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Emilio Biagini

LA SCIENZA TRADITA

Nel Credo niceno della Chiesa cattolica si ritrovano tutte le idee favorevoli alla scienza. Il mondo è: (1) creato, (2) non eterno e (3) non coincidente con Dio in senso panteistico; inoltre è: (4) buono, (5) ordinato, (6) razionale, (7) non necessitato, perché frutto di creazione libera; infine è: (8) comprensibile, poiché l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, e quindi in grado di comprendere la creazione.

La teologia di sant’Agostino di Ippona (354-430) era uno stimolo all’investigazione, poiché rifletteva la convinzione che il mondo simboleggiasse verità spirituali. Sant’Agostino fu un osservatore estremamente acuto di una vasta gamma di fenomeni naturali: si interessava a tutto ciò che potesse offrire un barlume della Ragione divina presente in ogni cosa. Le sue riflessioni filosofiche sulla natura sono tra le più profonde mai scritte.

Un commentatore cristiano di Aristotele, Johannes Philoponos, vissuto ad Alessandria agli inizi del sec. VI, pur nutrendo la più viva ammirazione verso lo Stagirita, non esitava a contraddirlo non appena l’insegnamento dell’antico filosofo appariva inconciliabile con la dottrina cristiana. In un importantissimo passo del suo commento della fisica aristotelica, egli affermò, contrariamente ad Aristotele, che i corpi cadono nel vuoto alla stessa velocità indipendentemente dalla massa, e che i proiettili percorrono la loro traiettoria non spinti dal movimento dell’aria ma perché hanno ricevuto una quantità di energia cinetica. Si tratta di significative anticipazioni della fisica galileiana, fondate sulla dottrina della creazione. Sul problema del movimento, Philoponos si domanda: “Il sole, la luna e le stelle avrebbero potuto non ricevere da Dio, loro creatore, una certa energia cinetica, nello stesso modo in cui gli oggetti pesanti e leggeri ricevettero una direzione secondo la quale muoversi?”. Egli riteneva altresì che le stelle non fossero composte d’etere, ma di materia ordinaria, e in tal modo negava la distinzione aristotelica fra materia celeste e materia terrestre.

Per tutto il Medioevo, sebbene l’insegnamento nelle scuole fosse soprattutto un commento delle opere aristoteliche, i princìpi di Aristotele incompatibili col Cristianesimo venivano costantemente abbandonati. Ben 219 proposizioni aristoteliche contrarie alla Fede, specie quelle riguardanti la creazione del mondo e il movimento dei corpi, furono condannate nel 1277 da Etienne Tempier, vescovo di Parigi: un’importante svolta filosofica che diede l’avvio al tramonto della fisica aristotelica, e quindi alla scienza moderna.

Bollato dalla storiografia settaria come “oscurantista”, il Medioevo è invece una delle epoche più vitali e creative della storia umana. Gli ospedali, le università e il sistema bancario (temperato, allora, dalla carità) nacquero nel Medioevo occidentale cristiano, accanto a insorpassati capolavori artistici che adornavano le chiese a gloria di Dio (e divennero bersaglio delle distruzioni di eretici e “illuminati”, non appena “libero esame”, “progresso”, “immortali principi” si scatenarono). Alla Chiesa, e in particolare ai monaci, si devono eccezionali innovazioni tecnologiche nell’architettura, nella tessitura, nella metallurgia, nell’incisione, nelle tecniche agricole (aratro pesante, sistema dei tre campi al posto dei due campi dell’antichità classica), nella meccanica e nella misurazione del tempo.

L’orologio meccanico, nato come “svegliatore monastico”, inizialmente al servizio dei monaci, onde permettere loro di recitare al momento giusto il servizio delle Ore, divenne importantissima fonte di progresso scientifico e tecnologico. Senza l’esperienza tecnica accumulata dagli orologiai non sarebbe nata la macchina a vapore che inaugurò la rivoluzione industriale. Di più: l’orologio meccanico permetteva di misurare il tempo con precisione, aprendo la via a indagini scientifiche prima impossibili, permettendo una pianificazione razionale della giornata, creando un senso del tempo astratto e lineare, contribuendo in modo decisivo alla sconfitta del paralizzante mito pagano dell’“eterno ritorno”, non a caso ripreso dai neopagani moderni come Nietzsche. L’unicità dell’Incarnazione, poi, fu decisiva per il tramonto di quel mito decrepito. Con tale evento, apparve chiaro che la storia non si ripeteva.

Da tutto ciò derivarono le maggiori caratteristiche del pensiero occidentale cristiano: (1) coerenza logica e (2) verifica sperimentale: proprio ciò che il “pensiero debole” delle menti esauste di oggi mira a distruggere, cercando di persuaderci che il mondo è avvolto dalla nebbia mentre la nebbia è solo dentro i loro poveri cervelli disfatti. La coerenza logica era già presente presso gli antichi greci, ma venne affinata nel Medioevo e resa più aderente alla realtà grazie alla verifica sperimentale. Precisione quantitativa, misurazioni, utilizzo della matematica nella formulazione delle teorie, e la verifica di queste non con semplici osservazioni, ma grazie a misure precise: queste le fondamentali novità intellettuali del Medioevo, che resero possibile la scienza moderna: un balzo in avanti compiuto specie ad opera del vescovo anglo-normanno di Lincoln Robert Grosseteste (1175-1253).

Questo grande vescovo e pensatore si rifaceva a Platone, secondo il quale le idee e le forme pure, dietro l’apparenza delle cose, sono matematiche per natura, e ciò richiede che le nostre teorie siano matematiche per essere verificabili. Grosseteste sostenne che un problema doveva venire scisso analiticamente nelle sue parti più semplici e i risultati si dovevano sintetizzare per giungere alla spiegazione del problema nel suo insieme. Osservazioni ed esperimenti potevano servire alla formulazione di nuove ipotesi, da verificarsi mediante successive osservazioni e misure. L’enfasi posta dall’illustre vescovo di Lincoln sul metodo quantitativo deriva direttamente dal Verbo biblico che insegna la profonda razionalità dell’opera creativa divina. Il Creatore, infatti, proprio come un matematico, “tutto fissò in numero, peso e misura” (Sapienza 11, 20). Poiché Dio aveva creato per prima cosa la luce, Grosseteste postulò la luce come principio originario del movimento e ne dedusse che la base della spiegazione scientifica fosse la scoperta delle leggi che la governano. Il comportamento della luce (propagazione, riflessione e rifrazione) obbedisce a leggi geometriche, e per mezzo della luce i corpi più elevati esercitano la loro influenza su quelli più bassi. Ne segue che il movimento stesso segue leggi matematiche. Nei suoi studi sull’arcobaleno, Grosseteste, criticando le spiegazioni di Aristotele e di Seneca, aprì la via alla moderna comprensione del fenomeno.

Sulla natura del movimento, Giovanni Buridano (ca. 1290-1358), scrisse: “Dio, creando il mondo, collocò ognuna delle sfere celesti come gli parve bene, e, nel far ciò, impresse loro un impulso che permise alle sfere di muoversi senza che Egli dovesse ancora intervenire, eccezion fatta per l’influenza generale mediante la quale Egli prende parte, come co-agente, a tutto ciò che si produce”. Appare evidente la rottura con Aristotele, il quale sosteneva invece che l’agente doveva operare per l’intera durata del movimento. Buridano chiamò “impulso” la spinta iniziale al movimento, anticipando la prima legge del moto di Newton. Le idee di Buridano, conosciute in tutta Europa, influenzarono Leonardo da Vinci e gli scienziati rinascimentali.

Secondo Alfred N. Whitehead, “il Medioevo fu un lungo tirocinio della mentalità dell’Europa occidentale nel senso dell’ordine”. E aggiunse che la cultura medievale fu determinante nel plasmare la mentalità occidentale perché favorì “la fede inespugnabile che ogni evento particolare può essere correlato, in modo perfettamente definito, ai suoi antecedenti e fungere da esempio di princìpi generali. Senza questa fede l’enorme lavoro degli scienziati sarebbe disperato.” La conclusione di Whitehead fu che la fede nella possibilità di una scienza deriva “inconsciamente” dalla teologia medievale. Ma probabilmente il processo non fu neppure tanto inconscio, dal momento che molti dei pensatori medievali furono nettamente consapevoli del fatto che la loro ricerca filosofica mirava a porre in luce le opere del Creatore.

Importantissima fu la distinzione fra la Causa prima, Dio, e le cause seconde, una distinzione che aprì la via all’idea di una concatenazione causale dei fatti. Solo così fu possibile comprendere che deve esservi una corrispondenza fra le verifiche sperimentali e l’attendibilità delle teorie; e per provare una teoria, le verifiche vanno eseguite con la massima precisione. Copernico (1473-1543) aveva accettato l’idea che le orbite dei pianeti fossero circolari, seguendo quanto suggerito dalla fisica aristotelica. Questa, legata al concetto di una materia celeste incorruttibile, postulava che i movimenti dei corpi celesti dovevano seguire traiettorie circolari, perché solo il cerchio era “perfetto”. Invece Keplero (1571-1630), quando studiò l’orbita del pianeta Marte per tracciarne l’orbita, in base alle precise osservazioni di Tycho Brahe (1546-1601) sulla posizione del pianeta, tentò dapprima di adattarvi un’orbita circolare, arrivando ad una corrispondenza ai dati solo entro circa dieci gradi d’arco. Convinto che fosse richiesta una coincidenza esatta, Keplero insistette per anni nella sua ricerca, finché, provando ad adattare alle osservazioni un’ellisse, verificò che l’orbita ne risultava coincidente in modo pressoché perfetto, con uno scarto di soli due gradi d’arco, e che il Sole occupava sempre uno dei due fuochi dell’ellisse. Di qui nacquero le fondamentali leggi di Keplero sul moto dei pianeti. Ciò rese possibile la scoperta di Newton della gravitazione universale. Senza la convinzione di un ordine della natura questi fondamentali risultati non sarebbero mai stati raggiunti.

Al tempo stesso, però, appariva un altro approccio di ricerca, che tradiva le origini stesse della scienza, trascinandola sempre più lontano dalle sue fonti cristiane per approdare ad esiti iniziatici sotto l’egida della massoneria, così che molto di ciò che oggi si considera scienza è infatuazione magico-iniziatica, legata all’astrologia e all’alchimia, ossia ai tentativi di “conoscere e padroneggiare il destino” o di preparare intrugli come la “pietra filosofale” che avrebbe dovuto tramutare i metalli vili in oro, o “l’elisir dell’eterna giovinezza”: Proprio questo fu uno degli scopi delle ricerche di Newton, che era dedito, oltre che alla scienza, anche alla stregonerìa, all’esoterismo, all’alchimia, alla demonologia; il fantomatico “elisir” avrebbe dovuto servirgli per mantenersi “giovane” per riallacciare la sua relazione omosessuale col matematico svizzero Nicholas Fatio de Duillier che lo aveva abbandonato nel 1693, causandogli una profonda depressione (poverino…). La maggior parte degli scritti di Newton è tuttora inedita perché la loro pubblicazione non farebbe che ridicolizzare l’immagine del “grande scienziato”.

La scienza cristiana è stata dunque tradita da esoterismo e magia, annidati nei “percorsi iniziatici” della massoneria, temerariamente lanciata alla caccia di presunte conoscenze arcane fino a che, raggiunto il più alto livello di iniziazione, si approda all’aperta adorazione del demonio. Questo è il vero scopo del percorso iniziatico che parte dalla zuppa di buoni sentimenti di universale fratellanza del primo livello, poi via via salendo fa sì che il neofita venga “sgrossato” e preparato finché, se “meritevole” a giudizio degli “illuminati”, è pronto ad affrontare l’orrore finale.

La massoneria si professa protettrice delle arti (senza dubbio un artista affiliato troverà aperte molte porte che per gli altri restano chiuse) e delle scienze, di cui si vanta di essere l’“iniziatrice” in contrasto con l’“oscuro” Medioevo cristiano. Alla fine del secolo XVIII, il poetastro austriaco Franz Petran, aveva espresso la “gioia massonica” di quella ricerca, rivestita poi da Mozart (l’eterno fanciullo prodigio che non riuscì mai a crescere, grandissimo musicista ma pulcino nella stoppa in tutto il resto), di accattivanti note musicali nella cantata Die Maurerfreude (La gioia del massone):

Sehen, wie dem starren Forscherauge

die Natur ihr Anlitz nach und nach enthüllet;

wie sie ihm mit hoher Weisheit

voll den Sinn und voll das Herz mit Tugend füllet:

das ist Maureraugenweide,

wahre, heiße Maurerfreude.

“Vedete come all’occhio intento del ricercatore sempre più la natura svela il suo volto; come essa con alta saggezza riempie il senno e il cuore di virtù: questo è il piacere per gli occhi del massone, vera, rovente gioia del massone.”

Quel ricercatore intento a svelare i segreti della natura adombra un’umanità sempre più padrona del proprio destino, un destino fatto di mirabolante progresso, perseguito con l’arroganza tipica dell’uomo che confida solo nell’uomo, dimenticando il Creatore. E il grande Schiller? Ecco la sua massonicissima ode An die Freude, “Alla gioia” (che ci hanno imposto come inno europeo), dove, accanto alle idee sataniche di perdono universale senza bisogno di pentimento (“unser Schuldbuch sei vernichtet”, “sia annientato il libro del nostro debito”), accanto all’orgoglioso trionfo del “cherubino” (Lucifero), che non si piega davanti a Dio (“und der Cherub steht vor Gott”, “e il cherubino sta ritto di fronte a Dio”), trova posto anche l’esaltazione del “ricercatore”:

Aus der Wahrheit Feuerspiegel

lächelt sie den Forscher an.

“Dallo specchio di fuoco della verità essa [la gioia] sorride al ricercatore.”

I precursori della massoneria sembra risalgano molto indietro nel tempo, all’età biblica. Gli stessi massoni li individuano addirittura nei costruttori del Tempio di Salomone, e attenderebbero “un secondo Messia” (“sorgeranno falsi cristi e falsi profeti”, aveva profetizzato Cristo, v. Marco 13, 22). Durante le guerre di religione in Francia nel sec. XVI, i membri della famiglia Guisa, duchi e cardinali di Lorena, furono i capi della causa cattolica, ma anche i patroni della conoscenza alchimistica “esoterica”, introdotta dall’Oriente dai Cavalieri Templari in seguito alle Crociate (evidentemente per misteriosi contati con “sapienti” orientali), o dai Rosa-Croce. L’alchimia esoterica entrò in Scozia quando Maria di Guisa, madre di Maria Stuarda, sposò Giacomo V di Scozia. Tale tradizione magica raggiunse l’Inghilterra con Giacomo VI di Scozia, che nel 1603 divenne Giacomo I d’Inghilterra. Sua madre era cattolica, ed era stata assassinata dalla “buona” regina Elisabetta I, ma egli stesso fu educato da precettori protestanti, aristocratici smisuratamente arricchiti dal saccheggio dei beni della Chiesa e quindi devotissimi alla causa protestante e ai propri interessi, che gli avevano accuratamente instillato la più tenace avversione verso il Cattolicesimo.

La Royal Society da lui fondata, la più alta istituzione scientifica britannica, ebbe tra i suoi più prestigiosi membri il chimico massone e alchimista anglo-irlandese protestante Robert Boyle (1627-1691) e il fisico e alchimista massone Sir Isaac Newton (1642-1727). Come vedremo, la Royal Society era destinata, nelle intenzioni dei fondatori, a fornire la base “scientifica” per l’incipiente imperialismo globale inglese, che iniziava appunto la sua marcia alla conquista del mondo. Si trattava di sconfiggere la sapienza cristiana, sotterrando la Creazione e riesumando il mito pagano del mondo eterno: “noi non troviamo né la traccia di un inizio né la prospettiva di una fine”, era la proposizione chiave dello scozzese James Hutton (1726-1797) nel saggio Theory of the Earth. Un cospicuo sostegno all’imperialismo britannico venne dall’evoluzionismo di Charles Darwin (1809-1882), di immenso impatto propagandistico, nonostante che gravi forzature ne compromettano la credibilità, dato che offriva un potente sostegno alla presunta “superiorità” della cosiddetta “razza anglosassone”. Dopo essere stato entusiasticamente abbracciato dal comunismo e dal nazismo, il darwinismo serve oggi da base per l’ambientalismo mistificatorio delle élites mondialiste.

È con l’esaltazione massonica e scientista del “ricercatore” intento a carpire i segreti della natura, che ha inizio il mito degli scienziati come casta di grandi saggi, dai quali dipenderebbe il benessere e il “progresso” dell’umanità: quasi una “razza” a parte, meritevole di laute ricompense. Non sempre le ottiene, anzi spesso riceve solo stipendi da fame e calci negli stinchi dai colleghi, specialmente in Italia, ma non solo. Tuttavia, l’aura di grandezza e di originalità creativa avvolge l’intera casta, e non di rado a torto, perché molte delle scoperte scientifiche hanno preso ispirazione da conoscenze empiriche, per lo più contadine, già radicate da tempo immemorabile. Valga ad esempio il caso della vaccinazione, che la sapienza contadina praticava da secoli. Altri innumerevoli esempi si trovano nella farmacopea, che ha tratto ampia ispirazione dalle conoscenze popolari e soprattutto dalle profonde esperienze dei frati sulle erbe medicamentose, quasi tutte confermate dalla moderna chimica farmaceutica. Molto spesso gli scienziati che ci vengono sbandierati come benefattori dell’umanità non hanno fatto altro che apporre il loro nome a “scoperte” già ben note.


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