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Il 12 settembre 1944 Gesù le aveva promesso una morte estatica: “Come sarai felice quando ti accorgerai di essere nel mio mondo per sempre e d’esservi venuta dal povero mondo, senza neppure essertene accorta, passando da una visione alla realtà, come un piccolo che sogna la mamma e che si sveglia con la mamma che lo stringe al cuore. Così farò io con te.”

Il 14 marzo 1947, giorno del suo cinquantesimo compleanno, quando lei temeva che Gesù non sarebbe più venuto a visitarla, dato che aveva finito di scrivere, Egli la rassicurò: “Io sempre verrò. E per te sola. E sarò ancora più dolce perché sarò tutto per te, ti porterò più su, nelle pure sfere della pura contemplazione… D’ora in poi contemplerai soltanto… ti smemorerò del mondo nel mio amore.”

Il distacco totale cominciò nell’estate del 1956. Quando ricevette dall’editore il primo volume dell’Opera, lo esaminò con indifferenza e lo depose sul letto come se non la riguardasse. A poco a poco entrò in una dolce apatia; lo sguardo rimase vivo, la sua espressione serena. Parlava solo per ripetere le ultime parole che le erano state rivolte. Ogni tanto esclamava: “Che sole che c’è qui.” C’è un’analogia col sole spirituale che accompagnò la vita di Maria Taigi, con la differenza che la Taigi vi leggeva profezie e aveva visioni, mentre per la Valtorta si trattava di pura contemplazione: il tempo delle visioni e delle profezie per lei era finito, il suo compito terminato. In due o tre occasioni particolari tornava in sé e dava risposte lucide e profetiche. Secondo il medico, date le sue spaventose condizioni fisiche, avrebbe dovuto urlare di dolore.

Morì la mattina di giovedì 12 ottobre 1961, mentre il sacerdote che l’assisteva le recitava la preghiera degli agonizzanti: “Proficiscere de hoc mundo, anima christiana.” Aveva sessantaquattro anni, di cui gli ultimi ventisette e mezzo trascorsi nel suo letto di dolore.

Il 2 luglio 1973 i suoi resti, traslati dal Camposanto della Misericordia di Viareggio, furono tumulati in una cappella del chiostro della basilica dell’Annunziata a Firenze.

Era nata il 14 marzo 1897 a Caserta da genitori lombardi. Il padre era maresciallo capo armaiolo del 19° reggimento Cavalleggeri Guide. Il padre era buono e l’amava molto. Lei lo adorava. La madre Iside Fioravanzi, un’insegnante di francese, era assurdamente rigida e priva di amore, e l’affidò a una nutrice di facili costumi che la trascurava, abbandonandola nell’erba dove qualunque animale avrebbe potuto ferirla o ucciderla, mentre la sullodata nutrice se la spassava con qualche maschio di passaggio. Maria era denutrita e malnutrita, ciò che, a quanto pare, le provocò una fastidiosa intolleranza alimentare al latte e alle uova. Nonostante la respingesse, amava di amore eroico sua madre. All’asilo dalle Orsoline a Milano (dopo un periodo trascorso al freddo a Faenza) si affezionò moltissimo le buone suore e si commuoveva contemplando le piaghe di Gesù in una statua che lo mostrava dopo la deposizione. Il papà e la nonna la consolavano, compensando le insensate durezze della madre. Nell’ottobre 1904 fu iscritta alla scuola delle Marcelline a Milano. La madre, ottusa oltre che rigida, non capiva la figlia e la picchiava senza motivo, o per motivi noti a lei sola.

Maria scrisse (p. 34): “Solo Dio ha risposto al mio desiderare. Gli altri, o perché non potevano o perché non volevano, infransero sempre il mio sogno e mi colpirono poi perché sulle rovine di questo piangevo.”

La madre, vera erinni domestica, non permetteva alla figlia di andare in casa di coetanee a giocare. Così, essendo figlia unica, era sempre sola e si consolava amando gli animali, cosa che scatenava, non si sa perché, le ire materne.

Muore purtroppo la nonna (madre dell’erinni) nel dicembre 1903 e così le resta l’erinni domestica. La bambina piangeva per la morte della nonna e la madre decretò che era una “superficiale”. La nonna aveva tenuto un po’ a freno la figlia, ma appena morta la madre, ecco l’erinni scatenarsi peggio che mai, tormentando marito e figlia col suo isterismo, certa di essere la perfezione incarnata e infallibile. Il marito, troppo buono, era incapace di reagire e di metterla a posto.

Nel 1907 avvenne il trasferimento a Voghera con il reggimento. A visitarli veniva un disastroso zio ateo Aristide Fioravanzi, che diceva cose orribili per le orecchie di una bambina. Lei venne iscritta alle scuole complementari perché la madre voleva farne una maestra, professione che lei aborriva; col suo carattere dolce sarebbe stata lo zimbello delle classi perchè sarebbe stata troppo accomodante e avrebbe perdonato tutto. La direttrice alle complementari era come la madre, superba, egoista, isterica, insopportabile e godeva di alte protezioni. Perseguitava Maria perché non le portava mai regali. A casa c’era lo zio ateo e malvagio che la scherniva.

Il 4 marzo 1909, neppure dodicenne, fu messa in collegio per sottrarla alla venefica presenza dello zio, ma invece di dire alla figlia il vero motivo del suo allontanamento, l’erinni disse che era una punizione per lei (sic), che veniva invece sacrificata allo zio indegno che, lui sì, avrebbe dovuto essere allontanato. Il collegio era quello delle Suore di Carità di Maria Santissima Bambina e si trovava a Monza. Vi restò fino al 23 febbraio 1913. Le compagne, viziate in casa, trovavano pesante la disciplina, mentre Maria, abituata ai maltrattamenti materni, si trovava benissimo in collegio. Dopo il collegio sarebbero occorsi gli studi classici, dove riusciva benissimo, ma la tirannica genitrice la obbligò invece a frequentare le scuole tecniche, nonostante le sue suppliche e quelle delle suore. Maria non capiva nulla di matematica, aveva già difficoltà con le frazioni ed era quindi assolutamente inadatta a studi di tipo tecnico.

La Valtorta soffriva perché si era offerta vittima fin da bambina e scrive che nel mondo la considererebbero pazza se sapessero della sua offerta. Ma lei sa di non essere né stolta né pazza, sa che Gesù, il suo amore, l’aiuta a portare la croce e in colloquio intimo (p. 92) lo ringrazia: “Tu hai avuto bisogno del Cireneo per portare la tua croce, ma per i tuoi piccoli cristi, che salgono il loro calvario portando la loro croce per amor tuo, per amore dei fratelli, per compire e continuare la tua Passione, sei Tu che diventi Cireneo, e quando la creatura vacilla e cade per la sua fragilità umana e, troppo sofferente, non ce la fa più a trascinare la croce, Tu le subentri e sottoponi le tue spalle divine al peso del legno, perché hai pietà delle piccole ostie, perché hai di esse un geloso amore, una santa ansia di innalzarle insieme a Te sulla vetta, fra la terra e il cielo, altari vivi e vivi turiboli sui quali l’occhio del Padre si china benigno e dai quali colano rivoli di grazie sul prossimo che passa e ignora…”

Nuovi dolori le vengono dalle sofferenze del padre. Infatti, nel 1910, sopraffatto dalla malvagia insensibilità e dalle continue sfuriate dell’erinni, oltre che dal brevetto rubatogli da un superiore (riguardante importanti miglioramenti nelle armi da fuoco, che il superiore brevettò dopo avervi apportato insignificanti modifiche), il padre di lei cade in una totale abulìa, come un ragazzo privo di volontà che ha bisogno di essere consolato e sorretto. Tocca così alla figlia sostenerlo dopo le continue scenate materne.

Scomparsa da anni la nonna e ridotto ad un rottame suo padre, Maria è così completamente alla mercé della madre insensibile e malvagia, che non la fa neppure curare quando cade per le scale ferendosi la colonna vertebrale. Dice che sono storie e la picchia perché ha rotto un oggetto. L’erinni, infatti, era l’unica in casa ad avere diritto di ammalarsi. Nel 1912 il padre deve congedarsi perché le sue condizioni non gli permettono più di restare in servizio attivo. A marzo di quell’anno l’erinni decide di trasferire la famiglia a Firenze. Negli ultimi tempi in collegio, Maria aveva cominciato ad avere dolorose premonizioni delle future guerre.

Prima del trasferimento partecipa ai suoi ultimi esercizi spirituali in collegio e ne trae un grande profitto spirituale. Durante quegli esercizi sente una predica del vescovo Monsignor Cazzani, che parla di Maria Maddalena, additata come esempio di grande penitente. La Valtorta aveva pure locuzioni interiori, delle quali una in particolare le rimase nitida nella memoria, perché era consonante con i pensieri suscitati dall’esempio di Maria Maddalena, una natura ardente che, come si era gettata nel peccato, con la medesima forza si gettò nel pentimento e nell’amore incondizionato per l’Unico che merita di essere amato sopra ogni cosa e che la difenderà davanti al fariseo sprezzante e a coloro che la rimproverano per aver sprecato trecento denari di nardo per ungere i piedi del Maestro.

“Anima che mi ami”, le disse Gesù (p. 110), “deponi il desiderio di amarmi come Agnese e Cecilia, come Agata e Lucia. Tu non sarai l’amore innocente. Sarai l’amore penitente. Non le vergini incontaminate, passate nel mondo quasi non per merito dei loro piedi, ma portate dagli angeli in volo, onde il fango della vita neppur sfiorasse la loro stola, saranno le tue guide, ma le creature che conobbero il morso del male, che mordettero la polvere in ora di crollo morale, che spasimarono per la creatura perdendo di vista il Creatore e che poi seppero risorgere e rinascere con un’anima nuova formata di pentimento e di amore, elevandosi tant’alto nella vita dello spirito da riacquistare una fulgidezza non minore a quella dei puri per grazia di Dio e certo più meritoria perché dolorosa, faticosa oltre ogni modo a conquistarsi.”

In realtà Maria non peccò mai fisicamente, ma solo nel desiderio, vagheggiando la creatura (i giovani di cui si innamorò, e che la madre sadica si incaricò di farle perdere) invece di restare fissa nel desiderio del Creatore. Nel libretto distribuito alla fine dei santi esercizi spirituali, nelle pagine destinate alle riflessioni personali, Maria scrisse: “Sacrificio e Dovere in ogni ora, in ogni contingenza”. Un programma di vita al quale rimase sempre fedele. Le suore intuirono il suo misticismo e le proposero di entrare in convento. A lei sarebbe tanto piaciuto, ma sentiva che non era quella la sua vocazione. Doveva combattere e soffrire nel mondo.

A Firenze si confessava frequentemente e faceva quotidianamente la Comunione. Per questo la madre, dando un perfetto esempio di indifferenza religiosa, la rimproverava dicendo che la sua era ipocrisia. Innamoratasi di un giovane col quale aveva scambiato solo qualche saluto e qualche parola innocente, fu brutalmente aggredita dalla genitrice che l’accusò ignobilmente di impurità mai commesse. Maria aveva solo sedici anni e, nella sua innocenza, non immaginava neppure che un uomo e una donna insieme possano peccare. L’erinni cominciò pure a diffamarla, a parte il fatto che la mandava in giro miserabilmente vestita. Non voleva che si sposasse per fare della figlia, con mostruoso egoismo, una serva gratuita. Si ebbero due tragici risultati: risveglio della concupiscenza nell’anima innocente e rovina della reputazione della fanciulla. Il giovane del qual era innamorata, originario di Bari, era laureato in lettere e studiava i primi poeti italiani, e sarebbe stato un ottimo partito sotto ogni punto di vista. Dato che abitava a pensione al piano di sotto, sentì la scenata bestiale e immotivata dell’erinni a sua figlia e partì subito.

Il giovane, di nome Roberto, contava di tornare a prenderla appena avesse compiuto diciotto anni, ma morì in guerra. Avrebbe potuto restare a casa, in quanto figlio unico di madre vedova, ma la delusione amorosa sofferta lo spinse ad arruolarsi volontario: così l’erinni fu pure indirettamente responsabile per la sua morte. Maria fu lungamente tentata al suicidio. Suo padre, privo di volontà, invece di affrontare la moglie e imporle una buona volta di smettere di tormentare la figlia, non sapeva che piangere insieme a lei. Nella notte tra il 17 e il 18 giugno 1916, Maria fece un sogno vivissimo e straordinario (pp. 146-150) che la consolò: sognò che Cristo veniva a strapparla al demonio e ad ammonirla che non basta non fare il male ma bisogna pure non desiderarlo. Con sovrumana carità, Maria continuò ad amare sua madre e a servirla benché continuasse ad opprimerla. Così superò sia le tentazioni carnali sia quelle di suicidio.

Nell’estate del 1916, Maria soggiornò a Viareggio con la famiglia insieme alla cugina Giuseppina, detta Peppina, una ragazza leggera, figlia dello zio ateo che era andato ad abitare a Bergamo, e altri due cuginetti, in una casa di via Umberto I, dove era stato praticato lo spiritismo e si sentivano orribili presenze e rumori sinistri avvertiti da tutti. In seguito agli inquietanti fenomeni di poltergeist e ai rumori notturni, la famiglia, dopo avervi soggiornato per due estati, abbandonò quella casa. Maria vi aveva pure sofferto la fame, non potendo mangiare né latte né uova in seguito alle privazioni sofferte nell’infanzia, senza che la madre se ne preoccupasse.

Tornata a Firenze il 10 agosto 1917, la famiglia coabitò con lo zio ateo e Peppina, i quali essendo di ben altra pasta in confronto a Maria e a suo padre, tenevano testa all’erinni, così che si scatenavano liti continue. Un vero e proprio inferno, con Maria presa tra due fuochi e tormentata da madre e zio.

Il 18 novembre 1917, prese servizio in un ospedale militare a Firenze e vi rimase diciotto mesi, facendo ottimo servizio, finalmente lontana dalla madre. Volle servire fra i soldati e non tra gli ufficiali perché voleva veramente aiutare e non cercare marito. Sperava inoltre di contrarre una malattia e morire. Era felice tra quei ragazzoni buoni e pii, molti dei quali morirono dandole la speranza di rivederli in paradiso.

Il 23 dicembre 1918 scoppiò una lite spaventosa tra la madre da una parte e lo zio e la figlia di lui Peppina, che era una “civetta”, dall’altra. Zio e nipote lasciano così la casa.

Nella sua vita appare Mario e l’aiuta ad intensificare la sua pietà religiosa. Vorrebbe sposarla, ma lei non acconsente perché si sente ormai consacrata a Gesù. Nel maggio 1919 giunge a Firenze la cugina Maria Clotilde Morello, col figlio di otto anni che aveva bisogno di cure all’ospedale pediatrico Mayer, dove il bambino viene guarito di un’infiammazione a una ghiandola sottolinguale. La cugina affronta la madre e riesce ad ottenere che Maria parta con lei. La cugina era moglie di Giovanni Battista Belfanti, uno dei cugini di primo grado della madre, accompagnò Maria prima a Torino, poi a Monza, al convento dove era stata interna, ma la pessima vice-superiora aveva il pieno controllo del convento, dato che la superiora ammalata non era in grado di far nulla, la trattò con durezza, non lasciandole altra prospettiva che tornare a casa dalla madre.

Mario assediava ancora Maria per averla in sposa e il 3 novembre la domandò alla madre, che lo mise brutalmente alla porta. L’erinni aveva assecondato l’amicizia di Mario per la figlia solo perché la distraesse da altri corteggiatori, ma, accortasi che poteva portarle via la sua serva gratuita troncò subito quel legame.

Ma Mario tornò alla carica sostenuto da suo padre che era colonnello e da altri parenti: sembrava loro impossibile che un così buon partito, con un’ottima carriera davanti, e sinceramente innamorato, potesse venire respinto. Mario e suo padre furono molto persuasivi con Maria. Anche per consiglio di altre persone buone, lei si decise ad accettare. Mario e il padre colonnello si preparavano dunque alla battaglia contro l’erinni per strapparle la figlia quando, il 17 maggio 1919, un piccolo delinquente figlio di un comunista e della modista delle Valtorta, pieno di odio e di viltà, aggredì Maria alle spalle con una sbarra di ferro e le assestò una mazzata gridando: “Abbasso i signori e i militari”.

Maria stava malissimo per l’aggressione subita e l’erinni ne approfittò per mettere alla porta Mario, il colonnello suo padre e tutte le persone amiche, e dopo averla tenuta chiusa in casa perché non vedesse nessuno, la portò a Montecatini, dove voleva pure ricorrere a pratiche magiche per toglierle Mario dalla testa. Infine la portò a Reggio Calabria dai cugini Belfanti, ricchi proprietari di due alberghi, dove arrivarono il 10 ottobre 1920. Maria aveva perso Mario e Roberto per l’egoismo materno, e se si fosse sposata avrebbe anche evitato di trovarsi con la madre all’appuntamento col piccolo delinquente comunista che le aveva rovinato la schiena. In quanto maggiorenne, avrebbe avuto pieno diritto di piantare in asso la madre, ma non lo fece per obbedienza eroica. Tutto ciò, come la stessa Valtorta riconosce, era provvidenziale perché la legava a Dio. L’apparente disastro terreno, che lascia con la bocca amara la gente materiale che avrebbe agito ben diversamente, era l’inizio di una scala di santità che stava conducendo Maria Valtorta all’Amore supremo che non l’avrebbe mai lasciata. Il padre era ormai come un bambino dominato in tutto e per tutto dall’erinni. Perduto l’amore terreno, ormai non le restava che Dio.

I cugini Belfanti erano in urto con la madre di lei, come tutti quelli che l’avvicinavano, e prendevano le parti di Maria, facendo infuriare l’erinni e cercavano di allontanarla dalla madre, facendola soggiornare nell’altro dei due alberghi che possedevano. Purtroppo il padre di Maria, al quale era stato affidato il compito di sorvegliare il personale degli alberghi, volle tornare a Firenze. Per una volta si impose e partì il 21 maggio 1921 insieme alla moglie, la quale preferì lasciare Maria a Reggio Calabria per tenerla lontana dalla possibilità di incontrare Mario e suo padre, il colonnello che avrebbe voluto vederli sposati.

Mario si ripresentò: venne a Reggio Calabria e incontrò Maria; l’amore c’era sempre, ma la madre snaturata riuscì con un vile strattagemma a staccarlo dalla figlia e a rovinarlo. Fingendo di essere disposta ad acconsentire al matrimonio, si fece dare dalla figlia l’indirizzo di Mario che era ufficiale addetto alla squadra internazionale che presidiava gli stretti turchi. Clotilde Morello, moglie di Giovanni Battista Belfanti, le consigliò di non dare alla madre l’indirizzo del giovane, ma di metterla di fronte al fatto compiuto, ma Maria non si sentiva di opporsi alla madre e cedette. Appena ebbe l’indirizzo, l’erinni scrisse al giovane una lettera che è stata poi distrutta e il cui contenuto è quindi sconosciuto, ma non è difficile immaginare che contenesse calunnie contro la figlia, dato che non aveva esitato a calunniarla anche per allontanare il primo pretendente Roberto. Il risultato fu che Mario interruppe ogni contatto con Maria, piombò nella più cupa disperazione e si legò a una donna russa di facili costumi che si trovava a Costantinopoli. Maria soffrì orrendamente per il tradimento di Mario, ma trovò consolazione in Cristo, perdonando al fedifrago e a sua madre. L’erinni rovinò così la figlia ed entrambi i giovani che avevano “osato” cercare di sposarla. Non ancora soddisfatta, fece ricorso allo spiritismo, ossia a pratiche sataniche, per staccare la figlia da Mario.

Il 2 agosto 1922 Maria tornò a Firenze. L’erinni, certa ormai di aver trionfato sui pretendenti della figlia, la voleva di nuovo come serva a buon mercato. Infatti, a parte il poco mangiare, non costava nulla, perché quanto al vestire le andava bene tutto, purché fosse pulito. Infatti, appena arrivata la figlia, l’erinni licenziò la serva. Grazie alle calunnie materne, i negozianti chiedevano velatamente o addirittura apertamente che cosa avesse fatto del “figlio” che si presumeva dovesse aver avuto durante il soggiorno calabrese.

La sera dell’ultimo dell’anno 1923, Maria incontrò Mario, in piazza Cavour. A ventisette anni era un rottame, come lo aveva ridotto il dispiacere e la donnaccia alla quale si era disperatamente accompagnato per dimenticare il suo dolore. Non si parlarono. Lei non osò chiedergli spiegazioni, anche perché si sentiva impedita da immaginarie imperfezioni, conseguenza dei continui sforzi di sua madre per farle perdere ogni fiducia in se stessa. Eppure tutto questo contribuiva alla sua santificazione. Infatti commenta il fatto ringraziando del dolore che la colpisce. Il dolore che viene dagli uomini le pare dolce perché, accettato, serve a redimere, a espiare, a ottenere per il prossimo. Diverso è il dolore che viene da Dio, del quale scrive (p. 225): “O mio dolore che mi viene da Dio e che hai mille volti, che tu sia benedetto! Benedetto quale sei ora: dolore di malattia, dolore di povertà che avanza, dolore di incomprensione dei miei simili intorno al mio letto d’inferma, dolore dato da infinite cose attuali! E benedetto tu, quale fosti negli anni passati: dolore di essere derisa come malata immaginaria, dolore di non vedere mio padre nell’ora estrema, dolore di non essere capita nel mio fuoco d’apostolato, dolore di disamore materno sempre, sempre, sempre uguale! E benedetto tu, dolore, per quando, non comprendendoti nella tua veste regale, non t’amai: dolore dei miei vent’anni e del mio amore spezzato! Benedetto, benedetto, o Dolore, che mi hai levata al mondo e mi hai dato a Dio! Benedetto per la scienza che da te m’è venuta! Benedetto per la carità che mi ha infusa! Benedetto per l’ala che hai resa al mio io onde ho potuto raccogliermi in cielo con tutti i miei desideri più santi! Benedetto, o Dolore, che mi hai unita a Gesù sulla medesima croce e in un’unica missione, che da venti secoli si perpetua, per portare le anime al Regno di Dio e il Regno di Dio nelle anime! Mai finirò di benedirti, o Dolore, o mia gioia, perché in te ho trovato la pace!”

Nella primavera del 1923 la Valtorta scrisse la sua prima offerta a Dio, chiedendo perdono per le colpe passate e la grazia di “portargli delle anime”, specie quelle dei suoi genitori e di Mario. La vita continuò con le solite vessazioni dell’erinni al marito e alla figlia.

Nel settembre 1924 la famiglia dovette lasciare la casa in affitto a Firenze perché il proprietario voleva affittarla ad altri a prezzo decuplicato. Allora il padre si decise a tentare il ritorno a Reggio Calabria e scrisse in tal senso ai cugini Belfanti, ma quelli non accettarono. La città dello stretto era ormai risorta dalle rovine del terremoto, i prezzi delle abitazioni erano saliti, nuovi parenti erano affluiti agli alberghi e aiutavano nella sorveglianza del personale, ciò che durante il primo soggiorno era stato appunto compito, remunerato, del padre di Maria, e naturalmente si aggiungeva il ricordo della sua cocciutaggine con cui aveva voluto andarsene quando invece i Belfanti avrebbero voluto che restasse. Così non restò che trasferirsi a Viareggio, in una casa di via Fratti comprata il mese prima.

Un fatto importante per Maria fu l’acquisto dei Vangeli e della Vita di santa Teresa di Lisieux. Fu conquistata da quella lettura e rafforzata nel suo proposito di darsi a Dio pur restando nel mondo. Avrebbe voluto fondare una sezione dell’Azione Cattolica, ma alla sua parrocchia di S. Paolino, affidata al clero secolare, e contigua a quella di S. Andrea, affidata ai Serviti, non le fu concesso.

Un ufficiale di marina, figlio di un generale di divisione amico dei Valtorta, si ammalò di setticemia all’ultimo stadio ed era in grave pericolo di vita. Il padre del giovane supplicò Maria di andare ad assisterlo e lei si prodigò per oltre tre mesi, dal 6 gennaio al 9 aprile 1927, riuscendo a strapparlo alla morte, come attestato dal medico curante. Il 9 aprile. lei si recò dal malatino che cominciava ad alzarsi, recando un ramo di ulivo benedetto, per ricordare alla famiglia la prossima Pasqua, visto che quella gente non brillava per pietà religiosa. La madre del giovane, per ringraziamento, le fece una sfuriata, gettò l’ulivo benedetto nella spazzatura e accusò Maria di aver voluto insediarsi in casa, di avere delle “mire” sul giovanotto e di essere “troppo vecchia” per lui. Il malatino si era già alzato ed era col padre e il fratello nella sua camera: tutti erano zitti e profondamente imbarazzati. Maria stava per rispondere per le rime, ma le sembrò che Cristo le chiedesse il sacrificio del suo amor proprio, in prossimità della Pasqua e non disse nulla (neppure alla madre che avrebbe fatto uno sfracello), e quando incontrò nuovamente la madre del ragazzo le chiese scusa per il male che non aveva mai pensato di compiere. In realtà fu messa alla porta dalla famiglia del generale per meschino calcolo economico: la paura di dover remunerare l’assidua assistenza che lei aveva prestato; ciò le venne confermato dalle balbettanti scuse del generale quando le avvenne di incontrarlo. Lei si sentì ricompensata dal Divino Amore e volle immolare ancor più il suo amor proprio.

Il 1927 e il 1928 passarono in una sete di immolazione di amor proprio, di sentimenti, di penitenze, di sacrifici: una serie di calici amari che diventavano dolcissimi perché erano sacrifici fatti per Gesù.

Nella primavera del 1929, recatasi a Cremona per accompagnare in collegio un ragazzo che una cattiva madre “senza testa” stava trasformando in un discolo, rimase ospite per quindici giorni di una sua ex compagna di collegio, e qui venne a sapere che l’Azione Cattolica era stata fondata a Viareggio presso la parrocchia di S. Paolino. Non l’avevano voluta quando lei aveva proposto di fondarla.

Sciupata e sofferente, con un terribile dolore vertebrale e mal di cuore, fu obbligata a tornare a Viareggio da un perentorio telegramma dell’erinni e lavorare come una schiava occupandosi della casa e dei bagnanti che la famiglia prendeva a pigione.

A fine dicembre 1929 partecipò agli esercizi spirituali dell’Azione Cattolica in parrocchia, si confessò con Monsignor Sanguinetti che teneva gli esercizi, e costui impose che diventasse delegata alla cultura. Le giovani le si affezionarono.

Il Venerdì Santo 1930 in chiesa, durante le funzioni, soffrì gli spaventosi dolori della Passione, ma senza segni esteriori.

Nell’estate del 1930 venne a pensione un dottore distintissimo il quale, con un medium che veniva a trovarlo, praticava lo spiritismo. Maria avvertì subito un’atmosfera opprimente e combatté col nome di Gesù scacciando il diavolo che tentava di schiacciarla e bloccarne i movimenti.

In un inciso, la Valtorta lamenta il materialismo dell’Europa scristianizzata e la tiepidezza e superficialità di troppi preti. “Oh! Pietà, pietà di queste povere turbe europee, greggi rimaste con troppo rari veri pastori, mal guidate dagli altri, che più che del gregge si occupano di infinite futilità materiali!” (p.258).

La madre, eliminati (e a tutti gli effetti rovinati) i giovani e forti  che avrebbero potuto farla felice, si mise alla ricerca di qualche individuo vecchio o con difetti, che sposasse la figlia e abitasse con loro. In questi assurdi piani dell’erinni rientra un vecchio con quarantadue anni più di Maria, e un avvocato giovane e ricco ma con un’imperfezione fisica tale da invalidare il matrimonio.

Cinque anni dopo l’offerta all’amore divino, il cuore della Valtorta era esploso. I medici dicevano che “i fasci nervosi erano tutti spezzati” (p. 265). Era un mistero come, con quel malanno e tutti gli altri di cui soffriva, fosse ancora viva.

In Azione Cattolica, Maria incontrava solo malignità da parte delle dirigenti, che imbrogliarono perché non fosse eletta presidente diocesana. Ella ne fu contentissima, dato che non aspirava a cariche. Cominciò a tenere conferenze gratuite per avvicinare le anime al Vangelo, per il quale nutriva sentimenti tenerissimi, mentre non amava i libroni di teologia, complicati e difficili. Con le sue conferenze, la Valtorta riuscì a raggiungere i non praticanti: era già lo stesso scopo che Cristo si sarebbe proposto nell’ispirarne l’Opera.

Maria continuava ad avere premonizioni e presentì un terribile male in arrivo, e infatti nel 1931 arrivò la soppressione dell’Azione Cattolica. Dall’effimero trionfo dei Patti Lateranensi del 1929 erano passati solo due anni e il regime cominciava la sua discesa nel disastro. Il primo venerdì di giugno del 1931, durante la Messa insieme alle giovani di Azione Cattolica, lei soffrì “una vera agonia di sangue” (p. 275) e la visione intellettuale di tutta la catastrofe che sarebbe seguita. Finita la Messa, in un lago di lacrime, dovette essere accompagnata fuori come una cieca. Il 1° luglio 1931, festa del Preziosissimo Sangue, si sentì sbocciare nel cuore il suo atto di offerta e scelse per sé il nome di “Maria della Croce” e chiese la grande croce per esservi immolata. Sentiva Dio presente, ma se Gesù la carezzava, il Padre “appesantiva la sua mano sul cuore” (p. 276). Era l’ora del Getsemani, durata lunghi anni, e addolcitasi solo nel 1941.

Dopo l’atto di offerta, fu assalita da terribili mali fisici e sofferenze spirituali per le prepotenze, le insensibilità, le invidie, e soprattutto a causa della madre, sempre irragionevole e dispotica. Maria aveva sempre maggiori difficoltà a mantenersi dritta. Ebbe la preveggenza profetica della catastrofe che si andava preparando. Ma peggiore fu il Getsemani che ella soffrì, identificata con Gesù, triste fino alla morte per i peccati altrui, abbandonata da Dio, con la mano del Padre che si faceva sempre più pesante su di lei. Ma amava Cristo tanto più fortemente, pur non sentendolo né coi sensi umani né con quelli sovrumani, sapendo che l’amore che Egli non le dava lo avrebbe ritrovato in cielo centuplicato. Non amò mai Gesù così sovrumanamente come mentre Egli non ricambiava sensibilmente il suo amore, e gli parlava dicendo (p. 281): “Povero Gesù! Forse sei stanco. Bussi alla porta di tanti cuori per entrare e riposare la tua divina stanchezza di Pellegrino che non ha dove posare il capo, perché tua delizia è non stare nei Cieli ma stare fra gli uomini che hai ricomprati col tuo dolore. E nessuno ti vuole accogliere. Hanno già la casa del cuore piena di sollecitudini terrene… Tu sei lo sconosciuto e, all’apparenza, si capisce subito che non porti ricchezze umane, onori terreni. Perciò ti chiudono la porta in faccia, se pure non ti escono contro coi mastini e coi randelli per cacciarti di più. E Tu sei stanco… Hai trovato un ricovero in un povero cuore che è tutto aperto a riceverti e ti sei addormentato con la tua afflizione nel cuore. Dormi, Gesù. Il sonno ci smemora da ciò che dà dolore. Dormi e riposa. Rimani Tu, come Padrone di casa, della mia povera casa del cuore, mentre io vado in giro per Te, a cercarti dei cuori, a dire Chi sei… Fa’ il tuo comodo, Amore mio. Io farò il meno rumore possibile per non svegliarti, non avrò neppure un gemito se qualche cosa mi ferirà… Mi accontento di poterti servire lavorando per Te, di poterti amare senza che Tu me lo impedisca, di poterti contemplare, o divina Bellezza, mentre dormi nel mio cuore.”

All’insensibilità della madre si aggiungeva l’insensibilità dei preti. Uno di essi, che l’aveva molto avvicinata e aveva visto il suo equilibrio e avrebbe quindi dovuto essere suo difensore, la trattò da isterica: “Ma la sua, più che una malattia, deve essere una turba isterica. Sa! Le donne!… Siete sempre dominate dall’isteria. In voi tutto si compie solo per l’impulso di certi organi. È lì che devono cercare i medici.” (pp. 281-282). Al diniego di Maria che i medici non hanno proprio trovato nulla in quel senso, il prete, con un sorrisetto più pungente di un cespuglio di fichi d’India, disse: “Allora saranno turbe mistiche.” Con enorme sforzo, Maria si limitò a rispondergli di non essere né abbastanza femmina per essere dominata da certi organi né abbastanza santa per essere degna di turbe mistiche.”

Il 4 gennaio 1932 vide il suo angelo custode. Era domenica e la casa era satura di gas per colpa dell’erinni, che aveva fatto quattro scaldini, tenuto un gran fuoco nei fornelli e serrate le finestre. Maria tentò di aprire una finestra ma l’erinni glielo proibì urlando e sgridandola come al solito. Solo quando cominciò a sentirsi male anche lei si accorse finalmente del gas. Nel frattempo Maria, sovraccarica di faccende domestiche imposte dalla madre, si sentì male e ruzzolò sulle scale ferendosi, e fu in quel momento che vide l’angelo. Nessuno la soccorse per mezz’ora, ma lei era lieta lo stesso per aver potuto vedere l’angelo e andò ugualmente all’Azione Cattolica a tenere la sua conferenza su S. Francesco.

Come Padre Pio in confessione, Maria sapeva già tutto delle anime, perché si accorse di poter leggere in esse, ma con dono minore rispetto al grande santo di Pietrelcina, in quanto si accorgeva solo che un’anima era turbata, senza conoscerne il motivo (p. 285).

Espressamente sollecitata da Padre Migliorini, la Valtorta riferisce le sue dettagliate premonizioni (pp. 298-299): aveva visto profeticamente tutte le vicende belliche prima che si verificassero, dalla guerra etiopica a quella di Spagna e alla Seconda Guerra Mondiale. Aveva anche premonizioni più personali, delle cattiverie contro di lei da parte delle socie di Azione Cattolica, e le ammoniva che avrebbero fatto del male solo e se stesse.

Il 18 dicembre 1932 ebbe un terribile malore all’Istituto S. Dorotea dove doveva tenere una conferenza su Giovanna d’Arco. Tornata a casa stravolta, venne rimproverata dalla madre e dovette preparare la cioccolata per lei e per un vecchia signora in visita. Seguì una notte di orrende sofferenze. Il giorno dopo la madre continuò a mandarla fuori per commissioni, mentre non si reggeva in piedi. Per risparmiare soldi, la mandò dal medico invece di chiamare il dottore in casa, e questi la fece riaccompagnare a casa dalla cameriera e disse all’erinni che la figlia era gravissima. Suo padre soffrì moltissimo nel vedere la figlia rovinata nel fisico a trentacinque anni, mentre la madre non cessò affatto di vessarla. Infatti, dato che non poteva più uscire, la obbligava a lavorare in casa nonostante le sue condizioni di salute.

Maria uscì per la Messa di Mezzanotte del Natale 1932 e si sentì malissimo: fu quella l’ultima Messa alla quale poté recarsi. Il 4 gennaio 1933 la snaturata genitrice pretese di essere accompagnata mentre andava in visita, e fu quella l’ultima volta che Maria uscì di casa. Si sentì tanto male e le era tanto impossibile camminare che perfino l’erinni fu costretta a rendersene conto. Anche se impossibilitata a uscire, fu ugualmente costretta dall’erinni a fare i lavori di casa, nonostante che fosse più volte in fin di vita per attacchi cardiaci. Inoltre soffriva acutamente per la privazione del Corpo di Cristo che solo di rado le veniva portato.

Il Venerdì Santo del 1933 si sentì trafiggere come da una lancia e credette di morire col petto squarciato (p. 316). I “sapienti Esculapi” arzigogolarono su una possibile lesione al mediastino o fra questo e il cuore, senza capirci nulla. Ma il dolore scompariva quando, con la forza della preghiera, riusciva ad ottenere una grazia dal Cielo, per cui fu evidente l’origine soprannaturale del dolore. Allora chiese di sentire i dolori della Passione e l’amore del Figlio di Dio per i peccatori, il tutto senza segni esteriori, non ritenendosi degna delle stigmate. Le fu concesso. In pratica aveva chiesto di morire d’amore per Dio e per le anime.

Dal 1° aprile 1934, inchiodata al letto, tormentata in ogni modo dal diavolo, dalla madre e dal prossimo, compresi i medici che insinuavano che fosse pazza, non perse mai la fiducia in Dio e la volontà di soffrire. Il demonio la tormentò nove anni, dopo che si era consacrata alla sofferenza. Finché Dio era stato su di lei proteggendola con le ali del suo Amore, il demonio poco aveva potuto farle, ma da quando si era posta come un’ostia sull’altare di Dio giudice, e perciò abbandonata a se stessa, il diavolo aveva potuto perseguitarla, perché si era posta nella medesima condizione di Cristo al Getsemani, gravato dai peccati e sotto il peso dell’ira del Padre.

Nell’estate del 1934 Maria era in fin di vita per le molte cure errate. Nessun medico riusciva a capire cosa avesse. Le cure del tutto inappropriate a base di calcio le causarono la calcificazione delle arterie. Doveva essere vegliata e così la madre fin dalla prima notte l’abbandonò, lasciandola in mano ad altre, signore e signorine amiche. Finalmente un medico amico pose fine alle idiozie dei medici precedenti e le trovò un medico curante serio il quale capì di che si trattava e disse spesso e per anni: “Noi non possiamo nulla in questo caso. Ci troviamo di fronte a forze più forti della medicina, le quali impediscono il minimo sollievo delle condizioni della malata come impediscono la morte della stessa, che umanamente avrebbe dovuto essere morta già da anni e per la violenza dei mali che la rodono e per le cure stolte fatte in principio. Io non sono un credente convinto, ma mi arrendo all’evidenza del miracolo. E qui, nel durare di questa vita, vi è del miracolo ancor più grande di quello di una guarigione. Io non faccio nulla, seguo solo il male come posso perché sento che, anche facessi l’impossibile, cozzerei contro un Volere che annullerebbe ogni mio sforzo.” (p. 336). Anche altri medici consultati dicevano: “Se lei è credente vada a Lourdes o a Loreto. Qui vi è la mano di Dio e Lui solo può operare la guarigione.” (p. 336). Il suo parroco era disposto ad accompagnarla gratuitamente, ma la Valtorta non voleva: aveva chiesto lei di soffrire per le anime.

Il 19 novembre 1934 sognò la morte del padre, che l’erinni aveva tanto tormentato che il poveretto, incapace come al solito di reagire, gridava disperato: “Se non la smetti mi ammazzo”. Quando raccontò alla madre il suo sogno premonitore, questa la schernì come al solito. Sei mesi dopo, il 30 giugno 1935 suo padre morì. In quella casa solo l’erinni domestica aveva diritto di ammalarsi, gli altri facevano solo storie.

All’inizio del 1935 Maria aveva tre malattie: miocardite, tumore ovarico e lesione spinale. Si stava sviluppando la paralisi progressiva. Nell’aprile del 1935 vide in sogno, o in un’apparizione, la madre della giovane Marta Diciotti che le raccomandava di prendersi cura della figlia rimasta sola.

Dal 24 maggio 1935, Marta, una ragazza semplice e buona, divenne la compagna e l’infermiera di Maria. L’erinni accettò per non doversi occupare della figlia, e naturalmente non mancò di opprimere Marta e tutti quelli che venivano in casa. Negli otto anni che le restavano da vivere, l’erinni imperò assoluta, commettendo più sciocchezze di un intero manicomio e rendendo la vita impossibile a tutti quelli che le venivano a tiro.

Maria sapeva che Mario era morto dal novembre 1932, quando le apparve in sogno. Ogni anno a novembre lo sognava e lui la pregava di raggiungerla per esserle “sposo nell’aldilà”. (p. 362). Ma due ragazze che l’assistevano aprirono, mosse da un’insana curiosità, lo scrigno delle lettere di lei, approfittando di un suo torpore, e seppero così il nome e la famiglia di lui e si misero a spettegolare e chiedere in giro. Marta le scoprì mentre facevano le loro “indagini” e le rimproverò. Ma l’erinni, quando lo venne a sapere, si scagliò come sempre sulla figlia, accusandola di aver voluto fare quella ricerca, poi mise alla porta le due, che si vendicarono accusando Maria e andarono dalla superiora delle Suore Barbantine, ottenendo che quella togliesse l’assistenza alla poveretta, sospettata di “immoralità”. (p. 363).

Quando il padre di Maria morì, l’erinni, divorata dalla mania di persecuzione e persuasa che la figlia fosse sua nemica, oltre che in preda all’avidità, fece sparire il testamento del marito che dichiarava erede universale la figlia. La madre preparava la minestra alla figlia mescolandovi una pasticca pestata che la faceva stare malissimo. La cosa finì solo quando Maria rifiutò di mangiare roba preparata dalla madre. Veleno? Porcheria esoterica? Non si sa.

Nel 1939 una bambina morente di cancrena polmonare fu salvata dalla Valtorta che si offrì di soffrire per lei. La bambina guarì e la guarigione venne dichiarata miracolosa dai medici. A Maria venne la pleurite. (pp. 371-372).

Nel gennaio 1940 morì il marito della Soldarelli, una loro conoscente, rischiando di morire senza pentimento e senza conforti religiosi. La moglie non chiamava il prete, non volendo rendersi conto dello stato del marito. Fu Maria quella che provvide a chiamare per lui un sacerdote, il quale promise ma non andò. È solo uno dei molti casi di accidia dei preti a cui la Valtorta dovette assistere. (pp. 384-385).

La madre si trattava bene, mentre lesinava per la figlia e per Marta, oltre a tormentarle in continuazione. Maria peggiorò moltissimo: nevriti, meningite, pielocistite, con emorragie renali e vescicali, e un peggioramento della pleurite con aderenze dolorose e congestione polmonare.

Nell’aprile 1941 cominciò la lotta per strappare il cugino Giuseppe Belfanti (1881-1963) di Reggio Calabria dalla pessima dedizione allo spiritismo (pp. 387 sgg.). La Valtorta aborriva lo spiritismo, da lei giustamente considerato pratica diabolica. Aveva invece comprensione per le altre religioni, nelle quali sempre brilla qualche seme di verità, anche se solo la cristiana ha tutta la verità.

L’Autobiografia conclude (p. 404): “Non guardare, o Signore, alla bassezza della tua serva, ma guarda alla sua ansia di amarti, guarda alla sua generosità di soffrire per essere seme di bene nei cuori steriliti. Moltiplica i palpiti del mio cuore e ad ogni palpito aggiungi un dolore e col dolore la forza di soffrire. La chiedo a Te, Padre santo, che solo la puoi dare a noi misere creature. E per il mio segreto sacrificio di ogni minuto, o Padre, dammi schiere di anime da offrire a Te. Fa’ camminare me e loro nella luce, nella tua luce, e quando per noi i tempi saranno compiuti, aprici, o Dio, le porte del tuo Regno e le porte del tuo Cuore, perché in eterno ci si bei di Te, sommo, eterno, trino Iddio,”

Nell’allegato alla fine dell’Autobiografia (pp. 405-407), la Valtorta attesta la pochezza delle scuole seguite e conclude: “Riepilogando: con una madre esigente e contraria alle pratiche religiose e con gli studi fatti, posso asserire che non ho avuto fonti umane per sapere ciò che scrivo, e ciò che anche scrivendo non comprendo molte volte.”

L’appendice è almeno posteriore al 20 marzo 1946 e si riferisce all’Opera maggiore e alle altre opere scritte per dettatura divina. A quella data Padre Migliorini, suo direttore spirituale a partire dal giugno 1942, le era stato tolto e trasferito a Roma per l’imprudente disobbedienza sulla diffusione dei dettati, che Cristo aveva ordinato di non fare prima della morte della “portavoce” ed anche allora con molta cautela, viste le prevenzioni di un clero largamente ostile al soprannaturale, e cioè in pratica materialista.

Alla sincera dichiarazione della Valtorta fa da contraltare la negazione prevenuta della gerarchia: “l’autorità ecclesiastica permette la lettura dell’Opera a tutti i cattolici senza distinzione alcuna, alla sola condizione che essi non la ritengano di origine soprannaturale”. Se l’Opera non deve essere considerata soprannaturale, vuol dire che la dichiarazione della Valtorta è falsa, e che lei era un’ingannatrice o un’illusa. Vi è quindi una contraddizione insanabile tra la gerarchia e il miracolo valtortiano: da una parte la Valtorta offre a tutti il dono divino che ha ricevuto, dall’altra l’alta burocrazia clericale nega, ripetendo le calunnie che già le venivano rivolte da viva. Una contraddizione sulla quale Cristo, nel parlare a Maria, ebbe parole durissime per la gerarchia, più volte paragonata al Sinedrio.

Un punto che ha fatto storcere il naso a certe “benpensanti” è la figura immonda che vi fa la madre di lei: “la mamma è sempre la mamma” ecc. Anzitutto, come osservato all’inizio, l’Autobiografia è stata scritta per ubbidienza al confessore ed era un documento privato, non destinato alla pubblicazione. Secondo, Marta Diciotti ha affermato, in Una vita con Maria Valtorta, che l’erinni era molto peggio di quanto la figlia l’abbia descritta nell’Autobiografia. Lo confermano anche altre testimonianze di suore e di persone amiche, contenute nel volume Ricordi di donne che conobbero Maria Valtorta. Infine, poveri figli e poveri generi di quelle madri che sono tanto convinte dell’infallibilità della mamma da offendersi se una madre viene descritta come una figura negativa. La vocazione di madre è altissima e somiglia a quella del sacerdote, una buona madre è una benedizione come un buon sacerdote, ma se la madre o il sacerdote non si comportano come dovrebbero, precipitano più in basso degli altri proprio per l’altezza delle loro missione. Corruptio optimi pessima.

 EMILIO BIAGINI


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