Africa. Namibia. Lago di Goreangab








Europa. Germania. Helmstedt (Niedersachsen, ossia Land Bassa Sassonia). Juleum (sede dell’antica università dove andò a spargere il suo veleno, fra gli altri, l’eretico Giordano Bruno, dedito alla magia nera e cocco di tutti i laicisti)

America del Sud. Argentina. Patagonia. Canale di Beagle. Parco Nazionale della Terra del Fuoco

Questa intervista con una delle personalità che più sono state vicine al Cardinale, costituisce un insostituibile documento spirituale e storico. E’ corredata da un’introduzione di Maria Antonietta Novara e, in appendice, da una scelta di omelie del grande Arcivescovo.
INTRODUZIONE
Quest’anno, esattamente il 20 maggio, ricorre il centenario della nascita di Sua Eminenza il Cardinale Giuseppe Siri, indimenticato e indimenticabile Arcivescovo di Genova per quarantun’anni, nato appunto a Genova nel 1906.
Egli fu un autentico genovese. Amò la sua città, il suo popolo e il suo clero, dimostrando quest’amore negli anni terribili della guerra. Trattando personalmente la resa dei tedeschi, evitò che questi distruggessero il porto, arrecando danni ancor più gravi alle infrastrutture e all’economia della città. Intervenne spesso a dirimere le controversie fra i diversi gruppi della società, cercando di mediare sempre per il benessere e la pace sociale del gregge a Lui affidato.
Quando nel 1987 dovette dare le dimissioni da Arcivescovo, per “raggiunti limiti di età” (secondo quanto prescrive il nuovo Codex Juris Canonicis postconciliare), nessuno in città era più conosciuto di Lui. Aveva impartito la Cresima a migliaia di ragazzi e ragazze, tra cui la sottoscritta, aveva visitato tutte le Parrocchie, recandosi, durante le visite pastorali, presso le famiglie bisognose, mai dimenticando gli anziani ed i malati. Durante la visita pastorale alla nostra Parrocchia venne tra l’altro presso la nostra famiglia ad impartire la sua Benedizione a mia nonna, allora novantanovenne. Quasi tutti i sacerdoti della città erano stati da Lui ordinati. Ricordo che, nel 1987, nel periodo di agosto e settembre, partecipai ai funerali di Mons. Michele Gaggero, presidente del Tribunale Ecclesiastico e di Don Vincenzo Barbera, già curato di Castelletto, divenuto poi parroco di Geo di Ceranesi. Il Cardinale celebrò personalmente la Messa delle esequie, pur non essendo in perfette condizioni di salute, ed esclamò piangendo: “Mi si spezza il cuore a dover celebrare, io già così anziano, i funerali di tanti miei sacerdoti”.
In un’altra città, l’aver avuto un simile Cardinale, grande per umanità, grande per rigore dottrinale, grande per cultura, grande per virtù personali, sarebbe stato motivo di orgoglio. Purtroppo Genova non ama i suoi figli migliori, e quando non li costringe ad andare altrove a raccogliere i frutti dei loro meriti e delle loro capacità, li guarda con sufficienza. Ed ecco che, soprattutto da parte della classe cosiddetta intellettuale e politica, cominciò una campagna, dapprima sottile, poi sempre più grossolana e volgare, di calunnie d’ogni genere, che richiama i metodi così ben descritti da Orwell nel suo magistrale romanzo “1984”.
Questa subdola e vile campagna nei confronti del Cardinale ebbe inizio negli anni Sessanta. Quelle che erano le sue virtù vennero additate come difetti. La sua riservatezza e il suo carattere schivo, tipico poi dei vecchi genovesi, venne considerato orgoglio, il suo amore per Dio, che lo portava a rendergli gloria con la bellezza e lo sfarzo dei riti e dei paramenti venne considerato vanagloria e prodigalità che offendeva i poveri — poveri che fra l’altro furono i suoi più affezionati sostenitori, perché ben sapevano quanto egli nel silenzio facesse per loro.
Lo stesso trattamento calunnioso fu del resto riservato anche a Sua Santità Pio XII, che era un grande estimatore di S.Em. Giuseppe Siri, da Lui personalmente nominato vescovo, senza passare per la Congregazione dei Vescovi, e poi creato Cardinale. Il Santo Padre, durante la seconda guerra mondiale, diede asilo e salvò decine di migliaia di ebrei, ricevendo, subito dopo la guerra, quando ben viva era la memoria dei fatti, numerosi attestati di stima anche dallo Stato d’Israele. Dopo la pubblicazione dell’infame pièce “Il Vicario” di Rolf Hochhuth, Pio XII fu accusato di antisemitismo, ed ancor oggi, perfino da parte di religiosi, si sente dire che non si sarebbe prodigato a sufficienza per la salvezza degli ebrei.
Tornando al nostro grande e santo Cardinale, non va dimenticato che egli fu persino accusato di essere “nemico delle innovazioni” introdotte dal Concilio Vaticano II, e proprio da coloro che, stravolgendone lo spirito, piegavano la dottrina alle loro malsane deviazioni, causa della grave crisi della Chiesa e delle vocazioni, come di recente riconosciuto da Sua Santità Benedetto XVI, che ha ripreso le osservazioni di S.Em. il Cardinale Siri in merito allo stretto legame fra degrado della liturgia e crisi della Fede.
Con queste povere pagine, insieme a Padre Candido Capponi, che fu Suo confessore negli ultimi anni della Sua vita, e lo assistette nella lunga malattia prima della rinascita al Cielo, vogliamo ricordarLo a quanti gli vollero bene e speriamo che coloro che Lo avversarono, sopiti gli interessi e le invidie con cui Lo afflissero, si pentano del dolore che gli provocarono e invochino il Suo perdono e la Sua benedizione.
MARIA ANTONIETTA NOVARA
Genova, 2 maggio 2006
RECENSIONE DI RAFFAELE FRANCESCA
Per scrivere come Biagini è necessario essere un acutissimo osservatore della vita, un appassionato testimone delle altrui solitudini, latore di una sua orgogliosa umiltà che gli deriva da una mai celata ma, anzi, proclamata, Fede.
Al protagonista egli affida le parole che seguono:
“Sì, — rispose lui — sono cattolico. — Si accorse che affermarlo gli dava un senso di sicurezza, perfino una punta di orgoglio, la forza di possedere la verità. Non era merito suo, l’aveva solo ricevuta, ma era certo che fosse la verità, e la verità era importante (…….). — Partiamo da qui. Cristo è esistito. Duemila anni fa c’è stato un Uomo in Palestina. Ha predicato in modo mai sentito prima. Ha detto: ‘Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri, amatevi come Io vi ho amati’. Ha detto: ‘Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in Me non morrà in eterno’. Ha sanato i malati. Ha ridato la vista ai ciechi. Ha scacciato i démoni. Ha risuscitato i morti. L’umanità Lo ha ringraziato condannandoLo alla crocifissione: la pena atroce e infamante dei ladri da strada. Ma Egli è risorto. Nessuna scienza potrà mai spiegare questo. Alcuni non ne parlano e credono, tacendo, di cancellare la verità.”
E poi, sempre rimanendo in tema:
“C’è Qualcuno da chiamare Padre nel segreto dell’anima, Qualcuno che ci ama tanto da sacrificare per noi il Suo Figlio Unigenito. Questo era sconvolgente: Dio che soffre. Perché soffre? Per amore”.
E ancora (e queste sono le parole di “uno di quei solidi sacerdoti tutti preghiera e niente sociologia”, come precisa l’autore):
“Nessuno è veramente ateo. Ogni anima custodisce in sé l’immagine di Dio, perché è fatta a immagine di Lui. Anima naturaliter christiana. Noi tutti abbiamo il desiderio struggente di rivedere Dio. Sì, di rivedere, perché tutti L’abbiamo visto, nell’attimo in cui la nostra anima è stata creata, all’atto del concepimento, e abbiamo una nostalgia infinita di quella Luce dell’eternità, e non avremo pace finché non ritorneremo a Lui”.
E, certamente non a caso, il richiamo a quella “luce” che appare nel titolo del romanzo viene qui evocato.
Tutto ciò pur senza dimenticare che, talvolta, anche il ricorso alla preghiera può apparire vano, poiché — come scrive l’autore — Dio sa anche essere muto. Ma sta all’uomo interpretare questo silenzio.
Il mondo che Biagini disegna è duramente realistico: i caratteri di alcuni personaggi sono perfino sgradevoli, le loro manifestazioni talvolta incomprensibili, la loro cecità spesso irritante. Emerge un mondo di sconfitti, se ci limitiamo alla vita terrena. Un mondo che raramente e parcamente concede riscatto, conosce innocenza, regala felicità.
La “storia” si svolge nei primi anni cinquanta, con, per sfondo lontano, la morte di Stalin, l’insurrezione di Berlino, la guerra in Corea. Ci imbattiamo in personaggi emblematici, come “il signor (compagno) Viviani”, che “ha lavorato per la Todt durante la guerra, costruiva bunker per i tedeschi sulla linea gotica. È stato fascistissimo”; ma, ora è agilmente e opportunisticamente approdato al “partito” (e, come scrive Biagini, “non è necessario spiegare quale”).
La sua casa? Quella tipica del parvenu “radical chic”: “In tutto l’appartamento non un’immagine sacra. Ma, nello studio, appesa alla parete, troneggiava la fotografia di un personaggio allora in auge: un volto coi baffi spioventi, un sorriso enigmatico a metà tra il paterno e il sornione, Stalin”. Ma come si presenta la casa del “signor (compagno) Viviani”? Vediamone insieme alcune caratteristiche. “Preziosa coppa di cristallo di Boemia che troneggia in mezzo a un tavolo in puro Settecento veneziano ……. un lungo corridoio dalle pareti adorne di bellissime stampe antiche …….”. Il tutto, ovviamente, con cameriera incorporata.
La vicenda ruota intorno ad una famiglia formata da padre, madre, figlio.
Il padre, Anselmo Donati: malato, debole, vinto dalla vita, vile di quella viltà che — oltre che dallo sfinimento fisico e dalla caratteriale debolezza — dal ritenere per certo inutile qualsiasi ribellione. Ribellione di cui fornirà un solo esempio lungo tutto il dipanarsi della vicenda, allorché dirà alla moglie, in un irripetuto bagliore di ammutinamento:
“Tu sei pazza, ti dico, e la tua avarizia è tale che venderesti la pelle di tua madre per farne un tamburo, se quella povera donna non fosse morta tisica a forza di mangiare poco e di non volere né medico né medicine per risparmiare …….”.
La madre, Teresa Donati: megera, arpia, medusa, erinni, grifagna presenza, Arpagone in gonnella; uno dei personaggi più negativi della vicenda: gretta, avara, incapace di affetti e gentilezza, tranne, forse, nei confronti delle amiche, anche se Biagini almeno parzialmente la assolve, laddove scrive che “la sua oculatezza nello spendere non era autentica avarizia, ma terrore della povertà”; aggiungendo: “non pensiamo troppo male della povera donna: era la prima vittima di se stessa”.
Il figlio, Paolo Donati (che all’inizio della narrazione ha diciassette anni): sensibile, fondamentalmente buono, ma introverso, timido, taciturno, spiritualmente e affettivamente solo. Pianta sensitiva in una flora costituita perlopiù da voraci carnivore. Un ragazzo infelice. La causa? Il disagio di dover aggirarsi nell’incomprensibile labirinto del mondo, abitato in gran parte da esseri distratti, superficiali, indifferenti, egoisti, prepotenti, spietati. Poiché, per scelta, lontani dalla Luce.
Infatti, a un certo punto, di lui si dice: “Aveva poca voglia di tenere gli occhi aperti sul mondo ……. Era avvilito quanto è possibile esserlo. L’indifferenza, la crudeltà della gente, lo spaventoso oceano dell’umana idiozia lo abbattevano”. Significativa sintesi, involontario presagio. E, al tempo stesso, “si accorgeva di aver sete d’infinito, e che niente sulla terra poteva saziarla”.
Passa attraverso un amore non corrisposto; un’amicizia femminile che sarebbe potuta risultare sotto certi profili salvifica (e il nome della ragazza, Lucia, ritengo non venga attribuito a casa); qualche altro tentativo velocemente abortito; ingiuste e ingiustificabili (ma non appartenenti al mondo della fantasia, purtroppo, bensì a quello reale) angherie durante il suo percorso universitario, a opera di professori unilateralmente ideologizzati, ferocemente politicizzati …….
Ma, parlando dei personaggi emblematici tratteggiati nel libro, mi sembra opportuno ricordare ancora Alberto Viviani, figlio del “signor (compagno) Viviani”, e fratello di Lucia. Di lui non aggiungo altro, se non che appare simbolico latore di necessaria, luminosa speranza.
La scrittura cui Emilio Biagini si affida per regalarci la sua Weltanschauung è solo apparentemente semplice e corsiva, ma in realtà essenziale, efficace, icastica, modulata con sapiente naturalezza sullo svolgersi della vicenda, sul momento della narrazione, sul pathos che le è sotteso.
Una scrittura, quindi, sintetica e decisa, ma anche ironica e commossa, con una forte capacità di coinvolgimento, talché le incertezze, le ansie, le paure dei suoi personaggi diventano le nostre. Ma, del pari, la speranza, la fiducia, il coraggio che talvolta traspaiono dalla narrazione divengono, magicamente e taumaturgicamente, anche nostre caratteristiche. Il che rivela umana partecipazione, affidata alle capacità dello scrittore vero, che sa cogliere episodi, mezzi toni, segnàcoli degli umani percorsi, per renderli poi sulla pagina.
Il percorso del romanzo potrebbe venir assimilato all’iter dantesco (Inferno, Purgatorio, Paradiso): partendo dagli egoismi, dal dolore, dall’indifferenza, si può pervenire alla salvezza, alla Luce, da cui il titolo del libro.
RAFFAELE FRANCESCA
Le blasfeme forbici di Lutero hanno prodotto sulla Sacra Scrittura devastazioni paragonabili a quelle che, sotto i vari regimi protestanti, giacobini e massonici europei (compreso quello sabaudo del “risorgimento”), si sono abbattuti sugli ordini religiosi.
Le alterazioni riguardano naturalmente passi che potrebbero dare ombra alla ribellione. Ad esempio, “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matteo 16, 18) è divenuto, nella maggior parte delle Bibbie protestanti: “ …….. su questa pietra edificherò la mia comunità”. Tra le mutilazioni, oltre a diversi tagli, specie nei Salmi, si registra la mancanza di ben sette libri dell’Antico Testamento: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico (o Siràcide), Baruc (uno dei profeti maggiori), e i due libri dei Maccabei. I temi trattati in tali libri sono in effetti assai ostici per un protestante. Vi si parla ad esempio dell’elemosina in suffragio dei defunti (Ecclesiastico, 7, 27), dei sacrifici pure in suffragio dei defunti (2° Maccabei, 12, 39-46), e quindi, indirettamente, del Purgatorio e della Comunione dei Santi. Altri testi si riferiscono al libero arbitrio (Ecclesiastico, 15, 11-22) e al fatto che non tutta la Rivelazione è contenuta nelle Sacre Scritture (1° Maccabei, 9, 22), da cui l’ovvia necessità di una Tradizione e di una gerarchia non infetta da modernismo che ne sia fedele custode. L’esclusione di tali libri viene giustificata col fatto che sarebbero “apocrifi”, perché di epoca tarda e scritti in greco e non in ebraico. In realtà si tratta di libri deuterocanonici, ossia canonici di data posteriore agli altri, ed è appunto il fatto che siano di data posteriore li rende particolarmente preziosi, perché più vicini al tempo dell’Incarnazione.
È quindi istruttiva una sintetica comparazione fra le due versioni dell’Antico Testamento: quella ebraica o masoretica e quella “dei Settanta”. Sia la versione ebraica sia quella greca sono ispirate, ossia frutto di Rivelazione, ma quella greca, nel suo insieme, proprio perché più vicina al tempo del Messia, è molto più esplicita riguardo ai maggiori articoli della Fede. Non a caso S. Agostino, nel De Doctrina Christiana (II, 15) rileva la maggiore autorità della versione greca dei Settanta, e ritiene che in ogni caso di divergenza fra il testo masoretico e quello dei Settanta, si debba preferire quest’ultimo.
Ad esempio, dove il testo masoretico dei Salmi (risalenti in gran parte al re Davide, ossia intorno al 1000 a.C.) parla in modo vago di un Redentore che dovrà venire, il testo greco nomina esplicitamente il “Cristo”. Il testo masoretico invoca “Dio della mia salvezza”, quello greco dice “Dio mio Salvatore”, ossia Dio non si limiterà a mandare in qualche modo imprecisato la salvezza, ma verrà Egli stesso a salvare. Il profeta Isaia (40, 5), nella versione ebraica dice: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà Dio”, in quella greca proclama: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà il Salvatore di Dio”. Questa versione consente una lettura trinitaria, evidenziando che la Salvezza non è un concetto generico, ma una Persona, e così pure la Verità non è un concetto ma una Persona, e la Sapienza non è un concetto ma una Persona (in un libro dell’Antico Testamento, intitolato appunto “Libro della Sapienza”, è la Sapienza stessa che parla; ora solo le persone parlano, i concetti no). Il testo greco veterotestamentario palesa quindi in modo inequivocabile la seconda Persona della Trinità, il Figlio, Salvatore del genere umano. La Sapienza è indissolubilmente impersonata anche dalla Vergine Santisssima, presente dall’eternità nella mente di Dio e vivente tabernacolo del Verbo Redentore.
La Bibbia ebraica è la Rivelazione antecedente all’avvento del Messia, espressione dell’epoca della severità che segue alla caduta nel peccato originale. Tale Bibbia comprende 39 libri, distinti in storici, sapienziali e profetici. Ma tutta quanta la Bibbia ebraica, anche nei libri non apertamente profetici, è una profezia del futuro Avvento del Redentore, che apre la nuova epoca, quella della misericordia divina effusa su tutta l’umanità, come dimostra esaurientemente, fra gli altri, anche un profondo pensatore come l’ex Rabbino Capo di Roma Israel Zoll, convertitosi al Cattolicesimo col nome di Eugenio Zolli (e per questo duramente perseguitato dagli ex correligionari). L’intera religione ebraica era fondata sull’attesa del Messia. La Bibbia greca è ponte di passaggio obbligato alla Parola del Nuovo Testamento.
Il prologo dell’Ecclesiastico attesta che in epoca ellenistica l’Antico Testamento era già quasi tutto tradotto in greco. Un documento scritto da un ebreo alessandrino (Lettera di Aristea al fratello Filocrate) racconta che il capo della Biblioteca di Alessandria Demetrio persuase il re ellenistico d’Egitto, Tolomeo II Filadelfo (285-246 a.C.), a promuovere la traduzione di libri dell’Antico Testamento in greco, e da ciò nacque la versione detta “dei Settanta”, poiché tale era il numero degli anziani di Israele convocati ad Alessandria dal re per compiere l’opera, la quale venne poi pubblicamente letta alla popolazione giudaica. Un’altra fonte giudaica (Frammento di Aristobulo, del sec. II a.C.) conferma che tale origine della versione greca dell’Antico Testamento era comunemente nota.
Fra le generali acclamazioni venne pronunciato solenne anàtema contro chiunque osasse minimamente alterarla, e, implicitamente ed a maggior ragione, contro chi cercasse di far ritorno alla precedente versione. A sostegno della fede di questa folla in attesa del Messia, stava un vero e proprio miracolo, ricordato da Zolli: ciascuno dei Settanta era stato fatto lavorare alla traduzione in isolamento da tutti gli altri, ma quando le traduzioni furono confrontate risultarono tutte identiche, ciò che, senza un intervento soprannaturale. sarebbe stato matematicamente impossibile.
Ovviamente anche la Bibbia greca è comunque opera di ebrei, i quali scrivevano in greco solo perché questa era la lingua più diffusa. Ancora nel sec. II d.C. in Palestina solo pochi sapevano scrivere in ebraico, mentre lingua universale era il greco, e in Palestina era diffuso l’aramaico, che fu la lingua parlata da Gesù. Il recupero dell’ebraico fu di tipo revivalistico, per riaffermare la propria identità etnica e religiosa dopo il rifiuto del Messia. Lo prova una lettera di Ben Kakhba, il capo della rivolta antiromana sotto Adriano, dove si dice: “la lettera è scritta in greco perché non si è trovato Erma per scrivere in ebraico”. Vuol dire che neppure il supernazionalista capo degli zeloti antiromani era in grado di scrivere in ebraico, né alcuno della sua cerchia, eccetto il fantomatico Erma, che però si trovava qualche volta sì e qualche volta no.
Del tutto errata e fuorviante è l’idea corrente, secondo cui la traduzione dell’Antico Testamento detta dei Settanta nacque proprio dall’esigenza di fornire agli ebrei alessandrini, ormai totalmente ellenizzati, la possibilità di leggere la Bibbia. A parte il fatto che non solo quelli di Alessandria ma tutti gli ebrei erano ellenizzati, all’esigenza della traduzione sottostavano motivazioni ben più profonde. Nell’attesa del Messia, era evidente il bisogno di rendere le Sacre Scritture accessibili a tutti. La salvezza, infatti, veniva dagli ebrei ma non poteva essere destinata ai soli ebrei: tutti gli uomini vi erano chiamati, sebbene i farisei e i sadducei si ostinassero ad attendere un Messia del tutto diverso da quello reale. Abramo non era circonciso, dunque gli ebrei scaturiscono originariamente, insieme ad altri popoli, da un ceppo non ebreo. E da chi riceve Abramo la benedizione? Da Melchisedec (Genesi 14, 13-24), re di Shalem, un venerabile quanto misterioso sacerdote legato evidentemente ad una primitiva rivelazione monoteista: il futuro capostipite del “popolo eletto” riceve dunque la consacrazione da un non ebreo. E, a suggellare la consacrazione, Abramo paga le decime a questo non ebreo.
L’Atteso giunse e venne respinto, perché, come tutti sanno, i grandi sacerdoti e gli anziani del popolo si erano fissati su una ben diversa idea di Messia: un Messia terreno, un condottiero che cacciasse i Romani e restaurasse il Regno d’Israele, dove essi speravano naturalmente di occupare i più alti posti di potere. Il Sinedrio ebraico del tempo era dominato dalla setta dei sadducei, materialisti che non credevano nell’immortalità dell’anima e nella vita eterna, e quindi particolarmente mal disposti verso un Messia spirituale. E in effetti ci si chiede come potessero dirsi ebrei, o comunque credenti nel Dio unico, se negavano caposaldi della Fede di così fondamentale importanza, comuni a tutti i credenti monoteisti.
“Conosco le tue opere e la tua oppressione e povertà — ma tu sei ricca — e le bestemmie di coloro che si dicono ebrei e non lo sono”, detta Cristo in persona nell’Apocalisse (Lettera alla chiesa di Smirne, Apocalisse 2, 9). I Settanta erano veri ebrei, il popolo che acclamò la loro traduzione era composto di veri ebrei, di ebrei sinceri che realmente attendevano il Messia, veri ebrei erano lo stesso Cristo e la Sua Famiglia. Ma come potevano dirsi ebreo chi era incapace di riconoscere il Messia?
Inoltre, Cristo, per tutto il triennio della sua predicazione, non cessò di rimproverare aspramente sia loro sia l’altra setta, quella dei farisei, meno materialisti (almeno in teoria) ma non meno ipocriti. Vi era poi l’invidia per il sèguito che Gesù aveva ottenuto, specie dopo la resurrezione di Lazzaro, ed anche la paura che le autorità romane, insospettite dalle illusorie attese ebraiche di un Messia terreno, scatenassero una repressione.
La repressione romana si abbatté poi realmente sugli ebrei, in seguito alle ripetute insurrezioni che terminarono con le due distruzioni di Gerusalemme, dapprima sotto Tito (70 d.C.), poi sotto Adriano (135 d.C.). La reazione ebraica contro il Cristianesimo è testimoniata negli Atti degli Apostoli: le prime persecuzioni contro i Cristiani sorsero direttamente da denunce ebraiche alle autorità romane. La paura che i cristiani avevano della casta sacerdotale ebraica è testimoniata dal fatto che i tre Vangeli sinottici, scritti prima del 70 d.C., non osano dare troppi dettagli sulla sepoltura di Gesù, e soprattutto non nominano Nicodemo, che era rimasto a Gerusalemme, per non esporre la sua famiglia alle vendette del Sinedrio, ma accennano brevemente al solo Giuseppe d’Arimatea, che, a quanto pare, si era messo in salvo in Britannia. Solo il Vangelo di San Giovanni, redatto dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto dalle truppe romane di Tito, e la cricca sadducea era stata annientata, nomina Nicodemo e si diffonde maggiormente sulla sepoltura del Cristo, il cui corpo sarebbe stato altrimenti gettato in una fossa comune, com’era destino dei “malfattori” crocifissi.
L’ebraismo si ripiegò su sé stesso in chiave violentemente anticristiana, da cui maturò il rigetto della Bibbia greca e il ritorno al vecchio testo masoretico in lingua ebraica. Un rigetto che si poneva in violenta contrapposizione ai pronunciamenti e all’anàtema delle comunità ebree dell’epoca dei Settanta, vere antesignane della Chiesa, che avevano invece inteso fissare la nuova versione come profezia più matura del prossimo avvento del Messia: il loro anatéma stende un’ombra autorevole ed inquietante sulle manomissioni successive subìte dalla Bibbia ad opera di protestanti e settari pseudocattolici postconciliari. Non si trattava quindi semplicemente di un “ritorno ai testi originali come ulteriore prova di identità etnico-culturale” sentito dal “tradizionalismo ebreo”, come in modo soave semplifica la storiografia politicamente corretta.
Alla preghiera sinagogale quotidiana (birkat-ha-minim) fu aggiunto un paragrafo di maledizione contro i nosrim, cioè i Cristiani. Il Talmud (secc. III-VI), codice religioso-morale del giudaismo posteriore all’Avvento di Cristo, contiene una violenta polemica anticristiana, e descrive Cristo come incantatore o “seduttore” del popolo. La biografia “ufficiale” di Gesù per il giudaismo è tuttora il libercolo Toledot Yeshu (“Generazioni di Gesù”), più volte ristampato anche di recente (l’ultima ristampa nota allo scrivente è del 1999, ad opera della American Atheist Press, la casa editrice atea d’America, avente sede a Austin, Texas), un testo privo di valore storico che qualifica il Salvatore come “falso messia” legittimamente ucciso.
Il percorso dei protestanti è dunque del tutto analogo a quello dell’ebraismo postcristiano erede di coloro che avevano gridato “Crucifige”.
I sette libri dell’Antico Testamento espunti sono precisamente quelli scartati dagli ebrei postcristiani persecutori. Analogamente agli ebrei, i protestanti regrediscono ad una “religione del libro”, rinunciando alla presenza ontologica della Divinità, garantita alla Chiesa cattolica dalla Comunione dei Santi e dalla Presenza reale di Cristo nell’Eucarestia. Per far questo, ossia per potersi staccare dalla Tradizione e dal corpo vivo della Chiesa, inseguendo i fumi di un “libero esame” che porterà alla radicale disgregazione delle decine di migliaia di sette e all’ateismo, il libro stesso dev’essere “censurato”, altrimenti renderà esso stesso testimonianza dello scempio.
Ciò posto, non resta che domandarsi quale “spirito” (non certo lo Spirito Santo) abbia spinto i fautori del “rinnovamento ecclesiale postconciliare” della Chiesa cattolica a metter mano nuovamente alla Bibbia per tornare alla versione masoretica, quale inconsulta frenesia di ecumenismo a tutti i costi li abbia animati, quale speranza di chissà quali riavvicinamenti ai protestanti. Nel frattempo, allontanandosi dalla versione dei Settanta, si è reso assai più difficile il dialogo con gli ortodossi, considerevolmente più vicini ai cattolici, i quali ovviamente non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla loro Bibbia greca.
Si può solo sperare che la sbornia postconciliare sia ormai passata e che i cattolici tornino ad essere cattolici, perché la Verità non è negoziabile, non dipende da noi, non può essere “adattata” per andare d’accordo col mondo e col suo immondo principe.
EMILIO BIAGINI
Anche il padre è una figura rilevante in questi primi anni formativi per la sua personalità: “Da mio padre imparai la grande arte di pregare piangendo”.
Ciò era tipico delle comunità dell’Est europeo, caratterizzate dal rito e dalla cultura ashkenazita di antica origine palestinese, con in più elementi della cultura chassidica che professa una dottrina mistica che privilegia le fede e il sentimento rispetto all’intellettualismo talmudico della cultura sefardita. Questa formazione severa e profonda dà luogo a momenti di alta poesia e lirismo come l’inno d’amore a p. 31.
Un altro avvenimento che segna profondamente la vita del piccolo Israel è la frequentazione di un compagno di scuola cattolico orfano di padre che viveva con la madre in estrema povertà. In questa povera casa dove madre e figlio vivevano in affettuosa armonia, il piccolo Israel vede per la prima volta un Crocifisso.
Israel non conosceva Gesù, ma conosce i suoi seguaci e si domanda perché questi seguaci sono così buoni? E perché le signore cattoliche che aiutano sua madre nella carità sono buone? Anche quest’uomo appeso alla Croce dev’essere buono. Lui (con la “L” maiuscola) non può essere cattivo. E allora perché lo hanno crocifisso? Quale differenza con le reazioni odierne dei non cristiani che esigono la rimozione dei Crocifissi perché i loro figli non vengano “turbati”!
Conclusa l’infanzia e gli studi viene nominato Rabbino a Trieste. La sua sensibilità e la sua rettitudine morale cozzano contro i membri più influenti della comunità che vorrebbero un rabbino che dicesse quello che vogliono sentirsi dire, che desse ascolto ai membri più ricchi ed influenti e che, invece, si occupasse meno della carità ai più poveri e deboli. Intanto continua lo studio e la meditazione sulla Bibbia, sia sul Vecchio che sul Nuovo Testamento. Tale studio gli rende Gesù una figura consueta e strettamente legata alle profezie vetero-testamentarie.
Per Zolli è già il Messia, anche se non sente ancora l’esigenza della conversione. D’altra parte, egli riflette, Gesù stesso è ebreo e non ha mai rinnegato la sua ebraicità. Il libro è tutto un susseguirsi di meditazioni commoventi sulla ricerca di Dio, sul confronto fra religione e religiosità, mistica e conversione, sulla sofferenza e la tristezza di Dio, sul soffio dello Spirito. Nel 1917, in un momento molto doloroso per lui — è morta la prima moglie ed è rimasto solo con una figlia piccola — invoca così a lungo Gesù finché, come riferisce l’autore, il Signore gli appare “come un grande quadro senza cornice nell’angolo della stanza”.
Di anno in anno aumenta in lui l’amore per il Cristo e la convinzione della giustezza della dottrina cristiana.
Ma l’avvicinarsi dell’occupazione tedesca di Roma esclude la possibilità di una conversione. Tra Zolli Rabbino Capo di Roma e il Presidente della Comunità Israelitica Italiana (Dante Almessi) e il Presidente della Comunità Israelitica di Roma (avv. Ugo Foà) vi sono gravi incomprensioni sui pericoli che la comunità corre con l’occupazione nazista della città.
Zolli aveva avuto colloqui con esponenti ebrei tedeschi e austriaci riusciti a fuggire in Palestina ed era a conoscenza degli stermini di ebrei ovunque arrivassero le truppe germaniche. Propose quindi alle autorità ebraiche di chiudere le sinagoghe, distruggere gli elenchi delle famiglie ebree, recarsi in cerca di rifugi sicuri al di fuori del ghetto, avvisare le famiglie e i rabbini delle altre città che facessero altrettanto.
La risposta del presidente dell’Unione (ex prefetto ed ex vicecapo della polizia fascista) fu: “Ah, ah, ah, ……. Non più tardi di ieri sono stato dal Ministro e ho avuto informazioni del tutto rassicuranti. Stia tranquillo” (p. 196). Da quel momento cominciò il tentativo di Zolli di avvisare e far fuggire il maggior numero di ebrei. Lo stesso Zolli e la sua famiglia vissero in clandestinità.
Quando i nazisti chiesero cinquanta chili d’oro per non prelevare e uccidere trecento ostaggi, Zolli chiese ed ottenne dal Vaticano, dietro rilascio di una semplice ricevuta con promessa di restituzione (chissà se saranno stati poi restituiti?) i quindici chili mancanti, e li consegnò con una lettera ai capi della comunità, offrendosi lui, la moglie e la figlia come primi della lista degli ostaggi se la trattativa non fosse andata a buon fine. Questo fatto venne poi negato dai responsabili della comunità, che accusarono Zolli di essersi reso irreperibile ed aver abbandonato la comunità, e lo destituirono dall’incarico.
Conseguenza dell’aver trascurato gli allarmi di Zolli furono le deportazioni dei Rabbini di Modena, di Bologna e del Rabbino Capo di Genova Riccardo Pacifici che, catturato dai nazisti nel suo ufficio, fu torturato ed obbligato a convocare le famiglie di ebrei genovesi presso di lui, le quali, come giunsero, vennero caricate sui camion e deportate.
Numerose famiglie furono salvate dai portieri delle case vicine che bloccarono gli accessi alle strade dove abitava il dottor Pacifici e indussero le famiglie che stavano giungendo a fuggire.
Dopo la liberazione di Roma, reintegrato nel suo incarico nella sinagoga, nell’autunno del 1944, mentre stata presiedendo la liturgia nel tempio, vide Gesù e sentì nel suo cuore le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Il 13 febbraio 1945 ricevette il Battesimo insieme alla moglie e alla figlia.
Perché è consigliabile leggere questo libro? Innanzitutto perché apre a noi cristiani una finestra sulla religiosità e sulla cultura ebraiche, approfondite nelle precise ed esaurienti note, ricche anche di indicazioni bibliografiche.
Secondariamente perché ci mostra la figura di un Rabbino che, pur nella sua funzione di religioso non cristiano, non ha avuto paura del Crocifisso, non ha avuto paura di leggere i Vangeli e, grazie alla carica di amore e di misticismo che aveva in sé li ha in lunghi anni di studi assimilati con naturalezza, e poi ha aderito al Cristianesimo con tutto l’entusiasmo del suo animo ardente.
In terzo luogo attraverso la citazione di lettere e documenti offre una visione storica che fa luce sulla terribile vicenda della deportazione degli ebrei italiani e sulla spaventosa leggerezza dei loro capi che non vollero ascoltare gli accorati allarmi del rabbino Zolli.
Inoltre, vi è nel libro un lungo capitolo di elogio alla figura del Santo Padre Papa Pio XII e un ringraziamento per gli appelli accorati contro la guerra e la violenza e per quanto la Chiesa operò per l’aiuto e la salvezza di migliaia di ebrei. Sarebbe opportuno che cattolici ed ebrei, soprattutto quelli che, ascoltando i suoi allarmi, ebbero salva la vita, celebrassero insieme questa santa ed illustre figura di fratello.
MARIA ANTONIETTA NOVARA
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