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La prima tesi che espliciterò è (…….) la seguente: la ricerca regionale aumenta in modo sostanziale l’intelligibilità dell’organizzazione umana dello spazio; ciò perché la regione si configura come una formazione geografica che garantisce la realizzazione di obiettivi socialmente più rilevanti di quelli perseguibili a mezzo di formazioni geografiche che dirò genericamente elementari e/o di essi comprensivi .
La territorializzazione progressiva comporta una complessificazione dell’ambiente (…….) Con altre parole un attore sintagmatico (…….) nel mettere a punto strategie sull’uso del territorio (…….) opera in condizioni estremamente opache e, in particolare, non conosce esattamente né il ventaglio né la performatività delle sequenze operative capaci di assicurare congruenza tra le attese che lo inducono ad agire ed i risultati effettivamente conseguibili.
Si colga correttamente l’accezione del termine complessità; esso designa in effetti una differenza tra potenzialità ed attualità nell’agire rendendo l’agire stesso consustanziale ad una ‘cogenza selettiva’.
Nel dire dunque che la complessità è una funzione diretta della massa territoriale, penseremo alla territorializzazione come portatrice di un esito con doppio contenuto: da un lato, lo sganciamento degli attori dai condizionamenti fisico-naturali; dall’altro lato, l’assoggettamento degli attori all’imperativo costante e gravoso di scegliere, di prendere incessantemente decisioni in un ambiente incerto ed impresico. La relazione tra l’attore e l’ambiente non è binaria; essa, piuttosto, è ternaria, operandosi per il tramite di un mediatore la cui funzione essenziale è ridurre la complessità, ossia di respingere il divario tra le potenzialità e l’attualizzazione dell’agire.
Chiameremo tale mediatore genericamente senso e lo intenderemo in termini luhmanniani come la ‘forma delle premesse per la ricezione di informazioni e per l’elaborazione cosciente dell’esperienza vissuta che rende possibile la comprensione e la riduzione cosciente della complessità elevata’.
Il senso del senso (….) coincide assai semplicemente con la plausibilità di una mediazione necessaria tra attori ed ambiente complessificato, come preordinamento convenzionale ed insieme processivo delle strutture implose.
Il fondamento prasseologico legalizza tramite l’autoreferenza tutti quegli accadimenti — e quei comportamenti — che il fondamento normativo non riusciva a legare tramite stipulazioni. Il gioco linguistico trascende la preformazione linguistica della cognizione anche se non ne annulla la cogenza.
È solo il rinvio alla pertinenza come idealità dell’autoriflessione che può dare indicazioni sul ramo del fiume che si è imboccato alla biforcazione: se quello che dopo una serie di rapide conduce alla cascata; oppure quello che scende alla pianura lento e sicuro.
(Occorre) (…….) un contesto della giustificazione in grado di istituire a valle una simmetria di rapporti interdisciplinari squilibrati a monte. Ove ciò non si dia, la disciplina si muove in un quadro di transizione al caos che più chiaro non si potrebbe immaginare: importa problemi la cui soluzione disciplinare è priva dei requisiti di scambiabilità: l’autoreferenza è ridotta alla pura funzione di conservazione e riproduzione biologica della comunità.
Una ragione critica autoreferenziale afferma anzitutto se stessa negando consistenza argomentativa ad asserzioni come “questa non è geografia”. Essa si dota di una teoria riflettendo sulle connessioni che si stabiliscono tra prasseologia ed ideali-referenti esterni, l’obiettivo atteso essendo, beninteso, il successo della fluttuazione disciplinare.
Essa infine intende la tecnica della critica come valutazione dei contesti creativi e giustificativi in quanto pratiche secondarie di legittimazione incaricate di elaborare pertinenza disciplinare.
La dinamica del nostro veicolo segnico trova svolgimento lungo l’asse delle relazioni pragmatiche, (infatti) ……. le relazioni pragmatiche, obbligando a slittare dalla sostanza linguistica del designatore alla sua effettualità, agli imperativi etimologici del prassein, il fare di cui è portatore, ci proietta nel cuore della tematica habermasiana dell’agire comunicativo.
Il mio discorso, tuttavia, va oltre, ed esprime una preoccupazione epistemica che probabilmente Popper riterrebbe alquanto futile, ma che forse Kuhn, Feyerabend e Rorty considererebbero rilevante. In effetti “democrazia” e “marxismo”, parole che allora apparivano così arditamente sinonimiche per un’ingarbugliatissima trama di sentieri disciplinari internalisti ed esternalisti, in che modo avrebbero potuto dissociarsi ed evolvere come categorie singolari e autonome grazie allo sforzo di Geografia Democratica?
Sforzo non solo critico, intendo, ma di presa di carico della descrizione empirica del mondo nella sua territorialità, colta alle diverse scale e tra le diverse scale, quale dovrebbe essere, all’ingrosso, il nostro mestiere. Il deficit di teoria, così tenace, e le “astrazioni povere” che ci vengono di continuo imputate ma che sembrano nondimeno soddisfarci, conducono attraverso uno spento sentiero al centro di una ribollente agora scientifico-sociale nella quale i bisogni tecnologici e politici di geografia, immensi, vengono soddisfatti in misura crescente senza i geografi.
Dopotutto, stiamo parlando della incessante costituzione del mara, come direbbero i saggi del Manden, che non tanto guardano a cosmopolis come nella costruzione dottrinale dominante, secondo una subordinazione di scale se salta la quale non resta, a quanto pare, che il ricorso alla forza, perfino sub specie di violenza organizzata (nei modi della guerra classica o delle nuove asimmetrie belliche), quanto ad una articolazione di scale senza gerarchie che segni infine il passaggio dalla polis che coincide con il cosmos (una seducente pretesa imperialistica di Roma antica) al cosmos che integra una pluralità di poleis.

(Applausi entusiastici e frenetiche richieste di bis.]


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