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LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

L’OPERA

Oltre la poesia, pare che il Cavalli coltivasse anche la musica perché Michele Giustiniani ricorda tra le opere di lui un “Saggio di canzoni musicali alla Nobile Gioventù di Genova dedicata” edito da Giuseppe Pavoni nel 1640. Agostino Aldoino riferisce che “edidit cantiunculas musicas”, ma di tali saggi non è possibile trovarne alcuno. Si trovano invece, pubblicate con opere di altri autori, le poesie che egli scrisse in lingua italiana, e cioè: un sonetto in lode del doge Gerolamo Assereto, eletto nel 1607; due sonetti nell’incoronazione del doge Agostino Pinelli, avvenuta nel 1609 e una lunga ode intitolata: “Alla libertà genovese sotto la protettione della Regina dei Cieli nella Reale solennità per lo Serenissimo Agostino Centurione duce della Repubblica” edita da G. Farroni nel 1651.

I sonetti, ampollosi, piuttosto oscuri, hanno scarso valore: basteranno, a darne un’idea, due strofe tratte da uno, il meno scadente, dei due sonetti in onore di Agostino Pinelli publicati insieme all’orazione composta per la stessa occasione, da Stefano Pastine:

Da l’eccelse di gloria eteree strade

Là ven’n rai d’or lampeggia emula al sole

Tu fama, e spande in gloria illustri e sole

Soli di gloriosa eternitade.

Questa in giro corona: ed in Beltade

Gemmato orbe di stelle; Atlantea mole:

Don del Bifronte nume: ond’io n’insole

Tuo crin, sua Ninfa a te, gran Duce, or cade.

Meno infelice è l’ode alla libertà dove in generale si sente calore di sentimento e una certa facilità di espressione come nelle strofe seguenti:

Libertà, la cui lode.

Le cui lodi mal vale

Lingua o penna mortale

Spiegar ciò che ne gode;

Senza il cui dolce ogni più dolce gioia

Di mele invece è fel che l’alm annoia

È verme che’l cor fugge,

Velen ch’a poco a poco lo distrugge.

Libertà, non mi sazio,

Non ho detto abbastanza,

Molto è più quel ch’avanza.

Un foglio è breve spazio

Ciò che mal dunque nel tuo merto attingo

In un sol punto a tuo bel pro restringo:

Che il tuo viver giocondo

E quel del Cielo il sommo ben del mondo.

Ma queste sono forse le due migliori stanze di tutta l’ode, poiché in tutte le altre abbondano esagerazioni, ampollosità, accenni mitologici frequentissimi e quegli stucchevoli giochi di parole che formarono la delizia del tempo suo come si vede nei versi seguenti:

Ma se chi tanto t’ama,

Cara mia, coll’amarti

Non può non richiamarti

Ecco ch’ei ti richiama.

È chiaro dunque che i pochi saggi poetici del Cavalli in lingua italiana contengono in germe tutti i difetti del Seicento, e che fanno pensare che se tutte le sue poesie le avesse composte in italiano, sarebbe riuscito un mediocre poeta. Il che smentisce l’affermazione di Carlo Randaccio che “è deplorevole per la fama del Cavalli che non abbia scritto in italiano.”

Valore artistico indiscutibile hanno invece molte delle canzoni, sonetti, madrigali in genovese compresi sotto il titolo di “Chittara zeneize”. È una specie di canzoniere diviso in due parti: la prima parte contiene centodue sonetti, tredici canzoni e ventotto madrigali distribuiti in Rime Civili, Rime Servili, Rime Villerecce, Rime Marinaresche. È questa però una divisione artificiosa che non risponde a ragioni intrinseche e dà l’impressione che non il titolo sia stato suggerito dal contenuto, ma il contenuto sia stato foggiato dal titolo. Non è forse troppo arrischiato pensare che l’idea di tale divisione il Cavalli l’abbia presa dalla “Lira” di G. B. Marino, ammirata e lodata da tutti i cultori di poesia italiani e stranieri. La “Chittara zeneize” si apre con le “Rime civili” che comprendono quaranta sonetti, cinque canzoni e sei madrigali. Il primo sonetto serve da introduzione o da prologo a tutta l’opera e ricorda molto da vicino il sonetto con cui si apre il Canzoniere del Petrarca: come in esso il poeta invoca sull’opera sua l’indulgenza dei lettori e lo compose certo all’ultimo, quando ordinava le sue poesie per pubblicarle. Le “Rime civili” sono forse le più belle fra tutte le liriche amorose del Cavalli; ad ogni modo sono le più vive, sincere e spontanee. Lamenti, sdegni, preghiere, imprecazioni; speranze, disperazione, amore, odio sono l’argomento di queste poesie nelle quali è riprodotto il tumulto di una passione che dovette essere tormentosa. Così dalla considerazione delle proprie pene, il poeta è portato a un impeto di rivolta e s’intende che possa rivolgersi a colei che è l’oggetto del suo dolore con queste parole:

Donna, serpente de l’inferno crùa,

Uscia da ro profondo de l’abisso

Per mettime a sparaggio, e in compromisso

L’anima in terra, per ro çe nasciùa.

Ma appena giunge a vederla, tutta l’ira, come nebbia tocca dal sole, sfuma e si dà per vinto con una sincerità che commuove:

Poco primma, con veime int’ra tenagge,

Veime trattòu de voi pezo che un can,

De voi n’averae daeto int’re muragge.

Tornoù che son in mi tocco con man,

Che và poco che sbatte e che m’arragge,

Che ho besogno de voi ciù che de pan.

Allora si fa umile, supplichevole; invece della morte, prega, scongiura, ma le suppliche, le preghiere non possono vincere un animo tanto ostinato ed egli ricorre alle minacce, ma poi trova nella fede un argomento fortissimo, irresistibile, ed ecco un sonetto tutto bontà, grazia, dolcezza in cui la minaccia non ferisce, ma si risolve quasi in carezza:

Anima mae, voi fae conto che cante:

Ve mettei ra pietae sotto a ri pè.

Me resorvo a fae caera de brocché

Comme voì fae oregge da mercante.

Diggo in voxe caerissima e lampante

Che cangae verso per amò de Dè;

Che, se no, voi sei persa a pareì mè

Minetta, no ve poaere stravagante.

Comme vorsivò in somma che piaxe

Unna tanta superbia a ro Segnò,

Se ro Segnò lè maesmo è tutto paxe?

Minetta, temperae tanto rigò,

No vei quanto ro çe se compiaxe

Quando re creature s’han amò?

L’effetto è ancora negativo e il povero poeta si dispera:

Bruxo e crio comme un’anima dannà

Dì e neutte pietae dent’ro mae ceù

A l’inferno che preùvo no se peù

Tutto l’inferno insemme assumeggià.

Angustiato, scontento, travagliato da tanto tormento, vorrebbe liberarsene: promette di andare lontano, di pensare ad altro. Ma tutto è vano: egli non potrà liberarsi mai del suo male, l’inferno lo porterà con sè dovunque perché è dentro di lui. E la speranza di ottenere un giorno il contraccambio di nuovo si fa strada:

Così da l’unna parte ra speranza,

Da l’atro lôu ra desperasion

Me tegnan neûtte e dì sempre in baransa.

A mantenerlo in questa angosciosa alternativa contribuisce la civetteria della donna che, pur non volendo dare ascolto al povero poeta, non vuol decidersi ad allontanarlo, probabilmente perché quella fiamma che l’avvolge senza toccarla, costituisce per lei un passatempo, e il poeta le rimprovera la sua leggerezza:

Se un neûvo amò, se un fummo, un pentimento

Dae per raxon, senza caxon nisciunna

A tanta fae dae un caço in pagamento,

Solo se in so linguaggio intende ognunna

Dà ro vostro cervello per depento

Ciù vario e ciù incostante che ra lunna.

Le preghiere, i lamenti, le invocazioni alla morte, il desiderio di fuggire, di liberarsi dal suo affanno, continuano, si succedono, si intercalano ancora e sempre invano finché l’amarezza, la noia, lo sdegno, l’odio prendono il sopravvento e si riassumono in uno scoppio tanto più violento quanto più inaspettato:

Parto, donna, a che segno, a che partìo,

Parte vostra è d’andaro argomentando

Con vei da questo scrito che ve mando

Che n’ho ciù tanto scioù da dive addio.

De voì, de mi, do Mondo fastidio,

Cangio posto: a reveise, Dè sa quando.

Con vei che questo è ro derrà comando,

Per mi daggo ro mondo per finio.

A tempo e leugo se ro cantà n’erra

Dopo esseve desfaeta de l’incetta

Con mandàme ramengo in sciù ra terra,

Spero se Amò no ne fa lè vendetta

De veive da ro çe fa tanta guerra,

Che ogni stella deventa unna saetta.

I sonetti che seguono contengono ancora qualche rimprovero, qualche accenno di ritorno alla speranza finché nell’ultimo delle “Rime civili” – il quarantesimo – scioglie un inno alla libertà finalmente conquistata:

Me poaero Cristian d’essene uscio

N’aerzo re noen per giubilo e ro çe

Oh cara libertae. Minetta, addio.

E forse il vero dramma interiore è tutto qui: l’apparente disordine, la contraddizione ben naturale di questi sonetti, suggeriscono che non si tratti di esercitazioni letterarie, ma di vero travaglio interiore.

Seguono una canzone e quattro canzoncine anacreontiche, molto graziose ma impossibili da riassumere. Queste poesiole, con poche parolette, brevi cantano una lucciola, una rondine, un usignolo con tale grazia, con tale armonia di cui non si crederebbe capace questa lingua di commercianti e di marinai. Sono tutte degne se non di Anacreonte, almeno del Chiabrera tra le rime del quale non sfigurerebbero queste strofette graziose:

Caerabella,

Luxernetta,

Lanternetta,

Stella piccena, ma bella,

Chi te ghia?

Fantaxia

De passà così l’umò?

O ciù tosto ro to Amò?

Quello raggio

De lunetta

Così netto

Aelo lumme de viaggio?

O gioiello

Per anello?

Aela pria de ligà?

Aelo feùgo, o pù ro pà?

E come non ammirare quella dell’usignolo dove all’armonia e alla scorrevolezza si congiunge un’efficacia espressiva difficilmente raggiungibile nella stessa lingua italiana?

Rossignèu, che a son de centi,

De lamenti

Ti pertuzi ra buscaggia

Che gran raggia,

Che gran spinna

Te pertuza e assassinna?

Aelo Amò, che per bonombra

Forsi all’ombra

Se rattegna sotto l’ara

Ra ò cara?

O martello

Ch’o te dagghe d’atro oxello?

V’è un altro verbo che valga a dare un’idea così precisa e così sintetica del canto sottile e insieme penetrante dell’usignuolo come quel “pertuzi” usato anche per esprimere l’azione del dolore che trapassa come un foro, come un pertugio tondo. La canzone è l’addio di un marinaio alla sua bella ed ha per titolo: “Partenza per Marinna”. Il fatto che il poeta la collocò qui e non tra le “Rime marinaresche” fa pensare che abbia tenuto conto della data di composizione e non della divisione puramente formale. Nella canzone il pensiero di G. G. Cavalli si adagia con una spontaneità tanto naturale, che ogni verso sembra fiorito nell’anima, senza sforzo:

Partì da ra sò vitta,

Cara bella, oh che morte.

A carta, o calamitta

Confià ra sò sorte,

Oh che affanno, oh che vive,

Duro da immaginà, non che da scrive.

Parto, ve lascio, oh Dio,

In quanti squardi e parte

L’anima in dive addio

Se me strappa e se parte

Unna stissa d’inciostro

Comm’è bastante a dì quanto son vostro?

I sei madrigali che fanno parte delle “Rime civili” perché contengono una serie di proverbi e di modi proverbiali che ne rendono oscuro il significato.Seguono le “Rime servili” che comprendono dodici sonetti, una canzone e un madrigale.

I sonetti presentano una situazione identica a quella dei precedenti: uguale è la temperie spirituale; varia alquanto la forma che si fa meno concitata e più sensibile è in questi l’imitazione del Petrarca. Li chiamò “servili” perché la donna, la “tigre superba” qui sarebbe la padrona del poeta. Si comincia ad avvertire in essi il contrasto fra la vita e l’arte, fra la realtà e la fantasia con prevalenza di questa su quella; prevalenza che si accentua e raggiunge il culmine nelle “Rime boscherecce” immediatamente seguenti. In queste liriche il poeta ci trasporta in una bella campagna di prati smaglianti di fiori, dai boschi con candide greggi, allietati dal mormorio delle acque correnti a dissetare i pastori e, fatto pastore egli stesso, canta il suo amore a una bella pastorella più dura, più crudele, più insensibile degli animali, delle piante e perfino dei sassi i quali, invece, commossi e inteneriti alle sue pene, si sciolgono in sudore e in lagrime. Ed eccoci precipitati in piena Arcadia fin dal primo sonetto:

Cari boschi, ombre care e retirae,

Che spesso a re mae penne intenerie

Aora sciù fresche erbette, sora sciù prie

A retrà re mae lagrime imparae:

Che con echi pietosi addolorae,

E con voxe interrotta allenguerìe

Ve mostrae d’esta crua sì fastidìe

Nostrae dro mae patì tanta pietae.

Tutte queste raenette e questi baggi,

Chi poaeran condannae per so destin

A no callà de seira e de mattin,

A no fa dì e neutte atro che sbraggi,

Tra lò, se ben han moççi li lenguaggi,

Crua, van a sparà tutti in un fin:

Sospiran di sospiri de Perrin;

Crian vendetta in çe di sen travaggi.

E infine, di fronte a questo dolore universale, non v’è erba, o foglia e fronda che resti insensibile:

No gh’è tosto ni feûggia ni steccon

Per questi proei, per bosco o per collinna,

Onde scrito no sae: Bella Lichinna,

Lichinna cara, do mae mà caxon.

Meûvo tutto ro Mondo a compassion:

Ogni frasca, ogni feûggia, ogni erbettinna

Per tutto donde passo se m’inchinna,

Perché ghe scrive sciû ra mae passion.

Non è più arte questa, ma sforzo vano di nascondere sotto la ricercatezza della forma, l’insipienza del contenuto. Anche Gian Giacomo Cavalli indulge al genio del suo tempo, introducendo paragoni e personificazioni ridicole e assurde, come l’alba che si allaccia le scarpe; il poeta geloso dell’eco e l’eco del poeta; la donna che vince in splendore la zappa e il badile del suo rustico amatore. Per fortuna non tutti questi sonetti hanno tali difetti, anzi, ve ne sono alcuni corretti ed eleganti, nei quali però è troppo manifesta l’imitazione del Petrarca: così, ad esempio, il sonetto famoso che comincia:

Solo e pensoso i più deserti campi

si ritrova quasi esattamente in questo:

Solo, deserto e pin de pensamento

Con ro cêu tutto cèutto e preboggio,

Vaggo pe ro deserto e non me fìo

D’atro compagno che doe mae lamento.

Ai sonetti di anniversario così frequenti nel Canzoniere, e in modo special al sonetto CLXXV, si riallaccia il seguente:

Ancèu compisce l’anno che troveì

Ra mae bella Lichinna in questo pròu:

Me l’ho sempre a memèuria conservòu,

Che mi maesmo lautora be perdeì.

Apointo in questo lèugo ra mireì;

Chi da ri èuggi sèu restei ligòu:

Chi restei in lè maesma trasformòu.

Invece nelle canzoni che fanno pure parte delle “Rime Boscherecce” il poeta ritrova se stesso: sono quattro e tutte belle, ma specialmente la seconda e la terza. Nella seconda il pastore invita la donna del suo cuore a godere la pace e la libertà dei campi dove le occupazioni e le preoccupazioni della mente non arrivano, dove le ansie del cuore si assopiscono; dove tutto è calma e serenità. Nella terza, che è la più lunga, egli cerca di persuaderla a ricambiare il suo amore, perché l’amore è la legge dell’Universo; è l’anima del Creato: gli animali, sebbene privi di intelligenza e di ragione, ubbidiscono inconsciamente a questa legge; la piante stesse, le erbe, le foglie, vivono aggrovigliate.

Dei dieci madrigali che seguono, alcuni mantengono la stessa intonazione e gli stessi difetti riscontrati in questi ultimi sonetti, altri sono semplici e belli come il seguente:

Con ra barba canûa,

Tutta quanta giassà,

Bella, l’è chi Zenà,

Chi batte con ri denti na battùa.

Mi, mentre ognun se strinna a ro carbon,

Bruxo e sûo a despeto de saxon,

Che avviòu a ra giassa do to cèu,

Ogni stra l’ho per giassa da figgèu.

Vengono per ultime le “Rime marinaresche” che comprendono: trenta sonetti, un canto in dodici ottave, tre canzoni e undici madrigali. Le iperboli stravaganti, i paragoni assurdi di chiaro gusto secentistico, non sono del tutto assenti da queste rime, ma l’arte è fusa con la vita e lo sforzo della fantasia creatrice, se c’è, non si avverte. Anzi, il poeta così bene conosce e con tale naturalezza descrive la vita del pescatore, che si finisce per immaginarla come egli ce lo rappresenta: seduto su una vecchia barca o piantato su gli scogli fra le alghe marine, l’occhio attento e la mano armata di rete e di fiocina:

Pin de mille speranse Amò me ghìa

De scèuggio in scèuggio, in questa secca e in quella

Ricco de questa povera cannella

Ciù che de qua se vèuggie monarchia.

Con ra foscina in man comm’un arpia

Staggo re neutte intreghe in sentinella,

Pù sempre Amò me batte e me martella,

Da mae Maxinna o me domanda e spia.

I pesci color dell’argento, spinti da misterioso, invincibile amore, si inseguono lievi in quel mare di latte ove si specchia la luna, ove tremola la pallida luce delle stelle lontane: tutto, intorno, è silenzio: solo un cane, riscosso nel sonno, latra il suo malumore ai passanti. Gli uomini riposano nelle case tranquille; solo il pescatore veglia e invita la sua bella a godere lo spettacolo della natura:

O che stelle, o che çe, che mà de laete.

Maxinna, e chi vì moae sciù ra scoraggia

Da Lunna unna sì bella serenaggia,

Ri aere così doçe a sì ben faete?

Vegnì a veì gaerette contrafaete

Ferì là comme spegi int’a muraggia:

No te retegne questo can chi sbraggia,

Che re gente a dormì son tutte andaete.

Tra ra ciazza e ri scèuggi ti virae

Brillà d’amò ro sarago e l’ombrinna,

Treppà zi muzaretti a ri oggae.

Poscia che in veì bruxà dent’ra marinna

Ri maesmi pesci ti t’arrossirae

D’esse contra Ballin così mastinna.

Ma la bella “Maxinna” non si cura di lui; invano l’innamorato pescatore le manda in dono i pesci ancora palpitanti nel canestro ornato di alloro; invano la paragona all’alba, al sole, al tremendo fortunale che mette in tempesta l’animo suo; a una fata benigna che riconduce la bonaccia sul mare; invano egli effonde all’aria infocata del giorno i suoi teneri canti e nelle chiare notti lunari, dolorosi sospiri. E infine egli perde la pazienza e chiude l’ultimo sonetto con un impeto di rabbia impotente:

Spesso a piggià ra Carta Amò m’esorta

Doppo aveira curlà per mille venti,

Per porto o me fa veì ra vostra porta.

Sasio da Carta e di sèu curlamenti,

Vozo carta, ra raggia me trasporta,

Me fasso tante carte con ri denti.

Il canto che viene dopo questi sonetti ha per titolo: “L’Ammartellòu Ballin”. L’argomento non è molto diverso da quello delle canzoni: Ballin pescatore, più morto che vivo, si trascina alla porta della sua bella ove si lagna, piangendo della sua sorte finché il cielo s’imbianca dei primi chiarori dell’alba e le stelle tramontano. Allora egli interrompe il suo lamento e va via. Il metro di questo canto è quello della “Gerusalemme liberata” che ricorda qua e là per certe assonanze; ma l’andamento solenne dell’ottava non si addice alla lirica amorosa, e il canto riesce pesante e monotono. Lo stesso poeta dovette accorgersi di questo difetto perché nessun altro suo componimento si trova più in questa forma metrica.

Seguono ancora tre canzoni: la prima è una lunga serenata appena mediocre. L’argomento è il solito ormai trito e la forma è ampollosa e stentata. La seconda è una vivace, spiritosa descrizione degli scherzi “da cani”, dei dispetti a cui l’allegra fanciulla sottopone il disgraziato pescatore alla presenza delle compagne scese sulla spiaggia a godere il fresco della sera. Egli tutto sopporta fremendo, ma un certo punto, non potendo più reggere, vorrebbe liberarsi, ma Amore, traditore e maligno, che prepara ai mortali continui, imprevedibili inganni, lo tiene lì mite e avvilito, incapace alla ribellione e alla fuga. La terza canzone è la lode della vita semplice, serena dei pescatori.

Saporiti e brevi come piccoli frutti di mare sono i madrigali pieni di brio e di vivacità naturale come il seguente:

Ra mae Bella incresciosa,

Spesso così pe rie,

Ballin caro, a me dixe, vegni chie,

Cantamene un poco unna a l’amorosa.

Mi, per pàra antissà,

Ghe diggo che ho perduo ro scigorà.

Lè torna a vorein’onze

Ma subito a se ponze,

Quando a vè che començo in sciù ra fin,

Ra mae Bella, amoroza comm’un zin.

Termina così la prima parte della “Chittara Zeneize”, che comprende tutte le liriche amorose di Gian Giacomo Cavalli.


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