I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Tag: arte

L’INCUBO DI MICHELANGELO

Era finalmente spuntato il gran giorno, il giorno del giudizio papale per il grande progetto dell’affresco del Giudizio universale nella Cappella Sistina. Clemente VII, al secolo Giulio De’ Medici, rivolse al grande artista uno sguardo stanco, in cui si avvertiva il peso delle innumerevoli delusioni e sconfitte subite, non senza una buona parte di colpa da parte dello stesso Papa. Il sacco di Roma e i sette mesi di prigionia in Castel Sant’Angelo, l’umiliazione della fuga travestito da venditore ambulante, le beffe di Pasquino, non erano ricordi facili da dimenticare. Ma come committente d’arte appariva sicuro di sé, forte del potere delle chiavi, perché a lui competeva guidare l’artista nella difficile impresa di esprimere i misteri della Fede. E così, con grave cipiglio, apostrofò subito Michelangelo Buonarroti:

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LA DEA DI TARANTO

La “Dea di Taranto”:

un’immagine cultuale dalla Magna Grecia

(Traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

475-450 a.C. – Scoperta nel 1911 nell’Italia meridionale. – Come luogo di rinvenimento fu indicata Taranto, ma anche Locri. – Marmo. Altezza 151 cm

La solenne statua, nella quale la postura dello stile severo incipiente si congiunge con la ricchezza decorativa dell’abito e la vivacità dell’arte tardo arcaica, ha dato ampio motivo di discussione. Persino il luogo di ritrovamento è oggetto di disputa. Con una certa sicurezza si può ritenere che si trattasse di un’immagine cultuale (ossia destinata al culto). Del medesimo tipo è uno stampo in terracotta proveniente da Taranto, usato per la produzione di statuette di una dea in trono, statuette che venivano consacrate nel santuario della dea. La statuetta regge nella mano destra una coppa per le offerte, mentre l’oggetto della destra non è riconoscibile. È possibile quindi che anche questa statua tenesse in mano una coppa per le offerte.

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ELENA, ADDIO

Addio, Elena, compagna dei miei giochi di bambino. Tu eri quella che aveva tutto il talento artistico della famiglia. Tu eri quella che sapeva toccare tutte le corde dell’immaginazione e del sentimento, dell’umorismo e dell’allegria. Tu lasci un vuoto che non sarà mai colmato. Addio, Elena, poiché tutta la carne è come erba e tutto lo splendore dell’uomo è come i fiori dell’erba. L’erba è disseccata e il fiore caduto.

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L’INCUBO DI MICHELANGELO

Era finalmente spuntato il gran giorno, il giorno del giudizio papale per il grande progetto dell’affresco del Giudizio universale nella Cappella Sistina. Clemente VII, al secolo Giulio De’ Medici, rivolse al grande artista uno sguardo stanco, in cui si avvertiva il peso delle innumerevoli delusioni e sconfitte subite, non senza una buona parte di colpa da parte dello stesso Papa. Il sacco di Roma e i sette mesi di prigionia in Castel Sant’Angelo, l’umiliazione della fuga travestito da venditore ambulante, le beffe di Pasquino, non erano ricordi facili da dimenticare. Ma come committente d’arte appariva sicuro di sé, forte del potere delle chiavi, perché a lui competeva guidare l’artista nella difficile impresa di esprimere i misteri della Fede. E così, con grave cipiglio, apostrofò subito Michelangelo Buonarroti:

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