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EMILIO BIAGINI

 

Una stanza all’interno della torre medievale di Bingen, su un’isola del Reno.

Personaggi:
Il Principe HATTO di Magonza;
il SERVO;
la SENTINELLA;
la VOCE del Frate;
una gigantesca torma di giganteschi topi di gigantesca cattiveria.

HATTO — Che corsa. Non ne posso più.
SERVO — Veramente ha corso la barca. Mai vascello fu più veloce tra Magonza e qui.
HATTO — È ben sicura la torre?
SERVO — Ma certo, Vostra Grazia. Nessuno ha mai conquistato la torre di Bingen.
HATTO — Forse perché nessuno l’ha mai presa d’assalto. Gli operai hanno finito di murare la porta?
SERVO — Certamente. Hanno fatto un ottimo lavoro e se ne sono già andati. Non passerebbe nemmeno un topo.
HATTO (con improvvisa angoscia) — Non nominarli.
SERVO — Ma come potrebbero seguirci? Si son mai visti animali del genere nuotare nel Reno? Ormai non avete più nulla da temere, principe.
HATTO — Ne sei proprio certo?
SERVO — Assolutamente.
HATTO — Pure, non sono tranquillo.
SERVO — Per l’acqua abbiamo la cisterna. La dispensa e il deposito della legna sono ben forniti. Con ceste e corde possiamo tirar su qualunque cosa ci serva quando arriverà il battello con i rifornimenti.
HATTO — Non sono le provviste a preoccuparmi. È il ricordo di quelle grida che mi tormenta.
SERVO — Quali grida?
HATTO — Zuccone, non ricordi già più la gente chiusa nel granaio in fiamme? Urlava, mentre bruciava viva. E io che dicevo agli amici riuniti a convito: “Sentite come squittiscono i topi? Possano i topi divorarmi vivo se mai darò ad un povero una crosta di pane”. E proprio in quell’istante, un topo enorme entrò nella sala e mi morsicò una gamba. Lo ammazzammo a bastonate, ma ne vennero altri.
SERVO — È costume di quegli animali muoversi in gruppo.
HATTO — Ne venivano sempre, e gli ospiti, dopo avermi aiutato ad ucciderne qualcuno, cominciarono a spaventarsi e a mettersi in salvo, lasciandomi solo. E gridavano che quelli non erano topi comuni, ma demoni in forma di topo. Dovetti fuggire di stanza in stanza, sempre inseguito dalle bestiacce. Quelli rosicchiavano le porte, riuscivano a penetrare in una stanza dopo l’altra. Porto ancora qua e là i segni dei loro dentacci: ferite lievi, fortunatamente. Alla fine non mi è restato che imbarcarmi e chiedere rifugio al grande fiume, che cinge come un potente fossato quest’isola.
SERVO — Voi siete un uomo fortunato. Bene faceste a far chiudere quegli straccioni nel granaio e a farvi dar fuoco. Non vi rattristate. Erano così importuni tutti quei pezzenti. Il granaio era vecchio e mezzo in rovina. Occorreva comunque ricostruirlo. E che colpa ne avete se una carestia inaudita si è abbattuta sul paese?
HATTO — Io però l’ho peggiorata la carestia.
SERVO — Ma per carità, principe, una piccola incetta di viveri in tempo di penuria è segno di lungimiranza e buona amministrazione.
HATTO — Speriamo bene. Sentinella, si vede niente?
SENTINELLA (dall’alto della torre) — Tutto tranquillo, Vostra Grazia.
HATTO (uscendo) — Allora mi ritirerò nella mia camera. Un po’ di sonno mi farà bene.
SERVO — Dormite pure. Io veglio.
SENTINELLA (invisibile, dall’alto) — Si avvicina una barca.
SERVO — Chiedi chi è.
SENTINELLA (come sopra) — Chi disturba la quiete di queste acque e il riposo del principe di queste terre? Chi siete? Parlate, prima che una freccia vi trafigga.
VOCE — L’ultimo degli ultimi io sono. Un umile figlio di San Francesco.
SERVO — Che cosa vuole?
SENTINELLA (come sopra) — Che vuoi, frate? Tornatene al tuo convento.
VOCE — Scortese risposta è questa. Malvagio tu mi sembri e più malvagio il tuo compagno che ti da l’imbeccata di quello che devi dire.
SERVO — Di te non abbiamo bisogno.
VOCE — Devo al più presto parlare col principe Hatto.
SERVO — Riposa, e non credo che voglia con te conferire.
VOCE — Vengo da lontano, con ordini precisi dal Padre Superiore. Tanto abbiamo pregato per il principe, poiché la sua anima è in grave pericolo, ed anche il suo corpo. Io, non da me stesso, ma per la virtù di Santo Francesco, posso forse allontanare da lui il castigo. Deve confessarsi e fare grande penitenza. Noi sappiamo che ha cominciato a balenargli qualche barlume di pentimento. Non deve passare quest’ora senza che io gli parli.
SERVO — Come sai tu il pensiero recondito del principe? Con me solo si confida, e tu non eri qui ad ascoltare.
VOCE — Molte cose nascoste e molte cose avvenire sono rivelate a chi opera il bene sotto il segno di Santo Francesco. Fammi entrare.
SERVO — La porta è murata.
VOCE — Voi pure siete entrati.
SERVO — Finestra e scala dialogano bene fra loro.
VOCE — Siano scala e finestra anche il mio sentiero.
SERVO — La scala è rotta.
VOCE — Cala una corda.
SERVO — Non ne abbiamo.
VOCE — Tu menti e stai pensando alla vendetta.
SERVO — Bene, tu leggi nel pensiero. Sappi allora che il principe è nostro, ormai. Ha passato un segno oltre il quale non si torna.
VOCE — Non spetta a te il giudizio.
SENTINELLA — Vedo una gran macchia nera venirsene per il fiume, allegramente galleggiando.
VOCE — Presto, che io entri.
SERVO — Non entrerai.
SENTINELLA — La macchia nera è sempre più grande. Ora si distingue meglio. Galleggia nuotando disinvolta. Ha testoline, occhi, zampe e code innumerevoli.
SERVO — La notizia mi rallegra.
HATTO (dalla sua camera) — Cos’è tutto questo trambusto? Che non si possa riposare un momento in santa pace?
SERVO — C’è fuori un frate. Chiede di voi.
HATTO — Il brusco risveglio mi mette di cattivo umore. Mandatelo al diavolo.
VOCE — Il cielo mi è testimone che la mia intenzione era buona e la mia obbedienza al Superiore pronta. Ma contro la tua cattiva volontà non posso nulla, principe di Magonza. La corrente porta lontano la mia barca. Addio.
SENTINELLA — Il frate s’allontana. I topi s’avvicinano. Sono enormi. Eccoli già sull’isola. Ingegnose bestiole, cominciano a scavare sotto le mura della torre.
SERVO — Scendi giù e vieni a vedere. Li sento arrivare. Dev’essere molle la terra qua sotto.
SENTINELLA (scende dal posto di guardia) — Quanto ci vorrà?
SERVO — Poco.
HATTO — Aaah! Aiuto! Aiuto!
SERVO (guardando dentro la stanza di Hatto) — L’hanno preso. Non può già più muoversi. Credo che l’abbiano subito azzannato alle caviglie.
SENTINELLA (guardando a sua volta, con orrore) — Non potremmo fare qualcosa?
HATTO — Aaaaaaaaaaaaaaaah!
(Un improvviso getto di sangue arterioso esce dalla camera interna e raggiunge la scena. La sentinella se ne ritrae inorridita.)
SERVO — Sì, possiamo aspettare che tutto sia finito, poi tornare a Magonza a tuffarci nel tesoro.
(Rumori orrendi di carne divorata dalla camera di Hatto.)
SENTINELLA (rifugiatosi il più lontano possibile dalla camera del principe, parlando a malapena curvato in due, fra un conato di vomito e l’altro) — Che spettacolo spaventoso.
SERVO (trionfante) — Se l’è ben meritato. Fra i poveretti che ha fatto ardere vivi in quel granaio c’era mio fratello.
SENTINELLA (ansimando) — Chissà, avido com’era, che tesoro avrà accumulato?
SERVO — Andiamo a sciogliere la barca. Prima arriviamo a Magonza e più troveremo da saccheggiare.
SENTINELLA (con angoscia) — Anche su noi cadrà la vendetta, perché non abbiamo accolto il frate e salvato il principe.
SERVO — Che io sia dannato se mai ho avuto pensiero di salvarlo. Vieni dunque a Magonza? Dobbiamo far presto.
SENTINELLA — No, non vengo. E tu dannato sarai davvero se alberghi questi pensieri. Io non voglio aver parte nel saccheggio. Resterò qui a ricomporre per la sepoltura i miseri resti di colui che ho tradito. Al tradimento tu mi hai mosso e persuaso.
SERVO — Avevo buoni motivi.
SENTINELLA — Non erano i miei. Tu mi hai trascinato.
SERVO — Sei sempre stato un debole e un bambino.
SENTINELLA — Io mi pento del male che ho fatto. E se si dev’essere bambino per entrare nel Regno dei Cieli, ben venga l’infanzia. Dopo aver sepolto il nostro signore, andrò a cercare il francescano e farò penitenza per tutta la vita.
SERVO — Non è stata penitenza sufficiente servire quel demonio?
SENTINELLA — Almeno la visita del santo frate non sarà stata del tutto vana. Tu va pure e ingozzati di tesori ingannevoli. Alla fine dei conti, vedremo chi avrà ragione.
SERVO — Se cambi idea, mi troverai alla taverna solita, fra boccali di vino del Reno e piacevoli fanciulle. Addio. (esce)
SENTINELLA (cadendo in ginocchio e scoppiando in pianto) — Possa la mia vita futura essere la negazione di quella passata. Santa Vergine e San Francesco, vegliate sul mio proponimento.


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