I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

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LA COSIDDETTA “INTELLIGENZA ARTIFICIALE”

La cosiddetta “intelligenza artificiale” è un’espressione che dà un’idea errata della cosa, facendola apparire più prestigiosa e importante di quanto non sia. Si tratta solo un computer legato al codice binario 1-0, incapace perfino di riprodurre la dimostrazione del teorema fondamentale dell’analisi matematica, che il cervello umano (Leibniz e Newton, per la precisione) aveva già dimostrato tre secoli e mezzo fa. Quindi il computer fallisce in un punto essenziale proprio nel suo campo specifico, la matematica, figuriamoci in tutto il resto. Il computer (denominato “intelligenza artificiale” o meno) non sa nemmeno di esistere. Se gli si chiede: “Esisti?” è capace di rispondere: “Ma certo”, perché un operatore umano lo ha programmato a rispondere così, ma continuerà a non sapere di esistere. L’intelligenza non puòessere artificiale. Tale espressione è quindi un ossimoro escogitato per dare lustro ad un prodotto industriale che è frutto dell’intelligenza umana e nient’altro.

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IL VERO MOTIVO DELLA RIVELAZIONE PRIVATA A MARIA VALTORTA

IL VERO MOTIVO DELLA RIVELAZIONE PRIVATA A MARIA VALTORTA

Nel 1947, in una pagina (riportata nella corrispondenza tra Maria Valtorta e Mons. Carinci), e destinata al Santo Padre, il quale probabilmente non l’ebbe mai perché affossata dai nuovi farisei, Cristo esortava il Papa ad usare l'”Evangelo come mi è stato rivelato” per controbattere le ideologie atee dilaganti: l’Opera, “resa completa e gradevole, era pensata in modo da raggiungere quelle anime che non avrebbero in alcun altro modo letto i Vangeli”. In altre parole, si trattava di un prezioso strumento per avvicinare alla Verità evangelica coloro che ne sarebbero altrimenti rimasti per sempre lontani.

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MISTICA E MISCONOSCIUTA: IL CASO DI MARIA VALTORTA

“Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina”.

L’autrice di questo brano è una mistica contemporanea, che appena adesso (e non senza opposizione da parte di chierici progressisti, come già si era verificato per San Padre Pio) si comincia a conoscere e ad apprezzare: Maria Valtorta (Caserta 1897-Viareggio 1961) (vedi), una persona di limitata cultura, che aveva compiuto solo studi tecnici, il cui unico pregio intellettuale era quella di avere un’eccellente memoria, che le permise di riportare nei minimi dettagli ciò che vedeva. La Valtorta fu paralitica per gran parte della sua vita. Inchiodata a letto senza avere la possibilità di compiere alcuna ricerca, senza conoscere alcuna lingua orientale, senza aver mai lasciato l’Italia, descrisse in modo dettagliatissimo la vita del Salvatore, dimostrando di conoscere perfino la conformazione del territorio, incluse descrizioni di peculiari formazioni rocciose (confermato da un geologo che aveva lavorato in Palestina) e le minute differenze di pronuncia della lingua ebraica tra la Galilea e la Giudea. Costei più volte ebbe la visione della rosa paradisiaca e più volte la descrisse, anche in assai maggior dettaglio rispetto alle poche righe riportate sopra. La visione corrisponde esattamente all’immagine del Paradiso nella Divina Commedia come “candida rosa” (Canto XXXI, 1-3), oggetto di una delle più impressionanti tavole disegnate da Gustavo Doré nella grande edizione illustrata del Poema.

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PADRE LANZETTA, I DUBBI E LA VALTORTA

PADRE LANZETTA, I DUBBI E LA VALTORTA

Subito dopo la pubblicazione di un mio articolo sulla Valtorta su “Riscossa Cristiana” (“Mistica e misconosciuta: il caso di Maria Valtorta”, in pratica lo stesso articolo che si può leggere su questo sito), un “esimio” rappresentante del clero, Padre Serafino M. Lanzetta dei Francescani dell’Immacolata, con un articolo del 29 novembre 2012 (Il “caso Valtorta” tra consensi e condanne: come orientarsi?), si è evidentemente sentito in dovere di precisare, sulla medesima rivista online, che la Chiesa non riconosce affatto come soprannaturale la rivelazione privata a Maria Valtorta, e che non si può considerare l’opera maggiore di lei (L’Evangelo come mi è stato rivelato) un “quinto vangelo”. Questo è un discorso sconclusionato e vagolante nelle più fitte tenebre.

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UNA STORIA D’AMORE: LA SANTA VERGINE E RAPALLO

Anno Domini 1575.

In una fredda mattina di gennaio, una nutrita folla si dirigeva verso l’ingresso del Palazzo Ducale di Genova. Nuvole di vapore si levavano dalle bocche della folla pesantemente vestita. Era formata in parte dall’equipaggio di una caracca ragusea, la “Santa Maria della Grazia”, e in parte maggiore da cittadini del piccolo borgo di Rapallo, affluiti alla capitale per un’importante causa che li riguardava.

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GENERALE VANNACCI

ROBERTO VANNACCI (2023) Il mondo al contrario, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte.

Recensione di Emilio Biagini.

“Non potendo attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore.” Paul Valery

Da tutto l’insieme della polemica scatenata dal libro si può concludere che Vannacci è un uomo, i suoi detrattori sono dei quaquaraqua che sanno soltanto insultare e sono incapaci di ragionare. Vediamo le blaterazioni vomitate da questi quaquaraqua.

  • Insulti a ruota libera? Espressioni come “razzista”, “omofobo” e simili fanno parte dell’arsenale dei cervelli vuoti, assolutamente incapaci di discutere come persone civili. Non una sola delle tesi del Generale Vannacci è stata dimostrata falsa; i quaquaraqua non ci hanno neppure provato; hanno invece preferito la tattica nazista di Goebbels: l’insulto.
  • Ha fatto copia e incolla? Embe’? Si è documentato senza la pignoleria accademica che, per sua e nostra fortuna, gli è estranea. La sostanza del contenuto resta.
  • Il libro è mal scritto? E se anche fosse, chi se ne frega? L’importante è la giustezza, la razionalità, l’onestà del suo argomentare, tutte virtù che i quaquaraqua ignorano. I mali che il Generale denuncia sono sotto gli occhi di tutti.

Non dimentichiamo neppure che il Generale Vannacci ha avuto il coraggio di difendere i suoi soldati denunciando le centinaia di casi di gravi malattie causate dall’uranio impoverito che i liberatori americani spargono a piene mani nei paesi che hanno il piacere e l’onore ricevere una loro visita. Il Generale, su più che probabile ordine dell’Herrenvolk nazista anglosassone colonizzatore, è stato quindi punito dai capitribù della colonia Italia relegandolo alla direzione dell’Istituto Geografico Militare. Dopo la pubblicazione del Suo coraggioso libro, il Generale è stato privato dai capitribù anche di quell’ultima carica.

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E MO’ PARLO ANCORA UN PO’

IL PRATO ALTO è un romanzo storico ricco di vicende umane e di colpi di scena. Inizia nel 7500 a.C. e termina ai giorni nostri, ed ha per protagonista l’Austria, l’Italia e più in generale l’Europa (Disponibile in 3 volumi o in volume unico). V’interessa? Comprate il libro, e intanto cliccate qui sotto per una presentazione video.

Presentazione de IL PRATO ALTO

CURRICULA

Emilio Biagini, nato a Genova, è stato professore ordinario di Geografia all’università di Cagliari. Ha pubblicato quattro romanzi (La luce, Genova, 2006; Labirinto oscuro, Roma, 2008; La nuova terra, Verona, 2011; La pioggia di fuoco, Verona, 2012, quest’ultimo con la moglie Maria Antonietta come coautrice), due volumi di racconti (L’uomo in ascolto, Milano, 2008; Montallegro ed altri racconti, Verona, 2013), cinque volumi di pièces teatrali satiriche (Saccenti ed altri serpenti, Genova, 2008; Il seme sepolto, 2009; Satire clericali, Verona; Gaia, il pianeta sull’orlo di una crisi di nervi, Chieti, 2016; La scienza di Blateronte (spiegata al popolo), Verona, 2024), i tre ultimi con la moglie come coautrice) e, sempre con la moglie come coautrice, un libro per bambini, Le brutte storie: come raccontare al nipotino le menzogne della storia contemporanea (Verona, 2017), e due saggi (Maria Valtorta, la testimone della vita di Cristo, Isola del Liri, 2018; Malascienza, Chieti, 2021). Ha ricevuto nel 2012 il premio letterario “Fede e Cultura” per la narrativa.

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E MO’ PARLO UN PO’ IO

MALASCIENZA è un saggio di denuncia delle frodi che pullulano soprattutto nelle scienze biologiche, mediche e sociali, quelle in cui la verifica è più difficile. Non è possibile dire di aver scoperto un nuovo teorema matematico o una nuova legge fisica o un nuovo elemento chimico se non lo si è fatto davvero (i colleghi vi scoprirebbero subito e fareste un figuraccia), ma inventarsi una falsa pandemia o una nuova teoria sociologica? Per quello non ci vuole niente, specie con un consistente appoggio dei mass media venduti. Non parliamo poi degli scandali delle cattedre universitarie, che producono facoltà imbottite di cretini patentati che bandiscono idiozie pure come la “teoria dei generi”, o lo “specismo”. Volete sondare meglio la palude della Malascienza? Comprate il libro, e intanto cliccate qui sotto per una presentazione video.

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LA PERSECUZIONE CONTRO MARIA VALTORTA

Maria Valtorta ha subito ignobili persecuzioni da parte di una gerarchia insensibile e avida, che pretendeva di spacciare la rivelazione da lei avuta come opera semplicemente umana, in modo da poterla sfruttare commercialmente. I capi Serviti di allora progettavano persino di trarne dei film. La grande veggente fu denunciata al Sant’Uffizio, che non si è mai mosso senza una denuncia, da un Servita d’alto rango, il cui nome è ignoto. Maria Valtorta lo conosceva, perché dal suo letto di paralitica tutto sapeva grazie al Divino Maestro, ma, caritatevolmente, lo tacque nel suo epistolario con Madre Teresa Maria, che rappresenta una delle più importanti raccolte di documenti di quanto la Valtorta ebbe a soffrire proprio a causa del clero. L’alto gerarca era stufo di essere supplicato da un giovane confratello che cercava di intercedere per la veggente, paralizzata, malata, perseguitata e in ristrettezze finanziarie. Tentata dal diavolo di pubblicare a proprio nome, ciò che avrebbe risolto i problemi economici di lei, e avrebbe acquietato i farisei che la perseguitavano, Maria Valtorta, eroicamente, resistette. La conseguenza della vile denuncia fu la vergognosa messa dell’Opera valtortiana all’Indice. Si sa per certo che i prelati del Sant’Uffizio si pentirono della messa all’Indice subito dopo, e l’Indice stesso venne immediatamente abolito, sia pure con una curiale piroetta salvafaccia che pretendeva che conservasse ugualmente un qualche valore. Ma se valeva ancora, perché abolirlo? Dov’è finito il sì-sì-no-no, al di fuori del quale vi è solo opera del demonio?

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GIOIA DEL COLLE. Restauro del castello svevo

Sabina Fulloni

Gioia del Colle. Il restauro di un castello svevo nelle foto di Arthur Haseloff

(Traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

Nel 1905 il medievalista Arthur Haselhoff (Fig. 1)[1] fu inviato, per volere del Kaiser Guglielmo da Berlino a Roma, con l’incarico di organizzare un reparto di storia dell’arte e di compiere ricerche sui castelli svevi dell’Italia meridionale, operando in qualità di terzo segretario dell’Istituto Storico Reale Prussiano, fondato nel 1888 e presieduto dal 1903 da Fridolin Kehr. Nell’ambito di tale progetto, Haseloff compì tra il 1904 e il 1911 sette lunghi viaggi nel Mezzogiorno d’Italia. Uno dei suoi obiettivi era il castello di Gioia del Colle, che egli visitò più volte, come tutte le costruzioni di maggiore complessità, per completare e controllare le sue descrizioni (Fig. 2). Il carteggio con Kehr (1907-1911) documenta quattro escursioni a Gioia del Colle. I risultati della sua ricerca sono esposti in una relazione inedita inviata al Kaiser. Questa descrizione era accompagnata da fotografie che vengono alla luce per la prima volta dopo quasi 100 anni. L’ordine cronologico originario è tuttavia sconosciuto. Nel 1907 il castello era in condizioni precarie, l’occasione per un’indagine più ravvicinata del sito si presentò inaspettatamente nello stesso anno, come Haseloff riferì per lettera a Kehr: “Ho parlato di recente del castello di Gioia col marchese Luca Resta, che lo farà rimettere in ordine da Pantaleo. Si presenterà così l’occasione di studiare con grande accuratezza questo castello.”[2]

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