•  
  •  
  •  
  •  

Medaglia Gramaglia

Dopo attenta valutazione, la commissione composta 1) dal mio barbiere, 2) dall’aiuto barbiere esperto in psicopatologia, e 3) dallo yeti, ha unanimemente ritenuto degno della Medaglia Gramaglia

Padre Serafino Lanzetta

con la seguente motivazione:

Non si sa se richiesto di un parere su Maria Valtorta, o forse di sua iniziativa, ha distillato un riassunto di alcune delle opinioni e flatus vocis di precedenti gerarchi ecclesiastici che non spiegavano nulla e che non si erano affatto informati sulla grande veggente.

Il tutto condito di commenti che rivelano solo una bella dose di maschilismo e personali fisime stilistiche: repulsione per le “ridondanze”, sentimenti “eccessivi”, descrizioni “prolisse”, passaggi “in cui poco c’è di teologico”, “pensiero tutto femminile e contemporaneo alla scrivente”, il tutto che si distanzia dalla “sobrietà dei Vangeli”.

Dispiace che il Lanzetta non riesca a sentire l’afflato divino che promana dalle pagine de L’Evangelo come mi è stato rivelato, non sappia inginocchiarsi davanti a un’opera divina, in cui il ruolo di Maria Valtorta era solo quello della penna scrivente, non sappia che, per ordine espresso del Divino Maestro, l’Opera avrebbe dovuto essere divulgata dopo la morte della veggente, e pubblicata anonima, per sottolinearne la vera origine non umana.

Il piano divino venne frustrato dalla cattiveria dei chierici, sempre pronti a giudicare la pagliuzza negli occhi altrui. L’incauta distribuzione a casaccio degli Scritti ancora inediti da parte del confessore di lei, Romualdo Migliorini, il quale diede in pasto al mondo l’identità della Valtorta che doveva restare segreta, fu l’atto di disobbedienza che frustrò il piano divino.

L’avidità dei Serviti, che volevano sfruttare per lucro gli Scritti, e quindi volevano che non fossero riconosciuti come soprannaturali, impedì che la Chiesa ne permettesse la pubblicazione. Essi volevano che fosse considerata come opera “scientifica”, cioè “medianica”, e quindi a tutti gli effetti satanica, perché lo spiritismo altro non è che satanismo. E i Serviti tenevano sedute spiritiche, cioè sataniche, in convento. In convento, dove avrebbero dovuto risuonare solo preghiere, si sedevano intorno al tavolino a invocare gli “spiriti” (come essi credevano), cioè i demoni. Perché il Lanzetta non si è informato sui fatti?

Nel 1949 il Sant’Uffizio bloccò la pubblicazione, proprio quando il vescovo di Sora stava per concedere l’Imprimatur. Il Sant’Uffizio non si muove se non dietro una denuncia formale, e tale denuncia ci fu da parte di un altolocato Servita, del quale per carità cristiana si tace il nome. Costui, stanco dell’insistenza di Padre Corrado Berti che intercedeva per la Valtorta, afflitta dalle atroci sofferenze fisiche, dai sospetti, dalle infinite tergiversazioni dei chierici, dalle tentazioni diaboliche (il diavolo la tentava a pubblicare a proprio nome, in modo negare l’origine soprannaturale degli Scritti e trarne guadagno), nonché da ristrettezze finanziarie, si comportò come Giuda, denunciando la Valtorta al Sant’Uffizio.

Gesù aveva predetto a Maria: “Gli Scritti avranno la mia stessa sorte”, ossia di essere traditi come Egli lo fu. Con l’avvento del papa “buono” (quello che secretò il terzo messaggio di Fatima con la futile motivazione “non riguarda gli anni del mio pontificato”, disobbedendo all’ordine espresso della Madonna di rendere noto il segreto entro il 1960; quello che perseguitò Padre Pio e permise che si collocassero microfoni spia nel confessionale del Santo, tanto per intenderci), dunque col “papa buono”, la situazione precipitò e l’Opera venne messa all’Indice, con la motivazione che era stata “pubblicata senza permesso”.

E questo dopo che il permesso di pubblicazione era stato negato dalla stessa autorità ecclesiastica, non per giusti motivi, ma per l’avidità di lucro dei Serviti spiritisti. Era stato lo stesso Divino Maestro a ordinare a Maria Valtorta di rinunciare lla pubblicazione anonima e di valersi del proprio diritto d’autore di fronte agli uomini (anche se non era lei l’autrice), in modo che il messaggio arrivasse alle anime dei fedeli che frattanto, come ammoniva il Divino Maestro, si perdevano per gli ostacoli posti dai preti alla pubblicazione.

Infatti, la sera del 18 luglio 1943, il Divino Maestro disse a Maria Valtorta che i cattivi preti non meritano il dono de L’Evangelo come mi è stato rivelato. Disse Cristo: “Sofisticano, discutono, negano, vivono nella pesantezza, non nello spirito. Predicano Me e i miei passati miracoli ma non pensano che Io possa dire altro, adatto ai bisogni dei tempi, e che sono Padrone di dirlo come e a chi mi piace. Mi sostituisco ai pulpiti vuoti o suonanti parole senza vita vera ma pochi, anche fra i miei ministri, sono degni di capirmi. Meno scienza e più carità, meno libri e più Vangelo”.

Se avesse letto con un minimo di attenzione L’Evangelo come mi è stato rivelato, il Lanzetta avrebbe notato che l’abbondanza di descrizioni dettagliate venne introdotta dalla veggente su ordine espresso del Divino Maestro, nel tentativo di far entrare nelle dure cervici dei nuovi farisei l’idea che forse quella rivelazione era autentica, perché Maria Valtorta non poteva conoscere le posizioni degli astri nelle varie notti della vita pubblica del Redentore (ricostruite di recente con assoluta precisione mediante effemeridi computerizzate e in perfetto accordo con le date liturgiche tradizionali), né poteva conoscere città e palazzi di cui si era persa memoria e che furono riscoperti dopo la morte di lei.

Tutto invano. Padre Lanzetta non trova di meglio che affermare, con supremo sprezzo del ridicolo, che le conoscenze contenute nell’Opera valtortiana (conoscenze che non è esagerato definire miracolose) si spiegherebbero banalmente con la capacità di scrivere “un’opera esimia” (sic!), come se qualcuno, fosse pure il più grande scrittore mai apparso sulla terra, potesse descrivere quello che gli è umanamente impossibile conoscere.


  •  
  •  
  •  
  •