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AMBIENTE, CONFLITTO E SVILUPPO
di Emilio Biagini (Genova. Ed. E.C.I.G., 2a ed., 2007)

Recensione di Guido Milanese
Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Una lettura di quest’opera affidata ad uno studioso di altre discipline rispetto a quelle professate dall’autore può rivelarsi utile perché l’interesse  del volume consiste appunto non, banalmente, nel suo essere “interdisciplinare” (affermazione che è spesso una comoda scusa per giustificare la superficialità) ma nel collocare in sistema un ventaglio di competenze assolutamente non comune in un tempo di specialismi sempre più ferocemente autoreferenziali  . Dire che si tratta di un libro di storia della cultura è una definizione ragionevole, ben radicata nelle discipline praticate dall’autore. Insomma, domande diverse che rivelano la radice in una domanda comune, che è infine la dimensione storica (almeno per il presente lettore)  . “Ambiente” come spazio dell’uomo, “sviluppo” come concetto chiave che si oppone alla banalizzazione del “progresso” come chiave di lettura, consolantemente rettilinea, della storia, “conflitto” come luogo del rivelarsi delle tensioni ed emergere di spinte nuove: questi sembrano i concetti chiave del testo.
Ho volutamente usato la parola “testo”, intendendo richiamare il “libro di testo”; e in effetti diverse sezioni dell’opera rivelano un’origine (e anche una destinazione) di tipo didattico  . Ma non si tratta di un male, sibbene di un modo di rivelarsi della vocazione “unitaria” del Biagini, che si manifesta in capitoli apparentemente ‘digressivi’, quali quello sulla diffusione del Cristianesimo (I vol., pp. 468 sgg): come interpretare fatti come la distruzione dei monasteri, per esempio, senza capire le ragioni del vero e proprio odio antimonastico degli ambienti protestanti anglicani? sicché l’opera si presenta insieme come manuale e come “libro della vita” – il libro, che qualunque vero studioso prima o poi scrive, nella quale si condensa una visione del mondo e della propria disciplina: basti pensare ad esempio a Storia della tradizione e critica del testo del Pasquali, un’altra opera a suo modo “monumentale”, insieme sommamente didattica e sommamente scientifica.

L’Inghilterra, i fatti, le ideologie
C’è una tensione che si avverte pervadere tutta l’opera, ed è una tensione che conosce chiunque ami l’Inghilterra ma non voglia rinunciare ad amicus Plato, sed magis amica veritas – amore per l’Inghilterra e una sottile rabbia. L’isolazionismo come tratto costitutivo della mentalità britannica, il sentirsi alla fine estranei all’Europa – insomma i tratti costitutivi della mentalità anglicana, sono tutte caratteristiche “diffuse” nel mondo inglese; e la diffusa identificazione dell’Inghilterra con il concetto di democrazia va solo in parte accettata, come appare bene dall’opera di Biagini e come, con sofferenza, tutti coloro che sono legati all’Inghilterra ma senza chiudersi di fronte alla storia debbono ammettere. Pervade il libro una evidente volontà di ricondurre il lettore ai fatti, spesso ignorati dalla storiografia inglese: particolarmente convincenti, per uno studioso del mondo antico quale chi firma queste righe, sono le considerazioni (vol. I, pp. 295 sgg.) sul periodo della civiltà romana in Inghilterra: come osserva Biagini, non è possibile accettare il concetto di “occupazione romana”   come unico modus interpretandi di secoli di storia, la cui traccia di civiltà rimase attiva fino al Medioevo, nonostante le invasioni che alla civiltà romana assestarono colpi violentissimi.

Religione, storia, interpretazione
Accennavo prima ai monasteri distrutti, la “Dissolution of the Monasteries” voluta da Enrico VIII e richiamata anche in copertina del I volume. Questo tema, sviluppato in modo assai approfondito dal Biagini, riporta ad una delle radici di ispirazione dell’opera, ossia il ruolo della religione nella comprensione della storia. Il laicismo riduzionista, che (sulle orme, certamente non riconosciute perché assorbite dai luoghi comuni della cultura contemporanea) afferma appunto la riduzione della religione a puro fatto privato, come tale socialmente irrilevante e privo di qualunque impatto sulle modalità di vita reale delle persone, è, prima che una scelta inaccettabile per la costruzione della civiltà contemporanea, anche una vera e propria automutilazione per lo storico. Mi sembra in Biagini evidente l’influenza proprio di intellettuali inglesi: Dawson è citato, ed è un piacere assistere oggi ad una certa riscoperta delle opere di questo studioso messo sostanzialmente al bando in Inghilterra e che trovò non a caso solo ad Harvard (quindi nel più “neutro” ambiente americano) un riconoscimento accademico, sia pur tardivo  .
Dawson mi sembra il nume tutelare dell’opera di Biagini, insieme ad un altro grande autore, non citato, ma che lentamente approdò a risultati non diversi da quelli di Dawson stesso – intendo riferirmi all’americano anglicizzato Thomas S. Eliot. Se in What is a Classic il Medioevo è del tutto assente, certamente all’influenza di Dawson (criticato in parte, ma comunque citato con rispetto) si deve la scoperta del Medioevo come “luogo della civiltà cristiana” che appare evidente in The idea of a Christian society . Alla fine, in tutto questo percorso intellettuale degli inglesi “di opposizione” alla prestigiosa storiografia dominante (per usare un aggettivo ironicamente impiegato dal Biagini) appare, sotto sotto, la figura di Newman: il senso dell’itinerario intellettuale di Newman è, al di qua della componente strettamente religiosa e teologica, un immane sforzo di consapevolezza storica, che riporta l’Inghilterra alle sue vere radici europee, interrompendo una finzione isolazionistica tanto diffusa quanto ingannevole.
E, al fine, non è proprio qui il senso di una riflessione sul concetto di “sviluppo”? Biagini aveva già studiato sul piano teorico questi problemi molti anni fa (ad es. in Stadi di sviluppo: una formulazione teoretica) ma la realtà dell’analisi storica rende ulteriormente impossibile una accettazione passiva del concetto semplicistico di “progresso”. Non c’è, nell’atteggiamento un po’ aggressivo di Biagini, una spinta ideologica, ma semplicemente la reazione dell’uomo di scienza di fronte alla falsificazione e alla costruzione di castelli di carte. Giacché un fondo di positivismo “sano” si avverte in quest’opera: i fatti, poi le teorie. Per restare in ambito britannico, quest’opera sembra una confutazione de facto della pretesa opposizione tra le “due culture”  ; la cultura è una, e un lavoro di forte umanesimo come questo costituisce, di questo convincimento, una prova sicura.

Riferimenti bibliografici
EMILIO BIAGINI, Stadi di sviluppo: una formulazione teoretica (Stages of Development: A Theoretical Formulation). “Rivista geografica italiana”, 89 1982, 332–346
EMILIO BIAGINI, Rule Britannia: the wielding of global power. Halle, Projekte-Verlag 2006
EMILIO BIAGINI, Ambiente, conflitto e sviluppo. Le Isole Britanniche nel contesto globale. Genova, ECIG 2 2007
CHRISTOPHER HENRY DAWSON; PAOLO MAZZERANGHI (ed.), La religione e lo stato moderno. Crotone, D’Ettoris Editori 2007
THOMAS S . ELIOT, The idea of a Christian society. London, Faber & Faber 1954
T. S . ELIOT, What is a Classic. In “On Poetry and Poets”. New York, The Noonday Press 4 1966, 52–74
GIORGIO PASQUALI, Storia della tradizione e critica del testo. Firenze, Le Monnier 1952
CHARLES PERCY SNOW, The two cultures: a second look. Cambridge, Cambridge University Press 1969
MARTA SORDI, Alle radici dell’Occidente. Genova, Marietti 2002


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