I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

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ORO O LATTA? (JAMES CAMERON E LA BUFALA ARCHEOLOGICA)

ORO O LATTA: QUESTÈ IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.
I TRIGOTTI

-Figura_vipera

And the winner is …….

Ecco il vincitore della Vipera di latta:
James Cameron, il regista canadese autore del documentario di domenica 4 marzo 2007 su “Discovery Channel” riguardante la presunta “tomba di famiglia” di Gesù a Talpiot, Israele.

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ORO O LATTA? (DAN BROWN, IL CODICE DA VINCI)

Credo sia superfluo raccontare il contenuto del romanzo, del quale mi auguro di essere l’ultima riottosa lettrice. Mi associo totalmente al giudizio negativo di S. Em. il Card. Tarcisio Bertone nel condannare gli attacchi assolutamente ingiustificati e velenosamente malevoli portati alla Chiesa e all’Opus Dei. Ad esempio della bassezza del libro, valga l’appassionata difesa che uno dei protagonisti fa del blasfemo film “L’ultima tentazione di Cristo”. Mi soffermerei invece su qualche punto che dimostra la pochezza dell’opera, al di fuori della negatività assoluta dovuta all’offesa alla religione.
Uno dei protagonisti cita come simbolo sacro il pentacolo, ossia la stella a cinque punte che simboleggia “Venere, la dea della bellezza femminile e dell’amore sessuale”, usato dai satanisti come loro simbolo e, in Italia, anche dalle infami Brigate rosse.
Altra affermazione a dir poco clamorosa. A p. 150 l’autore scrive testualmente: “In trecento anni di caccia alle streghe, la Chiesa aveva bruciato sul rogo la sorprendente cifra di cinque milioni di donne”. A parte che la maggioranza delle streghe fu bruciata dai protestanti, applicando al numero di cinque milioni un po’ di quella matematica che tanto piace a Dan Brown, vorrebbe dire   (periodico). donne bruciate all’anno, ossia   (di nuovo periodico) donne bruciate al mese, bruciando tutti i giorni, incluse tutte le domeniche e le feste comandate. Assommando la denatalità causata dalla scomparsa di tante donne in età feconda, le vittime di epidemie e di guerre, l’umanità avrebbe dovuto estinguersi, per lo meno quella che viveva in paesi sotto l’influsso della Chiesa. L’enorme fabbisogno di combustibile per alimentare cinque milioni di pire avrebbe causato la scomparsa di tutte le foreste, e il fumo avrebbe provocato un effetto serra da far impallidire quello odierno. Possibile che nessun lettore si sia accorto come certe dichiarazioni che sembrano clamorose denunce finiscono per cadere nel ridicolo?
In un altro passo del libro viene annoverato tra i seguaci delle dottrine del Graal anche Walt Disney, rilevando nei suoi film una quantità di simboli esoterici. Ma, mentre fondamento della dottrina dei seguaci del “Tempio di Sion” è l’”eterno femminino”, la società dei fumetti di Disney è formata soprattutto da zii e nipoti, mentre mancano le madri, e le figure femminili sono comunque marginali, a meno che non si voglia considerare Nonna Papera l’eterno femminino e la ricetta della torta di mele un segreto esoterico.
Cercando sempre i significati simbolici, a p. 352 l’autore fa un elogio di Bill Gates, acquirente del Codice Hammer, raccolta di disegni di Leonardo Da Vinci, ma Bill Gates è anche proprietario della Microsoft, famosa azienda di prodotti informatici. Ed ecco allora che, con un portentoso colpo di genio, Dan Brown, a p. 489, cita la parola di cinque lettere “APPLE”, ossia “mela” (come tutti sanno, casa concorrente della Microsoft): la par condicio è rispettata e così il Nostro si assicura la riconoscenza dei due colossi per la pubblicità subliminale (si spera) gratuita.
A p. 399 il protagonista afferma che “tutte le religioni del mondo sono basate su falsificazioni (…….) ogni religione descrive Dio attraverso metafore (…….) il problema è quando cominciamo a credere alla lettera alle nostre metafore”. Ora questa grande mente razionale che rifiuta le credenze e le metafore di tutte le religioni della terra, alla fine del libro scrive: “La ricerca del Santo Graal è la ricerca del luogo dove inginocchiarsi davanti alle ossa di Maria Maddalena. Un viaggio per pregare ai piedi della regina cancellata dalla storia. Con un profondo senso di riverenza Robert Langdon si inginocchia. E allora [udite, udite che bell’esempio di coerenza] gli parve di udire una voce di donna — la saggezza delle età passate — sussurrare a lui la sua benedizione, dal profondo della terra”. Morale: chi non crede nell’unica Verità rivelata finisce per credere a qualunque idiozia.
Il mio giudizio conclusivo è che quest’opera, invece che un caso letterario, avrebbe dovuto essere considerata alla stregua di quei mirabolanti articoli di rotocalco sull’ultima scoperta di Atlantide, sul segreto delle piramidi, sull’invenzione del moto perpetuo, sull’elisir di lunga vita, ed altre simili fandonie, buone da leggere nelle sale d’attesa di parrucchieri, pedicure e quant’altri.
MARIA ANTONIETTA NOVARA

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NEW YORK E PHILADELPHIA: APPUNTI DI VIAGGIO

Ai primi di ottobre 2006 sono stata per una decina di giorni con mio marito a New York. Tutti e due eravamo già stati negli U.S.A. e conoscevamo New York per avervi soggiornato in passato per lunghi periodi, fino a diversi mesi. I cambiamenti di una simile metropoli nello spazio di una generazione corrispondono a numerosi decenni di cambiamento per una città italiana.

Nei primi anni Ottanta, New York era ben diversa. Mi aveva colpito l’eleganza di uomini e donne che lavoravano negli uffici, ma non mancavano tensioni e idiosincrasie evidenti, come le tensioni etniche, l’insofferenza nei confronti delle proprie stesse radici (che doveva ben presto condurre alla grottesca campagna di calunnie contro Cristoforo Colombo, in occasione delle celebrazioni per il Quinto centenario della Scoperta dell’America), l’isterismo ambientalista (che vietava di usare insetticidi contro le zanzare, che pullulavano nei sobborghi newyorkesi del New Jersey e rappresentavano un vero tormento), e una generale trascuratezza (diverse strade a Manhattan avevano cumuli di spazzatura fino ai primi piani degli edifici).

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Antartide. Errera Channel

Antartide. Errera Channel

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Africa. Egitto. Isola di File

Africa, Egitto, Isola di File

 Philae

Africa.Egitto.File

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SI PUÒ ANDARE D’ACCORDO CON TUTTI?

I cattolici progressisti e postconciliari smaniano per andare d’accordo con tutti (purché non siano cattolici). Tanto gli slogan vuoti come “Andiamo tutti insieme incontro a Cristo”, “Cerchiamo ciò che unisce e non ciò che divide”, “Costruiamo ponti, non muri”, non costano nulla ed hanno un bel suono così buonista. Ma gli “altri” non pare proprio che si siamo mossi di un capello dalle loro posizioni. Fuori della Chiesa sono e fuori della Chiesa restano. Nemici erano e nemici restano. Calunniatori erano e calunniatori restano, e non c’è atrocità di cui non abbiano ingiustamente accusato la Chiesa (non per niente il diavolo è “colui che accusa”). Non c’è trucco per screditare la Chiesa che non abbiano adottato (vedi la squallida vicenda della datazione taroccata della Santa Sindone al radiocarbonio). Persecutori erano e persecutori restano.
L’ignoranza, poi, regna assoluta: la gente, i fedeli, semplicemente non sanno, perché chi dovrebbe tramandare la verità è il primo a non sapere. Non si sa, e non si vuole sapere, che cosa abbiano fatto e detto gli “altri”. Non si sa e non si vuole sapere che cosa dica la dottrina cattolica, perché la scuola dev’essere multietnica e “bisogna rispettare le culture altrui”, e intanto facciamoci un bel corso sull’islamismo (che farà presa su giovani ignoranti dei più elementari rudimenti di Cattolicesimo, e con la vaga idea che la Chiesa e l’Inquisizione erano press’a poco la medesima cosa).
Come ebbe modo di notare, fra gli altri, il grande e santo Cardinale Siri, gli stessi “padri conciliari”, e specialmente molti fra i vescovi, brillavano per ignoranza e si affidavano ai cosiddetti “esperti”, la maggior parte dei quali scalpitava per le novità fini a se stesse. A quarant’anni di distanza le aspettative della grande “riconciliazione” col mondo moderno (in realtà sprofondato nel più arcaico paganesimo idolatra) si sono rivelate per quello che erano: un miraggio del demonio.
Tutte le profezie, a cominciare dall’Apocalisse (che fa parte della Sacra Scrittura, e quindi è Parola di Dio), sono assolutamente chiare su un punto: le persecuzioni continueranno fino alla fine e saranno sempre più terribili, finché Cristo verrà finalmente in majestate (non più in humilitate) a giudicare i vivi e i morti. Non ci sarà e non ci può essere alcuna riconciliazione col mondo e il suo principe, che è il demonio.
Chi dicesse che questo è fare il “profeta di sventura” o “la Cassandra” dimostrerebbe solo un’insana tendenza a nascondere la testa sotto la sabbia. Chi dicesse che questo è un incitamento alla guerra santa dimostrerebbe solo di non aver capito nulla, e di saper pensare solo in termini di politica, di economia, di armi di potenza, cioè di pura idiozia. Ognuno ragiona in base a quello che è in grado di capire. Trascuriamo pure il fatto che non ha senso dire che vogliamo la guerra, sia pure solo difensiva, perché la guerra c’è già, ed è guerra di aggressione: la conducono gli altri, unilateralmente, contro la Chiesa indifesa (i martiri si moltiplicano ovunque, dal Sudan all’Indonesia, nell’ignoranza e nell’indifferenza generale).
Trascuriamo pure l’altro fatto che, debole com’è, assediata da ogni parte e minata all’interno (basti pensare alle persecuzioni contro Padre Pio e Maria Valtorta), neppure volendo la Chiesa potrebbe indire Crociate. Non dobbiamo neppure pensare in termini di “azione”: umanamente, e cioè al livello dei poveretti nutriti di sociologia e di economia, non c’è assolutamente niente da fare. Non esistono “ricette” per l’azione. Non si vuole affatto dire: “fate questo” o “fate quello”. Cristo, alla fine, non ha fatto niente, ha solo sofferto. Noi, adoratori di un Dio crocifisso, non possiamo fare assolutamente nulla, se non pregare.
La storia continuerà a svolgersi come rivelato dall’Apocalisse in ogni caso. I malvagi conosceranno lunghe ore di trionfo, mentre sembrerà che il povero stupido cristiano sia stato sconfitto. Era precisamente la situazione che si manifestò quando Cristo ascese al Golgota. Ma sappiamo pure che, alla fine, il male non potrà vincere: l’avvenire appartiene all’Agnello, e a coloro che gli sono fedeli. Non abbiamo fretta: abbiamo tutta l’eternità per vedere chi aveva ragione. Nell’attesa, non chiudiamo gli occhi. Bisogna sapere.
La conoscenza della verità è un grande bene fine a se stesso, che può solo fare del bene alle anime, che alla fine sono l’unica cosa da salvare ad ogni costo. Dunque, qual è la verità, ad esempio, sulla “riforma” protestante?
Le rovine arrecate alla Sacra Scrittura dalle blasfeme forbici di Lutero hanno prodotto devastazioni paragonabili a quelle che, sotto i vari regimi protestanti, giacobini e massonici europei (compreso quello sabaudo del “risorgimento” italiano), si sono abbattuti sugli ordini religiosi.
Le alterazioni riguardano naturalmente passi che potrebbero dare ombra alla ribellione protestante. Ad esempio, “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matteo 16, 18) è divenuto, nella maggior parte delle Bibbie protestanti: “ …….. su questa pietra edificherò la mia comunità”. Tra le mutilazioni, oltre a diversi tagli, specie nei Salmi, si registra la mancanza di ben sette libri dell’Antico Testamento: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico (o Siràcide), Baruc (uno dei profeti maggiori), e i due libri dei Maccabei. I temi trattati in tali libri sono in effetti assai ostici per un protestante. Vi si parla ad esempio dell’elemosina in suffragio dei defunti (Ecclesiastico, 7, 27), dei sacrifici pure in suffragio dei defunti (2° Maccabei, 12, 39-46), e quindi, indirettamente, del Purgatorio e della Comunione dei Santi. Altri testi si riferiscono al libero arbitrio (Ecclesiastico, 15, 11-22) e al fatto che non tutta la Rivelazione è contenuta nelle Sacre Scritture (1° Maccabei, 9, 22), da cui l’ovvia necessità di una Tradizione e di una gerarchia non infetta da modernismo che ne sia fedele custode.
L’esclusione di tali libri viene giustificata col fatto che sarebbero “apocrifi”, perché di epoca tarda e scritti in greco e non in ebraico. In realtà si tratta di libri deuterocanonici, ossia canonici di data posteriore agli altri, ed è appunto il fatto che siano di data posteriore li rende particolarmente preziosi, perché più vicini al tempo dell’Incarnazione. È quindi istruttiva una sintetica comparazione fra le due versioni dell’Antico Testamento: quella ebraica o masoretica e quella “dei Settanta”.
Sia la versione ebraica sia quella greca sono ispirate, ossia frutto di Rivelazione, ma quella greca, nel suo insieme, proprio perché più vicina al tempo del Messia, è molto più esplicita riguardo ai maggiori articoli della Fede. Non a caso S. Agostino, nel De Doctrina Christiana (II, 15) rileva la maggiore autorità della versione greca dei Settanta, e ritiene che in ogni caso di divergenza fra il testo masoretico e quello dei Settanta, si debba preferire quest’ultimo.
Ad esempio, dove il testo masoretico dei Salmi (risalenti in gran parte al re Davide, ossia intorno al 1000 a.C.) parla in modo vago di un Redentore che dovrà venire, il testo greco nomina esplicitamente il “Cristo”.
Il testo masoretico invoca “Dio della mia salvezza”, quello greco dice “Dio mio Salvatore”, ossia Dio non si limiterà a mandare in qualche modo imprecisato la salvezza, ma verrà Egli stesso a salvare.
Il profeta Isaia (40, 5), nella versione ebraica dice: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà Dio”, in quella greca proclama: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà il Salvatore di Dio”. Questa versione consente una lettura trinitaria, evidenziando che la Salvezza non è un concetto generico, ma una Persona, e così pure la Verità non è un concetto ma una Persona, e la Sapienza non è un concetto ma una Persona (in un libro dell’Antico Testamento, intitolato appunto “Libro della Sapienza”, è la Sapienza stessa che parla; ora solo le persone parlano, i concetti no).
Il testo greco veterotestamentario palesa quindi in modo inequivocabile la seconda Persona della Trinità, il Figlio, Salvatore del genere umano. La Sapienza è indissolubilmente impersonata anche dalla Vergine Santisssima, presente dall’eternità nella mente di Dio e vivente tabernacolo del Verbo Redentore. La Bibbia ebraica è la Rivelazione antecedente all’avvento del Messia, espressione dell’epoca della severità che segue alla caduta nel peccato originale.
Tale Bibbia comprende 39 libri, distinti in storici, sapienziali e profetici.
Ma tutta quanta la Bibbia ebraica, anche nei libri non apertamente profetici, è una profezia del futuro Avvento del Redentore, che apre la nuova epoca, quella della misericordia divina effusa su tutta l’umanità, come dimostra esaurientemente, fra gli altri, anche un profondo pensatore come l’ex Rabbino Capo di Roma Israel Zoll, convertitosi al Cattolicesimo col nome di Eugenio Zolli (e per questo duramente perseguitato dagli ex correligionari come principale meshummad, ossia apostata, o rinnegato, tra i rabbini del mondo moderno). Il nome di Zolli è ancora anatema per gli ebrei.
L’intera religione ebraica era fondata sull’attesa del Messia e la Bibbia greca è ponte di passaggio obbligato alla Parola del Nuovo Testamento. Il prologo dell’Ecclesiastico attesta che in epoca ellenistica l’Antico Testamento era già quasi tutto tradotto in greco. Un documento scritto da un ebreo alessandrino (Lettera di Aristea al fratello Filocrate) racconta che il capo della Biblioteca di Alessandria Demetrio persuase il re ellenistico d’Egitto, Tolomeo II Filadelfo (285-246 a.C.), a promuovere la traduzione di libri dell’Antico Testamento in greco, e da ciò nacque la versione detta “dei Settanta”, poiché tale era il numero degli anziani di Israele convocati ad Alessandria dal re per compiere l’opera, la quale venne poi pubblicamente letta alla popolazione giudaica.
Un’altra fonte giudaica (Frammento di Aristobulo, del sec. II a.C.) conferma che tale origine della versione greca dell’Antico Testamento era comunemente nota.
Fra le generali acclamazioni venne pronunciato solenne anàtema contro chiunque osasse minimamente alterarla, e, implicitamente ed a maggior ragione, contro chi cercasse di far ritorno alla precedente versione. A sostegno della fede di questa folla in attesa del Messia, stava un vero e proprio miracolo, ricordato da Zolli: ciascuno dei Settanta era stato fatto lavorare alla traduzione in isolamento da tutti gli altri, ma quando le traduzioni furono confrontate risultarono tutte identiche, ciò che, senza un intervento soprannaturale. sarebbe stato matematicamente impossibile.
Ovviamente anche la Bibbia greca è comunque opera di ebrei, i quali scrivevano in greco solo perché questa era la lingua più diffusa, ed esprimersi nella lingua allora più diffusa apriva la porta all’universalità della futura Chiesa. Ancora nel sec. II d.C. in Palestina solo pochi sapevano scrivere in ebraico, mentre lingua universale era il greco, e in Palestina era diffuso l’aramaico, che fu la lingua parlata da Gesù. Il recupero dell’ebraico fu di tipo revivalistico, per riaffermare la propria identità etnica e religiosa dopo il rifiuto del Messia.
Lo prova una lettera di Ben Kakhba, il capo della rivolta antiromana sotto Adriano, dove si dice: “la lettera è scritta in greco perché non si è trovato Erma per scrivere in ebraico”. Vuol dire che neppure il supernazionalista capo degli zeloti antiromani era in grado di scrivere in ebraico, né alcuno della sua cerchia, eccetto il fantomatico Erma, che però si trovava qualche volta sì e qualche volta no.
Del tutto errata e fuorviante è l’idea corrente, secondo cui la traduzione dell’Antico Testamento detta dei Settanta nacque soltanto dall’esigenza di fornire agli ebrei alessandrini, ormai totalmente ellenizzati, la possibilità di leggere la Bibbia. A parte il fatto che non solo quelli di Alessandria ma tutti gli ebrei erano ellenizzati, all’esigenza della traduzione sottostavano motivazioni ben più profonde. Nell’attesa del Messia, era evidente il bisogno di rendere le Sacre Scritture accessibili a tutti.
La salvezza, infatti, veniva dagli ebrei ma non poteva essere destinata ai soli ebrei: tutti gli uomini vi erano chiamati. Abramo non era circonciso, dunque gli ebrei scaturiscono originariamente, insieme ad altri popoli, da un ceppo non ebreo. E da chi riceve Abramo la benedizione? Da Melchisedec (Genesi 14, 13-24), re di Shalem, un venerabile quanto misterioso sacerdote legato evidentemente ad una primitiva rivelazione monoteista: il futuro capostipite del “popolo eletto” riceve dunque la consacrazione da un non ebreo. E, a suggellare la consacrazione, Abramo paga le decime a questo non ebreo.
L’Atteso giunse e venne respinto, perché, come tutti sanno, i grandi sacerdoti e gli anziani del popolo si erano fissati su una ben diversa idea di Messia: un Messia terreno, un condottiero che cacciasse i Romani e restaurasse il Regno d’Israele, dove essi speravano naturalmente di occupare i più alti posti di potere. Il Sinedrio ebraico del tempo era dominato dalla setta dei sadducei, materialisti che non credevano nell’immortalità dell’anima e nella vita eterna, e quindi particolarmente mal disposti verso un Messia spirituale.
E in effetti ci si chiede come potessero dirsi ebrei, o comunque credenti nel Dio unico, se negavano caposaldi della Fede di così fondamentale importanza, comuni a tutti i credenti monoteisti. “Conosco le tue opere e la tua oppressione e povertà — ma tu sei ricca — e le bestemmie di coloro che si dicono ebrei e non lo sono”, detta Cristo in persona nell’Apocalisse (Lettera alla chiesa di Smirne, Apocalisse 2, 9). I Settanta erano veri ebrei, il popolo che acclamò la loro traduzione era composto di veri ebrei, di ebrei sinceri che realmente attendevano il Messia, veri ebrei erano lo stesso Cristo e la Sua Famiglia.
Ma come poteva dirsi ebreo chi era incapace di riconoscere il Messia? Poteva dirsi ebreo chi urlava “Crucifige”. Inoltre, Cristo, per tutto il triennio della sua predicazione, non cessò di rimproverare aspramente sia i sadducei sia l’altra setta, quella dei farisei, meno materialisti (almeno in teoria) ma non meno ipocriti. Vi era poi l’invidia per il sèguito che Gesù aveva ottenuto, specie dopo la resurrezione di Lazzaro, ed anche la paura che le autorità romane, insospettite dalle illusorie attese ebraiche di un Messia terreno, scatenassero una repressione. La repressione romana si abbatté poi realmente sugli ebrei, in seguito alle ripetute insurrezioni che terminarono con le due distruzioni di Gerusalemme, dapprima sotto Tito (70 d.C.), poi sotto Adriano (135 d.C.).
La reazione ebraica contro il Cristianesimo è testimoniata negli Atti degli Apostoli: le prime persecuzioni contro i Cristiani sorsero direttamente da denunce ebraiche alle autorità romane, senza dimenticare la lapidazione di S. Stefano Protomartire, in cui i Romani non furono affatto coinvolti. La paura che i cristiani avevano della casta sacerdotale ebraica è testimoniata dal fatto che i tre Vangeli sinottici, scritti prima del 70 d.C., non osano dare troppi dettagli sulla sepoltura di Gesù, e soprattutto non nominano Nicodemo, che era rimasto a Gerusalemme, per non esporre la sua famiglia alle vendette del Sinedrio, ma accennano brevemente al solo Giuseppe d’Arimatea, che, a quanto pare, si era messo in salvo in Britannia.
Solo il Vangelo di San Giovanni, redatto dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto dalle truppe romane di Tito, e la cricca sadducea era stata annientata, nomina Nicodemo e si diffonde maggiormente sulla sepoltura del Cristo, il cui corpo sarebbe stato altrimenti gettato in una fossa comune, com’era destino dei “malfattori” crocifissi.
L’ebraismo si ripiegò su sé stesso in chiave violentemente anticristiana, da cui maturò il rigetto della Bibbia greca e il ritorno al vecchio testo masoretico in lingua ebraica. Un rigetto che si poneva in violenta contrapposizione ai pronunciamenti e all’anàtema delle comunità ebree dell’epoca dei Settanta, vere antesignane della Chiesa, che avevano invece inteso fissare la nuova versione come profezia più matura del prossimo avvento del Messia: il loro anatema stende un’ombra autorevole ed inquietante sulle manomissioni successive subìte dalla Bibbia ad opera di protestanti e settari pseudocattolici postconciliari.
Non si trattava quindi semplicemente di un “ritorno ai testi originali come ulteriore prova di identità etnico-culturale” sentito dal “tradizionalismo ebreo”, come in modo soave semplifica la storiografia laicista politicamente corretta.
Il Talmud (secc. III-VI), codice religioso-morale del giudaismo posteriore all’Avvento di Cristo, lo descrive come incantatore o “seduttore” del popolo. Il vero nome di Gesù in ebraico è Yeshua Annostri (Gesù Nazareno). Poiché la voce Yeshua designa il Salvatore, raramente viene scritto per esteso e viene invece usata l’abbreviazione Yeshu, che letto con malizia diventa l’acronimo della maledizione “possano il suo nome e la sua memoria essere annientati”, espressione massima di disprezzo e insulto tra i peggiori. Altre volte viene chiamato oto, (quest’uomo), peloni (un tale), talui (l’appeso), oppure con disprezzo naggar bar naggar (fabbro figlio di fabbro).
Per gli ebrei, il nome stesso “Gesù” simboleggia ogni possibile abominio e questa tradizione popolare permane anche oggi in Israele e presso le comunità ebraiche tradizionaliste. Secondo il Talmud, Gesù sarebbe “figlio illegittimo” di Maria (sic), la quale avrebbe commesso “adulterio” con un tale Pandira. La Santa Vergine viene coperta di bestemmie irripetibili (anche in Mosè Maimonide si leggono oscenità del genere). Di Gesù il Talmud dice che “aveva in sé l’anima di Esaù ed era stolto, prestigiatore, seduttore e idolatra”. Oltre che di idolatria, Gesù vi era anche accusato di stregoneria; ed avrebbe incitato gli ebrei all’idolatria e al disprezzo verso la legittima autorità rabbinica.
Tutte le antiche fonti ebraiche relative all’esecuzione se ne assumono con gioia la responsabilità, dicendo che fu condannato da un tribunale rabbinico, e non nominano neppure Ponzio Pilato e i Romani. Sarebbe stato crocifisso e sepolto all’inferno e sarebbe divenuto l’idolo dei suoi seguaci.
L’opinione ebraica sui cristiani è in carattere con quella nei confronti di Gesù. Alla preghiera sinagogale quotidiana (birkat-ha-minim) fu aggiunto un paragrafo di maledizione contro i nosrim, cioè i Cristiani. Violenta è la polemica anticristiana nel Talmud: oltre che nosrim, i Cristiani sono aboda sara (culto straniero, idolatria), acum (adoratori delle stelle e dei pianeti), obdé elilim (servi degli idoli), minim (eretici), goim (gentili, pagani; termine spesso usato solitamente non per i veri pagani ma proprio per i cristiani; un gravissimo insulto era dire: “sei peggio dei goim”), nocrim (forestieri), ammé aarez (uomini rozzi, ignoranti). Questo da parte di uomini che, con la blasfema invenzione del golem, si attribuirono miticamente capacità di “creare la vita”, che pertiene invece a Dio solo.
Gli insulti accumulati sui cristiani sono innumerevoli: uomini pessimi, assai peggiori dei turchi, omicidi, animali impuri, contaminanti a guisa di sterco, indegni di essere chiamati uomini, bestie in forma umana. Si dice pure che essi si propagano come le bestie e che sono di origine diabolica, che le loro anime derivano dal diavolo e che al diavolo nell’inferno ritorneranno dopo la morte; perfino il cadavere di un cristiano non deve essere distinto dalla carogna di una bestia scannata.
Alcune citazione dal Talmud sono veramente illuminanti: “La nostra redenzione sorgerà appena Roma (ossia la Chiesa cattolica) sia distrutta. (…….) Per poter ingannare i cristiani è permesso ad un ebreo farsi passare per cristiano. (…….) Tutti i beni del cristiano sono come deserto: il primo di noi che li occupa ne è padrone. (…….) Il migliore dei cristiani ammazzatelo. (…….) Dio li creò in forma di uomini in onore di Israele, poiché i cristiani non furono creati ad altro fine se non a quello di servire i Giudei giorno e notte, né mai deve loro essere data requie che cessino da simile servizio. Sconviene al figlio del re (l’israelita) che lo servano bestie in quanto tali, ma è conveniente che lo servano bestie in forma umana” (Midrasch Talpiot, foglio 255d).
Il percorso dei protestanti è del tutto analogo a quello dell’ebraismo postcristiano, erede di coloro che avevano gridato “Crucifige”. La Chiesa di Roma è fatta oggetto di un odio spasmodico. I sette libri dell’Antico Testamento espunti dai protestanti sono precisamente quelli scartati dagli ebrei postcristiani persecutori. Analogamente agli ebrei, i protestanti regrediscono ad una “religione del libro”, rinunciando alla presenza ontologica, reale, della Divinità, garantita alla Chiesa cattolica dalla Comunione dei Santi e dalla Presenza di Cristo nell’Eucarestia.
Per far questo, ossia per potersi staccare dalla Tradizione e dal corpo vivo della Chiesa, inseguendo i fumi di un “libero esame” che porterà alla radicale disgregazione delle decine di migliaia di sette e all’ateismo, il libro stesso dev’essere “censurato”, altrimenti renderà esso stesso testimonianza dello scempio.
Ecco dove portavano le smanie di quanti, nel tardo medioevo e nel primo Rinascimento, smaniavano per poter tradurre la Bibbia in lingue volgari. Ecco perché era stato un atto di saggezza l’opposizione della Chiesa a simili traduzioni, ben sapendo che, l’accesso diretto alla Sacra Scrittura aperto a tutti, avrebbe portato ad una disintegrazione dottrinale. La storia sacra veniva insegnata al popolo, ma attraverso la mediazione della gerarchia ecclesiastica. Allontanandosi dalla versione dei Settanta, il post-concilio ha reso assai più difficile il dialogo con gli ortodossi, considerevolmente più vicini ai cattolici, i quali ovviamente non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla loro Bibbia greca.
Non resta che domandarsi quale “spirito” (non certo lo Spirito Santo) abbia spinto i fautori del “rinnovamento ecclesiale postconciliare” della Chiesa cattolica a metter mano nuovamente alla Bibbia per tornare alla versione masoretica. Quale inconsulto spettro di ecumenismo a tutti i costi li ha animati? quale speranza di chissà quali riavvicinamenti ai protestanti, di chissà quali frutti straordinari da “incontri al vertice” con i capi delle chiese eretiche?
A questi fautori della “diplomazia di vertice”, a questi che confidavano nella propria abilità di negoziatori, non è venuta in mente la maledizione dal libro di Geremia (17, 5-6)? “Così dice il Signore: ‘Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere’.”
Si può solo sperare che la sbornia postconciliare sia ormai passata e che i cattolici tornino a sentirsi cattolici, perché la Verità non è negoziabile, non dipende da noi, non può essere “adattata”, non può essere messa “in sordina” per andare d’accordo col mondo e col suo immondo principe che si aggira “sicut leo rugiens, quaerens quem devoret”.

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MARIA VALTORTA

Emilio Biagini

IL CASO DI MARIA VALTORTA

“Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina”.
L’autrice di questo brano è una mistica contemporanea, che appena adesso (e non senza opposizione da parte di chierici progressisti, come già si era verificato per San Padre Pio) si comincia a conoscere e ad apprezzare: Maria Valtorta (Caserta 1897-Viareggio 1961) (vedi ), una persona di limitata cultura, che aveva compiuto solo studi tecnici, il cui unico pregio intellettuale era quella di avere un’eccellente memoria, che le permise di riportare nei minimi dettagli ciò che vedeva. La Valtorta fu paralitica per gran parte della sua vita. Inchiodata a letto senza avere la possibilità di compiere alcuna ricerca, senza conoscere alcuna lingua orientale, senza aver mai lasciato l’Italia, descrisse in modo dettagliatissimo la vita del Salvatore, dimostrando di conoscere perfino la conformazione del territorio, incluse descrizioni di peculiari formazioni rocciose (confermato da un geologo che aveva lavorato in Palestina) e le minute differenze di pronuncia della lingua ebraica tra la Galilea e la Giudea. Costei più volte ebbe la visione della rosa paradisiaca e più volte la descrisse, anche in assai maggior dettaglio rispetto alle poche righe riportate sopra. La visione corrisponde esattamente all’immagine del Paradiso nella Divina Commedia come “candida rosa” (Canto XXXI, 1-3), oggetto di una delle più impressionanti tavole disegnate dal Doré nella grande edizione illustrata del Poema.
Chi entra in contatto con le opere di Maria Valtorta difficilmente evita di venirne trasformato, tale è la suggestione delle parole da lei scritte. Scritte da lei sì, ma quasi mai pensate da lei. Piuttosto, scritte sotto dettatura. Quando è lei stessa a scrivere pensieri propri, lo annuncia con le parole: “Ora parlo io”. La maggior parte dei brani sono dettati, preceduti da un: “Dice Gesù”, oppure “Dice Maria”. A volte a dettare è Dio Padre, o lo Spirito Santo. Una serie particolare di brani è risultato della dettatura del suo angelo custode, Azaria, al quale si deve una dettagliata spiegazione dei Vangeli domenicali. Di grande importanza sono le visioni, che riguardano l’intera vita pubblica di Gesù e della Santissima Vergine, oltre a scene della successiva vita della Chiesa, soprattutto riguardanti vite e passioni di martiri in epoca romana e sotto l’”illuminato” dominio islamico in Spagna.
Le opere di Maria Valtorta sono pubblicate dal Centro Editoriale Valtortiano, dal quale è possibile ottenerle all’indirizzo di Viale Piscicelli 89-91, 03036 Isola del Liri (Frosinone). Il suggerimento di rivolgersi direttamente all’editore è dettato dal fatto che le librerie cattoliche spesso si prestano mal volentieri a distribuire opere valtortiane, tuttora mal viste da una buona parte del clero e dell’episcopato, soprattutto se di idee postconciliar-progressiste. Anche di recente l’episcopato toscano ha ancora una volta rifiutato di iniziare una causa di beatificazione della grande mistica, che Cristo in persona chiamava “il mio piccolo Giovanni”.
Di tali opere, che occupano molti volumi, è possibile dare solamente un sintetico elenco. Anzitutto vi sono le oltre quattromila pagine, edite in dieci volumi, che raccontano in modo mirabile la storia della Redenzione, inizialmente sotto il titolo Il poema dell’Uomo-Dio, oggi sotto quello L’Evangelo come mi è stato rivelato. Vanno poi ricordati il Libro di Azaria (accennato sopra), i tre volumi dei Quaderni (scritti dal 1943 al 1950, che contengono visioni e rivelazioni di grande importanza, fra cui quelle veramente impressionanti sull’Apocalisse, che annunciano un’ultima terribile persecuzione capeggiata dal maligno in persona, dopo la quale Cristo in persona dirà “basta” ed avrà luogo il Giudizio Universale e la resurrezione della carne), le Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani, l’Autobiografia (scritta non per esibizionismo, ma controvoglia e su ordine preciso del direttore spirituale, intenzionato a documentare le origini delle straordinarie visioni e rivelazioni), I venti misteri del Rosario, Fior di parabole, e le Preghiere. Una parte degli scritti della Valtorta sono tuttora inediti.
Il Centro Editoriale Valtortiano ha pure pubblicato opere sulla Valtorta. Di particolare importanza il volume, a cura di Emilio Pisani, direttore del Centro, dal titolo Pro e contro Maria Valtorta, che documenta le molte e autorevoli prese di posizione a favore dell’autenticità delle visioni, fra cui quelle del Cardinale Siri e di Padre Rotondi, ed anche l’opposizione di chierici come un certo Gramaglia, un prete di quelli che non portano la tonaca e neppure il clergyman, apertamente ostile non solo alla Valtorta, ma a tutta la tradizione della Chiesa e al primato papale. Le testimonianze di Maria Diciotti, la donna che assistette la paralitica per molti anni, sono state raccolte da Albo Centoni in un volume dal titolo Una vita con Maria Valtorta. Il libro Padre Pio e Maria Valtorta è un’agile biografia del grande Santo, con importanti note sui suoi favorevoli rapporti con gli scritti valtortiani. Il Centro pubblica pure un interessante Bollettino Valtortiano semestrale.
La vita di Maria Valtorta fu segnata da atroci sofferenze offerte con virtù eroica a Dio. Paralizzata in gioventù a causa di un vile attacco alle spalle con una sbarra di ferro da parte di un teppista comunista che le aveva leso la colonna vertebrale, soffriva di numerose malattie che le avevano attaccato i principali organi, e alcune di esse erano il risultato di una libera offerta della Valtorta stessa per ottenere da Dio la guarigione di altri. Per i medici era un mistero come la donna potesse restare ancora in vita. Ma la sua peggiore fonte di sofferenza era la madre, essere duro e privo di comprendonio, che non faceva che tormentare la figlia con incomprensioni e severità del tutto fuori luogo, sentenziando che i suoi mali erano inventati, e costringendola ad ogni sorta di servizi, salvo poi allontanarsene quando finalmente si accorse che era davvero malata e bisognosa di assistenza.
Tragicamente insensibili si dimostrarono pure le autorità ecclesiastiche, dalle quali arrivò nel 1948 una secca messa all’Indice della grande opera valtortiana (poco dopo l’Index librorum prohibitorum stesso venne abolito). Al contrario, le visioni di Anna Caterina Emmerich (alle quali si è ispirato Mel Gibson per il film The Passion) sono state pubblicate con l’imprimatur ecclesiastico, sebbene assai meno attendibili. La Emmerich, infatti, era analfabeta e aveva rivelazioni puramente interiori, non nitide visioni come quelle valtortiane: non potendo scrivere, riferì queste rivelazioni al poeta Clemens Brentano, il quale, da vero poeta, non mancò di abbellirle alquanto. Non c’è quindi confronto con la completezza e la precisione dell’opera valtortiana.
Ma l’impopolarità della Valtorta presso una gran parte delle alte gerarchie ecclesiastiche, avviate sulla strada del Concilio Vaticano Secondo e dell’infausto postconcilio, ha una sua ben precisa spiegazione. Infatti, in molti dettati, sia Cristo sia la Santa Vergine non mancano di bollare con parole di fuoco il male oscuro della Chiesa e il tradimento dei chierici. Qualsiasi imprimatur o causa di beatificazione, o altra presa di posizione ufficiale in favore dell’autenticità delle rivelazioni alla Valtorta sarebbe quindi un’implicita confessione di colpa, sarebbe come ammettere che — come afferma la Valtorta — Cristo ha veramente chiamato i preti “Giuda” e “Caino” (perché assassini delle anime), sarebbe come ammettere che il Signore ha davvero affermato che i preti saranno “i primi a rotolare per la china dell’anticristo”.
E il cardinale di Acquasparta non fece forse bruciare la Divina Commedia perché fulminava contro la corruzione di troppi uomini di Chiesa? E l’apparizione della Vergine alle Tre Fontane nel 1947, non viene forse passata il più possibile sotto silenzio, perché ha denunciato le lacerazioni all’interno della Chiesa causate dagli stessi preti? E Sant’Agostino, riferendosi all’ovile della Chiesa, non ebbe forse ad esclamare: “Quante pecore fuori, quanti lupi dentro!”? Ai lupi travestiti da pecore le rivelazioni alla Valtorta non possono che causare irritazione.
A questo si aggiunga la prevedibile reazione di molte donne quando, già agli inizi del primo volume de L’Evangelo come mi è stato rivelato, trovano il racconto della caduta nel peccato originale come si è realmente verificata, e non celata sotto il simbolo del “frutto proibito”. Eva vi fa una figura veramente miseranda, molto peggiore di Adamo, ciò che giustifica pienamente la condanna più pesante da lei meritata. Dio aveva celato, inizialmente, ai progenitori il segreto della generazione, per metterli alla prova. Non era affatto una diminuzione. Bastava attendere un poco e avrebbero saputo anche quello, e il parto della donna sarebbe stato indolore. Ma Eva commise non uno ma tre peccati: prima si lasciò titillare dal serpente, e fin lì si trattava del male minore: sarebbe bastato che la sciagurata avesse confessato il peccato al Padre Eterno, il quale l’avrebbe perdonata e purificata; tutto si sarebbe risolto. Invece Eva, volendo riprovare quel piacere, andò lei stessa a cercare il serpente e ripeté il peccato. Infine, cercò Adamo e lo “istruì”. Figuriamoci i sorrisetti ironici, gli scherni, gli sberleffi, i cachinni diabolici, le risate sgangherate delle femministe di fronte ad una rivelazione del genere. Come sempre, non si crede a quello che non fa comodo.
Tuttavia, le recenti prese di posizione del Santo Padre e dell’episcopato in difesa dell’ortodossia e della morale, e in particolare il commento dell’ancora cardinale Ratzinger alla Via Crucis del Venerdì Santo di quest’anno al Colosseo, denunciante il malcostume penetrato nella Chiesa (nonché le relative reazioni isteriche degli avversari) fanno sperare che il diabolico secolo ventesimo abbia finalmente ceduto il passo a tempi migliori (almeno all’interno della Chiesa, perché fuori di essa il demonio è scatenato). Frattanto, l’opera ispirata della grande mistica e santa Maria Valtorta (poiché santa è, ci sia o meno un riconoscimento ufficiale) continua lenta e sicura a diffondersi, edificando e confortando il popolo cristiano.
“Se ciò viene dagli uomini finirà da sé, ma se viene da Dio non potrete spegnerlo”, come disse il grande Gamaliele ai farisei e ai sadducei del suo tempo che si apprestavano a perseguitare Gesù, e questo vale anche per i farisei e i sadducei del tempo nostro, ossia per gli ipocriti che si fingono cristiani per convenienza (magari a caccia di voti cattolici) e per i materialisti che si vantano della loro cieca e disperata miscredenza.

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GEOFENOLOGIA

Rezension von: SCHMIDT-FALKENBERG H. (2005) Geophänologie und die kontinuierliche meßtechnische Erfassung der Hauptpotentiale des Systems Erde (unter Mitwirkung von Josef M. Kellndorfer; herausgegeben von Wolf Tietze), Projekte-Verlag 188, Halle (Saale), 3 Bände, 1483 Seiten, 676 Bilder.
Dieses dreibändige Buch ist ein hervorrangender Versuch, die Potentiale der Erde, das ist die Leistungsfähigkeiten deren Kraftfelder, zu beschreiben und zu schätzen. Phänologie bezeichnet das Studium der periodisch wiederkehrenden Wachstumserscheinungen lebendiger Wesen in Abhängigkeit von Witterung und Klima. Der Begriff wurde von dem belgischen Botaniker Charles Morren 1853 geprägt. Was Professor Schmidt-Falkenberg vorschlägt, ist eine Geophänologie der ganzen Erde, die durch Satellitenmessungen unterstüzt wird.
Das erste Kapitel führt grundsätzliche geographische und geschichtliche Informationen, und mithin die Grundlagen allgemeiner Begriffe ein. Geodätische Modelle und Satellitenmessungen werden im zweiten Kapitel dargelegt. Das dritte Kapitel richtet sich auf globales Geländepotential, Dynamik, sowie endogene und exogene Vorgänge der Erde. Vom vierten zum zehnten Kapitel werden die verschiedenen Typen der Geländeoberfläche, beziehunsweise die Potentiale von Eis und Schnee, Tundra, Wüsten, Wälder, Grasland, das Meer und die Atmosphäre dargelegt. Das Buch ist höchst informativ, zuweilen sogar zu detailliert. Zusammenfassungen am Ende jedes Kapitels und am Schluss des Buches würden hilflich sein, damit die Klarheit durch die Menge an Details nicht verdunkelt wird.
Viele Wiederholungen könnten vermieden werden. Bilder sind öfter zu klein, mit fast unlesbaren Schriften. Ist es wirklich nötig, jedes Mal, wenn von einer x-beliebigen Zivilisation die Rede ist, die ganze Geschichte jener Zivilisation zu erzählen? Sind dafür nicht die üblichen Enziklopädien zuständig? Welchem Zweck dient die Abhandlung über Schreibschriften und Alphabete (ss. 219-222)?
Die drei Bände enthalten nur wenige Druckfehler (z.B. „Galxien” anstelle von „Galaxien” auf Seite 472, Linie 30; „Imagning” anstelle von „Imaging” auf Seite 837, Linie 8; „Automaded” anstelle von „Automated” auf Seite 837, Linie 24; dreimal leere Klammern auf Seite 922, Linie 31 und 33; „Nigth” anstelle von „Night” auf Seite 958, erläuternden Text des Bildes 8.9, Linie 4; „Attidute” anstelle von „Attitude” auf Seite 968, Linie 35; „Bengalenstrom” anstelle von „Benguelastrom” auf Seite 1029, erläuternden Text des Bildes 9.30, Linie 5; „Kategoerien” anstelle von „Kategorien” auf Seite 1063, Linie 25; „Qulle” anstelle von „Quelle” auf Seite 1142, Linie 25; „untersheiden” anstelle von „unterscheiden” auf Seite 1145, Linie 32; „glaciales” anstelle von „glacialis” auf Seite 1151, Linie 26; „Mthan” anstelle von „Methan” auf Seite 1337, Linie 24; „Synthase” anstelle von „Synthese” auf Seite 1341, Linie 29; „Reparartur” anstelle von „Reparatur” auf Seite 1345, Linie 2).
Im Kapitel der Meerespotential, werden Hydrometra stagnorum und Mückenlarven erwähnt, aber die leben im Frischwasser und nicht im Meer (s. 1060). „Die ältesten lebenden Bäume erreichen” nicht „ein Alter von ca 850 Jahre” (s. 1126), sondern mehr als 4000 Jahre. Es heißt von der so gennanten „bristlecone pine” (Pinus longaevia), aus die Weißen Berge in Kalifornien, mit Erfolg in der archäologische Datierung durch die Methode der Dendrochronologie benutzt (siehe Sir Colin Renfrew).
Ein Fehler (obwohl von anderen Autoren bereits geliefert) ist diese Behauptung: „Um statistisch gesicherte Aussagen über Klimaänderungen oder den Trend des globalen Klimas zu ermöglichen, sind Mitteilungen über Zeitabschnitte von mindestens 20-30 Jahren erforderlich” (s. 1217); und, wiederholt, „Temperaturzeitreihen sollten (…….) einen Zeitabschnitt von mindestens 20-30 Jahren zu fassen, um als Klimarelevant gelten zu können” (s. 1223). Aber um Klimaänderungen hervorheben zu können, braucht man viel längere Zeitabschnitte.
Folgende Zitate beweisen schwere Vorurteile gegen die Katholische Kirche. „Vor allem aus religiösen Gründen wurde besonders im westeuropäischen Kulturkreis die Aussage, die Erde habe die Form einer Scheibe, weiterhin als die allein richtige proklamiert. Noch bis in die Zeit um 1500 n. Chr. hinein hat die Katholische Kirche, hat die Papst in Rom, versucht, die kirchliche (und damit auch die weltliche) Gültigkeit dieser Aussage aufrechtzuerhalten.” (s. 172). „Gemaß die Vorstellung der Pythagoreer hat die Erde die Gestalt einer Kugel. Trotz der von Aristoteles angegebene Beweise und der Messung der Erdumfangslänge durch Erathostenes konnte sich diese Erkenntnis erst nach rund 2000 Jahren stärker durchsetzen. Behaim, Copernicus, Waldseemüller, Schöner, Mercator, Leonardo da Vinci, Galileo, Kepler und andere sind überzeugt von der Kugelgestalt der Erde. Wie zuvor dargelegt, ist die Kirche, der Papst in Rom, aus eigenem Interesse [Sic. „Interesse” wofür?] darum bemüht, da diese wissenschaftliche Erkenntnis noch nicht Allgemeingut wird.” (ss. 213-214).
Das ist einfach falsch. Das in der ellenistischer Zeit formulierte Konzept einer Erdkugels, wurde ins Mittelalter nie vergessen. Griechische Wissenschaft stand bei der Kirche in höchster Ehre. Die Erde wurde auf mittelalterlichen Landkarten flach dargestellt da zwar die Ozeane und nicht alle Kontinente, und deshalb die richtige Verteilung von Land und Meer, noch nicht bekannt war. Die „geistliche” Geographie von Kosmas Indikopleustes (6. Jahrhundert) ist das Höenpunkt des Rückgangs geographischer Forschung in Osteuropa, aber Dante Alighieri (1265-1321), stellt in seiner „Divina Commedia” eine undeutlich runde Erde dar, und sein wissenschaftliches Niveau spiegelt geographische Kenntnisse im mittelalterlichen Italien, und in der Katholische Kirche jener Zeit, sehr gut wider (Dante beschäftigte sich auch mit physikalischen Probleme der Erdkugel in seinem Quæstio de aqua et terra). Dabei stellte für die Kirche dieErdkugelgestalt der Erde kein einziges Problem dar.
Noch einige Zitate. „Bruno wird als Kezter in Rom verbrannt. (……) Giordano Bruno (1548-1600). Italienischer Naturphilosoph, wird wegen seiner Lehre und dem Festhalten am copernicanischen Weltbild in Rom als Ketzer verbrannt. (…….) Galileo Galilei (1564-1642). (…….) Die von Galilei verfaßte Disputation führt schießlich 1633 zum Inquisitionsverfahren der Kirche (Inquisition, vom 12.-18. Jahrhundert Gericht der katholischen Kirche gegen Abtrünnige).” (ss. 218-219). „(…….) die Katholische Kirche erhob das geozentrische Modell des Kosmos. Zweifler fielen der (kirchlichen) Inquisition anheim, wie etwa der bei Neapel geborene Dominikanermönch Giordiano [sic, eigentlich Giordano] Bruno, der (1600) auf dem Campo dei Fiori in Rom die Scheiterhaufen bestiegen mußte, weil er als Visionär des Unendlichen seine vom Dogma abweichende Vorstellung über den Kosmos nicht widerrief. (…….) Der italienische Philosoph Bruno gilt als erster Vertreter des so gennanten Pantheismus (Unendlichkeit und Einheit des beseelten Universums). In seinem Werk „De l’infinito, universo e mondi” vertrat er die Ansicht, daß ein unendliches Universum weder Mittelpunkt noch Rand haben könne” (s. 503). Aber wer war eigentlich Giordano Bruno? Von einer starke Neigung zur Gnosis getrieben, skrupellos, mit den höchsten Ansichten über sich selbst, war Bruno esoterischen Übungen (d.h. der bewusster Anrufung des Teufels) zugewandt. Er veröffentlichte verschiedene Bücher darüber. Er wandte sich zur Ausnutzung von Geistesschwächeren durch Übervorteilung. Während seines Aufenthaltes in London, er nutzte seine Stellung als Priester aus, um Auskünfte über die Katholiken zu sammeln, sogar im Beichten. Er teilte diese Auskünfte zum Walsinghams Geheimsdienst mit: die Unglückseligen wurden verhaftet, gefoltert (um noch weitere Auskünfte über andere Katholiken zu erlangen) und zum Schafott gesandt, wo sie eine besonders grausame Todestrafe leiden mussten. Schliesslich wurde Bruno in Venedig verhaftet. Er hatte dort Aufenthalt gemacht während seiner „verrückten“ Reise nach Rom, als er den Papst zu täuschen und ihm zu überzeugen versuchte, die Kirche zu zerstören. Die Verhaftung passierte wegen der Anzeige des Edelmanns Giovanni Mocenigo, der sein Gastgeber war, und war erschreckt wegen Brunos seltsamen „Erinnerungstechniken“, die eigentlich nur eine esotherische Methode für die Täuschung und Unterwerfung des Willens anderer Menschen waren. Die erste Phase jener Methode bestand in einem Angriff des Schülers mit jeder Menge Beleidigungen. Das Endziel, wie derselbe Bruno in seiner Abhandlung De vinculis berichtet, war das Opfer am sich zu binden um seine Wille zu zerstören. Um diese Ziel zu erreichen, war von grundlegender Beudutung dass der Hexenmeister auf keinen Fall eine Zuneigung zum Opfer fassen sollte. Letzteres, ganz im Griff des Hexenmeisters, musste sein blindes Werkzeug bekommen. Und dieser soll der „Philosoph” sein der den so gennante „freien Gedanke” inspirierte. Bruno wurde in das Inquisitionsgefängnis nach Rom gebracht. Das war unglaublich komfortabel, mit luxuriösen und hellen Räumen, guter Kost und aller grundlegenden Diensten. Die Angeklagten hatten das Recht die Anklage binnen dreier Tage nach die Verhaftung zu erfahren, und diese wurde ihnen schriftlich mitgeteilt. Außerdem, waren sie mit allen nötigen Bücher und Schreibmaterial ausgestattet, um ihre Verteidigung vorzubereiten.
Wenn Protestanten schreckliche Beschreibungen der Gefängnisse der Katholischen Inquisition geben, tun sie nichts anders, als ihre eigenen Gefängnisse zu beschreiben, wo man alle Grausamkeiten betrieb die die sektarische Propaganda immer der Katholischen Inquisition zuzuschreiben versucht. Brunos Verfahren dauerte acht Jahre, und alle Möglichkeiten wurden ihm angeboten sich zu verteidigen und seine okkulten Praktiken zu widerrufen. Als endlich klar wurde dass er ein hoffnungsloser Fall war, wurde er verurteilt.
Vieles mehr sollte man über die Inquisition sagen, um die vielen eingewürzelte Vorurteile zu berichtigen. Nur wenige Punkte können hier noch erwähnt werden. Ungefähr 90% bis 95% der Angeklagten wurden freigesprochen. Die Anderen wurden meistens zum Exil verurteilt. Nur selten wurde jemand zu Tode verurteilt, und dann wurde er an die Zivilbehörden abgeliefert, die ihn, ohne die Inquisition, schon lange getötet hätten.
Die Inquisition wurde gegründet um der Katharischen Ketzerei entgegen zu wirken, um zu versichern, dass verhaftete Kathare ein Verfahren haben konnten, denn Zivilbehörden verbrannten sie bei lebendigem Leib ohne Verfahren. Wer waren die Katharen? Sie entstanden in Bulgarien unter dem Namen „Bogomilen”, später wurden sie in Westeuropa verstreut, besonders im südlichen Frankreich unter dem neuen Namen „Albigensern”. Sie waren nicht, was man harmlose Idealisten nennen konnte: Ihre Ideen untermauerten jede Autorität und hätten sie wirklich gesiegt, dann wäre das Aussterben der Menscheit, zumindest Europas, unvermeidlich gewesen. Die Katharen behaupteten dass die materielle Welt eine „Schöpfung” des Teufels war, damit die Menschen keine Nachkommen mehr haben und aussterben sollten. Diese Ideen, augenscheinlich von neu-gnostischem Ursprung, wurden nicht friedlich verbreitet, sondern durch Eisen und Feuer. Wie man sich leicht vorstellen kann, wurden ernste Sorgen von diese Lehre erweckt worden. Deshalb war es unvermeidbar, dass die Zivilbehörden und die Kirche, so blutig angegriffen, sich zu verteidigen versuchten. Die Zivilbehörden verbrannten die Katharen oft ohne Verfahren. Manchmal wurden sie durch die Bevölkerung selbst gelyncht. Die Inquisition gab ihnen zumindest ein Verfahren und die Möglichkeit, sich zu verteidigen und zu bekehren. Die Verfolgungen gegen die Katholiken, besonders in England, waren viel strenger, mit Folter ohne Beschränkungen.
Eine ungeheure Anzahl katholischer Geistlichen und Laien wurde durch Ketzer und Protestanten umgebracht, aber sie sind nie in der politisch korrekten Geschichtschreibung erwähnt worden. Schon 1631, wurden die wirklich aufgeklärten Ansichtspunkten, die in der katholischen Kirche herrschten, wurden in dem Buch Cautio criminalis, von dem deuschen Jesuitenpater Friederich Spee von Langenfeld ausgedrükt. Das Buch war besonders elfolgreich, und wurde in die wichtigsten europäischen Sprachen übersetzt: Es stempelte die Hexenprozesse als „anti-Christliche”, es berief sich auf das Naturgesetzt von Unschuldvermutung und verteidigte die Unabhängigkeit der Richter und die Wegschaffung der Folter. Die sei unnützlich, um die Wahrheit sicherzustellen. Folter war jedenfalls durch die Inquisition schon immer sehr wenig und mit große Einschränkungen benutzt werden; man muss an der kranken Phantasie Edgar Allan Poes „The pit and the pendulum” nicht glauben. Die säkularisierte Gesellschaft (die aus der „Reformation”, der sogennante „Aufklärung” und einer ganzen Reihenfolge von nationalistischen, atheistischen und materialistischen Ideologien entsprang) hat das Werk von Spee von Langenfeld versucht in Vergessenheit geraten zu lassen und sich dagegen mit dem Verdienst verziert solche Ideen erschaffen und zustande gebracht zu haben.
Als einziges Resultat hat dieselbe säkularisierte und atheistische Gesellschaft die schrecklichsten Tyrannereien der Welt hervorgebracht. Hätte die Katholische Inquisition noch genug Kraft in der moderner Zeit gehabt, wir hätten keinen Kommunismus und Nazismus gesehen. Barbarische Werke wie „Das Kapital” und „Mein Kampf” waren beide im Index Librorum Prohibitorum, aber leider hatte die Kirche keine Macht mehr, um die Menscheit gegen solche Undinge zu verteidigen. Das hat natürlich nicht mit Geophänologie zu tun, aber da der Autor die Kirche mit negativen Bemerkungen erwähnt hat, wurde es erforderlich, die genaue Tatsachen zu betonen. Es ist unerklärlich warum der Autor, in seine weitläufigen Handlung der Astrophysik und Kosmologie, nicht vom Olbers Paradox spricht (um so mehr unerklärlich da Olbers ein berühmter deutscher Astronom war).
Der Kosmos kann nicht unendlich sein wegen zumindest dreier Gründe: 1. ein unendlicher Kosmos würde unendliches Licht ergeben (genau das oben gennante Olbers Paradoxon); 2. ein unendlicher Kosmos würde unendliche Trägheitskräfte ergeben, und Bewegung würde damit unmöglich sein (Machs Paradoxon); 3. ein unendlicher Kosmos würde unendliche tödliche Radiationskräfte ergeben, und das Leben würde damit unmöglich sein (biologisches Paradoxon). Als der Kosmos nicht unendlich ist, d.i. er hatte einen Anfang und wird ein Ende haben, ist die einzige mögliche Folge dass er nicht selbstständig und selbstgeschaffen sein kann. Das stellt die interessante Frage, was (oder besser Wer) ihn geschaffen hat.
Diese deutliche Endlichkeit des Kosmos wird ständig in Frage gestellt, um der unangenehme und „unwissenschaftliche” Frage des Schöpfers zu entkommen. Immer mehr neue Theorien werden dafür ausgedrückt um Frage über Anfang und Ende des Kosmos zu entkommen, aber keine scheint überzeugend zu sein.
Schon gut, das ist die gewohnte wissenschaftliche Methode, immer die gegebene Ergebnisse in Frage zu stellen. Das ist akzeptabel. Aber warum wird der Evolutionismus zu Orthodoxie emporgehoben? Niemand hat je eine neue biologische Art entstehen sehen können. Neulich wird die evolutionistische „Theorie” (besser gesagt, „Hypothese”) immer mehr angegriffen, nicht nur durch religiöse Fundamentalisten (diese Personen sind gar nicht überzeugend und manchmal ein bisschen lächerlich), aber auch von Mathematikern, Biochemikern und Palaeontologen (siehe, zum Beispiel, die Internet Seiten vom Boston Review und vom Massachusetts Institute of Technology). Zwei Grundsätze stehen den Evolutionismus gegenüber: 1. statistische Inflaktion (zufällige nützliche Mutationen sind so selten, dass man viel mehr Zeit als die ganze Entstehungszeit des Kosmos benötigt um eine lebendige Zelle zu kriegen), und 2. unbezwingbare Komplexität (5% eines Auges funktioniert nicht um ein 5% Niveau, sondern es funkzioniert gar nicht).
Neulich erwiderte ein Paleobiologe (Hoffman) den Vorschlag, jeden Versuch die „Gesetze” der Organismenumwandlungen zu verlassen, um nur das bescheidene Ziel zu verfolgen, die „Geschichte des Lebens” zu rekonstruiren. Homo sapiens sapiens sei nur seit ungefähr 30000 Jahre existent (s. 949)? Aber manche Fossilien von Menschen ganz gleich der Moderne sind entdeckt worden (bei Saccopastore, in Latium, zum Beispiel, in Spanien, usw.), die in keinem der hypothetischen Evolutionsbäume Platz finden können. Was machen die Evolutionisten? Sie denken neue Namen aus, z.b. Homo antecessor, um die orthodoxe Reihenfolge nicht zu stören. Wahrlich, wie Nobelpreisträger Sir John Eccles erwiderte, ist Materialismus nichts anderes als eine Art Aberglaube oder, besser gesagt, die schlimmste Art Aberglaube. Es ist klar, dass viele dieser Kritik nicht auf das wirkliche Thema des Buches gerichtet sind. Das ist im Allgemeinen ein interessantes und gut dokumentiertes wissenschaftliches Buch.
Aber da der Titel „Geophänologie” heißt, wäre es nicht besser gewesen, nur die Leistungsfähigkeiten der Kraftfelder der Erde zu behandeln und die vertrakte Fragen, die mit Geophänologie nichts zu tun haben, wegzulassen? Und wäre es nicht nötig, die zahlreichen Wiederholungen auch wegzulassen? Ohne unnötige Abschweifungen könnte dieses Buch mehr Raum zur Verfügung haben, um die Bilder größer und deshalb besser lesbar zu machen. EMILIO BIAGINI

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SUNTNE ANGELI?

Emilio Biagini

Suntne angeli? (Sone forse angeli?) ovvero: Gli imprenditori mirano al profitto. E gli “angelici” o “arcangelici” intellettuali a cosa mirano?
Basato su: Edward Feser (docente di filosofia alla Loyola Marymount University di Los Angeles), “I NOVE COMANDAMENTI DEL PENSIERO UNICO”, Il Giornale, 22 maggio 2006 (modificato)
L’egemonia della sinistra nelle università è così schiacciante che perfino le persone di sinistra non la mettono in dubbio. Si tratti di un’istituzione pubblica o privata, di un piccolo college o di un prestigioso campus universitario, si può prevedere con assoluta certezza che i temi che pervadono i programmi di studio saranno sinistroidi.
IL PENSIERO UNICO SINISTROIDE:
a) il capitalismo è intrinsecamente ingiusto, disumano e portatore di miseria;
b) il socialismo, quali che siano i suoi fallimenti pratici, è motivato dai più alti ideali e i suoi luminari, specialmente Marx, hanno ancora molto da insegnarci;
c) la globalizzazione danneggia i poveri del Terzo Mondo;
d) le risorse naturali si stanno consumando e l’attività industriale è sempre più minacciosa per l’ambiente;
e) quasi tutte le differenze psicologiche e comportamentali tra uomini e donne sono socialmente costruite, e le loro differenze di reddito o di presenza nelle diverse professioni sono per la maggior parte il risultato del sessismo;
f) i problemi dell’underclass negli Stati Uniti sono dovuti al razzismo, mentre quelli del Terzo Mondo sono dovuti ai perduranti effetti del colonialismo;
g) la civiltà occidentale è oppressiva in maniera unica, specialmente verso le donne e la gente di colore e i suoi prodotti sono spiritualmente inferiori a quelli delle culture non-occidentali;
h) le credenze religiose tradizionali, specialmente quelle cristiane, si fondano sull’ignoranza dei moderni metodi scientifici e oggi non possono più essere razionalmente giustificate;
i) gli scrupoli morali tradizionali riguardanti specialmente il sesso, si basano sulla superstizione e sull’ignoranza e non hanno alcun fondamento razionale …….
(Nel caso particolare dell’Italia si aggiunga questo mantra: “Berlusconi è cattivo, Berlusconi è cattivo, Berlusconi è cattivo …….”, o meglio ancora: “Berlusconi è fascista, Berlusconi è fascista, Berlusconi è fascista …….”.)
I PARAOCCHI DI SINISTRA
A forza di ripetere e sentir ripetere queste affermazioni, molti finiscono per crederci. Ciascuna di esse è falsa, in alcuni casi in maniera dimostrabile. Tuttavia è molto raro sentire nelle università qualcuno che sfidi seriamente questi dogmi, di solito accettati come talmente ovvi da far credere che ogni visione contrastante sia motivata da ignoranza o interesse personale. I grandi pensatori del passato che difendevano opinioni opposte alle loro vengono trattati come vecchiume, e i loro argomenti vengono presentati in forma caricaturale per ridicolizzarli: i pensatori del presente che difendono queste idee, quando non sono totalmente ignorati, vengono presentati come macchiette per poi essere consegnati all’oblio.
Visitando un moderno campus universitario si sente ripetere il mantra della diversità tante di quelle volte che viene voglia di urlare: Basta! L’unica diversità che non si incontrerà mai è quella che più conta in un contesto accademico: la diversità di pensiero sulle più fondamentali questioni riguardanti la religione, la moralità, la politica. Più dogmatici di così.
Ora, la domanda è: perché l’università è caduta in pieno dominio della sinistra? Esistono diverse teorie.
1) TEORIA DELLA SOPRAVVIVENZA DEL PIÙ A SINISTRA
I professori, a dispetto delle chiacchiere sulla diversità, tendono a circondarsi di colleghi che la pensino come loro in questioni di politica, moralità e cultura. Poiché i professori tendono ad essere di sinistra, quelli nettamente di destra tenderanno a essere eliminati dalla “selezione” quando si devono decidere assegnazioni di cattedre. Il problema di questa teoria è che spiega al massimo come un professore sinistroide ottenga la cattedra una volta che il numero degli accademici di sinistra raggiunga una massa critica, e come successivamente conservi la propria posizione. Ma perché mai dovrebbe formarsi questa massa critica? E perché non ci sono significative forze ideologicamente più equilibrate? Dev’esserci qualcosa nella natura stessa della professione che inclini i suoi rappresentanti verso sinistra.
2) TEORIA DEL SECCHIONE
Robert Nozick, nel saggio Perché gli intellettuali si oppongono al capitalismo?, suggerisce che la spiegazione è negli anni formativi dell’intellettuale medio. Questi è quel genere di persona che, a scuola, va bene sul piano intellettuale ma non altrettanto sul piano sociale. Egli cioè viene ricompensato per il modo esemplare in cui si conforma alle direttive dell’autorità centrale (l’insegnante) che applica un piano completo e dettagliato (il programma di studi) entro un sistema sociale irreggimentato (la classe scolastica); ma non viene remunerato allo stesso modo per i contributi che cerca di offrire alla sfera decentrata e non pianificata delle interazioni volontarie che costituiscono la vita di una persona giovane fuori dalla classe (le attività sportive, le feste, le relazioni con l’altro sesso …….). Così egli tende naturalmente a pensare che lo scenario del primo tipo sia più ragionevole e giusto del secondo, e generalizzando tenderà a favorire le politiche che comportano la pianificazione centralizzata piuttosto che i risultati non pianificati della libera interazione dei cittadini nel mercato. Bisogna anche aggiungere che in certi casi la libera interazione nel mercato non esiste perché si formano enormi concentrazioni di capitale e multinazionali che controllano il mercato. Ma, attenzione, sinistroidi e miliardari vanno spesso a braccetto: come mai? Perché il colosso economico cerca alleanze nello Stato, e le trova, mentre lo Stato e i suoi intellettuali-burocrati trovano conveniente accordarsi con chi ha tanti soldi. Le ideologie, i “sogni”, sono una cosa, il portafoglio un’altra.
3) TEORIA DEL RISENTIMENTO Non solo negli anni della loro formazione, ma anche durante la loro vita lavorativa gli intellettuali tendono a vedersi trattati ingiustamente dai loro coetanei. Come Ludwig von Mises ha sottolineato in La mentalità anticapitalistica, gli intellettuali provano risentimento per i più elevati guadagni monetari che nella società capitalistica accumulano uomini d’affari, atleti e uomini di spettacolo — quello stesso genere di persone che, si noti, che in gioventù erano più popolari dei secchioni imbranati sui campi da gioco e nelle feste — pur considerando la propria meno lucrativa occupazione di gran lunga più importante. Se l’ultimo album del cantante Diddy vende milioni di copie mentre la magistrale storia del Liechtenstein in cinque volumi del professor Doddy vende 106 copie, tutte acquistate da biblioteche universitarie, il professor Doddy inizia a domandarsi se il libero mercato rappresenti il sistema più equo per distribuire le ricompense economiche.
4) TEORIA DEL FILOSOFO-RE Questo ci porta alla “teoria del filosofo-re”. È probabile che molte volte l’intellettuale veda il mancato apprezzamento del proprio lavoro come un’ingiustizia non solo nei propri confronti, ma anche verso gli altri: in altre parole, chi non preferisce l’opera degli intellettuali sarebbe responsabile anche di un grave danno nei confronti di se stesso. Per il loro stesso bene, quindi, agli individui non dovrebbe essere lasciata molta libertà di scelta, e gli esperti nel gestire gli affari umani dovrebbero trovarsi a dirigere le loro vite al posto loro. L’intellettuale, fantasticando di essere egli stesso un tale esperto, si offrirebbe altruisticamente come volontario per svolgere questo compito. Ed ecco l’ideale del filosofo-re, che già si trova in Platone (esiziale pensatore totalitario, come ha ben dimostrato Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici). L’incremento del potere statale fornisce all’intellettuale maggiori opportunità per applicare le proprie idee. Come Hayek suggerisce nel saggio Gli intellettuali e il socialismo, per l’intellettuale medio è del tutto ragionevole l’idea che le persone più intelligenti dovrebbero essere le uniche a dirigere tutto. Naturalmente questo dà per scontato che loro siano in generale capaci di gestire le cose meglio degli altri: un assunto che stranamente queste menti cosiddette indagatrici non sembrano disposte a mettere in questione. L’intellettuale quindi si trastulla sempre con l’idea che le cose andrebbero molto meglio se solo tutti seguissero la visione del mondo che lui e i suoi colleghi hanno discusso nelle riviste accademiche. Come ha scritto Hayek ne La presunzione fatale, le persone intelligenti tenderanno a sopravvalutare l’intelligenza, e troveranno perfino scandalosa l’idea che l’intelligenza sia qualcosa che possa essere sopravvalutata. La cosa è invece del tutto possibile, dato che anche l’intelligenza dell’essere umano più brillante ha dei limiti. Riconoscerlo richiede una semplice dose d’umiltà, che generalmente scarseggia tra gli intellettuali.
5) TEORIA DELLA TESTA FRA LE NUVOLE Pur mancando di umiltà, alla fine l’intellettuale non dovrebbe arrivare a vedere le fredde e dure dimostrazioni della propria estrema inefficacia come pianificatore sociale? Non necessariamente: per quanto intelligenti possano essere nelle materie teoriche, nelle questioni pratiche gli intellettuali sono spesso del tutto privi di buon senso e saggezza quotidiana (mentre, al contrario, persone semplice e di buon senso rappresentano i leader politici ideali). E poiché gli “sogni” di sinistra sono paradigmaticamente contrari al senso comune e scollegati dalla realtà, non c’è da sorprendersi che gli intellettuali siano attratti da essi.
6) TEORIA DELL’INTERESSE DI CLASSE Infine, la quale la classe dei professori, una volta messa da parte la calcolata ipocrisia del “noblesse oblige”, non è affatto la disinteressata Educatrice del Popolo come ama presentarsi. È solo un altro meschino gruppo di pressione, che lotta con gli altri animali nella giungla del welfare state per arrivare al capezzolo del governo. Avendo maggiori capacità di articolare le parole, riesce a mascherare i suoi reali motivi: si presenta infatti come un nuovo ceto sacerdotale, la cui religione socialista offre allo Stato una giustificazione per la sua esistenza in cambio di un’occupazione permanente nelle fabbriche statali della propaganda (scuole pubbliche e università), e dell’opportunità di elaborare a tavolino i piani che i funzionari statali applicheranno.
I CORTIGIANI DI STATO
Il sinistrismo degli intellettuali, non solo americani, è così facilmente comprensibile, dato che si tratta precisamente dell’ideologia che ognuno si aspetterebbe dalla classe dei cortigiani di Stato. Di fatto, è molto profittevole per un intellettuale sostenere le politiche di sinistra, dato che queste richiedono inevitabilmente programmi di lavoro per gli esperti, cioè degli intellettuali stessi.
E sarebbe veramente strano se, unici ed eccezionali nell’intera umanità, gli intellettuali fossero esseri angelicamente puri e del tutto disinteressati, che studiano e faticano per il bene del prossimo, privi di orgoglio intellettuale e di vizi.
E no, cari, non attacca.

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LA RISCOSSA DELLA SATIRA TAGLIENTE

RETURN OF THE SHARP WITS
by Peter Aspden
As political correctness wears off, today’s comic masters, who liberally cause offence, show that we are living in a golden age of comedy When Sacha Baron Cohen first portrayed his character Ali G on British television, recrimination followed swiftly. It was alleged that the grotesque caricature of British black culture that Ali G represented was disrespectful, misleading and racist. The fact that it came from as Cambridge-educated Jew did not help matters at all.
A truly feeble defence was mounted by those who found themselves stung by the criticism (though not by Baron himself, who generally and admirably declined to expose himself — his real self — to the media). It went something like this: Ali G was not making fun of black culture; he was actually making fun of white wannabes. The really funny thing about him was this gap between his aspirational self and the banal reality. Ali G’s killer line was: “Is it because I is black?” because he so obviously wasn’t.
There is some truth in that. But make no mistake: Ali G was utterly and splendidly satirical of a certain aspect of urban black culture. Spend any time watching MTV videos and you will see exactly what Ali G makes fun of: the ridiculous posing, the ghastly dress sense, the cheap (and frequently repellent) machismo, the bling, the triteness and aching desire to be cool that, by its very self-consciousness, achieves exactly the opposite.
Considering that they are such vibrant art forms, rap and hip-hop remain depressingly mired in violence and misoginy. They are more than worthy of ridicule. But what Ali G came across when he first devised his routine was the clumsy barrier of political correctness. It was just easier to contend that he was mocking white copycats. But where is the joke in that? It was the germ of truth in his characterisation of black braggadocio that made the comedy bite. It feels uncomfortable to point this out. Yet satire that doesn’t bite is no satire at all.
Baron Cohen is currently embroiled in all those arguments once more, this time for his portrayal of Borat, the television journalist from Kazakhstan, in his new movie Borat: Cultural Learnings of America For Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan. The Kazakh government is reportedly unhappy: to which the answer should be: tough. Comedy should be given licence to ride roughshod over these (over)sensitivities. That is one of the mainstays of western liberal culture.
Yet too often it draws back. It all started so promisingly, in flabby postwar America, with the acid performances of Lenny Bruce. Like his rock-and-roll counterpart Jim Morrison, he was scrutinized and arrested for his stage antics, deemed obscene, and finally became a martyr to his own cause, cutting a pathetic figure as he became obsessed with his persecution. Yet Bruce had balls: there was no more vivid chronicler of the dramatic change in American social mores during the 1950s and 1960s. His chief targets were sexual hypocrisy and the church. It was a good thing that the story of Christ had not occurred today, he said, otherwise “we’d all be wearing electric chairs on chains round our necks”. Like many of Bruce’s lines, that one hit two plump targets — religious devotion and redneck vengefulness — with one timely barb. But that brand of comedy, so truthful that it hurts, lost its edge.
Just as rock music turned into a mushy, self-indulgent blend of hippy hedonism and straightforward materialism, comedians too found it easier to escape into alternative universes as they swelled their bank balances. Woody Allen became the comic of choice in the 1970s, with his cerebral take on stand-up comedy: “I cheated in my metaphysics exam,” he observed in one of his most celebrated routines. “I looked into the soul of the boy sitting next to me.” It was erudite and funny but also a very comfortable form of wit.
A genial surrealism dominated in the succeeding years. There was the US’s Rowan and Martin Laugh’s Laugh-In, hooky and cute, and Britain’s brilliantly inventive Monthy Python. With Life of Brian, the Python team found its sharpness but its target was dogmatic Christianity; and because western culture is as steeped in Aristophanic satire as in Christian dogma, the results were less subversive than might have been expected. With the arrival of political correctness, though, it became ever harder to have tough things to say in a humorous way. Britain’s so-called alternative comics indulged themselves in farce and cheap politicking while mainstream sitcoms, on both sides of the Atlantic, settled into the mise en scène of their cosy sitting rooms with cadaverous complacency.
But in recent years, comedy has refound its ability to snap at its targets. Ali G and Borat were only part of it. Thanks to HBO, Garry Shandling created the perfect postmodern recreation of the hell-hole in The Larry Sanders Show. And Larry David zeroes in on a dizzying variety of social sore points in his Curb Your Enthusiasm. Chris Morris and Armando Iannucci have led the way in Britain, painting their respective pictures of life in the media and politics with a viciousness that would not have shamed Hogarth.
Watching Iannucci’s "The Tick of It" makes us wonder: did the cosy exchanges of "Yes, Minister" take place only 25 years ago? All these comic masters, who liberally cause offence, convince me that we live in a golden age of comedy. They are working in an environment of heightened sensitivities and casual hatred; yet still they continue to make fun. We need these gadflies on the body politic more than ever.

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