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La nuova patologia si chiama PISANIFOBIA.

No, non è la nota antipatia dei livornesi verso i pisani: quella è una storia vecchia.

Questa nuova fobia colpisce i chierici, che prima rifiutano per anni di pubblicare un’Opera che potrebbe far bene alle anime (anche perché non vengono offerte loro adeguate mazzette per approvarne la pubblicazione), mentre perseguitano in ogni modo la veggente, fino a negarle la Comunione (era anche l’epoca delle infami persecuzioni a Padre Pio).

Poi l’Opera viene pubblicata da un animoso editore laico di nome PISANI e, senza alcuna promozione o pubblicità, vende milioni di copie e viene tradotta in una trentina di lingue. Allora ecco che l’Opera diventa appetitosa, ecco spuntare la brama clericale di riappropriarsene ma, non potendo ormai rimetterci le mani. il tutto sbocca nella PISANIFOBIA.

Ma guarda un po’ che cattivo! L’editore laico si è appropriato dell’Opera, che andrebbe invece “restituita” al clero che saprebbe certamente farla “fruttare nel migliore dei modi” (per la salvezza delle anime, s’intende).

Stiamo parlando, naturalmente, dell’Opera dettata dal Divino Maestro a Maria Valtorta. Altri personaggi della saga sono la Fondazione Eredi di Maria Valtorta, del Dott. Emilio Pisani, che meritoriamente cura in modo egregio la pubblicazione degli Scritti valtortiani, e Don Zucchini che non è evidentemente soddisfatto, perché lui sì saprebbe gestire meglio la faccenda.

Segue, per chi fosse interessato, una recensione dell’ultima eruzione pisanifobica.

ZUCCHINI E. (2021) La cattedrale di Maria Valtorta, Verona, Fede & Cultura

Il libro offre un’analisi erudita che mira a ricostruire la vita di Maria Valtorta anche oltre l’anno 1943, nel quale si conclude l’Autobiografia, e ad analizzare gli Scritti stessi. L’opera avrebbe un certo pregio se non fosse guastata da continue ed ossessive espressioni di livore contro la benemerita famiglia Pisani che ha salvato gli Scritti dall’oblio a cui li condannava il clero. Per l’intero libro non una sola occasione viene trascurata per mostrare il prezioso lavoro dei Pisani nella peggior luce possibile. Ne consegue che il dito costantemente puntato contro il Dott. Emilio Pisani e lo scomparso suo padre Michele, può vantare l’indubbio merito di avere permesso la scoperta di una nuova malattia finora sconosciuta alla scienza psichiatrica: la pisanifobia.

Già appare bizzarro il titolo, enfatico e devozionistico, meglio tuttavia del mieloso e fortemente devozionistico Il cielo in una stanza, precedente fatica del Nostro nel campo degli studi valtortiani. Poi inizia una bizzarra divagazione pseudo-zoologica, la quale vorrebbe suggerire che il fenomeno Valtorta, apparentemente assurdo come un ornitorinco, viene reso comprensibile alle masse beotamente devozionistiche solo grazie al “progresso” scientifico (o piuttosto grazie allo scientismo, corrente filosofica della quale ho trattato in MALASCIENZA: L’IMPOSTURA DI LUCIFERO, Chieti, Solfanelli, 2021, pp. 567; recensita in questo stesso sito).

Naturalmente gli illustri teologi avrebbero avuto tutte le ragioni nel respingere l’Opera valtortiana, argomenta il Nostro, il quale ha il coraggio di scrivere (p. 378) che “il famoso articolo de L’Osservatore Romano datato 6 gennaio 1960 che titolava ‘Una vita di Gesù malamente romanzata’ era logico e legittimo” (sic!?!). Ora, si può capire, fino ad un certo punto, la prudenza che suggerisce ad un prete di evitare il contrasto con l’autorevole giornale vaticano, che a quella data era già in piena babele conciliar-modernista, penosamente inclinato verso compromessi d’ogni genere col mondo, lanciato verso il catto-comunismo e il materialismo, e quindi ostile ai mistici e ai semplici credenti in genere (devozionisti?). Ma non si tratta solo di prudenza. L’obiettivo dello Zucchini è creare l’impressione di un taglio netto, assoluto, tra una certa data, prima della quale sarebbe stato perfettamente lecito e lodevole respingere con disprezzo l’Opera, e dopo la quale il quadro si capovolge, e tutti devono inchinarsi alla “scienza”, la quale avrebbe magicamente dimostrato che l’ornitorinco esisteva davvero, e anzi si era trasformato in una cattedrale della quale nessuno si era mai accorto prima. La data magica, naturalmente, è il marzo 2012, quando esce il fatidico libro del Lavère che accende i fari della scienza illuminando la “cattedrale” rimasta fino a quel momento nell’oscurità e infestata da topastri devozionisti. Infatti, per cinquant’anni avrebbe disgustosamente prevalso l’interpretazione devozionista dell’Opera (pp. 416-417) e, data questa massiccia prevalenza, è da presumere che gli spettatori che frequentavano i congressi valtortiani di Viareggio e Forte del Marmi organizzati dalla Fondazione presieduta dallo Zucchini fossero, se non tutti, in grande maggioranza devozionisti.

Ma cos’è il devozionismo? sarebbe rifiutare forse l’uso della ragione? Quando mai un lettore della Valtorta sarebbe stato spinto a rifiutare l’uso della ragione? Chi l’ha detto? Qualcuno ha mai incontrato un lettore della Valtorta certificato incapace di usare la regione? La ragione serve per capire, e naturalmente occorre capire perché, sentenzia lo Zucchini (p. 162), “(…) se non si capisce il valore di quanto è stato dato dal Cielo a Maria Valtorta, il rischio è di vanificare tutto inseguendo un devozionismo di cui lei non è parte.” Che vuol dire? Che gli unici in grado di capire sono i teologi con fior di lauree? Sta a vedere che ci vuole la laurea per leggere la Valtorta, altrimenti si vanifica tutto? Che ci voglia la laurea anche per entrare in paradiso?

Altra perla: i devozionisti “eguaglierebbero Maria a Cristo” (sic, p. 314). E chi sono costoro? I nomi, per favore. Quando mai qualcuno si è sognato di eguagliare la Santa Vergine a Cristo? Quale lettore della Valtorta ha detto che la Santa Vergine e Cristo sono uguali? Dove sta scritto? Dove l’ha letto l’immaginifico Zucchini?

I rimproveri fioccano. Il titolo Quaderni non va, una lettera del 1944 nei Quadernetti dovrebbe stare nei Quaderni, lì è “di poca utilità” (p. 292). Paura e pregiudizio potrebbero aver influenzato le pubblicazioni, insinua lo Zucchini, quasi che fogli segreti e nascosti potessero “far svanire l’incanto dell’Opera valtortiana” (sic, p. 42). È appena il caso di sottolineare che lo Zucchini non lo dà per certo (come potrebbe?), ma, come in tutto il libro, lancia un’insinuazione non sostenuta dal minimo straccio di prova. E più in là (p. 378) insiste ancora che vi sono parti “segretate” (sic!?!). In effetti credevo che segretare fosse la specialità della dotta gerarchia quando si trattava di silenziare i veggenti (vedi fra l’altro lo scandaloso caso delle Ghiaie di Bonate) e di nascondere scomodi dettati e visioni in cui dal Cielo scendono ben meritati rimproveri amari alla gerarchia medesima.

Zucchini rimprovera anche la “confusione” nell’epistolario con Madre Teresa Maria per la mancanza di un elenco delle lettere e delle date non fornito dai redattori (p.390). Curvo sul microscopio in cerca del classico pelo nell’uovo, dichiara che il proselitismo non è accettabile, l’evangelizzazione sì (p. 313). Ma qual è la differenza? Scendendo all’atto pratico, se qualcuno insegna la dottrina cristiana e ottiene delle conversioni, cos’ha fatto? Ha evangelizzato o ha fatto proseliti? La questione è di autentica lana caprina, ben degna dei teologi discettanti sul sesso degli angeli e intenti a cercare la pagliuzza nell’occhio altrui.

L’insaziabile critico si scaglia anche contro il “giro mentale delle titolazioni dei libri firmati da Maria Valtorta” (p. 326), arrivando a insinuare che “un po’ più di semplicità e aderenza ai contenuti, unito al rispetto dei voleri della Chiesa forse avrebbe consentito esiti migliori” (ibid.). Quali voleri della Chiesa? Secondo questi voleri, l’Opera sarebbe da lungo tempo sepolta e dimenticata. Era un’offerta divina che la Chiesa ha malamente respinto, perseguitando la veggente malata, fino all’infamia di negarle la Santa Comunione, nel medesimo tempo in cui perseguitava Padre Pio, fino all’infamia dei microfoni nel confessionale del Santo. La Valtorta era sottomessa e rispettosa dei voleri della Chiesa in modo tale che più non era possibile, e l’unico risultato che ottenne fu la brutale persecuzione dei chierici, contro i quali più volte il Divino Maestro pronunciò taglienti parole di condanna.

L’alta gerarchia ha pure falsamente accreditato la “scoperta” della tomba di San Pietro in Vaticano, mentre questa si trova in un luogo ignoto nell’Ostrianum: la scoperta della sacra tomba era il premio promesso da Cristo se l’Opera valtortiana fosse stata accettata, secondo gli ordini del Redentore. Ordini dei quali la gerarchia non ha tenuto alcun conto, respingendo l’Opera, infliggendo sofferenze alla Valtorta, semplice portavoce, ed inscenando una falsa scoperta della tomba di Pietro. Falsa scoperta che è duramente condannata dal Divino Maestro (dettato del 3 febbraio 1949): “Anche se qualche disonesto, per fine impuro, facesse apparire delle ossa come ossa di Pietro, od occultamente, in base alle tue indicazioni sulle successive deposizioni di Pietro, vi prendesse i resti e li portasse in S. Pietro dicendo che erano là, per opprimere il mio portavoce e trarre in inganno il mio Vicario e il mondo tutto, Io-Verità qui dico che questa azione sarebbe inganno che Dio condanna. Pietro è dove tu sai. Ogni altro resto non è di Pietro.” E sappiamo che questa falsa scoperta, da parte di un “disonesto” e “per fine impuro”, è stata realmente data in pasto al mondo.

E ancora: l’alta gerarchia ha nascosto più che ha potuto il terzo segreto di Fatima che pare profetizzi il successo di satana nell’impadronirsi della Chiesa fino ai massimi vertici. In passato una veggente veniva chiusa in monastero per averne il controllo mediante il voto dell’ubbidienza, a scanso di rivelazioni imbarazzanti per il clero. Non è un caso se i veggenti di Medjugorje non sono entrati in convento, in modo che la gerarchia non possa soffocarne le voci.

Chi ha il compito di sciogliere e di legare, dovrebbe anzitutto essere privo di macchie egli stesso. Altrimenti merita le invettive del santo predicatore Girolamo Savonarola (la cui causa di beatificazione è in corso dal 1998), il quale iniziò la predicazione dei Quaresimali, il 17 Febbraio 1496, con queste parole di fuoco: “Fatti in qua, ribalda Chiesa, fatti in qua ed ascolta quello che il Signore ti dice. Io ti avevo dato le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I vasi desti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi dei tuoi peccati, ma ora non più.” E il 24 Febbraio tuonò dal pulpito: “Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contra di voi […] noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici.” Questo era il grande “rinascimento”, che rifece la Basilica di San Pietro a forza di vendita di indulgenze, la Basilica che custodisce la falsa tomba del primo Papa, con un inganno condannato da Dio. Il “rinascimento” che non fu solo quello dei grandi artisti, ma anche vide il fiorire della magia, della stregoneria, dell’eresia, del razionalismo scientista. Non fu solo l’epoca di Leonardo, ma anche di Nostradamus.

È certo un sacrificio staccarsi dalle ispirate parole del santo domenicano Savonarola per rituffarsi nella deprimente sagra di insinuazioni pisanifobiche dello Zucchini. Argomento noioso, certamente, ma necessario, se si vogliono esorcizzare i danni arrecati dalla pisanifobia alla causa valtortiana, Ecco: l’Editore avrebbe “alcune cose che ancora attendono di essere pubblicate” (p. 65); cattivo, se le tiene nel cassetto per farci dispetto. Le registrazioni di Albo Cantoni sarebbero ancora parzialmente da sbobinare e pubblicare, “sono là che attendono” (p. 123): implicita insinuazione di trascuratezza, se non di volontaria soppressione di prove per fini oscuri che Zucchini non precisa. Insinua che ci sia un “desiderio non detto che si tratti di una nuova rivelazione canonica” (sic!). (p. 67). Ma se non è detto, come fa a saperlo? Lo indovina in base a “sensazioni”; bene, allora sappia che quod gratis affirmatur gratis negatur. Esprime l’“impressione” che “nei Quaderni del 1943 ci siano stati episodi non riportati” (p. 136). Nessuna prova, solo “impressioni”, ma il dito è sempre puntato in direzione pisanifobica.

Lo Zucchini lamenta che la confutazione dei libri di Pietro Ubaldi sullo spiritismo sia pubblicata nei Quadernettimentre la vorrebbe nei Quaderni (p. 154). Primo premio al concorso “Il pelo nell’uovo”. La fretta di pubblicare rende i Quadernetti “uno zibaldone” (p. 167). Li ha visti lui affrettarsi intorno alle rotative? Sembra che gli eredi non ne imbrocchino una: “(…) dichiarazioni del tipo ‘tutto ciò che riguarda l’Evangelo è stato pubblicato’ sono fuorvianti e rischiano di diminuire la portata dell’Opera valtortiana”’ (sic, pp. 212-213). Mentre questa grandine di ingiustificate critiche la rafforza, vero?

Deprecabile, secondo il Nostro, l’espulsione delle note di Padre Berti (ma non era stato lui stesso a ritirarle per non intralciare la pubblicazione dell’Opera che aveva già subito gravissimi ritardi per l’opposizione del clero?) e non meno deprecabile la sostituzione con note del Dott. Emilio Pisani (p. 68) il quale (orrore!) non è un teologo. Riguardo all’Autobiografia della veggente, le note alla prima edizione di Padre Berti, sono state sostituite alla quarta da quelle del Dott. Pisani, il che, secondo Zucchini sarebbe un peggioramento (p. 121). Lamenta più di una volta la mancata edizione dell’epistolario con Padre Berti che sarebbe illuminante, e tale mancata edizione sarebbe dovuta alla rottura del Berti con l’Editore (p. 195). Vi sarebbe stato un “tremendo litigio [di Padre Berti] con il proprietario e responsabile della tipografia editrice” (p. 401). Prove, naturalmente, zero. Inoltre non si capisce che cosa Padre Berti potesse contribuire, data la sua deriva medianica che inevitabilmente ne diminuiva l’autorevolezza e l’affidabilità quanto a capacità di discernimento. Ancor peggiore il coinvolgimento del professor Nicola Pende (1880-1970), insigne endocrinologo ma anche spiritista. Lo Zucchini si domanda: “ma veramente Michele Pisani non sapeva nulla di Pende, oppure molto semplicemente non voleva esporsi?” (pp. 476-477). Domanda sibillina, che al solito cerca di gettare dubbi e discredito sui Pisani. L’essenziale è che il CEV oggi è assolutamente estraneo allo spiritismo di Nicola Pende, di Padre Berti o di chiunque altro.

Alle critiche piovute addosso alla Valtorta da viva e da morta “nemmeno gli eredi hanno fatto caso” (p. 200). Cosa dovevano (e potevano) fare? Di certo hanno dato, e danno tuttora esempio di un’ammirevole capacità di sopportazione. E perché Zucchini parla di “sciagurata prefazione della seconda edizione de Il Poema dell’Uomo-Dio”? (p. 239). Ancora critiche perché ci sono nei Quaderni solo sette pagine per il 1948 (p. 245). E poi – dubbio lacerante! – Zucchini non riesce a capire il perché della divisione tra Quaderni e Quadernetti (p. 249).

Né si fida degli eredi, che potrebbero distruggere la documentazione medica; documentazione che, nei sogni zucchineschi, dovrebbe servire per l’improbabilissima causa di beatificazione: Scrive lo Zucchini: “(…) non c’è che auspicare che gli eredi di tutti i documenti non brucino questa documentazione come inutile: proprio un approccio di questo genere al ‘caso’ Valtorta nel suo insieme evidenzierebbe un’idea soprannaturalista e che rischierebbe di disconoscere il fatto soprannaturale facendolo scadere a sogno devozionista” (pp. 201-202). Espressione contorta e fuorviante: cos’è un’“idea soprannaturalista”? e in cosa contrasta col “fatto soprannaturale”? e di dove salta fuori il “sogno devozionista”? Di certo vi è che lo Zucchini non perde occasione per porre, con somma carità, nella peggior luce possibile gli eredi di Maria Valtorta e il Centro Editoriale Valtortiano, con continue insinuazioni non sostenute da alcuna prova. L’ossessionante caccia all’errore pisanico giunge a contestare perfino per il modo in cui sono contrassegnate le note a pie’ di pagina (p. 328).

Allo Zucchini non va a genio neppure il titolo dell’Opera, che sarebbe rischioso perché farebbe pensare a un “quinto Vangelo”, e “la Chiesa non l’accoglierà mai volentieri” (p. 466). Si metta il cuore in pace, lo Zucchini: la mentalità clericale non accoglierà mai il Tesoro valtortiano, né volentieri né malvolentieri, perché ha tutt’altro a cui pensare (ambientalismo, migrazionismo, temeraria deformazione di preghiere millenarie, divieto di inginocchiarsi, lavaggio di piedi islamici e sbaciucchiamento di scarpe islamiche). Il mitico aumento dell’anidride carbonica preoccupa le superne gerarchie molto più dello zolfo infernale. Di gran lunga più probabile è che venga proclamato santo l’arcieretico Martin Lutero (che la rivelazione privata alla Beata Suor Maria Serafina Micheli (1849-1911) assicura trovarsi all’inferno in una grande voragine di fuoco e circondato da diavoli che cercano di ficcargli un grande chiodo in testa, punizione per contrappasso per la sua diabolica superbia). Al contrario, il Tesoro valtortiano sarà sempre ignorato: contiene troppi durissimi rimproveri al clero, rimproveri comunque attenuati, grazie a preghiere e lacrime della veggente la quale, già indegnamente perseguitata, temeva di esserlo ancora di più, se avesse pienamente espresso tutta l’ira divina contro i nuovi farisei.

La Valtorta non sarà mai proclamata santa e nemmeno beata; anzitutto non lo vuole: ha sempre chiesto di non avere segni esteriori e si faceva gioco dell’aureola che circonda il capo dei santi nei dipinti, chiamandola “il padellino”. Inoltre lo stesso Divino Maestro confermò questo atteggiamento della sua devota “segretaria”, insegnando che “la fama del mondo non aggiunge una scintilla all’aureola dei beati” (L’Evangelo come mi è stato rivelato, Cap. 652.18).

A proposito delle Lezioni sull’Epistola ai Romani, lo Zucchini afferma che senza note teologali esplicative che dovrebbero servire da riferimento, “il testo rischia di essere autoreferenziale e cioè devozionista” (p. 372). Ma se viene dal Cielo, significa forse che parole celesti non possono essere comprese senza “note teologali” dei dotti dottori della Legge? Non si capisce più allora che significhino queste parole di Gesù: “Ti rendo lode, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo, 11, 25). Meno teologi e più umiltà, meno teologia e più carità. Anche i farisei erano teologi, spesso molto eruditi e (a loro modo) pii, ma l’unico dotto fra gli Apostoli era Giuda Iscariota.

E qui giunge particolarmente a proposito la visione valtortiana dei semplici in cima alla scala che porta a Dio, mentre i dotti stanno in fondo (pp. 374-375), e quando tentano di salire cadono (forse maledicendo come “devozionisti” i semplici che stanno in alto?). Come si applica bene questa visione ai dotti commenti dei dottissimi teologi!

Ma visto che ci tiene tanto ai teologi, almeno lo Zucchini scegliesse quelli realmente competenti, ossia quelli che con maggior autorevolezza si sono occupati di rivelazioni private.

Adolphe Tanquerey (1854-1932), nel Compendio di teologia ascetica e mistica definisce le visioni: “Percezioni soprannaturali di un oggetto naturalmente invisibile all’uomo”. Secondo Sant’Agostino le visioni possono essere di tre tipi: (1) corporali, (2) spirituali (o immaginarie, ossia rappresentazioni sensibili totalmente circoscritte all’immaginazione), (3) intellettuali (conoscenza soprannaturale prodotta da una semplice visione dell’intelligenza senza impressione o immagine sensibile). Questa divisione è accettata da San Tommaso d’Aquino. L’esperienza mistica valtortiana rientra essenzialmente nel tipo corporale: la veggente era infatti immersa nelle visioni; ma non sappiamo se i dettati rientrino in tale tipo, ossia con una vera dettatura da una voce udibile da lei sola, o nel tipo intellettuale. Mentre il demonio non può insinuarsi nelle visioni intellettuali, può invece contraffare quelle immaginarie e quelle corporali, per cui è indispensabile un attento discernimento. Come discernere le visioni? Ci sono quattro criteri, generalmente accettati dai teologi citati sopra, che aderiscono perfettamente, in senso positivo, a quanto sappiamo della Valtorta e delle sue visioni.

  1. Lo stato interiore del veggente al momento della visione. Le visioni di Dio producono all’inizio grande timore, poi l’anima si riempie di amore, umiltà, pace (esattamente ciò che accadeva alla nostra veggente), e riprende con maggiore energia la pratica delle virtù eroiche (che Maria Valtorta possedeva in altissimo grado). Quelle causate dal demonio incominciano con soavità, ma poi l’anima si turba e diventa presuntuosa e superba.
  2. L’ortodossia. Se nelle visioni vi sono dei messaggi, essi devono essere conformi al Magistero (e infatti nessuna deviazione dal Magistero è stata mai riscontrata negli Scritti valtortiani).
  3. Lo stato morale del veggente. La visione autentica è gratia gratis data, per il bene della Chiesa, non del veggente (lo spiega in modo chiarissimo il Divino Maestro alla sua fedele “segretaria” il 18 luglio 1943, mostrando al tempo stesso la realtà del dotto clero vista dal Cielo: “Mi sostituisco ai pulpiti vuoti o suonanti parole senza vita vera ma pochi, anche fra i miei ministri, sono degni di capirmi.”). La gratia gratis data si differenzia dalla gratia gratum faciens che è il dono di Dio a un cristiano per conformarlo a Sé. La visione non implica la santità del veggente, ma questi deve avere almeno una virtù: l’umiltà, la quale fa sì che egli non cerchi favori straordinari da Dio, non se ne compiaccia, cerchi la discrezione e il nascondimento, accetti l’esame dell’autorità ecclesiastica e degli esperti (ed è questa una puntuale descrizione del carattere e del comportamento della grande veggente).
  4. I frutti delle visioni: queste devono suscitare conversioni durature (proprio come avviene con la Valtorta); eventuali miracoli sono importanti solo se strettamente legati alla visione in questione.

Analoghi criteri venivano già prescritti fin dal tardo medioevo dal grande teologo Jean Gerson (1363-1429),cancelliere dell’Università di Parigi, specie nei due trattati De probatione spirituum e De distinctione verarum visionum a falsis. In quest’ultima opera, Gerson ordina di “tenere la via di mezzo”. L’esame dev’essere cauto e razionale. Ciò che non è da Dio non può che venire dal diavolo. Paragona le rivelazioni alle monete, che provengono dall’imperiale tesoro di Dio, altrimenti sono cattiva moneta insinuata dal demonio. Attenzione alle illusioni che possono nascere dalla “malinconia” (oggi si direbbe dalla depressione).

Per essere in grado di discernere le visioni occorre osservare le virtù del veggente:

1) umiltà (dà “peso”, “serietà”),

2) discrezione (dà “flessibilità”),

3) pazienza (dà “durabilità”),

4) verità (dà “figurazione”),

5) carità (dà “colore”).

Il “peso” è la serietà che viene dall’umiltà che gli consente di evitare il peccato di vanagloria.

La discrezione è figlia dell’umiltà: il veggente non si vanta.

La pazienza nelle persecuzioni è segno di visione autentica.

La verità è la mancanza di “lacci nascosti”, ossia di errori dottrinali celati nel messaggio.

La carità è l’amore puro che il veggente dovrebbe avere. Attenzione a chi confonde l’amore con la passione disordinata, spesso fonte di gravissimi errori. Gerson cita a questo proposito il caso di un uomo prominente che confessò a un certosino che l’amore carnale non lo allontanava da Dio, ma al contrario accresceva in lui l’amore di Dio (sic!): esempio famoso per essere stato citato da Johan Huizinga (1872-1945) in Herfstij der Middeleuwen (L’autunno del Medioevo). Naturalmente si tratta solo di lussuria (eros) che conduce all’eresia pietistica tardo-medievale, una delle radici della cosiddetta “riforma” protestante (pecca fortiter et crede firmiter). Solo la visione o rivelazione che trasmette amore (quindi non eros, ma charitas disinteressata) ha colore di verità.

Maria Valtorta non soffriva certo di vanagloria, era umile e sottomessa, piena di discrezione, ben lontana dal vantarsi della grazia immensa ricevuta, mentre pettegolezzi e diffusione a tappeto di dettati furono invece colpevolmente fatti da Padre Migliorini e da altri Serviti, trasgredendo ai precisi ordini del Divino Maestro, con gravi conseguenze per la veggente. La Valtorta mostrò pazienza eroica di fronte alle persecuzioni alle quali fu assoggettata dal clero.

In ciò che scrisse non vi è la minima traccia di “lacci nascosti”, ossia di errori dottrinali. Proprio in seguito all’astio clericale e all’invidia clericale da cui era circondata, se vi fosse stato il minimo errore dottrinale sarebbe stato certamente da lungo tempo scoperto. Infine, non si può dubitare della sua carità eroica, pronta ad offrirsi al martirio pur di salvare le anime e sanare malattie, che prendeva su di sé, e che colora la sua rivelazione privata di amore puro, di carità autentica, grazie alla quale la lettura dell’opera ha portato innumerevoli conversioni. Come abbiamo visto, Nostro Signore le disse, che le visioni erano il premio proprio per la sua carità: da quella sarebbe stata giudicata e salvata, non dai dettati e dalle visioni che erano di per se stesse un premio.

La Valtorta passa dunque senza alcuna difficoltà il quintuplice esame secondo i salutari criteri suggeriti dal saggio ed erudito Gerson, il quale sa vedere la connessione tra santità del veggente e verità della rivelazione, ben diversamente da chi si preoccupa solo di prove offerte dalla “scienza galileiana”.

Anche i criteri del trattato gersoniano De probatione spirituum consentono di valutare positivamente l’Opera valtortiana. Si parla di spiriti che spontaneamente tentano di entrare in comunicazione. Nulla a che fare con lo spiritismo in cui l’uomo di propria iniziativa cerca di aprire porte che dovrebbero restare chiuse: pratica occultistica, satanica, perniciosa, da sempre condannata dalla Chiesa e aborrita da Maria Valtorta. Provare gli spiriti è comandato da san Giovanni, e per saperlo fare occorre un dono di discernimento che non tutti ricevono.

Sul piano teorico, il discernimento ha tre modi:

1) dottrinale,

2) sperimentale,

3) gerarchico.

La via sperimentale, tuttavia, non è sicura. Nessuno riesce a distinguere gli spiriti per via sperimentale o in base al sentimento. Lo spirito malvagio può infatti presentarsi nel modo più innocuo e accattivante. Più sicure sono le altre due, che si affidano al confronto con la Parola rivelata, ossia con la dottrina, e alle autorità teologiche. Praticamente, tuttavia, è assai consigliabile affidarsi all’osservazione degli effetti che la comunicazione degli spiriti ottiene. Infatti dalle loro opere si riconoscono i falsi profeti.

Come nel precedente trattato, Gerson raccomanda in particolare di guardarsi da individui “malinconici” (ossia depressi), frenetici e malati di nervi, rigettare gli eccessi di ascetismo che conducono alla superbia. Essenziale è la discrezione che evita le esibizioni e la ricerca delle lodi, ed è garanzia di spirito buono, mentre la superbia viene ingannata perché merita di essere ingannata. Il grande teologo francese aveva davanti agli occhi le intemperanze del pietismo, assai diffuso nella Francia settentrionale e nei Paesi Bassi alla sua epoca.

Di certo però non è questo il caso di Maria Valtorta, che non devia dalla dottrina e non entra in conflitto con alcuna autorità spirituale, e la cui opera non ha prodotto che conversioni e ravviva costantemente la fede di chi già la possiede. Maria Valtorta non era sicuramente né depressa, né frenetica o malata di nervi; dimostrava anzi eccezionale calma, equilibrio e razionalità, nonostante la sua infermità, le terribili sofferenze, le persecuzioni e i tradimenti che la assediavano. Anche in base a questi criteri gersoniani, la Valtorta non sembra assolutamente persona ricettiva a spiriti che non fossero di origine celeste.

L’editore, che Zucchini chiama derogatoriamente “il tipografo”, “non sarebbe idoneo a certificare l’adesione dei testi pubblicati agli scritti di Maria Valtorta” (p. 328), peggio ancora sarebbero “leciti dubbi sulla cura fatta nella trascrizione” (p. 519), accuse gravissime che sembrano rientrare nel reato di diffamazione a mezzo stampa (C.P. art. 595, comma 3°), in quanto ledono la professionalità dell’editore, screditandolo di fronte ai lettori e rovinandone l’immagine. Qui non si tratta di divergenze di opinione, ma di veri e propri giudizi temerari che attaccano l’onorabilità di un professionista. Sarebbe come accusare un giudice di incapacità e trascuratezza nell’interpretazione dei codici e nella redazione delle sentenze, o un venditore di generi alimentari di vendere cibi avariati.

Ancora una critica riguarda il fatto che il dettato sull’amore di Cristo per Giuda non sia stato aggiunto ne L’Evangelodopo il racconto del suo suicidio (p. 230). Zucchini non ha dubbi che lui avrebbe saputo fare tutto meglio.

Ed ecco a voi il “(…) devozionismo deteriore tipico dei tempi di Maria Valtorta” (p. 233). Ma cosa significa? L’Enciclopedia Treccani, definisce il devozionismo “Ostentazione di devozione religiosa”. Ma chi giudica se un atteggiamento è ostentato o no? Non c’è il rischio del giudizio temerario? Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica (2477), “Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno. Si rende colpevole di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo.” E prosegue prescrivendo (2478): “Per evitare il giudizio temerario, ciascuno cercherà di interpretare, per quanto è possibile, in senso favorevole i pensieri, le parole e le azioni del suo prossimo (…).” Esattamente il contrario di quanto fa, evidentemente, lo Zucchini verso i Pisani. Secondo il Catechismo Maggiore di San Pio X (454), “Il giudizio o sospetto temerario è un peccato che consiste nel giudicare o sospettar male degli altri senza il giusto fondamento.” I giudizi e i sospetti sparsi a piene mani dallo Zucchini contro i Pisani e il CEV rientrano oggettivamente in tali definizioni. Al contrario, non è possibile interpretare in senso favorevole le continue insinuazioni ed accuse zucchinesche, caratterizzate come sono da evidenti sottintesi del tipo “levati di lì che mi ci metto io”, o più esattamente: “molla il Tesoro valtortiano che me lo prendo io”.

Alti scandalizzati lai zucchineschi sottolineano questa ovvia verità enunciata dai curatori: “La Valtorta non ambì mai a farsi conoscere. Il suo Evangelo doveva camminare nel mondo senza essere del mondo; pretese persino che la prima edizione uscisse in forma anonima”: pura verità. Ma per Zucchini queste parole “lasciano senza fiato per l’incomprensione e il non senso verso tutta l’Opera valtortiana.” (p. 260). Ma come? Adesso salta fuori che invece la Valtorta ci teneva a farsi conoscere?! Ma questo significa stravolgere tutto! Era stato lo stesso Divino Maestro a ordinare che l’Opera uscisse in forma anonima, e Maria Valtorta, come sempre, era felicissima di ubbidire. Solo di fronte alla cocciuta opposizione del clero a negare il permesso di pubblicazione, nonché indignato perché le anime che l’Opera avrebbe potuto salvare si perdevano, il Divino Maestro stesso consigliò alla Valtorta di valersi del suo diritto d’autore perché, in qualche modo, l’Opera arrivasse alla gente (Quadernetti, 21 novembre 1948, pp. 165-166). Ma che Valtorta ha letto lo Zucchini?

“La ‘vulgata’ devozionista corrente racconta che Maria Valtorta ha scritto un commento ai primi quattro capitoli del libro dell’Apocalisse (…). Termina alla fine del quarto capitolo non per propria volontà, ma per scelta fatta da chi le dettava.” (p. 267). In effetti quella fu la punizione meritata dal clero, ma lo Zucchini si limita a notare, soavemente, che “l’uomo non ha collaborato”. No, non è il generico “uomo” che non ha collaborato, ma il clero ostile, avido e invidioso (di sicuro non devozionista) che non solo non ha collaborato, ma ha fatto di tutto per combattere l’Opera e perseguitare Maria Valtorta, finché eroicamente e provvidenzialmente è intervenuto un editore laico, senza il quale l’intera Opera valtortiana, disprezzata, incompresa e condannata, sarebbe finita in qualche scantinato a disfarsi inesorabilmente. L’uomo comune, senza tanta presunzione di alta teologia, era affascinato da L’Evangelo, e così sono fiorite innumerevoli conversioni, le quali, se il clero si curasse appena un poco della salvezza delle anime, dovrebbero essere motivo di gioia, evitando sterili e noiose concioni contro il cosiddetto “devozionismo”.

Lo Zucchini si interroga se il testo del commento all’Apocalisse sia stato veramente dettato da qualcuno (pp. 267-268): una domanda assurda che presuppone un’iniziativa autonoma della Valtorta su un tema di enorme importanza teologica su cui solo il Divino Maestro poteva illuminarla. Invero il “devozionismo” rappresenta, insieme alla pisanifobia, il vero filo conduttore dell’intero libro. Notevole l’espressione spregiativa “la vulgata devozionista corrente”, la quale presuppone che nessuno abbia capito alcunché della Valtorta prima dello scientismo zucchinesco, alimentato da una fede fanatica nella presunta “rivoluzione” che sarebbe stata apportata dal Lavère (p. 460). Questo studioso ha certamente portato nuove prove dell’autenticità della rivelazione valtortiana, ma che essa non fosse umanamente spiegabile era evidente anche molto prima, come ho già avuto occasione di sottolineare in MARIA VALTORTA: LA TESTIMONE DELLA VITA DI CRISTO (Isola del Liri, CEV, 2017, pp. 535), un libro che forse lo Zucchini non mancherà di bollare come devozionista a partire dal titolo fino all’ultimissima pagina, sebbene vi abbia dato ampio spazio alle interessantissime prove scientifiche portate dagli illustri studiosi che si sono occupati della Valtorta (Lavère, De Caro, La Greca, ecc.). Ma, si sa, come tutte le fobie, la pisanifobia rende ciechi.

Ed ecco qual è la prova che, cronologicamente, precede tutte le altre, ed è, già da sola, incontestabile e risolutiva. Il geologo Vittorio Tredici (Iglesias 1892 – Roma 1967), che aveva compiuto ricerche in Transgiordania (attuale Giordania), confermò l’esattezza delle descrizioni geologiche e mineralogiche di Maria Valtorta, la quale, fra l’altro, aveva notato nella zona stranissimi “dicchi”. apparentemente granitici, in realtà calcarei. Rocce calcaree imitanti nell’aspetto esteriore quelle magmatiche sono abbastanza rare, e si formano quando al carbonato di calcio si mescolano impurità che ne modificano il colore. Ad esempio, nel bacino del fiume Wear, nell’Inghilterra nordorientale, dove mi è avvenuto di compiere ricerche, non è facile, a prima vista, distinguere il calcare dalla dolerite (roccia magmatica), essendo entrambi di colore scuro, quasi nero. Per una sicura diagnosi occorre impiegare una soluzione diluita di acido cloridrico, che reagisce col calcare, liberando anidride carbonica gassosa con caratteristica effervescenza; mentre al contrario non reagisce affatto con la dolerite (o diabase), che è costituita da minerali silicei (plagioclasi e pirosseni). La dolerite del Wear è uniforme, per cui non è difficile che il calcare della zona, carico di fini impurità sabbiose, ne imiti bene il colore.

Il granito ha invece un aspetto tutt’altro che omogeneo, tipicamente granulare (particolarità che gli ha dato il nome), del tutto diverso dal calcare, il quale ha invece formula chimica semplice (CaCO3). Il granito è composto, in media, da ossidi, fra i quali al 72% domina quello di silicio (SiO2), seguito da quello di alluminio (Al2O3) al 14,4%, di potassio (K2O) al 4,1%, di sodio (Na2O) al 3,7%, ed altri ossidi in percentuali minori. Il netto dominio del silicio assicura che il granito non possa reagire con l’acido cloridrico. Al tempo stesso, l’aspetto granulare e tutt’altro che uniforme del granito rende estremamente difficile che un calcare, con la sua semplice formula chimica, possa imitarne l’aspetto.Eppure questo fortuito e rarissimo fenomeno si è verificato proprio a Ramot, in Giordania. Per un osservatore di passaggio, non particolarmente ferrato in geologia e privo dell’opportuna attrezzatura, scambiare il calcare di Ramot per una formazione granitica è inevitabile. Ora, Maria Valtorta non aveva mai studiato geologia e certo non si portava dietro acido cloridrico quando si aggirava in spirito per la Terra Santa di venti secoli fa, mentre si trovava nel suo letto a Viareggio, eppure vide e descrisse quella stranissima formazione geologica, più unica che rara, che, per il suo aspetto tipicamente granulare, le diede l’impressione che si trattasse di granito. Le ricerche sul terreno di Vittorio Tredici confermarono l’esattezza della descrizione, e ciò venne comunicato dallo stesso Dott. Tredici ai prelati della Curia romana che bloccavano la pubblicazione dell’Opera.

Questo avrebbe dovuto bastare a far comprendere che le visioni valtortiane non potevano essere inventate. Ma i “novelli farisei” (l’espressione è dello stesso Divino Maestro) non si resero conto, o non vollero rendersi conto, del grande valore probante di questo fatto. Ulteriori prove accumulate dal Lavère e da altri scienziati sono estremamente interessanti e di grande valore, ma, grazie al geologo Dott. Tredici, una prova scientifica schiacciante esisteva già parecchi anni prima del 2012, quando, a detta dello Zucchini, il Lavère avrebbe “sconfitto il devozionismo”. Le sue scoperte avrebbero “cambiato tutto” (sic!) e, di conseguenza, argomenta il Nostro, “c’è da domandarsi quale sia la soluzione migliore per mantenere insieme tutta l’eredità e contemporaneamente metterla a disposizione del maggior numero di persone possibili” (p. 305). Dunque l’attuale soluzione non sarebbe la migliore. E quale potrebbe essere invece l’auspicabile “soluzione migliore”? Diseredare i legittimi eredi e affidare il Tesoro valtortiano a Zucchini? Alla faccia di “Cicero pro domo sua”, o meglio “Cicero pro domo non sua”, all’insegna del blasone nobiliare avente per insegna: “mano rampante in campo altrui”.

Del resto la stessa indignazione del Divino Maestro per il rifiuto clericale di permettere la pubblicazione dell’Opera è la migliore prova che l’autenticità della stessa doveva essere evidente a chi non fosse invidioso, prevenuto o venale. Forse allo Zucchini è sfuggita l’edificante informazione su certi alti papaveri della Curia romana, contenuta in una lettera della Valtorta a Madre Teresa Maria (4 giugno 1950, vol. 2, p. 294): “‘Se mi date 200.000 lire approvo’, disse S. E. Traglia nel 1946. E ‘Se mi date 250.000 lire approvo’, disse S. E. De Romanis, ora defunto, nel 1947…”.

Lo Zucchini parla di “Damnatio memoriae (sic!) di Padre Berti lanciata da chi per decenni ha collaborato con lui (ennesima stilettata contro i Pisani), e sarebbe stato un grave errore a danno di Maria Valtorta perché avrebbe “confinato lei e la sua Opera nella serie dei visionari-immaginifici-deviazionisti-antiteologici-inventori-capricciosi di cui il mondo devozionista è pieno” (p. 346). La carica di disprezzo per tutto ciò che non è clericalmente inquadrato non potrebbe essere più penosa. Ma se lo scopo dell’Opera, chiaramente enunciato dal Divino Maestro (Quadernetti, p. 43), è quello di portare “altri alla luce che hanno perduta o sminuita”, o in altre parole salvare le anime, non si capisce che c’entri questa polemica ossessiva contro quello che lo Zucchini chiama “devozionismo”, contrapponendovi la teologia accademica e la “scienza”.

Non risulta che alcun libro teologico o scientifico abbia mai salvato anime. Uno dei più grandi teologi, anzi probabilmente il più grande, San Tommaso d’Aquino, messa a confronto la sua teologia con la visione celestiale che ebbe in estasi e in levitazione, riferì ai quaranta confratelli che avevano assistito, in chiesa, alla sua levitazione: “Mi hanno detto che quello che ho scritto va bene, ma è paglia in confronto a quello che ho visto.” Da allora non scrisse più teologia ma compose l’inno “Adoro te devote”, sublime inno di poesia devota che avvicina le anime a Dio molto più della Summa contra gentiles e della Summa theologica. Poesia, commozione, amore conquistano le anime al Cielo. Il gelo scientista ha solo un effetto paralizzante sulla vita dello spirito.

Ed ecco, in preda alla sua ossessione pisanifobica, lo Zucchini tornare ripetitivamente alla carica dando dei bugiardi ai curatori dell’Opera; vi sarebbero state aggiunte di correzioni già rifiutate da Maria Valtorta in un secondo tempo. Senza prove, lo Zucchini ripete, noiosamente, che si tratterebbe di “damnatio memoriae” contro Padre Berti, e continua col ditino ormai anchilosato in posizione di sparo (p. 452): “La svolta pesantemente devozionistica dei curatori successivi hanno (sic) voluto anche questo.” E non basta ancora (p. 478): “Il bivio che il redattore aveva davanti era se seguire le idee di Padre Berti oppure trovare una via più adatta al grande pubblico e quindi, di fatto, legare Maria Valtorta al carro del devozionismo. La scelta fu quest’ultima”, conclude drammaticamente lo Zucchini, al quale neppure viene in mente che l’obiettivo dell’Opera, nelle intenzioni esplicitamente espresse dal Divino Maestro, era proprio quello di raggiungere il maggior numero di persone, per l’ovvio motivo che salus animarum prima lex, e non super infimam plebem superexaltati theologi gaudeant, tenendo anche a mente il detto satirico ma aderente alla realtà, spesso citato dal mio maestro Prof. Pietro Scotti, salesiano: theologus erat, fidem quidam habebat, o res miranda populo.

L’ossessione di vedere devozionismo dappertutto non lascia mai lo Zucchini, che si accanisce paragonando il devozionista al goloso, definito anche “superbo ed egoista” (p. 484). In un ennesimo accesso di pisanifobia (p. 490-491), ecco l’accusa di non aver dato importanza alla carica antimodernista dell’Opera, come se un editore che salva dalla dimenticanza a cui l’avevano condannata i nuovi farisei, un’Opera destinata dal suo vero Autore alla salvezza delle anime, dovesse sovraccaricarla con astrusi commenti teologici. Le anime che il Divino Maestro cercava di raggiungere e salvare spesso non sapevano neppure cosa fosse il modernismo. Ma che importa ai paludati teologi la salvezza delle anime? Lo Zucchini lamenta la sorte della “gente semplice a cui nessuno ha mai parlato di modernismo” (p. 491). Beati loro; salveranno l’anima meglio di certi teologi.

Ricapitolando, decenni prima dell’entrata in scena del Lavère:

1) vi era già una prova scientifica schiacciante, data dalle conoscenze sulla geologia della Terrasanta che la veggente non poteva in alcun modo avere in modo naturale, e in questo la scienza offre un sostegno davvero prezioso, e non si tratta di forzatura scientista;

2) un’altra prova fondamentale era fornita dalla perfetta aderenza della rivelazione valtortiana ai rigorosi criteri gersoniani: bastava applicarli; se nessuno ci ha pensato prima, tanto peggio per i teologi;

3) lo stesso Divino Maestro (che sicuramente non può né ingannarsi né ingannare) era certo che i criteri per giudicare positivamente l’Opera fossero ben chiari fin da subito, e che l’opposizione clericale alla pubblicazione non avesse fondamento valido, anzi fosse un grave peccato.

L’accumularsi di prove scientifiche non fa quindi che confermare brillantemente il punto fondamentale già noto, e cioè che la Valtorta ha testimoniato la verità e le sue visioni sono autentiche.

Scientismo, sospetti e insinuazioni esprimono solo la puerile stizza di chi vorrebbe avere il controllo del Tesoro valtortiano e non può raggiungerlo. Qual è l’approccio più felicemente cristiano all’Opera valtortiana? Quello di un Editore che si limita a pubblicare i documenti di cui è legittimo erede e, dandoli alle stampe, li mette a disposizione della gente, con evidente e grande beneficio per le anime, sottraendoli alla dimenticanza e al degrado a cui li condannava il clero; o il chierico che compie una critica distruttiva lasciando intendere che in mano sua quei documenti sarebbero molto meglio usati, con abbondanti commenti teologici (le “parole senza vita vera” stigmatizzate dal Divino Maestro), commenti che alle anime semplici non dicono nulla?

Si può lasciare la conclusione alle visioni della Beata Anna Maria Taigi (Siena 1769 – Roma 1831), che nel suo sole spirituale vedeva anime semplici (e forse un po’ devozioniste), capaci solo di mormorare le proprie umili orazioni, salire dritte al Cielo, mentre preti e prelati (presumibilmente appesantiti da tanta scienza e dai peccati mortali di superbia e invidia, e forse anche da altre non piccole magagne) precipitavano all’inferno.

EMILIO BIAGINI


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