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ARIEL S. LEVI DI GUALDO (2009) Nada te turbe, Acireale – Roma, Bonanno Editrice

L’argomento è il martirio delle quattordici carmelitane di Compiègne, ghigliottinate il 17 luglio 1794, durante la demoniaca Rivoluzione Francese, della quale giustamente è stato detto che ha lasciato in eredità solo quello che non è riuscita a distruggere. Argomento tutt’altro che semplice da affrontare, essendo già stato trattato da precedenti autori, fra cui il grande Georges Bernanos. L’Autore è riuscito pienamente nel difficile compito di animare la vicenda in modo originale, col collocare il dramma entro il ciclo liturgico. Il martirio è quindi inserito nella Messa e fonde le Sante Martiri col Sacrificio Eucaristico di Nostro Signore.

La Fede non è un’acquisizione pacifica ottenuta una volta per tutte. Il martirio non è una festa alla quale si va incontro con gioia. La lotta dura fino all’ultimo istante. È quanto ci insegna l’Autore nei magnifici dialoghi che costituiscono il nerbo dell’Opera. Cristo stesso ebbe a soffrire un’angoscia atroce nel Getsemani, e le Carmelitane non affrontano certo il martirio con imperturbata serenità, eccetto forse negli ultimi istanti, quando salgono alla ghigliottina cantando Laudate Dominum omnes gentes.

Gli attacchi esterni nulla possono contro la Chiesa, che è sempre sopravvissuta a tutti i suoi nemici. Ma, come insegna il cappellano delle monache, nel colloquio col commissario governativo (p. 118), la Chiesa si può distruggere “seminando individualismo al suo interno, spingendo sulla via della ribellione e della vanità il teologo che muta se stesso in verbo divino (…) Si colpisce la Chiesa privando di divinità l’Eucaristia [si pensi alla solenne formula “Corpus Domini Nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam eternam”, sostituita dal piatto “Il Corpo di Cristo”, e il Corpo stesso maneggiato da mani non consacrate], mutando l’episcopato in un potere personale e il sacerdozio in un rifugio per torme di uomini muliebri e di ruffiani accolti per far numero nelle fila, anziché essere messi alla porta dalla saggezza dei vescovi, che sovente accolgono i molli e cacciano i maschi retti di cuore (…) Quando poi ribelli, ruffiani e uomini muliebri saranno incaricati di formare i nuovi presbiteri e preposti a stabilire chi accogliere nel presbitèrio se non peggio nel Collegio episcopale, il Popolo di Dio corroso dallo scandalo sarà allo sbando e la Chiesa d’Europa ridotta a una vecchia dama incipriata distesa a letto in stato d’agonia.”

Parole profetiche: simili a quelle pronunciate dal Divino Maestro con la grande veggente Maria Valtorta, profetizzando l’avvento dei pastori-idoli, ossia idolatri di se stessi.

Impossibile citare tutti i passi più belli, numerosissimi, ma almeno va ricordato il dialogo fra Suor Agnese e la priora, dopo l’irruzione bestiale dei rivoluzionari (p, 128). “Pallida in volto Suor Agnese volge lo sguardo smarrito verso l’altare devastato e la Sacra Riserva vuota; fissa la porta aperta del tabernacolo e il lume spento sussurrando con voce rotta da singhiozzi: -… Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto-. Udito l’angoscioso mormorio la priora replica in tono dolce e sicuro: – E… detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi, ma non sapeva che era Gesù. – Se distogliete lo sguardo impaurito dalla pietra divelta del sepolcro vuoto e vi voltate indietro lo scoprirete alle vostre spalle, vostra forza e vostro rifugio per sempre, figlia mia’.”

Il cappellano, sempre fonte di saggezza ispirata – impossibile sottrarsi all’impressione che sia lo stesso Autore a parlare –, sa definire in modo stupendo l’atteggiamento dei santi autentici (p. 154): “sono quelli che più di tutti non credono affatto alla propria santità; e se uno osa chiamarli santi s’arrabbiano sino a dare di matto. Nel percepire in modo più forte di noi il mistero della presenza di Dio, ciò ha finito col farli sentire profondamente miseri e inadeguati; e questo senso di inadeguatezza nel santo si accentua ancor più quando s’appressa alla morte”.

Da quest’Opera, che non si sbaglia di certo a definire un capolavoro, potrebbe trarre origine un film stupendo, di cui l’Autore ha già pronta la sceneggiatura, se solo si trovassero, per produrlo, quei mezzi che invece vengono sprecati in pellicole vergognose per vanità e corruzione.

Ma, parafrasando il grande poeta cattolico Joseph von Eichendorff, è bene ricordare che “Dio non dimentica nulla, e tutto misurerà col metro dell’eternità”.

EMILIO BIAGINI


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