
La cosiddetta “intelligenza artificiale” è un’espressione che dà un’idea errata della cosa, facendola apparire più prestigiosa e importante di quanto non sia. Si tratta solo un computer legato al codice binario 1-0, incapace perfino di riprodurre la dimostrazione del teorema fondamentale dell’analisi matematica, che il cervello umano (Leibniz e Newton, per la precisione) aveva già dimostrato tre secoli e mezzo fa. Quindi il computer fallisce in un punto essenziale proprio nel suo campo specifico, la matematica, figuriamoci in tutto il resto. Il computer (denominato “intelligenza artificiale” o meno) non sa nemmeno di esistere. Se gli si chiede: “Esisti?” è capace di rispondere: “Ma certo”, perché un operatore umano lo ha programmato a rispondere così, ma continuerà a non sapere di esistere. L’intelligenza non puòessere artificiale. Tale espressione è quindi un ossimoro escogitato per dare lustro ad un prodotto industriale che è frutto dell’intelligenza umana e nient’altro.
Non è da ieri che ho cominciato a sviluppare le mie riflessioni sull’argomento, nel quale sono stato marginalmente coinvolto per decenni. Al tempo dei miei studi all’università di Genova, vi insegnava analisi matematica il professor Emilio Gagliardo. Non ho avuto l’onore di averlo come professore. Il mio professore in quel campo era Giuseppe Burnengo, ma so che Gagliardo era molto stimato: una vera perla della matematica genovese. Si interessava già allora al tema che è stato poi al centro di molto della sua ricerca: stava tentando di costruire un sistema logico pensante che denominava “Abiosophos” (Pensiero senza vita), in pratica l’intelligenza artificiale, sul quale pubblicò una memoria negli Atti dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere. Anch’io pubblicavo nei medesimi Atti, ma piuttosto su argomenti più terra terra come l’applicazione della statistica superiore (analisi fattoriale o per componenti principali) a problemi geografici.
Sono rimasto occasionalmente in contatto col Prof. Gagliardo. L’ho ritrovato a Corvallis, alla Oregon State University, dove eglåi lavorava ancora al suo Abiosophos, al centro di calcolo di quella università (ho sentito anche mugugnare i colleghi matematici americani perché, secondo loro, occupava troppo spazio nella memoria del calcolatore centrale, sempre inseguendo il suo progetto di “Abiosophos”). Io mi trovavo alla Oregon State come borsista Fulbright-Hays. Cortesissimo come sempre, quando ha saputo della mia presenza a Corvallis, mi ha invitato a casa sua e abbiamo avuto una interessante discussione su alcuni aspetti matematici. A quell’epoca non avevo ancora formulato un’idea precisa sull’intelligenza artificiale; mi limitavo ad ascoltare ed osservare.
Oggi quelli che spacciano l’intelligenza artificiale come una cosa seria non amano sentir parlare di “Abiosophos”, perché quel tentativo, condotto fino in fondo con onestà, ha portato lo stesso proponente a ripudiare simili tentativi, che invece ci vengono ossessivamente proposti e riproposti su internet come successi strabilianti. Infatti il Prof. Gagliardo ha incaricato i suoi allievi V. Tagliasco e A. Vincenzi di aggiungere un’Appendice al suo ultimo testo di Analisi matematica (Ed. Franco Muzzio, 1994). L’Appendice è un importante saggio dal titolo “I difficili rapporti fra analisi e calcolatori”, nel quale si legge (p. 163): “I problemi che rendono difficoltosi i rapporti tra calcolatori ed analisi sono un caso particolare dei problemi che sono emersi a proposito dell’intelligenza artificiale. Nella sua struttura logica ‘profonda’, l’analisi infinitesimale sempre incorporare una serie di meccanismi che pur essendo largamente compatibili con i cervelli degli uomini, sono incompatibili con le ‘capacità ragionative’ dei calcolatori.” E prosegue (p. 172): “Il fatto che l’integrazione indefinita conservi sempre la computabilità delle funzioni, mentre non accade sempre con la derivazione, basta per dimostrare che nell’analisi ‘vista’ al calcolatore l’integrazione indefinita e la derivazione non sono opposte.” Questo è incompatibile con il teorema fondamentale dell’analisi matematica il quale, come tutti sanno, dice che integrazione indefinita e derivata sono operazioni opposte, teorema senza il quale crolla tutta l’impalcatura della matematica. Se, come osservato all’inizio, il computer fallisce in un punto essenziale proprio nel suo campo specifico, la matematica, come può aspirare al pensiero? Come può aspirare a darci una “intelligenza artificiale”?
EMILIO BIAGINI




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