, senza i necessari approfondimenti. Ad esempio, non si spiega come mai il seguito di Bonifacio non abbia neppure tentato di individuare e catturare l’arciere che ha colpito il suo signore, com’era suo dovere nella rigorosa etica feudale, che considerava disonorati i seguaci che sopravvivevano al loro signore. Eppure, come riportano gli epitomatori di Donizone, il monaco autore del panegirico Vita Mathildis, non doveva essere inafferrabile, tanto che se ne conosce persino il nome: un certo Scarpetta de’ Canevari di Parma. E come potevano i libelli propagandistici essere riprodotti così rapidamente in migliaia (sic!) di copie (nel sec. XI, quando l’analfabetismo era ancora estremamente diffuso e i copisti capaci di riprodurre scritti erano pochi e chiusi nei monasteri)?

Assai carente la prospettiva storica. La lotta delle investiture è solo superficialmente accennata. È ignorato il fatto che ad Enrico IV era stato prestato, dal potente duca di Rodolfo di Svevia (10251080), un giuramento di fedeltà condizionale, valido solo se egli si fosse ben comportato, per cui la sua posizione era debole in partenza, ciò che rendeva molto più facile al papa e a Matilde fargli opposizione. Rodolfo di Svevia fu infatti eletto re di Germania (re dei Romani) in opposizione a Enrico IV di Franconia e fu anti-re fino al 1080. Ma avrebbe dovuto anche risaltare il fatto che la situazione era non meno pesante per la Chiesa, poiché da poco il papato era uscito dal terribile saeculum obscurum della “pornocrazia romana”, quello che aveva generato la leggenda della “papessa Giovanna”, periodo in cui si susseguirono ben ventotto papi e tre antipapi, diversi dei quali furono scomunicati o morirono di morte violenta, tra nefandezze d’ogni genere, alle quali, spesso, i papi stessi furono tutt’altro che estranei. La drammatica situazione di questi due poteri, entrambi rosi alle fondamenta dai peccati e dalle rivalità, sfugge totalmente all’autrice.

Infatti i dialoghi sono piatti e banali, come banali sono i personaggi, che non escono dalla mentalità ristretta dei giorni nostri. A tratti sembra di avere tra le mani un libro per bambini, che elude la tragica realtà degli avvenimenti. Un personaggio della statura di san Pier Damiani, che per primo ebbe il coraggio di denunciare la devastante e diffusissima (allora come oggi) piaga della sodomia tra gli ecclesiastici (Liber Gomorrhianus, del 1051), tratta con gli altri personaggi, come se fossero amici al bar. Manca del tutto la nobiltà di linguaggio che quella gente doveva avere: manca infatti il senso del rango, che in una società medievale era molto sviluppato; se ai genitori non si dava del tu, è difficile immaginare che si desse del tu a un cardinale.

Sul piano dei rapporti tra i sessi, occorre osservare che nel Medioevo le donne avevano molta più libertà rispetto ad epoche successive e di certo non sentivano il bisogno di affermazioni di tipo femminista. In Liguria, poi, anche successivamente, sono state abituate a restare sole, dato che i mariti andavano per mare, così che: da secoli avevano imparato a cavarsela (non a caso una delle più famose località liguri ha preso il nome di “Casa delle mogli”, ossia Camogli). Anche qui non c’è mai stato bisogno di femminismo. Donne forti e senza complessi non ne hanno bisogno.

Assai tedioso è il continuo richiamo alla grandezza e al destino di Matilde, la cui figura risalterebbe meglio senza questo tedioso “culto della personalità”. Ella era certamente una grande donna, e non aveva bisogno che gli altri glielo ricordassero continuamente in una specie di esaltazione femminista. Di fronte a lei, persino Gregorio VII, un grandissimo papa, è ridotto a un ometto insignificante. Matilde, però, sembra avere una personalità dissociata, che da una parte anela alla vita contemplativa nel chiostro e dall’altra non esita ad ammazzare a destra e a manca, a parte il fatto che riesce molto difficile credere che Matilde fosse una guerriera così formidabile da decidere con la sua spada un’intera battaglia come l’autrice vorrebbe farci credere: sembra infatti di assistere alle gesta di un eroe dell’Iliade che fa strage dei nemici a destra e a manca. Neppure il monaco Donizone ricordato sopra, il quale non tralascia nulla per adulare Matilde, accenna a un qualche suo combattimento in prima linea o a suoi esercizi con la spada.

Ma questo non è nulla in confronto al totale stravolgimento della verità in punti essenziali e di intenso significato morale del racconto. Infatti, ci si aspetta, in un’opera narrativa, di trovare caratteri positivi e negativi sia tra gli uomini che tra le donne, come è nella realtà. In questo romanzo, invece, le donne sono tutte, senza eccezione, di specchiata bontà e alto sentire. Tutto il male e la mediocrità sono invece dalla parte degli uomini, fino alla più drastica forzatura dei fatti storici, come nel fondamentale episodio del “rapimento di Kaiserwerth”, che nel romanzo è del tutto, e imperdonabilmente, travisato.

Di tale episodio ci è avvenuto di doverci documentare già da alcuni anni in relazione al nostro, tuttora inedito, romanzo storico dell’Austria “Il prato alto”. Essendo la storia austriaca strettamente connessa a quella tedesca, era inevitabile che i fatti della storia tedesca dovessero venire accertati con precisione. Ora, essendo la lotta per le investiture di così grande importanza, non abbiamo potuto ignorare, pur occupandoci dell’Austria, il cosiddetto “rapimento di Kaiserwerth”, che infatti viene ricordato anche nel nostro romanzo. Il “rapimento di Kaiserwerth” aveva lo scopo di educare Enrico e instillargli il giusto rispetto per la Chiesa, sottraendo il giovane imperatore alla pessima influenza di sua madre, una reggente politicamente incapace, la quale non faceva che alienare feudi e incoraggiava il figlio nella politica anti-papale e contraria alla riforma della Chiesa. Infatti Agnese avversava il papa, mentre nel romanzo è arbitrariamente collocata nello schieramento opposto e non fa che piagnucolare sul figlio che si oppone alla Chiesa.

Le esternazioni dei vari personaggi su Kaiserwerth sono semplicemente deliranti. Arduino (quello inventato dall’autrice) blatera: “Quei vescovi tedeschi che l’hanno rapito gli hanno riempito la testa di idiozie, di malvagità e di errato senso di onnipotenza. Ecco perché è diventato quello che è.” (sic!). Matilde (quella inventata dall’autrice) ribadisce: “La colpa è di Annone e Adalberto, quei vescovi malvagi e corrotti (sic!) che lo hanno trasformato in un mostro. Non sarebbe così spietato se non lo avessero educato alla crudeltà.” (sic!). E Gregorio (quello inventato dall’autrice) delira, stravolgendo disastrosamente la storia: “Ah, se solo Agnese avesse potuto mantenere la reggenza e continuare a educare suo figlio! Le cose sarebbero sicuramente andate diversamente.” (sic!).

La realtà storica è esattamente l’opposto. Il vescovo Anno (o Annone) era un sant’uomo, noto per la sua severità e per la sua difesa dei diritti di Dio e della Chiesa, e per questo odiato da molti abitanti di Colonia, più amici della crapula che della Santa Chiesa Cattolica, che insorsero contro di lui nel 1074. Sulla sua santità non vi è il minimo dubbio, tanto che è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1136 ed elevato a santo patrono di Colonia, per lo zelo dedicato alla riforma della Chiesa e per la sua vita austera. Nel romanzo, come abbiamo visto, viene invece descritto come un idiota, malvagio, corrotto e corruttore, responsabile di aver rovinato l’imperatore fanciullo e di averlo aizzato contro la Chiesa. Questo è imperdonabile, perché, oltre che una gravissima menzogna e un insulto alla storia, è la diffamazione di un santo.

La bibliografia storica, a riprova di quanto affermato sopra, riguardo al santo vescovo Anno, ad Agnese e al “rapimento di Kaiserwerth” è sterminata. Vanno almeno ricordate le opere di Mechthild Black-Veldtrup, Marie-Luise Buhlst-Thiele e T. Struve sull’imperatrice Agnese, di Wilfried Hartmann e Hermann Jakobs sulla lotta per le investiture, di Friedrich Wilhelm Oediger, Friedrich Wilhelm Bautz, George Jenal, Dieter Lück e Jörg Kastner, sul santo vescovo Anno, al quale T. J. Campbell ha dedicato un articolo sull’Enciclopedia Cattolica. Ma anche senza scomodare simili opere di livello accademico, sarebbe bastato un click su Wikipedia per accertare i fatti, almeno a livello elementare.

Ora, ad un romanziere si può concedere anche di travisare la storia, deformando i fatti per costruire un racconto fantastico, ma in questo caso non si può più parlare di narrativa storica. Si tratta invece di narrativa ucronica, quella che racconta una storia mai avvenuta: un ramo perfettamente legittimo della narrativa, di cui costituisce un sottogenere particolare nell’ambito del genere pulp-fiction, per intenderci una storia in cui Hitler ha vinto la seconda guerra mondiale, o gli indiani d’America hanno scoperto l’Europa. Ma la vera narrativa storica, rispettosa della realtà, e che si permette qualche volo di fantasia solo nei personaggi d’invenzione che non intaccano i fatti storici accertati, è tutt’altra cosa, e infatti ha saputo produrre capolavori come “I promessi sposi” e “Guerra e pace”, ciò che la narrativa ucronica non è mai stata capace di ottenere, e secondo il mio modesto avviso mai sarà capace di ottenere.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


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