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RISTORANTE BABILONIA

Fidel e Gaia si erano conosciuti ad una sfilata del Gay Pride, alla quale avevano partecipato non perché fossero rispettivamente un invertito e una lesbica, ma per profonda e sentita solidarietà con quella folla vestita in modo, a dir poco, bislacco, che urlava bestemmie e insulti a Dio, la Madonna e il Papa.

Si erano subito piaciuti e, senza por tempo in mezzo, senza dirlo a mamma e papà che da tempo immemorabile non vedevano, senza fidanzamento né anello, né cerimonia né viaggio di nozze, erano andati immediatamente a imbucarsi nel primo angolo favorevole e lì avevano consumato tutto il consumabile.

La loro era una vita di contestazione a tutto, al sistema, al Cavaliere, alla Chiesa, al capitalismo, una vita dedicata alla deificazione del pianeta Terra, dell’Ambiente, del Progresso, dell’Evoluzionismo, delle Scimmie e dei poveri Miriapodi oppressi dalle multinazionali, in favore dell’immigrazione incontrollata, dell’esproprio proletario, della demolizione delle carceri e dei manicomi, delle chiese e delle caserme.

Combatterono in prima linea tutte le “grandi battaglie civili”, come quelle a favore del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, della pillola libera e gratuita, dell’antirazzismo (considerando “razze” tutti quelli che facevano sesso in modo non proprio ortodosso). Sostennero che l’umanità è il cancro della Terra, e che uno scimpanzé sano ha più diritto di vivere di un bambino subnormale.

Quando ebbero circa novant’anni, equamente divisi, metà a lui e metà a lei, cominciarono ad essere un po’ stanchi e, con i soldi lasciati loro dai genitori, tutti morti nel frattempo di crepacuore, impiantarono, nella città multietnica in cui abitavano, il Ristorante Babilonia, che decorarono con una vistosa scritta che proclamava: “Qui non ci sono clandestini. Qui offriamo menu multietnici e democratici”.

Tutti i personaggi stranieri importanti che si trovavano di passaggio vi andavano, e il Ristorante Babilonia divenne ben presto un’impresa di successo.

Un giorno vi entrò, col suo seguito dei mogli, concubine e guardie del corpo, il Gran Capo Kaga. Tutti erano coperti da un solo perizoma e Kaga aveva un’alta corona di capelli ricci e un piercing di osso di pollo nel setto nasale. Era un grande personaggio, reggitore di una tribù fiera e indipendente, che viveva in una remota selva, allo stato naturale nel pieno rispetto per l’ambiente, e per questo era stata ammessa all’ONU e andava doverosamente trattata col massimo rispetto, in quanto simbolo di multietnicità ecologicamente e politicamente corretta.

— Io girato tutto Occidente portare nostro messaggio pace e difesa ambiente, ma trovato cucina molto cattiva, me non piace. —

— E cosa noi potere offrire Vostra Paciosità? — domandò, ossequioso, Fidel.

— Noi fare tutto quello che Vostra Ambientalità desidera; — confermò Gaia, con slancio — volere provare nostre cavallette fritte? volere provare nostri ragni in fricassea? —

— No, no, in nostra civiltà ospite sacro. Quando ospite sacro entra nostra casa noi offrire lui banchetto speciale per ospite sacro. —

— E in cosa consiste, Vostra Sacralità? — volle sapere Gaia.

— Noi preparare arrosto di tenero bambino più piccolo. Ecco, come quello. Io volere quello. —

E il Gran Capo Kaga indicò il piccolo Che, il bambinetto di Fidel e Gaia, che sgambettava in una culla: l’unico figlioletto che i due avevano messo insieme, per sbaglio, avendo Gaia, per una volta, dimenticato di prendere la pillola.

Per non contraddire i sacri principi del rispetto del diverso e di accoglimento fraterno postconciliare, e dopo una breve consultazione con Gaia, Fidel impugnò un coltellaccio da cucina e lo calò sul piccolo Che.

Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, dall’alto del Suo trono celeste, contemplava disgustato l’ignobile scena. La Sua mano aveva fermato il coltello di Abramo prima che sfiorasse Isacco, ma poiché Fidel e Gaia da decenni Lo avevano rinnegato e bestemmiato, nessuna mano misericordiosa scese dal cielo a fermare l’empio atto.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


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