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PADRE LANZETTA, I DUBBI E LA VALTORTA

Subito dopo la pubblicazione di un mio articolo sulla Valtorta su “Riscossa Cristiana” (“Mistica e misconosciuta: il caso di Maria Valtorta”, in pratica lo stesso articolo che si può leggere su questo sito), un esimio rappresentante del clero, Padre Serafino M. Lanzetta dei Francescani dell’Immacolata, con un articolo del 29 novembre 2012 (Il “caso Valtorta” tra consensi e condanne: come orientarsi?), si è evidentemente sentito in dovere di precisare, sulla medesima rivista online, che la Chiesa non riconosce affatto come soprannaturale la rivelazione privata a Maria Valtorta, e che non si può considerare l’opera maggiore di lei (L’Evangelo come mi è stato rivelato) un “quinto vangelo”.

Ma non mi risulta che “L’Evangelo come mi è stato rivelato” sia mai stato chiamato in tal modo da nessuno, eccetto forse da chi vuole screditarlo. Quanto al mancato riconoscimento da parte della Chiesa, è un fatto ben noto. Innumerevoli santi sono stati misconosciuti e perseguitati dagli uomini di Chiesa (i “nuovi sinedriti”, li chiamava la Voce che dettava alla Valtorta), specie nella nostra epoca, man mano che avanzava la secolarizzazione e man mano che il discernimento cristiano svaniva di fronte alle prove “scientifiche”, come nel caso delle stigmate di Padre Pio, caso troppo noto perché sia necessario soffermarvisi.

Anzitutto va detto che chi entra in contatto con le opere di Maria Valtorta non viene certo spinto a rinnegare i Vangeli o l’insegnamento della Chiesa. Al contrario, ne esce spiritualmente migliorato, come avviene leggendo i Fioretti di san Francesco, il Libro de su vida e le Moradas di santa Teresa di Avila o l’Imitazione di Cristo, tale è la suggestione delle parole da lei scritte. Non si è mai sentito che qualcuno abbia abiurato la Fede cattolica e la fedeltà dovuta alla Santa Madre Chiesa per aver letto la Valtorta.

L’articolo di padre Lanzetta s’interroga su come orientarsi nel “caso Valtorta”. Ebbene, orientarsi non è certo facile, in un dedalo di opinioni dove si dice tutto e il contrario di tutto, dove pareri favorevoli e sfavorevoli si rincorrono in girotondo. Tuttavia, fra i molti pareri favorevoli vi è quello del nostro grande e santo cardinale Siri, la cui opinione conta per me più di quella di chiunque altro.

Dopo una breve esposizione dei vari pareri, Lanzetta si orienta in senso contrario alla “veridicità soprannaturale dell’Opera” in base a valutazioni a dir poco curiose. Scrive infatti: “non si può invocare come veridicità soprannaturale dell’Opera le tantissime e precise indicazioni geografiche, topografiche, storiche, di usi e tradizioni dell’epoca, contro una cultura pressoché elementare della scrittrice e la non consultazione di fonti o di materiale scritturistico a livello scientifico. Questi elementi, che sono presenti, depongono piuttosto a favore di un’opera esimia sotto molti punti di vista, ma non sono per sé prova dell’ispirazione soprannaturale del Signore. Infatti, se si usasse solo questo metro, sullo stesso piatto della bilancia andrebbero messe anche quelle pagine che risentono di ridondanze, di sentimenti eccessivi, di descrizioni prolisse – a mio personalissimo giudizio, anche alcuni passaggi in cui poco c’è di teologico – che molto si distanziano dalla sobrietà dei Vangeli e che invece sono indice di un pensiero tutto femminile e contemporaneo alla scrivente.”

Ma un discorso basato esclusivamente su questioni stilistiche pecca gravemente di soggettivismo e non dimostra assolutamente nulla. Forse che anche i quattro Vangeli non sono diversi l’uno dall’altro perché la Rivelazione è stata recepita da ciascun evangelista inmodo differente a seconda della propria personalità e livello di cultura?

Forse che, tanto per fare un esempio, la Madonna, quando appare, parla con linguaggio forbito, magari in aramaico? A Lourdes ha detto: “Que soy era Immaculada Concepcion”, nel dialetto pirenaico del 1858. A Montallegro, nel 1557, la Madonna apparve a Giovanni Chichizola e disse: “Levati su e non temere; ma vanne allegramente al popolo di Rapallo e predica pure per le piazze e le contrade come ti è apparsa la Madre di Dio su questo monte. E quivi per mano degli angeli ha lasciato il sacro pegno del suo misterioso quadretto o ritratto, rappresentante il suo glorioso Transito, dalla Grecia trasportato. Digiunate il sabato! Digiunate!” Linguaggio appropriato al luogo e all’epoca.

Ovunque, le apparizioni e le locuzioni interiori mandate dal Cielo avvengono nel linguaggio più familiare a chi le riceve, e secondo la sensibilità di chi le riceve. Ovvio che la rivelazione privata alla Valtorta sia nella lingua comune dell’epoca in cui la veggente stessa è vissuta, e secondo la sensibilità di lei. O vogliamo credere che Dio e la Santa Vergine, quando si manifestano, siano incapaci di adattarsi ai fedeli?

Inoltre, i tremendi giudizi pronunciati contro il clero in molti scritti valtortiani nessun cristiano avrebbe osato scriverli, tanto meno la Valtorta, che si distingueva per un’esemplare carità, per virtù eroiche di sacrificio e di sopportazione paziente delle sue terribili infermità e delle persecuzioni alle quali lo stesso clero la sottoponeva. E non li avrebbe espressi neppure un nemico del clero e della Chiesa, il quale sarebbe invece stato ben lieto di vedere un clero non all’altezza della propria vocazione.

Sono giudizi che dimostrano una conoscenza totale di cosa sta dentro l’uomo, dentro tutti gli uomini, una conoscenza che non può essere di questo mondo. E se non altro per prudenza, essendo sotto continua e poco benevola osservazione (la punirono con il negarle la Comunione giornaliera, oltre che con una continua ossessiva critica di tutto quello che scriveva), era ovvio che la Valtorta si sarebbe astenuta da giudizi che in bocca ad un semplice essere umano sarebbero soltanto giudizi temerari, se non avesse dovuto per forza scriverli, a proprio rischio, perché le venivano dettati da un Altro.

Ma soprattutto, come si può credere che “le tantissime e precise indicazioni geografiche, topografiche, storiche, di usi e tradizioni dell’epoca” non sarebbero altro che la dimostrazione di “un’opera esimia”, senza però dimostrare “ispirazione soprannaturale”?

Non so quanti libri abbia scritto Padre Lanzetta. Io ne ho scritto più di venti, fra testi universitari e di narrativa e credo di sapere cosa costi scrivere libri. E naturalmente non parlo di libri di filosofia e di teologia che possono nascere al chiuso di una biblioteca, ma di opere che trattano di eventi lontani nello spazio e nel tempo, che obbligano l’autore ad uscire dal chiuso e lavorare sul serio per andarsi a documentare.

Scrivere libri del genere non è semplice. Nel caso specifico, per la Valtorta si trattava appunto di raccontare una storia geograficamente e storicamente remota, e questo da parte di una paralitica piuttosto ignorante inchiodata ad un letto.

Dopo molti decenni di studi sulla geografia storica del Sudafrica, delle Isole Britanniche, dell’Austria e della Germania, credo di poter parlare con una certa cognizione di causa su cosa comporti un’impresa del genere. Che il libro debba essere un saggio o un romanzo non fa differenza: lo sforzo di ricerca è ugualmente immenso. Occorre viaggiare ed osservare, essere in buona salute, faticare, sudare. Il lavoro di documentazione non finisce mai, sul terreno e negli archivi. Si traccia lo schema del lavoro, poi lo si modifica, poi si stende un primo abbozzo, si scrive e si riscrive, si fa una revisione dopo l’altra, e i ripensamenti non mancano fino alla fine.

Negando che la Valtorta sia stata ispirata la si insulta e le si dà esplicitamente della bugiarda, perpetuando così la persecuzione nei suoi confronti. E non è assolutamente una questione di “esaltante fanatismo”, come il Lanzetta, dando prova di ammirevole carità, definisce l’atteggiamento di coloro che credono che la Valtorta abbia davvero ricevuto una rivelazione privata.

È invece solo una questione di elementare logica applicata all’esame dei fatti: una paralitica inchiodata ad un letto, di cultura limitatissima, scrive di avvenimenti remoti, senza esitazione, di getto, senza correggere, produce opere (non solo “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, ma anche molto altro), di profondità eccezionale (e quella potrebbe, forse, ancora venire da lei stessa), ma soprattutto rivelando conoscenze assolutamente esatte di innumerevoli aspetti e dettagli che umanamente NON poteva conoscere.

Ora, uno può essere uno scrittore “esimio” quanto si vuole, di alto sentire, di prodigiosa ed “esimia” profondità di pensiero e capace di scrivere pensieri “esimi” in uno stile meravigliosamente “esimio”, manessuno (fosse pure Omero, Dante, Shakespeare, Goethe, Manzoni, Li Po, Kalidasa, Tagore, Omar Khayam e Firdusi messi insieme), dico NESSUNO può scrivere quello che non sa. Non può, nel modo più assoluto. E, ripeto, Maria Valtorta NON poteva umanamente sapere tutto quello che descrive. Assodata questa umana impossibilità, cosa resta?

Gradirei ricevere commenti da Padre Lanzetta e da altri detrattori della Valtorta.

EMILIO BIAGINI


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