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ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Doppia Aquila d’oro:

Segue una recensione di Emilio Biagini:

SEDDA C. (2019) L’Oratorio di San Filippo Neri. Tra passato e presente, Todi, Tau Editrice

Il non comune talento storiografico di padre Corrado Sedda si esplica in questa nuova opera che tratteggia in modo chiaro e sintetico la realtà dell’Oratorio filippino, illustrando cos’è l’Oratorio, cosa fa e come lo fa. È un’ottima introduzione per chiunque si accosti seriamente alla vita oratoriana.

Ne emerge in modo affascinante la figura del grande San Filippo Neri (1515-1595), apertosi alla vita “come un giglio tra le spine” sia per la perduta agiatezza del padre sia per “l’indecoroso spettacolo di una società che non sentiva più non solo il tormento del dubbio, ma nemmeno la viltà delle più basse frivolezze e la vergogna delle più umilianti ipocrisie, perché abbagliata dalla luce fosforescente di una cultura umanistica che soffocava ogni rimorso e spegneva ogni voce di coscienza” (p. 16, cit. da G. Dal-Gal, Il consolatore di Roma, Pinerolo, 1974, p. 8). A diciotto anni lasciò la natìa Firenze per recarsi presso uno zio paterno abitante alle falde dell’abbazia di Montecassino, per avviarsi alla mercatura e con la prospettiva di ereditare una cospicua fortuna dallo zio che era senza figli.

Ma ben presto se ne allontanò per recarsi a Roma, trovando ospitalità presso Galeotto Caccia, fiorentino e funzionario di dogana. Intraprese studi di filosofia e teologia presso gli agostiniani ma non li completò: fatto indicativo di un futuro cammino di santità basato non su profonda dottrina ma piuttosto sull’eremitismo urbano, vagando in povertà per Roma e immergendosi in orazione e meditazione nelle catacombe di S. Sebastiano, dove, nel maggio 1544 ebbe la transverberazione del cuore, una straordinaria effusione di Spirito Santo che lo infiammò di amore. Nel 1548 entrò nella Confraternita della Carità presso la chiesa di S. Gerolamo e ivi incontrò ed elesse suo padre spirituale Persiano Rosa da Genazzano. La Confraternita era una casa di spirituali conviventi non sotto una regola ma in libertà, analogamente a come sarebbe stata la futura Confraternita dell’Oratorio. Nel 1551, nel giro di pochi mesi, ricevette la tonsura, gli ordini minori, il suddiaconato, il diaconato e l’Ordine Sacro. Da prete, Filippo proseguì con maggiore autorità morale le attività che già da laico lo avevano occupato; radunare e formare amici nella carità e nell’esercizio dei Sacramenti. Nel 1577, su comando del papa, la comunità si trasferì alla Vallicella.

Uomini d’ogni livello sociale, ricchi e poveri trovavano nell’Oratorio conforto e formazione spirituale fondata sulla carità. In modo semplice, senza nessun progetto preordinato, la direzione spirituale dei singoli si svolgeva in un incontro comunitario familiare, con una santità priva di alti voli di scienza teologica, quindi accessibile a chi avesse una semplice preparazione dottrinale media.

Il programma delle sedute era elastico: lettura commentata, commento dialogato, esortazione, lettura parafrasata di vita di santo, il tutto inframmezzato da brevi preghiere e cantici. Nei Sermones niente pura dottrina, esposizione di catechismo, o lezione teologica. San Filippo voleva evitare i guasti del “demone meridiano”: accidia, noia, depressione. L’Oratorio mirava alla contemplazione divina. Alla sera un gruppo ristretto si riuniva per preghiere e meditazioni: era l’oratorio piccolo o “segreto”, una congregazione in cui ogni sodale conservava libertà e proprietà personale. Nei giorni festivi vi era l’Oratorio all’aperto, con coinvolgimento libero di chiunque, in passeggiate conviviali e ludiche.

S. Filippo, pur mancando delle cognizioni tecniche per la composizione musicale, possedeva uno spiccato gusto per la musica e seppe attrarre all’Oratorio il meglio dei compositori romani del tempo. Alcuni suoi figli spirituali ed altri fedeli dell’Oratorio gettarono le basi dello stile di Oratorio. Tra essi il grande Pierluigi da Palestrina. Il Santo era pure grande amante della cultura, ma in modo del tutto opposto all’esibizionismo laico fine a se stesso; infatti amava i libri e l’arte sacra come ponte che congiunge cielo e terra.

Conservò per tutta la vita l’aspetto più santo dell’essere bambino, autentico “homo ludens”, iniziatore della pedagogia della gioia. Era un vero Socrate cristiano (v. L. Bouyer, Un Socrat romain: Saint Philippe Neri, Paris, 1979; G. Cassiani, Il “Socrate cristiano”. Saggio su Filippo Neri, Pisa, 2009), non tanto per lo stile d’insegnamento orale, ma per il metodo ironico che portava l’interlocutore ad esaminarsi e a riconoscere i propri limiti.

Cosa fa l’Oratorio? È uno spazio ecclesiale per la cura della vita spirituale e la formazione cristiana, libero da esigenze pastorali imposte dalla diocesi. La spiritualità filippina produce un metodo missionario che mira all’incontro con Cristo, che è comunione soprannaturale col Verbo, Verbo vivente che opera autonomamente nell’anima. “Gli allievi del Neri risultavano significanti nella misura in cui erano investiti del significato della parola divina che, previa prolungata gestazione in interiore, li innalzava da comuni dicitori a segni viventi; faceva del loro sermo (…) il veicolo di irraggiamento del Lògos dimorante nelle loro coscienze.” (p. 116, cit. da Cassiani 2009, p. 87, corsivo nel testo).

Come fa l’Oratorio ciò che fa? Vi è un Oratorio grande aperto alla partecipazione di qualunque fedele senza impegno di frequenza, e un Oratorio piccolo, o secolare formato dai frequentatori più assidui che si fanno animatori con il resto della comunità dei credenti, e dotato di propri Statuti promulgati dalla Congregazione. Nulla della pratica religiosa e sacramentale è trascurato, ma le pratiche tridentine sono vissute in modo originale. L’Eucarestia non è “tanto sacrificio di espiazione quanto apice della preghiera e nutrimento quotidiano”. La Confessione non è cosa da tribunale della Controriforma, ma “invece tenera occasione di colloqui spirituali e di affettuosa direzione” (p. 101, cit. da Cassiani 2009, p. 131). Il fascino e la modernità di questo modo di accostarsi alla pratica sacramentale sono evidenti.

“L’assimilazione passiva di un insegnamento, per quanto autorevole, rimane a un livello superficiale di conoscenza che non tocca le corde del cuore” (p. 109). Proprio come certe biografie di veggenti che danno grandissimo rilievo alle prove scientifiche invece che al peso spirituale della rivelazione stessa, ad esempio in termini di conversioni ottenute, con molta scienza e poca carità. L’Oratorio, al contrario, è orientato nel senso della semplicità e della carità, e per questo ha moltissimo da insegnare nel nostro tempo, e in effetti in ogni epoca.

Questa agile opera di un giovane promettente storico offre quindi un panorama sintetico, completato da chiari diagrammi illustrativi, della consolante realtà della gloriosa e benemerita Congregazione.

EMILIO BIAGINI


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