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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un poema drammatico che rivela un talento letterario non comune:

MAJ F. (2011) In cammino, Firenze, L’Autore Libri

 Recens.F.Maj In cammino.Copertina copia

 

 

Un grande talento poetico al servizio della Verità ci presenta questo poema drammatico sui Dieci Comandamenti, che ha l’andamento solenne di una sacra rappresentazione medievale, ma con una maturità poetica e una profondità teologica che le rappresentazioni medievali non possedevano. Voci dall’alto parlano a Mosè, e parla Mosè, e parlano voci maligne e insinuanti, che tentano di sviare l’uomo dal retto cammino. E parla pure gente comune, disorientata, che si domanda come distinguere il bene dal male.

 

 

I Comandamenti si susseguono, presentati come in una sinfonia di voci celesti, umane e diaboliche. La contraddizione demoniaca non può naturalmente confrontarsi con la Verità, ma cerca di sviare l’uomo tendendogli trappole che fanno appello agli istinti, all’avidità, alla brama di potere. Così al primo comandamento (Non avrai altro Dio fuori di me) si oppone la falsa divinità Mammona, che promette gloria terrena e piacere; al secondo (Non nominare il nome di Dio invano) si oppone un “personaggio nero” che vuole atteggiarsi a profeta e imporre ai fedeli una miriade di precetti fastidiosi e inutili, tali da allontanare gli uomini dall’Altissimo, proprio come fecero i farisei; al terzo (Santifica la festa) si oppone un “personaggio strano” che tenta l’uomo all’evasione dal lavoro quotidiano per immergersi in piaceri carnali senza mai riflettere e soprattutto senza pensare al tentatore, che lavora meglio nell’oscurità.

Serrati dialoghi tra il Signore e diversi interlocutori umani danno luogo ad una sublime rappresentazione del Sacramento matrimoniale e della famiglia, insostituibile cellula della società umana se cementata dall’amore divino e dall’obbedienza al quarto comandamento (Onora il padre e la madre). Odiatore di Dio e dell’uomo, il demonio oppone a questa verità consigli astuti e apparentemente molto umani agli sposi (soddisfare i desideri carnali, non procreare perché i figli sono un fastidio) e ai figli (ribellarsi, perché sono stati trascinati nella vita senza il loro consenso e stretti in una rete di compiti e di obblighi, rinfacciare ai genitori lo “scherzo atroce” di averli messi al mondo, farsi mantenere e far loro intendere che sono nati per un “momento di libidine” che i genitori stessi dovranno scontare). Al cemento dell’amore, il maligno oppone il veleno dell’odio, per trasformare la famiglia in un inferno, e in che misura il piano diabolico riesca lo si vede fin troppo nei disastri familiari che la “progredita” società odierna ci pone ogni giorno sotto gli occhi.

Il poeta apre il discorso sul quinto comandamento (Non uccidere) con un severo ammonimento agli scienziati, arroganti mosche cocchiere che credono di tenere in pugno i segreti della vita, come il ricercatore che — immagine poetica davvero geniale — “afferra l’ombra e crede spento il sole”. Segue un duplice inno alla vita, poi una bellissima preghiera a più voci e le parole di un veggente: altissima poesia piena di meraviglia di fronte al mistero insondabile della creazione. In forma subdola risponde l’abisso demoniaco per bocca di enigmatici “viaggiatori” i quali abilmente insinuano che il prossimo è un concorrente, quindi da combattere, o peggio una preda che si deve sfruttare. Risponde una vera sinfonia di voci: una donna che invita all’accettazione e al rispetto dell’altro, un saggio che invita alla calma e alla condivisione, Dio in persona che ammonisce a non sentenziare sputando bestemmie perché Egli solo è padrone e signore della vita e soltanto Lui può dare la pace. Due profeti rispondono con cantici bellissimi esortando a non uccidere l’innocente e a non sottrarsi alla vita. Interviene il poeta con una vibrante condanna dell’aborto, con la bruciante immagine della terra assediata dalle anime dei bambini non nati ai quali è stato negato il diritto di vivere. Un saggio depreca la crudele vanità della guerra. Gli risponde un “guerriero”, difendendo invasioni, aggressioni e stragi, che non sono delitti, purché l’aggressore vinca: infatti a scrivere la storia sono i vincitori. Ed ecco, evidentemente evocato dall’inferno, apparire l’utopista Robespierre, che esalta la rivoluzione, l’odio di classe, il Terrore, facendo balenare il fantasma del progresso che ne dovrebbe scaturire, della concordia e del benessere futuri che giustificherebbero ogni delitto. Gli fa eco il demonio, che lega il progresso alla guerra, ma è un progresso di cui nessuno conosce la direzione e il risultato. Poi riprende il demonio, presentando l’orrore dell’eutanasia, mascherato da pietà per il sofferente. Infine, una preghiera corale a Gesù Cristo, l’unico capace di sconfiggere il male e consolare le vittime.

Il sesto comandamento (Non commettere adulterio) è occasione per il poeta di rievocare il matrimonio sacro e indissolubile, e quindi l’origine stessa del genere umano (“maschio e femmina Dio li creò”), per irrevocabile decreto divino. Stupendo il soliloquio di Adamo ancora solo e quasi smarrito, cui risponde la Voce divina decretando: “Non è bene che l’uomo sia solo.” Dolcissimo è l’incontro di Adamo con Eva e altissima poesia il momento dell’estasi-dono. Ma contro il meraviglioso progetto trama l’Ombra demoniaca, che si propone di far leva sul libero arbitrio. L’uomo, incerto di fronte alla tentazione, dialoga con Dio che gli ricorda la tremenda condanna di chi corrompe l’innocenza. Ma la Nube nera torna alla carica proponendosi di trasformare gli uomini in “spavaldi grufoloni”, ossia maiali. Bellissimo l’interludio classico di Catullo a Lesbia, che ricorda come “il piacere vuole sofferenza”, a cui immediatamente segue la disperata angoscia della prostituta. Il dialogo si fa serrato tra propositi diabolici e preghiere, e si conclude con l’affermazione della Donna senza macchia che schiaccerà la serpe.

Voci celesti introducono il settimo comandamento (Non rubare), illustrando le immense ricchezze della terra che vanno colte con cuore grato e senza derubare la vedova, l’orfano, il prossimo. Ma si insinua la tentazione dall’ombra nera, che insegna l’utopia, l’invidia, la menzogna ambientalista e assassina fatta apposta per soffocare l’umanità. Il poeta evoca la torre di Babele, immensa impresa dissennata, e un narratore ne descrive il fallimento causato dai vizi capitali, ciascuno dei quali, in modo diverso, corrompe e annulla l’agire degli uomini. Qui, in forma di dialogo tra l’avaro e la morte, s’inserisce una potente allegoria dell’avarizia. Uno strano personaggio, che poi altro non è che il diavolo, commenta la cacciata dei mercanti dal tempi e giustifica questi ultimi che cercano di far soldi con mezzucci consentiti dall’occasione. Chiude questo “canto” la voce di san Francesco d’Assisi, che esorta a seguire madonna povertà, poiché se anche la terra porgesse all’uomo tutti i tesori, questi non avrebbe in pugno altro che vento che sfugge.

La preghiera è il miglior modo di accostarsi ai comandamenti. L’ottavo (Non testimoniare il falso) è introdotto dalle parole di un orante che si rivolge alla Realtà, “dimora stabile dell’Essere”, domandando mente lucida, cuore pronto, orecchio attento. Una voce dall’alto (è Dio che parla, ma il poeta usa frequenti perifrasi per sacrosanto rispetto) concede all’orante tutte le grazie necessarie per farlo “costruttore” di se stesso perché possa giungere alla Verità. Ma un personaggio comune, evidentemente senza troppa familiarità con la preghiera, e confidando quindi solo sulle sue forze, si trova del tutto smarrito. E qui si inserisce il maligno, proponendosi di far leva sulle chiacchiere filosofiche per portare l’uomo al relativismo, di cui il demonio stesso è l’inventore. È la cattiva filosofia dei sofisti, enunciata da Gorgia di Lentini, senza punti fermi, cinica, amorale, profittatrice, che libera l’uomo dal rimorso e giustifica ogni eccesso perché “rende sacrosanta la passione”; il male è monotono, e infatti nulla è mutato dal tempo di Gorgia. Un comune viandante osserva l’immensa varietà dei messaggi scritti e filmati e l’agitarsi degli uomini: “barbe viventi o tramontate di severi filosofi” intenti “a decifrare austeri detti forse senza senso… Ma più c’è vuoto, più c’è da mangiare!”; e scienziati che domandano soldoni per le loro ricerche e il progresso, e si offendono se si domanda: “Ma che ricerche sono e per che cosa?”; e sacerdoti che parlottano con formule sfuggenti che neppure loro comprendono; e giudici e avvocati concordi nell’unica certezza che “più si litiga più la pappa è grossa”. Di fronte a tale verminaio umano, il Signore ammonisce di non badare all’urlo delle folle o al trionfo dei malvagi, e di non scendere a compromessi curvando la fronte al prepotente o incoraggiando “l’artista che si vende alla menzogna”, e neppure di parlare del male per non propagarlo. Ma l’astuto demonio consiglia di non parlare di cose sante, di cui non possono occuparsi degnamente, ma di dedicarsi invece a descrivere a fondo il vizio, la malvagità, il furto, evitando i buoni libri e cercando invece quelli che descrivono casi estremi di gente patologica. La verità naturalmente non significa nulla per il giornalista, al quale solo importa servire l’opinione dominante e favorire “sondaggi pilotati da qualche finanziere senza scrupoli”. Conclude questa alterna sinfonia di voci contrastanti la parola di un orante che, assediato dalle nebbie del mondo, chiede lumi a Dio, l’unico in grado di salvare l’uomo.

Si inserisce a questo punto un bellissimo intermezzo che ha per tema il cuore dell’uomo, con i suoi misteri e le sue serpi insidiose. Combattono per la signoria del cuore umano Dio e la satanica Nube nera. Dio è paziente perché “abisso non compiuto è il cuore umano”, mentre la Nube nera si pasce della speranza di condurre l’uomo alla rovina mediante malefiche utopie di “società mirabili e perfette” che porteranno a lotte disperate “per un’ombra”. Su tutto prevale, naturalmente, Dio onnipotente, con la Sua divina pazienza, che accetta di procedere tra il male perché solo Egli dal male può trarre il bene e la salvezza.

Il nono comandamento (Non desiderare la donna d’altri) è un breve dialogo tra la donna, che rivendica di non essere un ornamento qualunque, ma figlia e serva dell’Altissimo, mentre dalla Nube nera il demonio ordina di non parlare di peccato e pone al suo servizio “scrittori assai brillanti, dottori in gamba astuti dichiarati che sforneranno tutte le ricette per allettare i cuori sempre deboli”. E infatti nella profondamente corrotta epoca attuale si è perduta l’idea stessa del peccato, spesso purtroppo anche tra molti chierici, mentre cultura ed arte sono di frequente al servizio del male.

Il decimo comandamento (Non desiderare la roba d’altri) si apre con un calmo colloquio in cui parlano esseri umani che appaiono soddisfatti di ciò che hanno, e grati al Padre celeste per i Suoi doni. Ma Arpagone, a colloquio con l’oro, propone una visione diametralmente opposta, di feroce avidità. Segue immediatamente l’azzeccatissimo discorso del demonio sulla Borsa di Milano, tempio della divinità denaro che tutti adorano ottenendo come risultato la discordia. (Ma che dire allora della Borsa di Wall Street, che è il cuore delle speculazioni e della forsennata invadenza dei poteri forti? Dove poche centinaia, forse solo poche decine di squali decidono l’avvenire di interi paesi e guidano la scristianizzazione e la corruzione del mondo, preparando tempi di orrore quali nessuno riesce ad immaginare, ma che sono stati adombrati dalle rivelazioni alla grande mistica Maria Valtorta?). Parla quindi Dio onnipotente, ricordando come egli manderà nei secoli profeti che “ricorderanno la strada da percorrere” (e anche qui non può che ricorrere il pensiero a Maria Valtorta, o meglio alle rivelazioni che le fece il suo Divino Maestro). In modo stupendo conclude il poeta questo canto con la potente allegoria dell’invincibile Colonna, eretta a ricordare l’eternità dei Comandamenti e, di riflesso, l’assoluta inanità dei vaneggiamenti relativistici.

Chiude questo stupendo poema una serie di preghiere in cui si alternano personaggi diversi: una donna, Aronne, Mosè in dialogo con la divina Nube luminosa, un ebreo che riconosce come la terra non è la sua sede definitiva, e una donna che gli fa eco riconoscendo che non è definitivo neppure il suo stesso corpo. Stupenda la successiva preghiera di Mosè: nessun uomo è un assoluto per un altro, soltanto l’Unico rimane. Un uomo prega riconoscendo che nessun traguardo umano è definitivo. Ritorna Mosè con estrema umiltà che, pur riconoscendosi non migliore di nessun altro, obbedisce al divino comando e procede, e proclama che Dio è ovunque ed è il Dio di tutti. Alla preghiera di un sacerdote, risponde il Signore che insegna come pregare: per chi non si sente degno interviene lo Spirito Santo che sopperisce alle nostre lacune e incertezze. Stupendo il dialogo conclusivo tra Dio e Mosè, che insegna come il perdono sia il supremo segno dell’amore.

In fondo al volume si incontra un’appendice, “Il canto di Abramo”, che secondo l’autore potrebbe fare da preistoria a “In cammino”, poiché la vicenda di Abramo non solo è cronologicamente anteriore a quella di Mosè, ma “interessa in varie forme chiunque è in viaggio per la salvezza”. Anche qui si alternano molte voci: il narratore, Abramo, Isacco, il Signore, il poeta. Si tratta di uno stupendo poema da leggersi anche a sé stante, nel quale si adombra l’interrotto sacrificio di Isacco e l’Albero della Vita, che preannuncia l’apertura della terra intera al mistero della Redenzione.

Dovendo, in conclusione, dare un giudizio complessivo di tanta opera, non resta che ammirarne la profondità teologica, la bellezza e l’altezza poetica, che ben altre lodi meriterebbero di quelle che possa offrire il sottoscritto, al quale purtroppo manca l’accesso alle riviste letterarie. Ma il poeta Francesco Maj è certamente il primo a insegnarci che la lode umana è “flatus vocis”, e che un’Autorità inappellabile renderà merito al merito e sgonfierà i palloni gonfiati che vanno oggi per la maggiore in questo piccolo mondo.

EMILIO BIAGINI


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