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Dio non fa nulla a caso: se invia una rivelazione privata di estrema urgenza, come quella valtortiana, se lancia un così ardente appello alla conversione, significa che ve n’è estremo bisogno, perché le cose non vanno assolutamente come dovrebbero, perché le anime si perdono per l’accidia dei preti, per il loro razionalismo e modernismo, per l’aridità della loro erudizione incapace di muovere gli animi e suscitare conversioni, perché chi ha responsabilità all’interno della Chiesa ha bisogno di aiuto, di sostegno, d’incoraggiamento, e anche di energica correzione, e questo non è ben accetto, perché in fatto di umiltà i preti di rado danno buon esempio.

E invece proprio di umiltà, di sincerità e di carità vi sarebbe estremo bisogno. Il Divino Maestro dettò a Maria Valtorta (Quaderni, sera del 18 luglio 1943) a proposito dei teologi odierni: “Meno scienza e più carità, meno libri e più Vangelo”. Nella rivelazione valtortiana, Egli parla chiaro e con autorità, senza ricorrere a dotte citazioni e infinite sottigliezze come gli antichi scribi (Marco 1, 22), o come gli scribi e farisei di oggi, e tanto meno insegue “dialogo”, “consenso”, “convergenza”, ma proclama apertamente che il distacco di rami dalla Chiesa non è che il risultato del “morso di Satana” (L’Evangelo, Cap. 203.5), e insegna che “da Dio ha libello di ripudio la sinagoga per i suoi troppo orrendi delitti” (L’Evangelo, Cap. 638.7). Affermazioni poco ecumeniche, naturalmente, ma il Divino Maestro onnisciente vede che “maiora premunt”, vede che si stanno perdendo le anime, e non è certo nascondendo o edulcorando la verità che si salvano le anime. Tanto meno si salvano con l’ipocrisia e i compromessi, di cui i farisei d’ogni età sono sempre prodighi. Ben diverso è il pensiero del Divino Maestro (Quaderni, 25 gennaio 1944, corsivo aggiunto): nel commentare l’Apocalisse, Egli inquadra perfettamente il maggiore, e più funesto, mito del nostro tempo:

«La potenza voluta, spinta, imposta sino al delitto, è la terza bestia. Dato che è potenza umana, ossia vendutasi a Satana pur di esser sempre più potente, contro ogni legge divina e morale, essa genera il suo mostro che ha nome Rivoluzione e che, come è della sua natura, porta nelle protuberanze della sua mostruosità tutti i più biechi orrori delle rivoluzioni, naufragio sociale del Bene e della Fede.»

Ma la rivelazione del Divino Maestro alla Valtorta non faceva comodo ai gerarchi ecclesiastici, così lontani dal linguaggio a base di sì-sì, no-no, così che la veggente fu ignobilmente perseguitata dal clero, fino a privarla del Corpo di Cristo che era tutta la sua vita, fino a calunniarla e deriderla, fino a bloccare la pubblicazione dell’Opera che stava per ricevere l’Imprimatur. Proprio nei medesimi anni, altri pessimi chierici stavano mettendo in croce Padre Pio e silenziando Fatima.

La rivelazione valtortiana non fa comodo, perché si scontra con certe derive postconciliari progressiste che mirano a ridurre la Chiesa ad una Onlus assistenziale che spazzi sotto il tappeto il soprannaturale, l’apostolato e i Quattro Novissimi. Non meno duramente entra in urto con opposte derive postconciliari ipertradizionaliste, le quali credono di difendere quello che essi pensano sia la “tradizione”, e in questo modo respingono preziose grazie e aiuti dal Cielo, cercando di imporre silenzio a Chi cerca di soccorrerci nel disastro. Se le cose andassero bene, cioè se le anime non avessero necessità urgente di soccorso, non ci sarebbe bisogno di aiuti speciali come Fatima, Medjugorje, Santa Faustina Kowalska e la devozione al Divino Amore, e come la stessa Maria Valtorta, aspramente avversata, come tutte le autentiche veggenti, sia da parte “progressista” che “tradizionalista”.

Nel primo caso risplende il supermodernista Don Gramaglia, insegnante al Seminario di Torino, uno “studioso” di spiritismo che tenta una becera demolizione del Tesoro valtortiano, una demolizione talmente assurda e che è stato piuttosto facile metterla in ridicolo nella satira LA GRAMAGLIADE, pubblicata a puntate in questo stesso sito, nella sez. “Ridicularia”. Sul versante tradizionalista, trovo significativa la disputa fra il sottoscritto e “Riscossa cristiana”, che si è scatenata senza che io avessi il minimo desiderio di entrare in polemica. Mai e poi mai avrei immaginato una tale esplosione di livore contro la grande veggente e il suo Divino Maestro. Mi era solo casualmente avvenuto di parlare della Valtorta con l’allora vicedirettore della rivista online Riscossa Cristiana, il fraterno amico Prof. Piero Vassallo, il quale mi pregò con viva insistenza di mandare un articolo sull’argomento, giungendo ad affermare che ciò sarebbe stato un “atto di carità”! Finalmente, nel novembre 2012, cedendo alle insistenze dell’amico, offersi l’articolo, che s’intitola “Mistica e misconosciuta: il caso di Maria Valtorta”, già pubblicato su Tradizione (2005, XLII, 4, pp. 26-27) e disponibile anche sul sito, mio e di mia moglie, <www.itrigotti.it>.

Immediatamente dopo la pubblicazione di quell’articolo su “Riscossa cristiana”, intervenne Padre Serafino Lanzetta, dei Francescani dell’Immacolata. Costui è curatore, insieme a Padre Stefano Mannelli, di una raccolta di saggi sul Concilio (Mannelli S.M. & Lanzetta S.M. cur., Concilio Ecumenico Vaticano II. Un concilio pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2011). In tale volume, proprio Padre Lanzetta, nell’analizzare la recezione teologica del Vaticano II, dedica un’analisi al contributo del grande mariologo francese René Laurentin, col quale sembra essere in consonanza di opinioni riguardo alle ambiguità del Concilio, egregiamente poste in evidenza anche dall’insigne storico Roberto De Mattei (Il concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino, Lindau, 2010). Ed è proprio quel Laurentin da tempo noto come uno dei più seri ed importanti studiosi valtortiani.

Pare però che, riguardo alla Valtorta, Laurentin e Lanzetta non abbiano mai comunicato, così che Padre Lanzetta, non si sa se richiesto di un parere in materia, o forse di sua iniziativa, non ha saputo produrre che un poco brillante riassunto di alcune delle opinioni e flatus vocis di precedenti gerarchi ecclesiastici che evidentemente non sapevano nulla dell’argomento ed hanno solo espresso la viscerale avversione clericale alle rivelazioni private.

Onde dissipare la spessa nebbia clericale, ho di recente scritto una biografia della grande e santa veggente (Maria Valtorta, la testimone della vita di Cristo, pubblicata dal Centro Editoriale Valtortiano di Isola del Liri, 2018): in tale libro vengono sintetizzate le schiaccianti prove scientifiche a favore dell’autenticità e del carattere miracoloso della rivelazione valtortiana (ricostruzione mediante effemeridi computerizzate delle posizioni dei corpi celesti sulla Palestina fra il 30 e il 34 d.C., dettagliate descrizioni di città scomparse ritrovate dopo la morte della veggente e proprio grazie agli scritti valtortiani, ecc.), e le ancor più importanti prove mistiche e spirituali (conversioni, terrore dei demoni quando un posseduto, durante un esorcismo, viene toccato da un libro della Valtorta).

Il superficiale parere di Padre Lanzetta culmina nella bizzarra affermazione che le conoscenze contenute nell’Opera valtortiana si spiegherebbero banalmente con la capacità di scrivere “un’opera esimia” [sic!?!], come se qualcuno, fosse pure il più grande scrittore mai esistito, potesse descrivere quello che gli è umanamente impossibile conoscere. Di fronte a simili grossolani errori, ho protestato con “Riscossa cristiana” e la redazione della rivista ha ritenuto opportuno consultare Mons. Brunero Gherardini, il quale ha distillato questo parere, veramente brillante e profondamente meditato.

«Il caso della Valtorta a quanto pare non cessa di far rumore [sic!]. Ricordo che tanti e tanti anni fa mi venne rivolta la domanda che ora ricevo da voi. Non ne sapevo nulla. Per rispondere dovetti chiedere ad una Suora i volumi (dieci? dodici? non ricordo) del caso [sic!]. Detti uno sguardo [sic!] a tutti. Ripetitivi fino alla stanchezza e pervasi di soprannaturalismo a buon mercato [sic!]. Ovviamente non mi pronunciai sulla santità o meno dell’interessata; la presupposi, anzi [Penosa superficialità: tutti i maggiori studiosi di mistica, ad es. Jean Gerson, sottolineano lo stretto collegamento fra il carattere del veggente e l’affidabilità o meno della rivelazione, e quindi non si deve presupporre ma accertare! E dopo l’accertamento tenerne conto nel valutare la rivelazione.] Avvertendo, però, che la santità di lei, così come di chiunque altro, può basarsi soltanto sull’esercizio eroico delle virtù cristiane, non su vere o presunte rivelazioni. [Splendido sfondamento di porte aperte che non hanno niente a che vedere con la questione.] La Rivelazione con la “R” maiuscola terminò con la morte dell’ultimo apostolo; quelle che in seguito ogni tanto si verificano, se vere, riguardano soltanto la persona interessata [sic!?!], non la Chiesa, depositaria custode e maestra dell’unica Rivelazione. Ricordo che, leggendo la Valtorta, avevo un moto di repulsione sia per le integrazioni ‘storiche’ e le presunte precisazioni relative al racconto evangelico, sia perché dando credito ad esse s’antepone [sic!] all’unica Rivelazione pubblica quella – supposto che sia autentica – puramente e solamente privata. La Chiesa non condanna le rivelazioni private in quanto tali [E ci mancherebbe altro!]; caso mai, e dopo seri esami, solamente quelle di dubbia consistenza soprannaturale; ma anche quando le approva, non le fa sue, ossia non le rende obbligatorie. Dice soltanto che “consta – oppure non consta – della loro soprannaturalità”. Questo giudizio, peraltro, non è frequente, per la ragione che il soprannaturale non si ha ad ogni stormir di fronda [sic! Espressione carica di farisaico disprezzo.] Con i suoi interventi, positivi o negativi, la Chiesa lo cautela [sic! Chi cautela?! sembra che l’italiano qui zoppichi un po’.] contro facili esaltazioni. Per un buon cattolico, dunque, il giudizio della Chiesa dovrebbe chiudere definitivamente la questione. Anche quella della Valtorta e perfino nel caso che sulla Valtorta la Chiesa non si fosse mai pronunciata. Se così fosse, si dovrebbero applicare alla Valtorta, “per analogia”, giudizi ufficialmente pronunciati per altri casi. (…)»

Questa esternazione, a dir poco sconcertante, di Mons. Gherardini suscitò, sul medesimo sito, un commento assai significativo da parte di un lettore evidentemente ben informato, che si firmò “terranovas”:

«Volevo chiedere a Mons. Brunero Gherardini il motivo del suo apparente ‘distacco’ dall’Opera di Maria Valtorta…
Da quanto scrive e dal modo con il quale scrive si rileva, evidente, questa sua volontà di tenersi lontano da essa e lascia supporre che il “caso” Valtorta lo abbia appena sfiorato e in modo assai superficiale.
In realtà non è affatto così perché, il suo Maestro e poi Collega, il grande Padre Gabriele Maria Roschini, dei Servi di Maria, è entrato, di diritto, tra i grandi estimatori dell’Opera valtortiana arrivando a scrivere frasi come:
”Mi sento però in dovere di confessare candidamente che la Mariologia quale risulta dagli scritti, editi e inediti di Maria Valtorta, è stata per me una vera rivelazione. Nessun altro scritto mariano, e neppure la somma degli scritti mariani da me letti e studiati, era stato in grado di darmi, del Capolavoro di Dio, un’idea così chiara, così viva, così completa, così luminosa e così affascinante: semplice e insieme sublime. Tra la Madonna presentata da me e dai miei colleghi e la Madonna presentata da Maria Valtorta, a me sembra di trovare la stessa differenza che corre tra una Madonna di cartapesta e una Madonna viva”.

«Perché invece di chiedere, tanti e tanti anni fa, dei volumi in prestito da una pia suora, non si è rivolto a Padre Roschini suo maestro e amico?
 Dobbiamo veramente credere a quanto ci racconta, al suo apparente “distacco” oppure il “rumore” che non cessa non è tanto quello del “caso Valtorta” ma, piuttosto, è quello di un turbamento interiore che anche oggi, a distanza di tanti anni, è ancora vivo e presente? (…)»

I miei tentativi di replicare su “Riscossa cristiana” hanno incontrato un muro di silenzio. A quel punto mi sono valso di Facebook per controbattere le offese fatte non a me, che non conto nulla, e neppure alla Valtorta, che è al vertice del Paradiso e ben al di sopra delle miserie di questa terra, ma al Divino Maestro. Cosa assolutamente non tollerabile, a costo di rinvangare una polemica che sembra vecchia ma è in realtà sempre attuale: la lotta tra la Verità e i farisei di ogni epoca. Ma come? Il Divino Maestro si è fatto crocifiggere per noi, ci ha mandato ammonimenti su ammonimenti attraverso veggenti in ogni epoca, e in particolare nella infelice nostra età attraverso Maria Valtorta. Perché noi abbiamo bisogno di quegli ammonimenti, perché il Divino Maestro vuole salvarci dalle conseguenze dei nostri peccati. Ricordiamo anche quanto rivelò Cristo ad Anna Katharina Emmerick:

«Alla fine dell’anno ecclesiastico 1823, prima dell’inizio dell’Avvento, ebbe per l’ultima volta una visione relativa alla resa dei conti di quell’anno. Vide, attraverso simboli diversi, le negligenze della Chiesa militante e dei suoi servi in quell’anno; vide quante grazie non erano state coltivate e non erano state raccolte, quante erano state dissipate o andate deplorevolmente perdute.

«Le venne dimostrato che il Redentore aveva deposto per ogni anno nel giardino della Chiesa, un tesoro completo dei suoi meriti; ve n’erano tanti da poter bastare a tutti i bisogni, a tutte le espiazioni: le grazie neglette, dissipate o perdute (e ce n’erano abbastanza per redimere anche l’uomo più degradato, per liberare anche l’anima purgante più dimenticata) dovevano essere restituite fino all’ultimo obolo, e la Chiesa militante era punita delle negligenze e delle infedeltà dei suoi servi mediante l’oppressione che le veniva dai suoi nemici e mediante le umiliazioni temporali.»

Non c’è il minimo dubbio che, tra le grazie trascurate, vi sia il rifiuto di riconoscere la voce del Redentore trasmessa dalle umili anime-vittime, come appunto la Valtorta, per giunta ignobilmente perseguitata. E infatti, noi cosa facciamo? Nell’ignoranza più nera, avendo appena dato “uno sguardo” a un’Opera senza nemmeno sapere di quanti volumi sia fatta, storciamo il delicato nasetto clerical-chic, trovando i dettati del Divino Maestro “ripetitivi fino alla stanchezza e pervasi di soprannaturalismo a buon mercato”, provandone “moti di repulsione”, e ci permettiamo di scrivere che una rivelazione privata riguarderebbe solo la persona che la riceve e nessun altro, come se la Madonna a Lourdes o a Fatima, avesse detto: “Mi raccomando, non dite niente a nessuno.”

Questo si chiama prendersi gioco di Dio, questo è puro fariseismo: anche i farisei erano legittimi custodi delle Sacre Scritture, nessuno glielo contestava, solo… Solo che non volevano interferenze e ringhiavano: “Siamo noi gli unici interpreti autorizzati! Chi è questo falegname di Nazareth che pretende di parlare calpestando le nostre prerogative, i nostri diritti, i nostri privilegi?” E i nuovi farisei ringhiano: “Siamo noi gli unici interpreti autorizzati! Chi è questa semiparalitica di Viareggio che pretende di parlare calpestando le nostre prerogative, i nostri diritti, i nostri privilegi?” La povera semiparalitica non era che un umile dito che indicava il Cielo, ma i nuovi farisei hanno l’infelice abitudine di guardare il dito, e solo quello. E poi cercano anche di tagliarlo.

Questa disputa, comunque, è stata benefica, e perciò vale la pena di ricordarla: in seguito ad essa le vendite dell’Opera valtortiana di colpo sono aumentate. Che anche questa polemica sia stata un piccolo segno provvidenziale per accelerare la diffusione della grande Opera (già venduta in molti milioni di copie e tradotta in una trentina di lingue), così che possa raggiungere sempre più anime? Naturalmente questa è l’unica cosa che conta: che sempre più gente che si tiene lontana dalla Chiesa, leggendo Maria Valtorta, venga spinta ad accostarsi ai Vangeli canonici e a rientrare nella Chiesa, come auspica il Divino Maestro nei suoi dettati a Maria Valtorta.

Infatti, nel “Commiato all’Opera” (Cap. 652), il Divino Maestro dettò alla veggente (che Egli affettuosamente chiama “il mio portavoce” e “il mio piccolo Giovanni”, accostandola al più amato fra gli Apostoli) queste parole (corsivo nel testo):

Dice Gesù: «Le ragioni che mi hanno mosso ad illuminare e a dettare episodi e parole miei al piccolo Giovanni sono, oltre alla gioia di comunicare una esatta cognizione di Me a quest’anima-vittima e amante, molteplici. Ma in tutte ne è anima l’amore mio per la Chiesa, sia docente che militante, e il desiderio di aiutare le anime nella loro ascesa verso la perfezione. La conoscenza di Me è aiuto all’ascesa. La mia Parola è Vita. Nomino le principali:

«I. Le ragioni dette nel dettato del 18-1-47 che il piccolo Giovanni metterà qui integralmente. Questa è la ragione più grande, perché voi state perendo e vi voglio salvare.

«3 febbraio 1947. Dice Gesù: “La ragione più profonda del dono di quest’opera, fra le molte altre che il mio portavoce conosce, è che in questi tempi, nei quali il modernismo condannato dal mio S. Vicario Pio X si corrompe in sempre più dannose dottrine umane, la S. Chiesa, rappresentata dal mio Vicario, abbia materia di più a combattere coloro che negano: la soprannaturalità dei dogmi; la divinità del Cristo; la verità del Cristo Dio e Uomo, reale e perfetto così nella fede come nella storia che di Lui è stata tramandata (Vangelo, Atti degli Apostoli, Epistole apostoliche, tradizione); la dottrina di Paolo e Giovanni e dei Concili di Nicea, Efeso e Calcedonia, e altri più recenti, come mia vera dottrina da Me verbalmente insegnata o ispirata; la mia sapienza illimitata perché divina; l’origine divina dei dogmi, dei sacramenti e della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica; l’universalità e continuità, sino alla fine dei secoli, del Vangelo da Me dato per tutti gli uomini; la natura, perfetta dall’inizio, della mia dottrina, che non si è formata quale è attraverso successive trasformazioni, ma tale è stata data: dottrina del Cristo, del tempo di Grazia, del Regno dei Cieli e del Regno di Dio in voi, divina, perfetta, immutabile, Buona Novella per tutti i sitibondi di Dio. Al dragone rosso con sette teste, dieci corna e sette diademi sulle teste, che con la coda trae dietro la terza parte delle stelle del cielo e le fa precipitare – e in verità vi dico che esse precipitano ancor più in basso che sulla terra – e che perseguita la Donna; alle bestie del mare e della terra che molti, troppi adorano, sedotti come sono dai loro aspetti e prodigi, opponete il mio Angelo volante nel mezzo del cielo tenendo il Vangelo eterno ben aperto anche sulle pagine sin qui chiuse, perché gli uomini possano salvarsi per la sua luce dalle spire del gran Serpente dalle sette fauci, che li vuole affogare nelle sue tenebre, e al mio ritorno Io ritrovi ancora la fede e la carità nel cuore dei perseveranti e siano questi numerosi più di quanto l’opera di Satana e degli uomini non danno a sperare che possano essere.»

Alcuni obbietteranno, leggendo quest’Opera: “Non risulta dal Vangelo che Gesù abbia avuto contatti coi romani o greci, e perciò noi rigettiamo queste pagine”. Quante cose non risultano dal Vangelo, o traspaiono appena da dietro spesse cortine di silenzio, lasciate cadere dagli Evangelisti su episodi che, per la loro infrangibile mentalità di ebrei, essi non approvavano! Credete voi di conoscere tutto quello che ho fatto? In verità vi dico che neppure dopo aver letta e accettata questa illustrazione della mia vita pubblica voi conoscete tutto di Me. Avrei ucciso, nella fatica di essere il cronista di tutti i giorni del mio ministero e di tutte le azioni compiute in quei singoli giorni, il mio piccolo Giovanni, se gli avessi fatto conoscere tutto perché tutto vi trasmettesse! “Ci sono poi altre cose fatte da Gesù, le quali, se fossero scritte una ad una, credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere”, dice Giovanni. A parte l’iperbole, in verità vi dico che se si fossero dovute scrivere tutte le mie singole azioni, tutte le mie lezioni particolari, le mie penitenze e orazioni per salvare un’anima, sarebbero occorse le sale di una delle vostre biblioteche, e una delle maggiori, per contenere i libri parlanti di Me. E anche in verità vi dico che sarebbe molto più utile per voi dare al rogo tanta inutile scienza polverosa e velenosa per far posto ai miei libri, che sapere così poco di Me e adorare così tanto quella stampa quasi sempre sporca di libidine o di eresia.

Sua Santità Pio XII (favorevole alla veggente, come pure il grande e santo Cardinale Siri), aveva ordinato di pubblicare l’Opera valtortiana, affermando: “la gente capirà”. Purtroppo i nuovi farisei del Vaticano impedirono la pubblicazione, che molto più tardi venne resa possibile solo dall’intervento di un coraggioso editore laico. “Qui non ho dei collaboratori, ma dei giuda”, commentò il grande Papa, proprio a proposito dell’opposizione clericale alla Sua volontà riguardo a Maria Valtorta.

EMILIO BIAGINI


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