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SEDERIN DELL’ANGURIA DA PRATOMELMOSO

 

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Sederin Dell’Anguria da Pratomelmoso, a dispetto del nome altisonante, non era un aristocratico, ma un semplice studente. Si sentiva ugualmente chiamato ad alti destini, sulla scia del professor Arconte Blateronte, illustre italianista, celebre per le sue ricerche sulle bestemmie della Suburra e per aver eroicamente difeso la sacra laicità della prestigiosa università di Pratomelmoso dalle minacce dell’oscurantismo clericale.

Una delle più gravi aggressioni subite dalla luminosa e illuministica laicità dell’Istituzione pratomelmosica fu quella che si scatenò contro quell’artistico involucro di un certo salsicciotto gonfiabile noto come preservativo. Fu una grande lotta laica e democratica che oppose gli autentici democratici, fieri dei loro dubbi amletici, accuratamente coltivati, al mostro clericale aggressore.

Un mostro terribile, rappresentato da un intero docente che aveva un certo numero di lauree, fra cui una in biologia. Il mostro brandiva un pesantissimo testo di milleseicento pagine, minacciando di calarlo in testa a chiunque gli si avvicinasse, mettendo a dura prova l’eroica schiera di sole poche centinaia di poveri laicisti indifesi, in gran parte iscritti o simpatizzanti dell’Arci-indecisi, che cercavano disperatamente di difendere l’artistico involucro del salsicciotto contro i feroci attacchi del mostro. Di tutto dubitavano gli Arci, ma non del salsicciotto, unico punto fermo nel loro mondo relativo.

L’essere nemico e incontrollabile osava affermare che il preservativo fosse assolutamente inutile nella difesa contro i virus (minimi filamenti nucleico-proteici in grado di passare i pori del lattice dilatato come acqua attraverso un colabrodo), mentre le centinaia di eroi pratomelmosici, tutti rigorosamente laureati in discipline che non avevano nulla a che fare con la biologia, o studentelli ancora privi di qualsiasi laurea, sia pure triennale, ma tutti di belle speranze, debitamente inquadrati e orientati dal giornale infallibile, il Repubblicao meravigliao, smaniavano con petizioni al C.U.N. (Coniglio Universitario Nazionale), articoli di giornale e su Internet, e scariche di democratico sarcasmo italianistico di italianisti che non sapevano l’italiano.

Il mostro non doveva dire quel che voleva in quell’austero ambiente di sacra laicità, dove si venerava il busto di Giordano Bruno, e non doveva permettersi di denigrare il sacro preservativo, mirabile prodotto della benefica tecnologia petrolchimica, e tanto meno si doveva permettere altre esternazioni politicamente scorrette non autorizzate dal minculpop accademico. Per cui urgeva imbavagliare il vergognoso essere affinché non traviasse gli studenti il cui cervello non era ancora stato perfettamente depurato, mediante lavaggio conformista e nichilista, dal pericolo di accorgersi che l’imperatore accademico non solo non aveva vestiti, ma neppure le mutande.

Non fa mestieri precisare che Sederin Dell’Anguria da Pratomelmoso, studentello di belle speranze, non aveva esitato un attimo a schierarsi contro il mostro politicamente scorretto, smaniando contro di lui in assemblee, su Internet, nei “conigli” di facoltà, e perfino nel senatino accademichino, dove l’avevano eletto in una lista democratica e politicamente corretta, antirazzista e antiomofobica. Lungi dal limitarsi ad una semplice difesa a parole del preservativo, Sederino volle sottolineare meglio il suo civile e democratico sostegno al salsicciotto facendone largo uso di persona.

Nulla da temere. Lo avevano detto e ridetto i professori di italianistica: il preservativo era sicuro, sicurissimo. Poteva fidarsi. Loro sì che se ne intendevano. L’attacco al sacro salsicciotto era parte della congiura clericale contro la libertà, contro la civiltà, contro la laicità. Le conquiste del mitico Sessantotto erano in pericolo, per colpa dei marrani calunniatori del salsicciotto. Sederin Dell’Anguria da Pratomelmoso non aveva dubbi e si fidava dei professori di italianistica esperti in salsicciotti. E poi, perché no, visto che quasi tutti i preti tacevano o si dichiaravano d’accordo anche loro con il pensiero unico ammesso?

Purtroppo, un brutto giorno, il giovane Sederino si svegliò con una febbre da cavallo e tutta una serie di poco simpatici sintomi di immunodeficienza, che vennero peggiorando sempre più, e contro i quali la scienza medica del prestigioso ateneo di Pratomelmoso, benché all’avanguardia in fatto di codice etico, si rivelò del tutto impotente, tanto che qualche bello spirito suggerì che il pessimo funzionamento dell’ateneo giustificasse un cambiamento di nome, sostituendo in “Pratomelmoso” le lettere “lm” con “rd”. Infine, dopo inenarrabili sofferenze, al povero giovane non restò che abbandonare il fragile involucro di carne e andare a bussare alla porta del paradiso. Lo accolse san Pietro:

— Figliolo (o figliola, non saprei), non mi sembri pronto (o pronta) ad entrare. Prendi questo purgante e vai in quel posto di quarantena buio e appartato laggiù, lontano sia da qui sia dall’inferno. —

Sederino inghiottì la pillola, grande quanto un seme di senape, e appena giunto nel luogo al quale era stato assegnato, venne colto da un furioso accesso di dissenteria che gli durò sei ore (secondo il conteggio dell’aldilà, non comparabile con quello terrestre, che è infinitamente più rapido). Alla fine, ridotto a uno straccio, risalì senza fiato alla porta del paradiso, si ripresentò a san Pietro, che lo squadrò e sentenziò:

— Non mi sembri ancora pronto, inghiotti quest’altra pillola e torna dov’eri prima. —

Al malcapitato non restò che obbedire, inghiottire il farmaco, questa volta grande quanto un pisello, e la crisi dissenterica gli durò dodici ore (ore dell’aldilà, fatte di anni al posto dei secondi), con dolori di panza da schiantare un rinoceronte. Quando risalì, spossato, alla porta del paradiso, san Pietro scosse la testa:

— Non ci siamo ancora; inghiotti quest’altra medicina, più grossa e più amara, e torna quando hai finito. —

E consegnò al malcapitato una pillola grande quanto una castagna.

Allontanatosi mestamente, Sederino passò ventiquattr’ore di tregenda (naturalmente ore dell’aldilà), in preda a dolori lancinanti all’intestino e alla più devastante dissenteria che avesse mai provato. Si ripresentò alle porte del paradiso ormai ridotto a una larva.

— Posso entrare adesso? — chiese con un filo di voce.

— Mmm, vediamo se questo purgatorio ti è bastato; — rispose san Pietro, soppesando minacciosamente una pillola grande quanto un melone — hai capito adesso a cosa serve quel buco? —

— Sì — sussurrò l’anima, senza fiato.

— Allora — annunciò san Pietro — il tuo purgatorio è finito. Dimenticherai tutto il male della tua vita e ricorderai solo il bene. Entra, e sarai florido e felice, per sempre. —

Così dovrebbe essere il destino delle anime, e così speriamo che sia per tutte, anche se sporche. Sperare non costa niente.

 


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