I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

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IL PENSIERO DEBOLE E LE “SCIENZE UMANE”

Ahimé, il relativismo dilaga. Naturalmente ci sono cascati anche i geografi. Tenetevi saldi, anzi, allacciate le cinture, perché la geografia accademica dà spettacolo.
Parliamo della regionalizzazione, che “dovrebbe” essere lo studio del modo in cui si formano le regioni funzionali, ossia quelle che gravitano intorno ad un centro urbano dal quale la popolazione regionale ottiene i necessari servizi. Anzi, lasciamo parlare l’”esperto”.
Si tratta del Prof. Angelo Turco (1984), il quale formula in proposito ciò che egli chiama “tesi forti”. Scrive il prefato autore: “La prima tesi che espliciterò è (…..) la seguente: la ricerca regionale aumenta in modo sostanziale l’intelligibilità dell’organizzazione umana dello spazio; ciò perché la regione si configura come una formazione geografica che garantisce la realizzazione di obiettivi socialmente più rilevanti di quelli perseguibili a mezzo di formazioni geografiche che dirò genericamente elementari e/o di essi comprensivi”.
Sulla nascita della regione, il Turco è altrettanto chiaro: essa nasce in quanto “la territorializzazione progressiva comporta una complessificazione dell’ambiente (…..) Con altre parole un attore sintagmatico (…..) nel mettere a punto strategie sull’uso del territorio (…..) opera in condizioni estremamente opache e, in particolare, non conosce esattamente né il ventaglio né la performatività delle sequenze operative capaci di assicurare congruenza tra le attese che lo inducono ad agire ed i risultati effettivamente conseguibili. Si colga correttamente l’accezione del termine complessità; esso designa in effetti una differenza tra potenzialità ed attualità nell’agire rendendo l’agire stesso consustanziale ad una ‘cogenza selettiva’. Nel dire dunque che la complessità è una funzione diretta della massa territoriale, penseremo alla territorializzazione come portatrice di un esito con doppio contenuto: da un lato, lo sganciamento degli attori dai condizionamenti fisico-naturali; dall’altro lato, l’assoggettamento degli attori all’imperativo costante e gravoso di scegliere, di prendere incessantemente decisioni in un ambiente incerto ed impresico” (Turco 1984).
Ma come potrà il povero “attore sintagmatico” cavarsela nell’ambiente “impresico”? Naturalmente, ricorrerà ad un “mediatore”. Infatti, continua l’angelico Turco, “la relazione tra l’attore e l’ambiente non è binaria; essa, piuttosto, è ternaria, operandosi per il tramite di un mediatore la cui funzione essenziale è ridurre la complessità, ossia di respingere il divario tra le potenzialità e l’attualizzazione dell’agire. Chiameremo tale mediatore genericamente senso e lo intenderemo in termini luhmanniani come la ‘forma delle premesse per la ricezione di informazioni e per l’elaborazione cosciente dell’esperienza vissuta che rende possibile la comprensione e la riduzione cosciente della complessità elevata’”.
Onde evitare che rimanga qualsiasi ombra di dubbio circa l’interpretazione della sua chiarissima prosa, il Turco si preoccupa di precisare che il “senso del senso (….) coincide assai semplicemente con la plausibilità di una mediazione necessaria tra attori ed ambiente complessificato, come preordinamento convenzionale ed insieme processivo delle strutture implose”.
Altrove, nel trattare del rapporto tra geografia e scienze umane, il Turco (1987) spiega che “il fondamento prasseologico legalizza tramite l’autoreferenza tutti quegli accadimenti — e quei comportamenti — che il fondamento normativo non riusciva a legare tramite stipulazioni”, e che “il gioco linguistico trascende la preformazione linguistica della cognizione anche se non ne annulla la cogenza”, ed inoltre — continua, con cristallina evidenza, il Turco — “È solo il rinvio alla pertinenza come idealità dell’autoriflessione che può dare indicazioni sul ramo del fiume che si è imboccato alla biforcazione: se quello che dopo una serie di rapide conduce alla cascata; oppure quello che scende alla pianura lento e sicuro”, infatti — chiarisce il Turco — quello che ci vuole è “un contesto della giustificazione in grado di istituire a valle una simmetria di rapporti interdisciplinari squilibrati a monte. Ove ciò non si dia (sic), la disciplina si muove in un quadro di transizione al caos che più chiaro non si potrebbe immaginare: importa problemi la cui soluzione disciplinare è priva dei requisiti di scambiabilità: l’autoreferenza è ridotta alla pura funzione di conservazione e riproduzione biologica della comunità, infatti” — continua a chiarire sempre più cristallinamente il Turco — “una ragione critica autoreferenziale afferma anzitutto se stessa negando consistenza argomentativa ad asserzioni come ‘questa non è geografia’. Essa si dota di una teoria riflettendo sulle connessioni che si stabiliscono tra prasseologia ed ideali-referenti esterni, l’obiettivo atteso essendo, beninteso, il successo della fluttuazione disciplinare. Essa infine intende la tecnica della critica come valutazione dei contesti creativi e giustificativi in quanto pratiche secondarie di legittimazione incaricate di elaborare pertinenza disciplinare” (Turco 1987).
Non ancora soddisfatto di tali illuminanti asserzioni, Angelo Turco torna alla carica, per rendere noto ad un mondo in impaziente attesa che “la dinamica del nostro veicolo segnico trova svolgimento lungo l’asse delle relazioni pragmatiche”, infatti, “le relazioni pragmatiche, obbligando a slittare dalla sostanza linguistica del designatore alla sua effettualità, agli imperativi etimologici del prassein, il fare di cui è portatore, ci proietta nel cuore della tematica habermasiana dell’agire comunicativo” (Turco 1994). Chi ha capito cosa vuol dire, alzi la mano.
No, non si tratta di un turco che cerca di dimostrare la propria maturità ad entrare nella Comunità Europea parlando quello che egli molto ottimisticamente crede sia italiano, e magari spera di surriscaldare il cervello dei lettori al punto da far loro dimenticare l’Olocausto armeno.
Si tratta proprio di un professore di un’università italiana, vincitore di regolare concorso. Il fatto più grave è appunto che parole in libertà come quelle riportate sopra abbiano incontrato il favore di una miserabile commissione di concorso ed abbiano quindi fruttato all’individuo lodi, appoggi e lauri accademici, nonché l’opportunità di insegnare baronalmente all’università, costringendo gli studenti a ripetere all’esame bizzarre esternazioni del genere.
Nella frenesia di iperspecializzazione e disfacimento morale, mentre si continua, a dispetto di ogni evidenza in contrario e di ogni fallimento epocale, a blaterare la “geografia marxista”, è nata pure la “geografia dei froci” (pardon, dei “gay”) e la “geografia femminista”, e le parole d’ordine della ricerca, che in passato erano ancora “ipotesi” e “verifica”, sono state sostituite da “discorso”. Infatti “ipotesi” e “verifica” sanno di accertamento della verità, concetti che, com’è noto, fanno parte di un antiquato bagaglio culturale “fascista” e “berlusconiano”, quindi da condannare al rogo. “Discorso” è politicamente corretto: si adatta perfettamente alla nostra età delle chiacchiere.
Non vi è quindi da stupirsi se la geografia come disciplina attraversa una seria, anzi serissima crisi, e di questo passo finirà per scomparire. Ciò che, in parte, finora, salva la geografia, è che, se Atene piange, Sparta non ride.
Cervelli surriscaldati si aggirano infatti anche in altre discipline, ciò che tende a mascherare la crisi dell’infelice disciplina che vanta tra i suoi padri nobili Eratostene e Alexander von Humboldt. Tanto per fare un esempio, anche certi sociologi hanno dato spettacolo: la scuola statunitense dell’”etnometodologia” (Garfinkel 1967, Turner 1974, Zimmerman & Pollner 1970, Zimmerman & Wieder 1970), ad esempio, è legata al presupposto secondo cui la società non sarebbe organizzata sulla base di rapporti intersoggettivamente verificabili tra individui, istituzioni e modelli culturali, e quindi sul modo di vivere delle persone normali e dotate del ben dell’intelletto. Al contrario, secondo gli “etnometodologi”, si baserebbe semplicemente su un soggettivo “senso dell’ordine sociale”, il quale farebbe credere a tutti che esista una struttura sociale, un “mondo reale”. Ma il mondo reale, per costoro, non c’è, o non si può conoscerlo. La matrice idealistica, e quindi gnostica, di simili farneticazioni è evidente. George Berkeley (1685-1753) era un vescovo anglicano di Cloyne, uno dei numerosi ecclesiastici protestanti imposti dagli inglesi all’Irlanda a succhiare le decime agli sventurati contadini cattolici oppressi, umiliati e minacciati dalle continue carestie (ma morire di fame non sarà un’idea soggettiva?). Questo degno “pastore” protestante aveva inventato l’assioma “esse est percipi”. In altre parole, l’universo sarebbe “fatto di idee”. Si racconta che ad un amico il quale obiettava che se egli, Berkeley, avesse urtato una pietra avrebbe dovuto ammettere, a causa del dolore provato, che la pietra stessa non era affatto un’idea, il vescovo-filosofo abbia risposto imperterrito: “Ma anche il dolore sarebbe un’idea”. Una risposta del genere non è che un sofisma, ossia una gratuita (e ridicola) acrobazia intellettuale. Non sappiamo quale sia stata la contro-risposta dell’amico, se ve ne fu una, ma costui avrebbe potuto agevolmente controbattere che il fatto stesso che si stessero parlando e si comprendessero a vicenda dimostrava l’esistenza di una condizione di intersoggettività. Infatti i concetti di “pietra” e di “dolore” erano immediatamente evidenti a tutti e due, e a chiunque ascoltasse il loro eletto conversare.
Una simile intersoggettività non avrebbe potuto verificarsi senza un solido e ben conoscibile mondo reale, al quale entrambi, come tutti gli altri, facevano riferimento nel loro ragionare e discorrere. Le medesime mode intellettuali che non conducono da nessuna parte riemergono secolo dopo secolo, perché ogni tanto qualcuno crede di riscoprire non l’acqua calda, ma la risciacquatura dei piatti, e con quella crede di supplire al vuoto pneumatico esistente nel suo cervello. Il relativismo o, comunque lo si voglia chiamare (soggettivismo, postmodernismo, pensiero debole, dispepsia, diarrea intellettuale, putrefazione, proliferazione di vermi nel cervello) riemerge, guarda caso, proprio nel momento in cui, grazie alla scienza autentica, le concezioni atee e materialistiche entrano in crisi irreversibile.
È infatti contraddittorio, oltre che grottesco, lo scientismo che pretenderebbe di attribuire alla scienza il ruolo di “unica” (sic) fonte di conoscenza, dato che la proposizione “la scienza è l’unica fonte di conoscenza”, proprio quella, non è dimostrabile scientificamente. Si cade quindi, come ben rileva il Popper (1968), nella ben nota assurdità che i logici chiamano paradosso del cretese (“Un cretese dice: ‘Tutti i cretesi mentono’”, ma se questa affermazione è vera, vuol dire che almeno un cretese ha detto la verità, dunque la tesi si autodistrugge). Come rilevato altrove in questo sito, nel la sezione “Cœli enarrant gloriam Dei”, l’evoluzionismo è ormai violentemente contestato da numerosissimi scienziati (non integralisti protestanti legati all’interpretazione letterale della Bibbia, ma matematici, genetisti, paleontologi). La spiegazione materialistica dell’evoluzione in base al semplice caso, senza l’intervento inevitabile di una mente creatrice e ordinatrice, si rivela sempre meno sostenibile, a dispetto delle elucubrazioni alimentate dai salotti buoni dell’alta massoneria anglosassone.
Al tempo stesso, la ricerca cosmologica (anche qui vedi la sezione “Cœli enarrant gloriam Dei”) mostra inesorabilmente un quadro sempre meno compatibile con la concezione di un universo infinito, eterno e dominato dal caso, una concezione cara ai materialisti, che avrebbe permesso loro di sognare un impossibile mondo senza Dio e senza Creazione. È solo grazie al pensiero debole, anzi debolissimo, che un astrofisico può dichiararsi “ateo”, ma se gli si chiede come può il mondo esistere senza una mente creatrice e ordinatrice non saprà rispondere. Il marxismo, poi, è ridotto in cenere e affogato nel mare di sangue di milioni di vittime, anche se marxisti ed ex-marxisti continuano a formare una classe chiusa che gode tuttora di importanti rendite di posizione nella società, specie nel campo della cosiddetta “cultura”.
Che il relativismo sia l’ultima spiaggia per il materialista ateo che cerca di sfuggire al proprio fallimento intellettuale e morale? Il relativismo assoluto è sterile, errato e in mala fede, ben degno di accademici palloni gonfiati che hanno venduto l’anima. Nessuno ci crede veramente, specie se ad essere messo in gioco è lui stesso. Se siete abbastanza grossi e forti o conoscete il karaté in modo da poter contenere eventuali reazioni violente, provate a prendere da parte qualcuno di quegli intellettualoidi che si dichiarano fautori del “pensiero debole” e insultate per bene lui e i suoi onorevoli antenati, e poi state a vedere il risultato. Scoprirete subito che il relativismo del gentiluomo si dilegua come nebbia al sole: egli pure è convinto che esistano verità oggettive, quelle che gli fanno comodo, naturalmente. Come minimo, dando prova della sua brillante immaginazione, vi dirà che siete “fascista”, concetto assurto a certezza assoluta di male metafisico (dunque, c’è qualcosa che non è relativo). Di certo vi è che, con l’avanzare del cosiddetto “postmoderno”, regna, proclamata come Vangelo, l’incertezza del relativismo, un tunnel buio dal quale non si vede ancora la fine.
Niente di nuovo: non è altro che il decrepito scetticismo degli antichi sofisti greci, quale fu il vecchio Pirrone di Elide, tirato fuori dalla naftalina. “Nulla di nuovo sotto il sole”, ammonisce, non a caso, il libro dell’Ecclesiaste. “Esaminate ogni cosa, ritenete ciò che è buono”, è l’esortazione di San Paolo, che esorta alla fiducia cristiana nei poteri della mente umana, un dono divino col quale siamo ben capaci di investigare e giudicare. Se i relativisti avessero ragione, non avrebbe alcun senso affaticarsi per imparare, per cercare lavoro, per fare qualcosa di utile. Tanto varrebbe fare solo i propri comodi, che è poi proprio l’obiettivo dei relativisti, i quali per prima cosa “relativizzano”, cioè rimuovono dal proprio febbricitante cervello le certezze della Rivelazione cristiana, e “aboliscono” i “fastidiosi” Dieci Comandamenti e la morale naturale, così come i sadducei e i farisei vollero che Cristo fosse “abolito” dalla Croce perché era per loro vivente rimprovero, così come tutti i viziosi e gli idolatri di se stessi non vogliono sentire parlare di peccato, castigo, inferno.
Il relativismo è l’ideologia ideale per una società di drogati, per giustificare il disfacimento intellettuale e la disgregazione sociale, fino all’estinzione del genere umano secondo l’utopia neognostica e diabolica degli eretici càtari. Del resto non avrebbe neppure senso ascoltare quanto i relativisti stessi dicono: se “tutto è relativo” perché proprio loro dovrebbero sfuggire alla relativizzazione e pretendere di poter insegnare qualcosa? Anche la proposizione “tutto è relativo”, infatti, si sgretola, per palese contraddittorietà logica, contro la dura roccia del paradosso del cretese.

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GRANI DI SAGGEZZA

Così dice il Signore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell’anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti. Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni”.
Dal libro del profeta GEREMIA (17, 5-10)

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DELLO SCRIVERE NARRATIVO

Emilio Biagini

IL DILEMMA DI FONDO
Ogni opera narrativa, specie se di ampio respiro come un romanzo, deve affrontare un dilemma di fondo tra realismo e idealizzazione della realtà. Il problema è meno serio nel caso di un semplice racconto di poche pagine o poche decine di pagine che può limitarsi a mostrare uno squarcio della realtà, ma per un romanzo il dilemma non può essere eluso. Una rappresentazione realistica della realtà deve fare i conti con la condizione umana, e il rischio è perciò quello di scrivere un’opera deprimente (si pensi ad esempio quanto deprimenti sono le biografie, che finiscono sempre davanti ad una tomba). Idealizzare la realtà significa invece concludere con il classico lieto fine: si tratta di un artificio, grazie al quale la narrazione viene “tagliata” al momento culminante, quando i due “eroi” finalmente si sposano e si suppone quindi che da allora in poi vivranno “sempre felici e contenti”. Il lieto fine non mostra quindi l’inevitabile invecchiamento, le eventuali e sempre possibili disgrazie, le malattie, la solitudine del coniuge rimasto vedovo. La condizione umana non perdona. Anche se tutto va bene, finisce sempre male.

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CHIAMIAMO LE COSE COL LORO NOME

Caro amico ti scrivo per dirti che sei scemo.
Non è un’offesa la mia, solo una constatazione fatta per il tuo bene, nella speranza di riuscire a scuoterti. Io non mi considero per niente superiore a te. Sono solo un poco più realista, forse un poco più umile, quanto basta per riconoscere che Dio viene prima di me ed è al di sopra di me.
Tu invece ti dichiari ateo. Due demoni deformi sostengono questa tua presunzione: si chiamano superbia e invidia. Superbia di volerti credere indipendente, di non voler riconoscere alcuno al di sopra di te, nessun Creatore, nessun Redentore, nessun Giudice. Invidia che ti spinge a volerti collocare al vertice dell’universo, al vertice della Creazione, al posto di Dio. Conosco bene le tentazioni alle quali hai ceduto.
Non c’è credente che non abbia mai avvertito spinte alla ribellione e non abbia mai desiderato, ad un certo punto, di poter “dimostrare” che Dio non esiste. Ora rifletti: che cosa credi abbia spinto il più grande, il più bello, il più intelligente delle gerarchie angeliche a ribellarsi? Non lo sai? Te lo dico. Non ti interessa? Te lo dico lo stesso.
Lo hanno spinto la superbia e l’invidia. Si chiamava Lucifero, il portatore di luce, ed è divenuto il diavolo, colui che divide. Creatura impastata di odio come prima era tutto amore, così come l’aveva creato Dio, che fa solo cose buone. Fra le cose buone, anzi ottime, vi è la libertà. Ma se male usata la libertà porta alla rovina.
Essendo spirito perfetto, l’angelo ribelle non può più cambiare. Non può più riconciliarsi col Dio che ha offeso. Né Dio toglie la libertà a chi la usa male. Non è un tiranno. Egli rispetta la libertà delle sue creature fino in fondo, fino alle estreme conseguenze. I Suoi doni sono irrevocabili, perché la sua generosità è infinita.
Lucifero aveva ricevuto il dominio su questo mondo, era il principe di questo mondo. Per l’umanità avrebbe potuto essere il più grande dei santi, venerato subito dopo il culto di adorazione dovuto a Dio. Invece ha scelto di ribellarsi, per superbia ed invidia verso il Dio fatto uomo e verso quella che era destinata a diventare Sua Madre, la più alta di tutte le creature, già presente come idea nella mente divina.
La sua colpa lo ha reso malvagio e orrendo. Tuttavia è ancora principe. La sua dignità non gli è stata tolta. È ancora dotato di grandi poteri, che usa per fare il male. E questo, insieme all’uso disastroso che noi stessi spesso facciamo del libero arbitrio, spiega benissimo perché in questo mondo regna il male. E tu, nel tuo piccolo, sei come l’angelo ribelle: superbo, invidioso e sconsigliato nell’usare la libertà di scelta, il dono del libero arbitrio che Dio ti ha dato.
Tu sei come Lucifero, solo più debole. Quando morirai e sarai quindi anche tu spirito perfetto e immutabile, sarai suo schiavo all’inferno, dato che hai liberamente scelto di servirlo sulla terra. A meno che tu non cambi e ti converta finché sei in tempo, questo sarà il tuo destino. Tu ridi, e dici che i preti si guardano bene dal parlare così.
Non è del tutto vero, perché la dottrina della Chiesa non è cambiata e non può cambiare perché insegnata da Cristo stesso, che è Dio incarnato. Il cielo e la terra passeranno ma le Sue parole non passeranno, e tra le Sue parole vi sono anche quelle, terribili, sul “fuoco della Geenna”, sul luogo “dove il fuoco non si estingue” e il “verme” dell’anima peccatrice “non muore”.
Vorrebbe morire, per sottrarsi ai tormenti, il più terribile dei quali è l’essere privati per sempre della contemplazione di Dio, ma non può morire.
Tu continui a ridere, e dici che questi sono discorsi da medioevo. E che viuol dire? Una delle più stupide manifestazioni di idiozia urlante è proprio questo relativizzare e storicizzare tutto. Se “tutto è relativo”, perché proprio il relativizzatore sarebbe l’unico degno di fede? E un’affermazione cessa di essere valida solo perché è stata fatta in passato? Un insegnamento non conta più perché risale a tanto tempo fa?
Certo che i computer di un anno fa sono già superati, quelli di tre anni fa addirittura antidiluviani. La locomotiva a vapore è superata dalla ferrovia a levitazione magnetica. E con ciò?
Sei tanto sprofondato nella materialità da credere che le medesime regole valgano per il “progresso” tecnico e per l’Eterno? Forse che l’omicidio è diventato lecito? Forse che il sangue di Cristo versato per la salvezza dell’umanità ha un valore diverso nel primo e nel ventunesimo secolo? L’ha versato anche per te. Speriamo che non l’abbia versato invano. Ridi, ridi, aspetta e vedrai.
Molti preti preferiscono non parlare delle verità ultime, è vero. Morte, giudizio, inferno, paradiso: sembra che sia più facile parlare d’altro, di cose più facili a capirsi, di problemi “concreti”, di assistenza sociale. Cose senz’altro rispettabili, ma che hanno il piccolo difetto di essere transitorie. Ci sono sempre stati cattivi preti, preti infedeli, che preferivano andare d’accordo col mondo piuttosto che con Dio, e tacevano le verità scomode.
Quasi tutte le verità sono scomode. La realtà è difficile da guardare in faccia. Ma l’illusione non aiuta per nulla. L’inferno è pieno di anime che erano convinte che non esistesse, e di anime di preti che avevano preso sottogamba il loro dovere di ammonire i peccatori. E ammonire i peccatori, fino a prova contraria, è una delle opere di misericordia spirituale. Non ho bisogno di dimostrare che ho ragione: la prova migliore di quanto affermo sei tu stesso, e il mondo che quelli come te hanno saputo costruire, il mondo edificato sulla mancanza di fede.
È un mondo in cui, fallite tutte le arroganti ideologie che pretendevano di fare a meno di Dio e del Suo Vicario, sa solo additare l’ultima utopia: il nulla. Dirai che le religioni hanno fallito perché hanno saputo solo portare violenza. Tanti altri l’hanno detto prima di te. Complimenti: invece le ideologie ispirate all’ateismo hanno portato la pace, vero? La pace dei cimiteri. Poi, che significa “le religioni”? C’è una sola religione che interessi: quella rivelata da Dio attraverso Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.
Appena nato, il Cristianesimo è stato immediatamente perseguitato in modo atroce. Il suo stesso popolo ha respinto il Redentore, e adesso aspetta ancora un Messia che è già passato su questa terra. Non per nulla sappiamo bene chi è il principe di questo mondo, e di quali inganni e malvagità sia capace. Le persecuzioni non sono mai cessate e mai cesseranno. Ci sono stati settanta milioni di martiri cristiani, di cui quarantacinque milioni nel diabolico secolo ventesimo, il secolo dell’ateismo, il più violento, malvagio e bestiale di tutti i tempi. E il ventunesimo secolo non promette certo di essere migliore.
Qualche volta i cristiani hanno cercato di difendersi, magari di opporsi ad una spaventosa eresia come quella catara, che predicava l’estinzione dell’umanità, oppure di riconquistare un luogo particolarmente amato, come il Santo Sepolcro, strappato loro dagli infedeli. Apriti o cielo: cattivi cristiani, come si permettono? I persecutori, invece, tanto buoni e civili. Le persecuzioni, pure esagerazioni. Le menzogne anticristiane, le calunnie contro la Chiesa, sono la materia prima della prestigiosa storiografia laicista, che imperversa nelle scuole e nelle università.
Che dici? L’ambiente? Il Cristianesimo è cattivo perché ha assegnato all’uomo il dominio sulla natura? Ma l’uomo ha il dominio sulla natura, che lo voglia o no. È l’intelligenza a dargli questo dominio, l’intelligenza che è dono di Dio e che va insieme all’anima immortale. Che poi l’intelligenza possa essere sperperata e l’immortalità dell’anima possa tramutarsi in una malediazione infernale dipende solo dall’uso che l’uomo ne fa, non dal Datore dei doni. Con l’ambientalismo estremo, ogni altra cosa resta subordinata ad un’autentica idolatria della natura. E che farai, quando sarà la tua ora? A chi ti rivolgerai? Il mare salverà la tua anima? le montagne? il panda? Chiederai agli ecosistemi di assolverti dai tuoi peccati?
Ti proclami “democratico” e “antirazzista”. Facciamo un esempio del tutto teorico. Che ne diresti di un gruppo umano, diciamo di una cultura, che vieta alle proprie donne di sposare uomini di altre culture o di avere rapporti con loro (le sfregia con l’acido, spezza loro le gambe e le ammazza se trasgrediscono). Al tempo stesso gli uomini di quella cultura fanno liberamente preda delle donne di altre culture e dei relativi figli, che possono essere allevati solo in quella cultura, altrimenti guai. Una cultura che considera le donne esseri irrimediabilmente inferiori e prescrive che il marito possa picchiare impunemente la moglie, perché lo dice “il libro”. Una cultura che ammazza apostati e adultere, e anche donne rimaste vittime di violenze carnali, o che nel difendersi da una violenza carnale hanno causato la morte di un prezioso maschione. Una cultura che insulta tutte le altre e non tollera la minima critica o il minimo scherzo. Una cultura che si proclama destinata a dominare tutte le altre. E non si tratta di atteggiamenti “estremisti”, ma della “normalità” di quella cultura, perché è tutto “nel libro”.
Pensa se fossero i cristiani a predicare e cose del genere e a comportarsi in conseguenza. Orrore, cristianesimo delinquente, bisogna annientarlo. Ma non si tratta certo dei cristiani, ma di altri. Altri che, per tutta la loro storia, hanno aggredito, massacrato e perseguitato i cristiani, trattandoli da esseri inferiori (dimmhi), e spesso obbligandoli all’apostasia. E tu? Tu, democratico cuore tenero antirazzista e ultrapacifista? Tu zitto. “Va bene così: quello non è razzismo; è la loro cultura”. E dai a mettere paletti e a nascondere la testa sotto la sabbia: “Non bisogna dire queste cose, si scatenano conflitti”. Scatenare conflitti? Dire la verità è scatenare conflitti? Ma se il conflitto c’è, che lo vogliamo o no. Sai una cosa? Non sei solo scemo. Sei un vigliacco.
Ma no, tu dici, è tutta questione di arretratezza: un po’ di “cooperazione economica” e di “international understanding” e il gioco è fatto; “costruiamo ponti, non barriere”, “parliamo e dialoghiamo”; “lo sviluppo economico risolverà tutto”. Non c’è dubbio: diventeremo tutti ricchi, tutti pacifici, tutti tolleranti; le religioni sono “una sovrastruttura”, non contano. I geni che pontificano dalle più prestigiose cattedre, i baroni, i figli di baroni, i generi dei baroni, hanno parlato. I conflitti sono solo una conseguenza della povertà e dell’“imperialismo” (americano, ovviamente). Già, ora che ci penso, hai ragione: Caino ha ammazzato Abele perché era povero e sobillato dalla CIA.
Ma sì, confessa che quella tale cultura anticristiana in fondo non ti dispiace, proprio perché è anticristiana. E il solo pensiero che qualcuno possa proporre di limitarne l’immigrazione ti fa venire la dispepsia. Più nemici del Cristianesimo, più bella è la vita, per quelli che hanno dichiarato guerra ai Dieci Comandamenti. Non a caso, tutte le profezie, a partire dall’Apocalisse (confermata da numerose rivelazioni private), dicono che l’ultima persecuzione contro Cristo sarà la peggiore di tutte.
Noi siamo qui per soffrire e perdere. Il cristiano è un perdente? Apparentemente. Morire, e di morte orribile sulla croce, è una sconfitta? No, se dopo viene la Resurrezione. No, se alla venuta in humilitate, in mezzo ai rifiuti, ai dileggi, alle persecuzioni, segue la venuta in majestate, a giudicare i vivi e i morti.
Non so se la cosa possa interessarti, ma chi perseguita la Chiesa perseguita Cristo, cioè Dio, e con lui dovrà vedersela alla fine, Apparendo a Saulo, il futuro San Paolo, sulla via di Damasco, Cristo non disse: “Saulo, Saulo, perché perseguiti i miei seguaci?” come sarebbe stato più logico. Più logico secondo la logica umana. Ma i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, Come il cielo sovrasta la terra, così i pensieri di Dio sovrastano i nostri. Cristo disse: “Saulo, Saulo, perché Mi perseguiti?”
C’è un piccolo particolare che i saccenti ignoranti non sanno e, se ne hanno qualche vaga idea, non vogliono sentir nominare. L’esistenza umana su questa terra durerà finché non sarà “completo il numero dei martiri” (anche questo dice l’Apocalisse). Ogni martire, ogni membro del Corpo mistico di Cristo martirizzato, avvicina l’ora della fine.
La nostra sofferenza, la nostra sconfitta, è solo il preludio alla fine del tempo, alla fine del mondo, alla fine del dominio del principe di questo mondo. La nostra sofferenza è il preludio all’eternità. “Quando veneris iudicare saeculum per ignem”, dice la Messa funebre more antiquo, “quando verrai a giudicare il mondo col fuoco”.
È un caso se cresce l’ansietà per un possibile impatto di asteroide? L’impatto che ha posto fine all’era mesozoica (65 milioni d’anni fa), distruggendo i dinosauri e moltissime specie di altri organismi, è stato causato da un asteroide del diametro di soli dieci chilometri, in seguito al quale la superficie delle terre emerse è stata letteralmente divorata dal fuoco, e poi congelata. Sono state scoperte tracce indubitabili di ciò: il cratere meteorico di Chicxulub, nello Yucatan, di oltre centottanta chilometri di diametro, e segni di immensi incendi e tsunami: tutte tracce risalenti esattamente all’epoca della grande estinzione. La scoperta, dovuta a ricerche di fisici, soprattutto i due Alvarez, padre e figlio, ha suscitato vivaci polemiche da parte dei paleontologi, ossia di coloro che studiano i fossili degli organismi del passato, molti dei quali sostengono ancora la vecchia idea secondo cui le tutte estinzioni sarebbero l’effetto di processi graduali.
Infatti i paleontologi sono pesantemente condizionati dall’approccio filosofico dell’attualismo, secondo il quale i grandi rivolgimenti geologici del passato non sono il risultato di catastrofi improvvise, ma delle medesime cause attuali che hanno operato per lunghissimo tempo. In molti casi ciò non è sbagliato, ma lo diventa se eretto acriticamente a dogma. Dirai: cosa c’entra questa disquisizione scientifica? C’entra, c’entra. Perché è nato l’attualismo? Lasciamo stare i dettagli e limitiamoci a ricordare l’essenziale: esso nasce nell’Edimburgo settecentesca, illuminista e massonica, in aspra polemica contro il Cristianesimo, per dimostrare che la Bibbia sarebbe “sbagliata”. Niente Creazione (la terra sarebbe “eterna”), niente diluvio universale. Più che altro è sbagliata l’interpretazione letterale data alla Bibbia dai protestanti, ma l’attualismo ha comunque massicciamente pompato l’ateismo.
Le catastrofi sono difficili da interpretare scientificamente, sono fonti di paura e indicano la precarietà della vita umana sulla terra, minando il precario senso di sicurezza che serve all’ateo per dimenticare la realtà. Ecco il perché delle polemiche da parte dei paleontologi. Fisici ed astronomi, invece, non hanno più dubbi sulla grande catastrofe, la quale non ha lasciato in vita alcun animale del peso superiore ai venticinque chili (le piante se la cavarono meglio, grazie a semi e spore, capaci di resistere a condizioni estreme).
Tutta la nostra mirabile tecnologia non ci salverebbe da un simile evento. Vi sono migliaia di asteroidi del genere nel sistema solare, ed anche più grandi. Alcuni di essi passano pericolosamente vicini al nostro pianeta. Impatti ve ne sono stati molti, anche di corpi più grandi, sulla terra (e su altri corpi solidi del sistema solare). Nei film di fantascienza gli asteroidi pericolosi per la terra vengono disintegrati o deviati, dopo svariate eroiche gesta, da un pugno di intrepidi attori di Hollywood, con l’aiuto di spettacolari effetti speciali. La realtà sarebbe alquanto diversa.
Simulazioni al computer hanno dimostrato che un asteroide del diametro di un solo chilometro e mezzo non si lascia deviare da alcuna misura di difesa, incluso il bombardamento termonucleare. E non è tutto.
Fino a poco tempo fa si credeva che la grande estinzione alla fine dell’era paleozoica (251 milioni d’anni fa), ancor più radicale di quella che ha posto fine al mesozoico, fosse avvenuta gradualmente. Si tratta di un’ipotesi plausibile, perché il paleozoico terminò durante una fase tettonica compressiva globale, tale da causare la formazione di un unico gigantesco continente (Pangea), con due gravi conseguenze: l’aridità (le nubi portatrici di pioggia penetravano con difficoltà nell’enorme estensione di terra) e la riduzione della piattaforme continentali (con drastico restringimento delle zone biologicamente produttive marine). Al contrario, l’estinzione alla fine del mesozoico si era verificata in condizioni di tettonica distensiva.
Ma anche al termine del paleozoico si è avuto un impatto catastrofico. Di recente, sulla piattaforma continentale al largo dell’Australia occidentale, è stato scoperto un cratere ancor più grande di quello di Chicxulub: si può ben immaginare che l’effetto del relativo asteroide sia stato ancor più grave.
Dio può servirsi di un fenomeno naturale per fare giustizia, e non vale dire che Egli è misericordia e non può punire. La punizione arriva. È il male che punisce se stesso. Conseguenza e retribuzione del male è la morte. E la cultura senza Dio, ossia senza Cristo, è cultura di morte, che si regge in equilibrio su un filo di rasoio. Nevrosi, depressione, droga, suicidio, divorzi, aborti, famiglie in pezzi, e per unica cura le chiacchiere dei Dulcamara della psicanalisi.
Non vi sarebbe bisogno d’altro, ma considera ancora questi piccoli dettagli. L’universo ha avuto un inizio ed avrà una fine: non può avere esistenza autonoma, non è eterno, non è infinito. Lo dice l’astrofisica, almeno quella svincolata dalla superstizione atea. La superstizione atea, che rimette sempre tutto in discussione, dato che i risultati attuali non coincidono con i pregiudizi del materialismo ateo. Basta pensare ai tre paradossi cosmologici fondamentali. Un universo infinito emetterebbe infinita luce (paradosso di Olbers), e il cielo sarebbe sempre accecante, senza distinzione tra giorno e notte. Un universo infinito produrrebbe infinita forza di gravità ed ogni movimento sarebbe impossibile (paradosso di Mach), quindi niente rivoluzioni di pianeti e satelliti, rotazioni, nutazioni, e così via. Un universo infinito emetterebbe inifinite radiazioni ionizzanti (paradosso biologico), che renderebbero la vita impossibile.
Ma che bello l’universo infinito sognato dagli atei, perché non avrebbe bisogno di Dio: uno gnocco informe, assurdo, accecante, immobile, morto. Ma se l’universo è spazialmente finito, allora è anche un sistema isolato. I sistemi isolati sono soggetti a decadere in modo irreversibile. Ricadono sotto la seconda legge della termodinamica, come già affermava, inascoltato, il grande fisico Boltzmann alla fine del secolo XIX. L’universo, col tempo, è quindi condannato a finire, per aumento irreversibile dell’entropia. Chissà perché, tra i fisici, soprattutto fra i più grandi, non si contano molti atei?
Ma noi il concetto di infinito lo abbiamo, eccome. Anzi, è importantissimo in matematica. È alla base della geometria euclidea, di quella analitica e dell’analisi infinitesimale. La geometria che meglio si adatta a descrivere l’universo, tuttavia, è quella dello spazio curvo di Riemann, in cui non esistono “rette” ma ellissi. Lo spazio è generato dalla gravitazione dei corpi celesti, per cui non ha senso chiedere cosa ci sia “all’esterno”. Non si può neppure dire che non ci sia nulla. L’“esterno” dell’universo semplicemente non esiste.
La terra descrive un’orbita ellittica perché segue la curvatura dello spazio generata dalla gravitazione solare, e lo stesso vale per l’orbita di qualsiasi altro pianeta o satellite, parola di Einstein (ancora un altro fisico tutt’altro che ateo, che soleva dire: “mi rifiuto di credere che il buon Dio giochi ai dadi con l’universo”). Ma se da una parte il mondo materiale non comprende e non ammette l’infinito, e d’altra parte la nostra mente giunge ugualmente a concepirlo, questo avrà pure un significato.
Di dove ci viene un concetto del genere? Pochi scienziati si pongono questo problema e tentano di trarne qualche conclusione. Ci vuole un certo coraggio per dire la verità, e cioè che la mente umana trascende il mondo materiale in modo analogo alla trascendenza divina. Di quale Essere siamo stati creati a immagine e somiglianza?
Ma non si deve legare la religione alla scienza, tu dici, e con te dicono tantissimi, anche preti e fior di prelati, anche perché la scienza potrebbe cambiare le proprie teorie.
Ho cominciato dicendo che sei scemo, ed è evidente che non sei solo in questo, ma hai tanta buona compagnia. Molte scienze vanno a mode, specie quelle biologiche, per non parlare di quelle sociali, ma non la fisica e l’astronomia. Queste hanno conosciuto una crescita cumulativa per l’intera loro storia. E chi ha mai parlato di legare scienza e religione? Ma se si trovano d’accordo, perché negarlo?
Ma sull’evoluzionismo, tu dici, l’idillio fra Cristianesimo e scienza si infrange miseramente. Non c’è Creazione, gli esseri viventi evolvono e l’evoluzione spiega tutto. A parte che l’evoluzione presuppone comunque un inizio, l’evoluzionismo, ossia l’interpretazione materialista dell’evoluzione, cozza contro almeno due scogli enormi, che non ha mai sormontato.
Il primo è il principio della complessità irriducibile: una struttura complessa funziona solo se è perfettamente organizzata, non c’è spazio per tentativi incipienti, parziali, imperfetti: e tutte le strutture biologiche, senza eccezione, sono strutture complesse, perfino le “ciglia” e i “flagelli” dei Ciliati e dei Flagellati unicellulari.
Il secondo è il principio dell’inflazione statistica: mutazioni genetiche favorevoli alla vita (di solito una mutazione porta prole deforme se colpisce una cellula sessuale e cancro se si verifica in una cellula somatica) e capaci di far nascere una nuova specie, se lasciate al cieco caso materialista, sono tanto improbabili da essere a tutti gli effetti impossibili. A parte il fatto che nessuno ha mai assistito alla nascita di una nuova specie.
Perché dunque l’evoluzionismo continua ad essere presentato come “dogma” scientifico? C’è gente che diventa isterica al sentirlo mettere in dubbio, e si mette a blaterare di “oscurantismo medievale”. A parere degli evoluzionisti, l’Homo sapiens sarebbe apparso qualche decina di migliaia d’anni fa al culmine di una linea evolutiva che partirebbe da “antenati scimmieschi”. Ma sono stati scoperti fossili umani del tutto identici all’uomo contemporaneo aventi un’età fino a tre milioni di anni fa, che non si inseriscono in alcuna cosiddetta “sequenza evolutiva”.
Che fare? Niente paura: si inventano nuovi nomi “scientifici” per non ammettere che l’Homo sapiens esisteva già. Mirabile esempio di onestà scientifica.
L’evoluzionismo è “dogma” per le medesime ragioni che impediscono di riconoscere che l’universo materiale non può essersi fatto da solo ed ha avuto bisogno di un atto creativo per esistere. Le ragioni sono le solite: la superbia e gli altri vizi capitali.
Verrà il giorno in cui i vizi non potranno più nascondersi sotto il manto dello scientismo: la farneticante idea che la scienza sia l’unica fonte di conoscenza.
A te piace lo scientismo. Soddisfa quel desiderio di comprensione totalizzante che l’ateismo lascia insoddisfatto. Non si ammettono “cadute” nella metafisica e nelle spiegazioni che facciano capo al soprannaturale, tu dici.
Bravo: e la proposizione “la scienza è l’unica fonte di conoscenza” è dimostrabile scientificamente? No?
E se non lo è, non crolla forse l’intero castello di carte scientista?
Comunque, come ho già detto, questi sono punti secondari. Come pure sono punti secondari i miracoli, molti dei quali immensi e inspiegabili (la Sindone, Guadalupe, Calanda, Lourdes).
La Chiesa non ne ha bisogno. È bene che avvengano. Sono grandiose grazie divine, ma la Fede non dipende da reliquie e miracoli.
Se la Sindone fosse davvero un falso, o una semplice icona, e l’evoluzionismo fosse autentica scienza, vorrebbe dire che Dio ha permesso certe cose piuttosto che certe altre.
Le critiche all’evoluzionismo da parte cattolica non hanno niente a che fare con un qualsiasi tentativo di prendere alla lettera la Bibbia. Se mai, a prendere alla lettera la Bibbia sono i protestanti, che oltretutto l’hanno ampiamente mutilata. Semplicemente i cattolici usano la propria libertà di pensiero (sono loro i veri liberi pensatori) per discernere e respingere la spazzatura intellettuale dei presuntuosi che pretendono di fare a meno di Dio.
Naturalmente sono proprio gli atei a sbavare per l’evoluzionismo e per la presunta “falsità” della Sindone, come se si trattasse di questioni vitali, I motivi sono fin troppo ovvi: di fronte alla scienza autentica, quella libera da pregiudizi atei, i “dogmi” dell’ateismo sprofondano nel ridicolo. Ma non è su questo che mi preme soffermarmi.
La prova principale contro di te e contro l’ateismo di cui sei tanto orgoglioso, sei tu stesso, la vanità della tua ribellione. Quindi, caro amico, c’è poco da fare: sei scemo. Pur essendo anche tu una creatura ad immagine e somiglianza di Dio e, potenzialmente, destinata a far parte del Corpo mistico di Cristo, preferisci essere un animale, ed essere parte dell’unico corpo mistico possibile: quello del principe di questo mondo.
Ecco il risultato di volersi elevare al vertice assoluto, di voler fare a meno del Creatore, di voler giocare al Dio. Nell’assurda ipotesi che tu avessi ragione, saresti uno dei tanti prodotti di un cieco processo naturale, saresti solo una delle tante bestie di un piccolo pianeta; destinati a scomparire tutti e due, sia tu, sia il pianeta.
Di te, bestia, resterà un’anima immortale, eternamente assetata dell’unico Essere che l’avrebbe resa felice, condannata a non vederLo più per l’eternità, ed eternamente alla mercé del suo peggior nemico. Non ci sono parole per esprimere la pena che mi fai. Sei un traditore, traditore della Fede che hai ricevuto, ma soprattutto traditore di te stesso. Stai segando il ramo sul quale stai seduto e un giorno cadrai, e sarà troppo tardi per il pentimento. E allora piantala di fare il superuomo. Non hai proprio niente da guadagnare e tutto da perdere.
Spero di poter avere una migliore opinione di te in futuro, perché la speranza è sempre l’ultima a morire. Ho detto all’inizio che non mi considero superiore a te. Non sono migliore di te. Anch’io sono un peccatore. Solo, io me ne rendo conto, ne sono pentito e me ne vergogno. In attesa, e nella speranza, che un barlume di luce si faccia strada anche nella tua annima, resto con (poca) stima (per il momento), tuo
Trigotto

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QUI DEVRAIT ETRE CHEF?

Quand le corps humain fut créé, toutes le parties voulait être le chef.
Le cerveau disait: "Puisque je commande tout et que je pense pour tout le monde, je devrai être le chef".
Les pieds disaient: "Puisque nous transportons le corps où il le désire et lui permettons ainsi de faire ce que veut le cerveau, nous devrions être le chef".
Les mains disaient: "Puisque nous faisons tout le travail et gagnons l’argent pour entretenir tout le corps, nous devrions en être le chef".
Et ainsi de suite pour les yeux, les oreilles et les poumons.
Enfin le trou du cul se fait entendre et demande à être élu chef.
Les autres parties du corps éclatèrent de rire à l’idée qu’un trou du cul puisse être chef.
Le trou du cul se mit en colère et décida de faire la révolution, se referma sur lui même et refusa de fonctionner.
Bientôt le cerveau devint fièvreux, les yeux se croisèrent et devinrent vitreux, les pieds trop faibles pour marcher, les mains pendaient sans force et le coeur et les poumons lutteient pour survivre.
Alors tous supplièrent le cerveau de se laisser fléchir et de permettre au trou du cul d’être chef.
Ainsi fut fait …….
Toutes les autres parties du corps faisaient le travail tandis que le trou du cul dirigeait tout et s’occupait principalement de la merde comme tout chef digne de se titre.
Moralité:
1) Il est nullement nécessaire d’être un cerveau pour devenir chef, un trou du cul d’ailleurs a nettement plus de chance;
2) Regardez autour de vous pour être convaincu …….

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PERLE UNIVERSITARIE – COSE TURCHE

La prima tesi che espliciterò è (…….) la seguente: la ricerca regionale aumenta in modo sostanziale l’intelligibilità dell’organizzazione umana dello spazio; ciò perché la regione si configura come una formazione geografica che garantisce la realizzazione di obiettivi socialmente più rilevanti di quelli perseguibili a mezzo di formazioni geografiche che dirò genericamente elementari e/o di essi comprensivi .
La territorializzazione progressiva comporta una complessificazione dell’ambiente (…….) Con altre parole un attore sintagmatico (…….) nel mettere a punto strategie sull’uso del territorio (…….) opera in condizioni estremamente opache e, in particolare, non conosce esattamente né il ventaglio né la performatività delle sequenze operative capaci di assicurare congruenza tra le attese che lo inducono ad agire ed i risultati effettivamente conseguibili.
Si colga correttamente l’accezione del termine complessità; esso designa in effetti una differenza tra potenzialità ed attualità nell’agire rendendo l’agire stesso consustanziale ad una ‘cogenza selettiva’.
Nel dire dunque che la complessità è una funzione diretta della massa territoriale, penseremo alla territorializzazione come portatrice di un esito con doppio contenuto: da un lato, lo sganciamento degli attori dai condizionamenti fisico-naturali; dall’altro lato, l’assoggettamento degli attori all’imperativo costante e gravoso di scegliere, di prendere incessantemente decisioni in un ambiente incerto ed impresico. La relazione tra l’attore e l’ambiente non è binaria; essa, piuttosto, è ternaria, operandosi per il tramite di un mediatore la cui funzione essenziale è ridurre la complessità, ossia di respingere il divario tra le potenzialità e l’attualizzazione dell’agire.
Chiameremo tale mediatore genericamente senso e lo intenderemo in termini luhmanniani come la ‘forma delle premesse per la ricezione di informazioni e per l’elaborazione cosciente dell’esperienza vissuta che rende possibile la comprensione e la riduzione cosciente della complessità elevata’.
Il senso del senso (….) coincide assai semplicemente con la plausibilità di una mediazione necessaria tra attori ed ambiente complessificato, come preordinamento convenzionale ed insieme processivo delle strutture implose.
Il fondamento prasseologico legalizza tramite l’autoreferenza tutti quegli accadimenti — e quei comportamenti — che il fondamento normativo non riusciva a legare tramite stipulazioni. Il gioco linguistico trascende la preformazione linguistica della cognizione anche se non ne annulla la cogenza.
È solo il rinvio alla pertinenza come idealità dell’autoriflessione che può dare indicazioni sul ramo del fiume che si è imboccato alla biforcazione: se quello che dopo una serie di rapide conduce alla cascata; oppure quello che scende alla pianura lento e sicuro.
(Occorre) (…….) un contesto della giustificazione in grado di istituire a valle una simmetria di rapporti interdisciplinari squilibrati a monte. Ove ciò non si dia, la disciplina si muove in un quadro di transizione al caos che più chiaro non si potrebbe immaginare: importa problemi la cui soluzione disciplinare è priva dei requisiti di scambiabilità: l’autoreferenza è ridotta alla pura funzione di conservazione e riproduzione biologica della comunità.
Una ragione critica autoreferenziale afferma anzitutto se stessa negando consistenza argomentativa ad asserzioni come “questa non è geografia”. Essa si dota di una teoria riflettendo sulle connessioni che si stabiliscono tra prasseologia ed ideali-referenti esterni, l’obiettivo atteso essendo, beninteso, il successo della fluttuazione disciplinare.
Essa infine intende la tecnica della critica come valutazione dei contesti creativi e giustificativi in quanto pratiche secondarie di legittimazione incaricate di elaborare pertinenza disciplinare.
La dinamica del nostro veicolo segnico trova svolgimento lungo l’asse delle relazioni pragmatiche, (infatti) ……. le relazioni pragmatiche, obbligando a slittare dalla sostanza linguistica del designatore alla sua effettualità, agli imperativi etimologici del prassein, il fare di cui è portatore, ci proietta nel cuore della tematica habermasiana dell’agire comunicativo.
Il mio discorso, tuttavia, va oltre, ed esprime una preoccupazione epistemica che probabilmente Popper riterrebbe alquanto futile, ma che forse Kuhn, Feyerabend e Rorty considererebbero rilevante. In effetti “democrazia” e “marxismo”, parole che allora apparivano così arditamente sinonimiche per un’ingarbugliatissima trama di sentieri disciplinari internalisti ed esternalisti, in che modo avrebbero potuto dissociarsi ed evolvere come categorie singolari e autonome grazie allo sforzo di Geografia Democratica?
Sforzo non solo critico, intendo, ma di presa di carico della descrizione empirica del mondo nella sua territorialità, colta alle diverse scale e tra le diverse scale, quale dovrebbe essere, all’ingrosso, il nostro mestiere. Il deficit di teoria, così tenace, e le “astrazioni povere” che ci vengono di continuo imputate ma che sembrano nondimeno soddisfarci, conducono attraverso uno spento sentiero al centro di una ribollente agora scientifico-sociale nella quale i bisogni tecnologici e politici di geografia, immensi, vengono soddisfatti in misura crescente senza i geografi.
Dopotutto, stiamo parlando della incessante costituzione del mara, come direbbero i saggi del Manden, che non tanto guardano a cosmopolis come nella costruzione dottrinale dominante, secondo una subordinazione di scale se salta la quale non resta, a quanto pare, che il ricorso alla forza, perfino sub specie di violenza organizzata (nei modi della guerra classica o delle nuove asimmetrie belliche), quanto ad una articolazione di scale senza gerarchie che segni infine il passaggio dalla polis che coincide con il cosmos (una seducente pretesa imperialistica di Roma antica) al cosmos che integra una pluralità di poleis.

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PERLE HOLLYWOODIANE

ALEXANDER — Che magnano li antichi macedoni? Una bella zuppa di fagioli. Fagioli? Ma fate il santo piacere. I fagioli vengono dal Messico e sono arrivati in Europa solo dopo la Scoperta dell’America.
LA TUNICA — La nave antica romana deve salpare da Ostia. “Presto, partite, altrimenti perdete la marea”. Da Ostia? Dove la marea è di pochi centimetri? Hanno scambiato Ostia con Londinium. O con New York.

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LA STORIA SECONDO RIGOBERTO OCONE

Il volgere del processo storico
secondo l’illustre professor Rigoberto Ocone,
figlio dell’ancor più illustre professor Sanguinaccio Ocone

LA PREISTORIA
Quando l’uomo, pardon l’umano, pardon la gente, insomma le scimmie nude (perché avevano perso la pelliccia nel corso dell’evoluzione) abbiano cominciato ad accorgersi di esserci, non si sa bene. Fatto sta che ad un certo punto qualcuno disse: “Oh, io sono qua”, e qualcun altro disse: “Io sono là”, e così nacque la coscienza dell’essere.
“Qua” e “là” divennero così i punti di riferimento essenziali nonché esistenziali, dato che “là” sembrava sempre che si stesse meglio che “qua”. E fu così che nacquero le guerre. Prima si combatteva con la clava e le pietre, poi con le spade di bronzo, finché qualcuno si accorse che col ferro le teste si spaccavano meglio e così arrivò l’età del ferro.

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INSEGNE, AVVISI, CARTELLI

ABBIGLIAMENTO. Nuovi arrivi mutande, se le provate non le togliete più. Si vendono impermeabili per bambini di gomma. In questo negozio di quello che c’è non manca niente. Non andate altrove a farvi rubare, venite da noi.

AUTOFFICINA. Venite una volta da noi e non andrete mai più da nessuna parte.

CASERMA DEI CARABINIERI. Attenzione per suonare premere, se non risponde nessuno ripremere.

FERRAMENTA. Sega a due mani e denti stretti, 50 euro.

FIORISTA. Si inviano fiori in tutto il mondo via fax.

LAVANDERIA. Si smacchiano antilopi.

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GIRANDOLA POLITICHESE

GIRANDOLA POLITICHESE
A 1 L’utenza potenziale A 2 Il bisogno emergente A 3 Il quadro normativo A 4 La valenza epidemiologica A 5 Il nuovo soggetto sociale A 6 L’approccio programmatico A 7 L’assetto politico istituzionale A 8 Il criterio metodologico A 9 Il modello di sviluppo A10 Il metodo partecipativo
B 1 si caratterizza per B 2 privilegia B 3 prefigura B 4 riconduce a sintesi B 5 persegue B 6 estrinseca B 7 si propone B 8 presuppone B 9 porta avanti B10 auspica
C 1 il ribaltamento della logica assistenziale preesistente C 2 il superamento di ogni ostacolo e/o resistenza passiva C 3 un organico collegamento interdisciplinare ed una prassi di lavoro di gruppo C 4 la puntuale corrispondenza fra obiettivi e risorse C 5 la verifica critica degli obiettivi istituzionali e l’individuazione di fini qualificanti C 6 il riorientamento delle linee di tendenza in atto C 7 l’accorpamento delle funzioni e il decentramento decisionale C 8 la ricognizione del bisogno emergente e della domanda non soddisfatta C 9 la riconversione ed articolazione periferica dei servizi C10 un corretto rapporto fra strutture e sovrastrutture
D 1 nel primario interesse della popolazione D 2 senza pregiudicare l’attuale livello delle prestazioni D 3 al di sopra di interessi e pressioni di parte D 4 secondo un modulo di interdipendenza orizzontale D 5 in una visione organica ricondotta a unità D 6 con criteri non dirigistici D 7 al di là delle contraddizioni e difficoltà iniziali D 8 in maniera articolata e non totalizzante D 9 attraverso i meccanismi della partecipazione D10 senza precostituzione delle risposte
E 1 sostanziando e vitalizzando E 2 recuperando ovvvero rivalutando E 3 ipotizzando e perseguendo E 4 non assumendo mai come implicito E 5 fattualizzando e concretizzando E 6 non sottacendo ma anzi puntualizzando E 7 potenziando ed incrementando E 8 non dando certo per scontato E 9 evidenziando ed esplicitando E10 attivando ed implementando
F 1 nei tempi brevi, anzi brevissimi F 2 in un’ottica preventiva e non più curativa F 3 in un ambito territoriale omogeneo, ai diversi livelli F 4 nel rispetto della normativa esistente F 5 nel contesto di un sistema integrato F 6 quale sua premessa indispensabile e condizionante F 7 nella misura in cui ciò sia fattibile F 8 con le dovute e imprescindibili sottolineature F 9 in termini di efficacia e di efficienza F10 a monte e a valle della situazione contingente
G 1 la trasparenza di ogni atto decisionale. G 2 la non sanitarizzazione delle risposte. G 3 un indispensabile salto di qualità. G 4 una congrua flessibiltà delle strutture. G 5 l’annullamento di ogni ghettizzazione. G 6 il coinvolgimento attivo di operatori ed utenti. G 7 l’appianamento delle discrepanze e delle discrasie esistenti. G 8 la ridefinizione di una nuova figura professionale. G 9 l’adozione di una metodologia differenziata. G10 la demedicalizzazione del linguaggio.

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