•  
  •  
  •  
  •  

LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

 

CAPITOLO QUINTO

CHIACCHIERE DELIRANTI SU PASSIONE E RISURREZIONE

Terza puntata

 

Con spossante monotonia suscitatrice di profonda nausea perfino ai demoni, il PAG riversa poi (pp. 191-192) il suo delirante sarcasmo e la sua inesauribile sacca di bile sull’elezione dell’apostolo Mattia, sulla Pentecoste (lo disturba fin nelle più intime budella quella fiamma dello Spirito Santo che forma una corona sul capo benedetto della Vergine Santissima), sulla Via Crucis ripercorsa dagli Apostoli che avevano abbandonato Gesù, e così via.

Il PAG afferma tra l’altro che, nelle “invenzioni” create dalla Valtorta in modo “infantile”, il Calvario improvvisamente diventa “un’alta montagna”. Questa “alta montagna” è una miserabile fabulazione gramagliesca. Un rapido consulto con l’amico geografo attualmente in vacanza sul Kangchenjunga, ci permette di accertare che la Valtorta non si è mai sognata di scrivere niente di simile. Si è limitata a dire (Cap. 608.5): “ho letto che il Calvario era alto pochi metri. Sarà. Non è certo un monte. Ma un colle lo è, e non certo più basso di quello che è, rispetto ai Lungarni, il monte alle Croci, là dove è la basilica di S. Miniato, a Firenze.”

Oltre a travisare platealmente il testo, il velenoso PAG, con tutta la sua prosopopea di uno che zufola in aramaico-greco-ebraico-tokariano-atlantoideo, ha pure qualche lieve lacuna nella sua erudizione cultural-scientifica-umanistica-oceanica-termonucleare. Infatti dovrebbe conoscere le trasformazioni subite dalla collina del Calvario, che rappresentano un capitolo classico della geomorfologia antropica. Come mi informa l’amico geografo, recatosi per disintossicarsi sulla vetta del Kangchenjunga – e infatti è di là che sta telefonando – la geomorfologia si suddivide in varie specialità, una delle quali è appunto lo studio delle trasformazioni portate dall’uomo alla superficie terrestre. Lo so che questo non è proprio essenziale, ma tutto è di sollievo a chi deve sorbirsi le oscenità gramaglìesche. A proposito, l’amico geografo mi prega di comunicare al Gramaglia e ai suoi (eventuali) ammiratori questo importante messaggio dell’Uomo delle Nevi:

– Urg urg sgramagliak, stronzing, deficiuk. –

Certo che il PAG, con la sua sapienza esegetica-linguistica-cultural-scientifica-oceanica-termonucleare non avrà alcuna difficoltà a comprendere la cogente esternazione dello yeti, nonché a farne l’esegesi, proseguiamo, sulla base di appunti lasciati dall’amico geografo, a parlare della sullodata collina.

Scavi nella zona del Muristan, compiuti da archeologi inglesi e tedeschi, attestano concordemente che il luogo dove sorge oggi la basilica del Santo Sepolcro si trovava allora fuori delle mura della città, cioè fuori del “secondo muro” e ne era separato da una valle, e che questa venne in seguito riempita da detriti provenienti in massima parte da macerie della distruzione di Gerusalemme sotto Tito, mescolati a qualche detrito di epoca adrianea. Solo qualche detrito, perché di Gerusalemme rimaneva ben poco all’epoca di Adriano e della rivolta del falso messia Simon Bar Kobhka. Costui era stato ufficialmente riconosciuto dal gran rabbino come Messia, giusto quanto si legge in Giovanni (5, 43): “Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro verrà nel suo proprio nome, voi lo riceverete”.

La massa delle macerie giunse complessivamente all’altezza di 13 metri sopra l’originario fondovalle. La morfologia del luogo subì profonde alterazioni anche per la costruzione di Aelia Capitolina nel 135 d.C. sotto Adriano, che riutilizzò l’enorme massa di macerie giacenti ovunque dopo la distruzione di Gerusalemme compiuta da Tito nel 70 d.C. Seguirono le inevitabili operazioni di livellamento del colle per la costruzione del tempio di Venere su ordine di Adriano, che dovettero abbassare non poco il ristretto cocuzzolo per far posto al grande tempio. Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, alla ricerca della Vera Croce, fece demolire il tempio ed effettuare scavi, che dovettero abbassare ulteriormente quanto rimaneva del colle. Infine, sotto il dominio islamico, come racconta lo storico Yahia ibn Sa’id, per ordine del sesto califfo fatimide d’Egitto al-Hakim bi-Amr Allah detto “il pazzo”, un estremo fanatico, nell’anno 1009, non solo vennero distrutte le chiese della Palestina, Egitto e Siria, e soprattutto il Santo Sepolcro, ma si tentò pure di spianare quanto restava del Calvario. Non stupisce quindi che la discreta collinetta dell’epoca di Gesù, vista dalla Valtorta, sia oggi ridotta ad un’eminenza insignificante.

Mentre la grande veggente descrive con esattezza la collina del Calvario com’era al tempo di Gesù, il PAG si rifugia nel suo arido e acido sarcasmo e negli insulti, sbavando di “perle storiche” e di “tutta una serie di racconti imbecilli e inverosimili”.

L’ossessione ipermodernista si traduce in una caccia ossessiva a presunti “errori” della Valtorta (pp. 191-192): “Non meno sconcertanti sono gli anacronismi e i clericalismi (sic!) messi in bocca a Gesù risorto durante le istruzioni agli apostoli.” E qui l’erudito valtortofobo (e, bisognerebbe aggiungere, cristianofobo) snocciola quelli che a lui sembrano “anacronismi” e “clericalismi”, ossia tutti i temi classici e consolidati della dottrina cattolica che, secondo lui, il Cristo non doveva conoscere, preso “in contropiede” dalla riforma postconciliare, della quale il PAG sembra invece essere un ammiratore.

L’elenco è noioso e tale da far crescere a chiunque una barba da frate cappuccino ma, forti dell’incoraggiamento dell’amico geografo, ormai in salvo sul Kangchenjunga, e soprattutto dell’appoggio morale dello yeti, cerchiamo di sopportare. Dunque, ecco il primo “anacronismo” e “clericalismo”: Gesù spiega che il battesimo è un sacramento (Ma guarda! Credevo che fosse un carretto!), riprende le teorie postagostiniane sul peccato originale (Che assurdità! Che poteva saperne quel povero trapezista, quel povero pagliaccio, isterico, paranoico e morboso? E che si credeva, d’essere “dio”? Le sue pretese, grazie all’ermeneutica ecc. ecc. sono state ormai smascherate. Meno male che ci pensa il PAG, “perché la fede cristiana non è il risultato apodittico della semplice esegesi”, come già rilevato), istituisce la Cresima (Come si permette?), parla della transustanziazione eucaristica (E chi l’ha autorizzato?), identifica il perdono con la Confessione (Per carità, tutti sanno che il perdono si identifica col cetriolo!), dichiara che il matrimonio è indissolubile (Orrore!), rivela la sacralità dell’Estrema Unzione (Ma che dice? Per un po’ d’olio…), afferma la triplicità della Chiesa docente, trionfante e militante, una parte della quale deve scontare l’espiazione soddisfattoria (Invece anche lo yeti sa che la Chiesa si divide in dormiente, conciliante e spernacchiante), prescrive di scegliere Roma come sede del Papato (Dove potrebbe star bene? Nel Bronx?) e lo fa con la terminologia del più retrivo clericalismo dell’era fascista”. Peccato inespiabile! Anche lo yeti è d’accordo.

Insomma, il fatto che l’Uomo-Dio, nella Sua onniscienza istituisca e istruisca fin dall’inizio la futura Chiesa nella sua perfetta Fede, nei suoi vivificanti Sacramenti e nelle sue benefiche leggi, appare una serie di assurdità clericali, a detta dell’erudito PAG. Cristo, dunque, non si sarebbe mai sognato di istituire la Chiesa. Tutto ciò che la Chiesa è, tutto ciò che essa insegna e compie, sarebbe il risultato di che cosa? Ma evidentemente solo di aggiunte clericali accumulatesi nel corso dei secoli. Si tratterebbe dunque di una costruzione puramente umana, non ancorata affatto agli insegnamenti divini, conservati dalla Tradizione. Tutta questa sconcertante prospettiva, per quanto possa sembrare insolita, non scaturisce dal cervello dell’Abominevole Uomo delle Nevi ma di un prete cattolico che, per giunta, insegna pure al Seminario.

Ed ecco spuntare, nel delirio gramagliesco, la Messa come buffonata (pp. 192-193): “una delle buffonate più vistose” pare infatti sia la santa Messa celebrata a Gerusalemme in presenza della Santa Vergine Maria.

Parliamo di chiodi (p. 193): “Il Gesù della Valtorta ha tuttavia un chiodo fisso [sic, veramente era stato trafitto da ben altri chiodi, ma il PAG neppure si accorge di quanto volgari e blasfeme siano le sue espressioni], per difendere la sua eletta visionaria diventa spesso arrogante e volgare (sic!). Descrive con angoscia i tempi in cui ‘sarà insegnato il Vangelo scientificamente bene, spiritualmente male’. La Valtorta infatti nell’aprile 1947 aveva già acquistato una strabiliante coscienza di sé; dopo aver manipolato, inventato, romanzato, rovinato e deturpato tutti e quattro gli evangelisti, si permette il lusso di insultare i sacerdoti, diffidenti nei confronti delle sue rivelazioni, accusandoli di essere ‘gonfi pagliai, superbi pagliai, impettiti nel loro orgoglio d’essere tanto gonfi’; lei, dichiarava tranquillamente e con rara sfacciataggine, sì sapeva predicare l’anima del Vangelo, senza orpelli storici e geografici (eppure nel suo romanzo vi sono centinaia di pagine di stupida geografia [sic!]), perché lei era la ‘voce’ di Gesù destinata al Cristianesimo per superare le burrasche dei nuovi tempi; i sacerdoti invece lo annegavano sotto valanghe di scienza umana.” Il livido sfogo continua, ma questo basta a dimostrare quanto l’arida paglia di cui l’erudito PAG è gonfio si senta toccata dagli ammonimenti di Gesù.

Per quanto riguarda la “stupida geografia”, passo la parola all’amico geografo e allo yeti:

– Pronto Kangchenjunga, qui campo base. –

– Qui Kangchenjunga, parlate campo base. –

– Chiediamo assistenza tecnica. Cosa dobbiamo rispondere a un individuo che insulta la geografia? –

– Cosa! Ma chi è questo sferoclastico essere? –

– Grafomaniak merdunz gramaglisk graminkrok grrr grrr grrr grrr – (commento estemporaneo dello yeti).

– E chi vuoi che sia? –

– Immagino che sia inutile dirgli che la geografia valtortiana è perfettamente conforme alle condizioni palestinesi di due millenni fa. –

– Già fatto. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. –

Il resto della conversazione è stato molto disturbato da scariche elettrostatiche e dai grugniti irati dello yeti, per cui non è stato possibile captare che qualche parola frammentaria e indistinta, forse “…entecatt…” e “pall… …fiat…”, non si sa a chi riferita. Forse si parlava della Valtorta, in conformità con l’autorevole parere del PAG, il quale con autorevole autorevolezza afferma (pp. 193-194): “Di sé la Valtorta ha sempre avuto un ottimo concetto: si riteneva (naturalmente se lo faceva dire direttamente da Gesù) uno di quei sacerdoti ignoti al mondo, apostoli sconosciuti che solo Dio vede”. Si sentiva chiamare “piccolo Giovanni” o anche “violetta della Croce”, perché lei, benché fosse un niente, aveva ottenuto grandi grazie; lei “portavoce”, asseriva di conoscere tutto di Gesù e di Maria: vita, sorrisi, canzoni e miracoli nonché lacrime, baci, pene, amore e fantasia.”

A parte la vomitevole ambiguità di questa ennesima sparata nevrotica del PAG, non va dimenticato quanto Gesù disse, nel commiato all’Opera (Evangelo, Cap. 652 corsivo nel testo): “Alcuni obbietteranno, leggendo quest’Opera: ‘Non risulta dal Vangelo che Gesù abbia avuto contatti coi romani o greci, e perciò noi rigettiamo queste pagine’. Quante cose non risultano dal Vangelo, o traspaiono appena da dietro spesse cortine di silenzio, lasciate cadere dagli Evangelisti su episodi che, per la loro infrangibile mentalità di ebrei, essi non approvavano! Credete voi di conoscere tutto quello che ho fatto? In verità vi dico che neppure dopo aver letta e accettata questa illustrazione della mia vita pubblica voi conoscete tutto di Me. Avrei ucciso, nella fatica di essere il cronista di tutti i giorni del mio ministero e di tutte le azioni compiute in quei singoli giorni, il mio piccolo Giovanni, se gli avessi fatto conoscere tutto perché tutto vi trasmettesse! ‘Ci sono poi altre cose fatte da Gesù, le quali, se fossero scritte una ad una, credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere’, dice Giovanni. A parte l’iperbole, in verità vi dico che se si fossero dovute scrivere tutte le mie singole azioni, tutte le mie lezioni particolari, le mie penitenze e orazioni per salvare un’anima, sarebbero occorse le sale di una delle vostre biblioteche, e una delle maggiori, per contenere i libri parlanti di Me. E anche in verità vi dico che sarebbe molto più utile per voi dare al rogo tanta inutile scienza polverosa e velenosa per far posto ai miei libri, che sapere così poco di Me e adorare così tanto quella stampa quasi sempre sporca di libidine o di eresia.”

 (continua)


  •  
  •  
  •  
  •