Genova, 23 Gennaio 2018 17.17





 
17
GENNAIO
2018
Articolo letto 15 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

 

-Figura_aquila

 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

 

Segue una recensione di Emilio Biagini:

FRANCO FORTE,  La Compagnia della Morte, Edizioni Mondadori, Milano, 2009

Ecco un altro capolavoro dalla penna di Franco Forte, che affronta il tema, particolarmente attuale, della libertà della Padania di fronte all’arroganza  imperial-teutonica, che prefigura lo schiacciasassi mondialista.

Assai bella e toccante è la dedica: “Questo libro è dedicato a mia moglie, Antonella, l’unica donna della mia vita, e ai miei figli, Valentina e Stefano. Se dovessi combattere e morire per una causa, come fecero i miei antenati padani, lo farei per loro.” Questa dedica è il compendio di tutti i nostri ideali, purtroppo avversati in ogni modo dalla stampa di regime, serva degli usurai mondialisti.

La trama del romanzo è avvincente e condotta con maestria e forza. I caratteri sono ben delineati: il comportamento sessuale dei potenti e malvagi non lascia nulla ad invidiare ai maiali, e gli eccessi sono sempre commessi da personaggi negativi, mentre i buoni e onesti, come i protagonisti Rossano da Brescia e Angelica Concesa si amano con autentica dedizione, com’è giusto che sia fra coloro che hanno rispetto di se stessi e del lumen Christi che è in loro.

Questo è un libro particolarmente necessario nella nostra epoca di “valori” aberranti e capovolti, un libro dove l’amore, l’intelligenza e il coraggio trionfano sull’arroganza dell’invasore e sul tradimento, dove il bene, per quanto aggredito ed offuscato, riesce nonostante tutto a tenere alta la fiaccola della libertà.

EMILIO BIAGINI

30
DICEMBRE
2017
Articolo letto 40 volte

COME IL MALIGNO ATTACCA GIOVANI E ANZIANI

E COME DIFENDERSENE

 Cap. 5

La tattica del maligno per attaccare un giovane è di solito elementare: far leva sul sesso che prorompe e, aperta quella breccia, far entrare tutti gli altri peccati mortali. Quando il giovane è abbastanza ubriaco di peccati e di vizi, il nemico gli suggerisce che la religione è tutta una favola, e il gioco è fatto. Se tutto va bene, per il maligno, sarà un adulto malleabile a tutte le tentazioni e sciocchezze, tetragono ad ogni idea di fede, speranza, carità, e camminerà sicuro per la via larga che porta all’inferno.

Può darsi che il giovane riesca a rialzarsi e, grazie agli aiuti prodigati dal Cielo e dalla Santa Madre Chiesa, si avvii verso il sentiero stretto che porta in alto. Il demonio adotta allora la tattica RIPARA. Cos’è? Per capirlo, scriviamolo in modo più esplicito così:

RImpianti

PAure

RAncori.

Ossia, il diavolo corre ai ripari per rimediare al danno arrecato alla sua causa dal molesto intervento del Cielo e della Chiesa, e dalle difese messe in atto dalla potenziale vittima e, non potendo più far troppo ricorso al sesso, dato che l’individuo ha ormai raggiunto la “pace dei sensi”, il maligno tenta di indebolirlo e scoraggiarlo per altra via.

Quindi suscita rimpianti (se avessi fatto così, se avessi fatto colà, se avessi saputo, se avessi avuto più coraggio, se fossi scappato in tempo, se avessi presentato quella domanda, o non l’avessi presentata, se avessi o non avessi scritto quella lettera, eccetera), paure (mi ammalerò? quanto mi toccherà pagare di tasse? arriverò alla fine del mese? scopriranno quell’errore che ho commesso? mi denunceranno? eccetera) e rancori (rigurgiti di odio contro questo o quello, vana voglia di vendicarsi per affronti reali o immaginari, eccetera).

Di fronte a un attacco di RIPARA, occorre ricordarsi che chi ci assale, e vorrebbe farci sentire dei falliti, è lui stesso un fallito irreparabile: era in paradiso ed è riuscito a rovinarsi per l’eternità, per sua colpa, e se mai è lui che deve avere rimpianti, paure e rancori. Proprio lui ha fatto nascere l’odio nel mondo, mentre prima della sua ribellione c’era solo pace e amore.

I rimpianti sono quanto di più sterile esista: non sappiamo cosa sarebbe successo se avessimo scelto un’altra strada, poteva andare molto peggio e potremmo essere lì a rimpiangere di non aver scelto proprio la via che abbiamo imboccato.

Le paure sono una pura e semplice invenzione suggerita dal nemico: proiettano nel futuro fantasmi che potrebbero non materializzarsi e distolgono dal presente, che è l’unica cosa che conta, ed è il punto del tempo in cui, senza farci prendere dal panico, abbiamo l’opportunità di far qualcosa per parare eventuali colpi.

I rancori vanno soppressi perdonando. I torti subiti, se li avremo perdonati, saranno un prezioso capitale da far valere davanti al Tribunale divino. Questo, però, non deve far dimenticare la sacrosanta aspirazione alla giustizia, che sarà ristabilita comunque. “A Me la vendetta, dice il Signore" (Romani, 12, 19).

  Ci sono perfino quelli che si offrono vittime per espiare i peccati altrui, ma per far questo bisogna essere grandi santi eroici come Maria Valtorta — così perfettamente uniformata a Cristo, l’Uomo-Dio che pregava per i suoi suppliziatori — la quale sofferse pressoché tutta la vita gli spasimi più atroci e le più ingiuste persecuzioni (di certi preti) per il bene delle anime. Senza offrire sacrifici troppo grandi, che non potremmo sopportare, senza tentare sforzi che non potremmo reggere, essendo tutt’altro che eroi, dobbiamo semplicemente cercare di vivere in grazia di Dio e in pace con noi stessi e con gli altri.

EMILIO BIAGINI

16
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 445 volte

Maria Antonietta Novara Biagini

Rimazzúu

 

Col tempo c’è chi diventa nostalgico e pensa che il passato fosse migliore solo perché egli stesso era più giovane e vedeva le cose con altri occhi. Ma che i tempi fossero più dolci in molti casi è innegabile, e i ricordi della mia infanzia a Riomaggiore mi dicono che quello è stato un tempo felice. Come tutti i tempi felici, ahimé, mi accorgo di quanto fosse bello solo ora che è passato.

Il paese era costruito lungo i fianchi di un’aspra valle perpendicolare al mare. Il torrente che vi scorreva era stato ricoperto nel corso degli anni, a partire dall’Ottocento, e costituiva la strada principale del paese. Quasi tutte le case lungo la salita erano attaccate le une alle altre e si differenziavano solo per il diverso colore degli intonaci e per le finestre sfalsate mano a mano che si saliva.

La casa delle nostre vacanze apparteneva da secoli alla famiglia del nonno materno. Era situata nel centro del paese. Di fronte ad essa un grande pergolato proteggeva i tavoli del bar più importante.

Il nostro appartamento era al terzo piano ma, poiché le case erano costruite sul fianco di una valle molto ripida, le cantine e gli appartamenti al primo piano avevano una parete in viva roccia. Oltre il secondo piano un portoncino si apriva su un vicolo che si chiamava “Tra u cantu”, che era parallelo alla strada di sotto. Da questo portoncino solo una rampa di scale portava alla nostra casa. Al piano di sopra abitava una famiglia di nostri cari amici di Riomaggiore, ma qui veniva il bello: dalla loro porta di casa partiva una scala con gradini di colpo molto più alti, che conducevano ad una serie di stanze costruite nel corso degli anni dai vari proprietari nel più bizzarro caos urbanistico. Noi avevamo una stanza dove erano accatastati mobili, bauli vecchi e mille altri oggetti misteriosi, e da questa stanza alquanto buia una ripida scala di legno appoggiata ad un’apertura nel soffitto portava ad un’altra camera che sembrava aprirsi sul cielo.

Questo avveniva per quasi tutte le case del paese, poiché, avendo tutti il diritto di sopraelevazione, nessuno vi aveva rinunciato, e sopra le case era stato tutto un fiorire di altre finestre, terrazzini, comignoli, tetti, trasformati poi in epoca recente in nuovi appartamenti, unendo le varie stanze in un “puzzle” straordinario.

A differenza delle facciate principali, dipinte come in tutta la Liguria a colori vivaci, il retro delle case era, a quei tempi, ancora grezzo, e rivelava le grosse pietre di roccia scura, quasi nera, con le quali le case stesse erano state costruite. Ora anche gli stretti vicoli paralleli sono intonacati e dipinti di bianco, e non si vede più l’aspra muratura caratteristica del paese.

Riomaggiore era come un’unica famiglia. Si stava con le porte di casa aperte. La vicina di sopra faceva il minestrone e lo portava a quella di sotto. O viceversa. Il sindaco del paese, già colonnello dei carabinieri, era una figura nobile, molto alto, e con incedere marziale girava per il paese col bastone da passeggio appeso al collo, salutato da tutti con deferenza.

La vendemmia era un momento d’oro. Ricordo i “ciò”: ragazzetti che si assoldavano per portare giù le “corbe” dell’uva dai “cian”, i terrazzi orlati e sostenuti dai muri a secco.

In tutto quei muri erano lunghi, nelle intere Cinque Terre, tremilaseicento chilometri, una lunghezza che in Cina corrisponde a diecimila “li”, ossia alla lunghezza della Grande Muraglia. Con la differenza che i nostri muri erano stati edificati senza usare lavoratori forzati, ed erano invece opera di uomini e donne liberi e pacifici.

C’era un’abbondanza di nomi strani e misteriosi, dovuti ai padri che davano ai figli il nome della nave in cui erano imbarcati al momento della nascita del pargolo, oppure dei venti che rendevano più propizia la navigazione: Persia, Esperia, Giuditta, Oriente, Modesta, Selene, Geremia, Martorina, Libero. Allora non mi sembravano strani perché li associavo a gente conosciuta.

“Nuova Yorche” ricorreva spesso nei discorsi degli uomini del paese. Molti erano stati imbarcati sulle navi quando il duro lavoro nei “cian” non bastava a sostentare la famiglia. Parecchi di loro abbandonavano la nave, una volta arrivati in America, e con il duro lavoro al quale erano abituati mettevano da parte una fortuna, che consentiva loro, una volta ritornati al paese, di sposare le ragazze più giovani e belle.

Nel 1956, mentre eravamo in vacanza in Trentino, vidi la mamma e la nonna piangere ascoltando la radio che annunciava l’affondamento dell’“Andrea Doria”, pensando ai molti uomini di Riomaggiore che su di essa lavoravano, persone conosciute da anni e delle quali avevamo incontrato le famiglie pochi giorni prima.

I giovani che nascevano erano belli. Le “fantele” con gli zoccoli venivano giù in lunghe file orizzontali, tenendosi a braccetto, e dietro di loro veniva la fila dei “fanti”, i ragazzotti bulletti, anche loro con gli zoccoli. Lo zoccolare era diverso: tic-tic facevano gli zoccoli delle fantele, toc-toc quelli dei fanti. Era tutta una sinfonia di odori e rumori.

La vecchia Rimazzúu aveva inventato il telegrafo senza fili. Di finestra in finestra le comari si comunicavano le novità. Arrivava il treno e il telegrafo senza fili si attivava:

— Scia Ina, scia Ina, u l’é arrivou sö maiu. —

Allora tutti noi uscivamo di casa per andargli incontro, ma il papà, per evitare la lunga galleria del treno, saliva per la strada lungo la valle della stazione, che era situata al fondo di una valle parallela a quella dove era costruito il paese, mentre noi percorrevamo di corsa la strada principale che scendeva serpeggiando verso la galleria, e allora il telegrafo senza fili, di finestra in finestra, avvertiva:

— Scia Ina, scia Ina, u l’ha piggiou a stradda du vallun. —

E anche a papà dicevano:

— Sciu Manliu, sciu Manliu, stan andandu pa-a galleria. —

Allora il papà cambiava strada per venirci incontro. Ma anche noi, allertati dalle vedette, avevamo cambiato strada.

Questo successe due o tre volte, finché papà ci ingiunse, attraverso “radio finestra”, di tornare a casa, in modo da poterci finalmente incontrare.

Ricordo la moglie del pescatore che veniva a suonare alla porta per vendere un’aragosta viva appena pescata. Risparmiamo ai lettori la descrizione truculenta di quello che succedeva alla povera aragosta. Noi bambini e la mamma andavamo a nasconderci per non assistere alla bollitura, mentre la nonna, assolutamente disinvolta, preparava il lauto pranzo. Un giorno incappammo in un’aragosta vendicativa. Una volta portata in tavola, mentre ci preparavamo a gustare la leccornia, un bicchiere scoppiò, senza apparente motivo. Minuti frammenti finirono dentro l’aragosta, recuperarli uno ad uno neanche a pensarci, e dovemmo gettar via la succulenta pietanza.

Tutti ci invitavano, e una volta, quando avevo circa dodici anni, ero andata con la nonna di famiglia in famiglia. Non andare da tutti quelli che invitavano sarebbe stata un’offesa e avrebbe suscitato rivalità e gelosie. Ci offrivano “ün guttin de sciacchetrà refursà, che u fa ben”. A forza di bicchierini così rinforzati, tornata a casa, non sapevo più come mi chiamavo.

Quando ero molto piccola e andavamo alla spiaggia della stazione (allora molto grande, oggi completamente scomparsa); tutta la famiglia e i loro amici mi stavano intorno e mi dicevano di scavare alla ricerca di tesori. Quando avevo scavato una bella buca, ci facevano cadere di nascosto un anello o un orologio. Io, tutta contenta, incameravo il ricco bottino e poi, quando mi dicevano di restituirlo, non capivo perché dovessi rinunciare al mio tesoro. Vatti a fidare dei parenti.

“Creola, dalla bruna aureola …….”. Attraverso le finestre aperte si udiva cantare, al bar sottostante, il primo juke-box arrivato in paese, con una ristrettissima scelta di canzoni già allora largamente datate e appartenenti ad un’altra epoca.

Nei primi anni della mia infanzia, la mia famiglia non possedeva l’automobile. né d’altra parte avremmo potuto usarla perché le nostre vacanze si svolgevano a Riomaggiore, la più orientale delle Cinque Terre, e a quell’epoca i cinque borghi erano raggiungibili solo in treno o a piedi lungo i sentieri che, durante la guerra, erano serviti alle donne rimaste per andare nei paesi dell’Appennino a procurarsi farina e generi alimentari non reperibili nei borghi lungo la costa, isolati da tutto.

Uno dei treni che facevano servizio fra Genova e le Cinque Terre era la mitica “Littorina”, dalle linee modernissime (i treni veloci della Germania ne sono la copia fedele), marrone con in basso una riga rossa. Un anno, al ritorno a Genova dalle vacanze passate a Riomaggiore, nella vettura dove stavamo con la nonna e la mamma, scoppiò un incendio. Eravamo sotto una galleria, ma vicino a una stazione. Io avevo circa cinque anni, la gente fuggiva e nessuno si curava delle due donne con i bambini. Per fortuna un signore di Riomaggiore, che era salito con noi sul treno, non vedendoci in salvo sul marciapiede, si fece largo nella calca e ci aiutò a metterci in salvo. Non ho un particolare ricordo drammatico della vicenda, rammento solo il buio e la folla, ma la nonna e la mamma, negli anni seguenti, raccontavano ancora con paura questo avvenimento. Oggi la “littorina” non esiste più: forse è stata epurata per via del nome.

Ricordo le donne vestite di nero e spesso scalze che percorrevano la strada principale del paese, dedite alle loro faccende; si fermavano in crocchi a chiacchierare tra loro. I richiami si rincorrevano da una finestra all’altra, per ricordare un acquisto, un messaggio per un’amica, per informarsi della salute di un parente, un avviso da parte di altre amiche. Poiché nelle case non vi era il telefono, quello era il modo per comunicare. Tutti sapevano i fatti di tutti, ma era anche la maniera per tenere unita e solidale la comunità.

Ricordo la processione della Madonna. A tutte le finestre venivano esposti tappeti damascati e alle persiane si appendevano i lumini di carta variopinta con dentro una candela accesa, detti “lumi veneziani”. Un anno il vento fece prendere fuoco al lume, le fiamme si propagarono alle persiane e se non ci fosse stato il tempestivo intervento della mamma e della nonna, le conseguenze avrebbero potuto farsi pericolose.

In paese non c’era il cinema. Ricordo come in un sogno la sera che, nella piazza della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, venne proiettato il film “Giovanna d’Arco” con Ingrid Bergman. Fu un evento memorabile. Un grande lenzuolo bianco venne appeso alla facciata della parrocchia; sedie di legno, forse le stesse della chiesa, disposte sulla piazza, accolsero i numerosi spettatori. Io ero molto piccola, ma ricordo ancora la gente e il luogo illuminati dalle fiamme del rogo della Santa provenienti dallo schermo improvvisato.

Un altro evento memorabile fu l’arrivo alla stazione, tramite ferrovia, di un grosso motocarro nero che doveva servire per agevolare il trasporto dell’uva e del vino da spedire ai vari clienti. I primi giorni in cui il fragoroso mezzo meccanico percorse la strada principale del paese era costantemente inseguito da un codazzo di ragazzini urlanti.

Ricordo il muggito triste dei vitelli legati fuori della macelleria, in attesa di essere trasformati in bistecche per il desco delle famiglie. Il momento era drammatico, per loro, ma non per me, perché non collegavo la loro presenza alle bistecche, e invece aumentavo le mie conoscenze zoologiche, essendo quelli i primi vitelli che vidi in vita mia.

La vendemmia era invece un periodo di festa. Per tutto il paese c’era un’atmosfera elettrizzata; l’odore dell’uva e del mosto era ovunque. Dappertutto venivano appesi alle porte delle cantine grappoli e foglie d’uva. Gli uomini scendevano a valle recando sulle spalle grosse gerle ricolme d’uva, soprattutto quella della qualità “Bosco”, dagli acini piccoli, quasi color del bronzo tanto il sole l’aveva maturata e così dolce da far bruciare la gola.

Tutte le famiglie producevano il loro vino. Noi andavamo ad assistere alla vendemmia nella cantina dei nostri amici su in un posto che si chiamava “Locca”. La moglie Elena, in un basso bacile, schiacciava l’uva con i piedi camminando in circolo. Natale, il marito, era immerso fino al petto in un grosso tino e faceva lo stesso lavoro con una maggior quantità di uva. Il vino che ne usciva era meraviglioso.

Sulle “ciazzee”, le terrazze, era invece stesa ad appassire l’uva che sarebbe servita per fare lo sciacchetrà, il mitico vino chiamato dai locali “refursà”. Una bottiglia di quel nettare era il regalo più prezioso che si potesse fare o ricevere.

Un ultimo ricordo è legato al suono delle campane che scandivano il passare delle ore e, dall’alto del paese, erano testimoni delle fede profonda di quelle popolazioni che in ognuna delle Cinque Terre — Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore — avevano voluto costruire sulle vette più alte e più suggestive un santuario dedicato alla Madonna, alla quale si rivolgevano fiduciose in tutti i momenti tristi e felici della loro esistenza.

Ed oggi? Cinquant’anni dopo, l’odore del vino che accoglieva i visitatori è quasi del tutto scomparso. Non si sentono più gli zoccoli né la dolce cadenza del dialetto del paese, ma voci straniere di branchi di marciatori armati di racchette da sci che arrancano senza posa, su e giù, su e giù, e se si fermassero bloccherebbero il movimento lungo gli stretti sentieri. Ma come si fa a non essere d’accordo con i cambiamenti avvenuti in nome della tutela dell’ambiente, del “progresso” e soprattutto del benessere?

Un’ultima considerazione. Oggi, avere una casa delle Cinque Terre è diventato uno “status symbol”. Ma la frequentazione di questo paradiso non dovrebbe essere solo fine a se stessa. Bisogna far conoscere a chi viene qui la storia e la vita di queste popolazioni che hanno strappato a una natura ostile di valli scoscese e torrenti impetuosi le terrazze ove coltivare la vigna e le case dove crescere le loro famiglie.

Oggi questi magnifici borghi non potrebbero più sorgere. Violentare la natura delle montagne per terrazzarle verrebbe considerato un delitto, ancor peggio ricoprire i torrenti, e tutte quelle case addossate le une alle altre, con sopraelevazioni, pareti in roccia, massa di pietra visibile fin da lontano dal mare, sarebbero considerate un enorme eco-mostro da far saltare con la dinamite. Fortunatamente gli ambientalisti sono arrivati troppo tardi.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI

12
DICEMBRE
2008
Articolo letto 8517 volte

La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

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I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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  • ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


    Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

    I TRIGOTTI

    -Figura_aquila

    And the winner is …….

    Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

    MARCANTONIO COLONNA [pseudonimo] (2017) Il papa dittatore, Amazon e-book

    Recens.Marcantonio Colonna-Il papa dittatore

    Un saggio fondamentale per comprendere la grande apostasia che sta travolgendo tanti uomini di Chiesa:

     

    MARCANTONIO COLONNA [pseudonimo] (2017) Il papa dittatore, Amazon, e-book

     

    Ecco un libro che espone fatti, molti dei quali già ben noti, accanto a diversi altri meno noti, e che ha il grande pregio di sintetizzarli in modo efficace, così che scolpisce a tutto tondo l’immagine non proprio edificante del sedicente papa che sta tentando di scardinare la Chiesa (e che fallirà miseramente). Perché sedicente? Perché, a parte le molte eresie che già basterebbero a squalificarlo, la sua elezione è stata del tutto irregolare. Infatti il documento papale ufficiale di Giovanni Paolo II, Universi Dominici gregis, che regola il conclave, vieta categoricamente, sotto pena di scomunica latae sententiae, ai cardinali elettori ogni forma di accordo preventivo o campagna elettorale. La scomunica colpisce anche il candidato che dà il proprio assenso a questa forma di sostegno. Un papa scomunicato, eletto da una cricca di scomunicati, evidentemente non può essere papa di fronte a Dio.

     

    Bergoglio quindi non è papa, poiché la congiura a suo favore ci fu, ed egli non solo aveva dato il proprio assenso, ma attendeva con ansia il risultato. Già da arcivescovo di Buenos Aires aveva rivelato la sua ambiguità tipicamente argentina di marca peronista: dare ragione a tutti, non importa se di idee totalmente opposte; e infatti già allora era conservatore con i conservatori, estremista con i lugubri seguaci della cosiddetta “teologia della liberazione”. Tra il 2001 e il 2005 si compì la sua svolta a sinistra, che lo avvicinò a Martini e alla mafia di San Gallo, ma con tipica ambiguità sostenne apparentemente l’ortodossia, frenando al tempo stesso quelli che volevano opporsi con maggior energia alla svolta laicista del governo argentino, quando nel 2010 questo approvò il “matrimonio” omosessuale, e in tal modo vanificò l’opposizione cattolica lasciando tuttavia l’impressione di essere un difensore dell’ortodossia. Esattamente l’opposto del “sì-sì, no-no” evangelico.

     

    Mentre stava per raggiungere i settantacinque anni che lo avrebbero costretto a ritirarsi, si verificarono le dimissioni di Benedetto XVI, che lo rimisero in gioco. Lo scandalo Vikileaks del 2012 aveva rivelato l’impotenza di Papa Ratzinger a controllare il caos delle finanze vaticane, nonché la spaventosa corruzione morale del Vaticano. Occorreva chi potesse bonificare la palude, e il conclave del 2013 si svolse in un clima di paura, che non è certo lo stato d’animo migliore per fare una buona scelta. Per giunta, Bergoglio, erede politico di Juan Peron, è stato eletto in base ad una votazione discutibile e in sospetto di nullità per vizio procedurale.

     

    Abile manipolatore, con alle spalle un’esperienza come buttafuori di locali notturni di periferia prima di farsi prete, falso verso tutti e seminatore di terrore tra i suoi collaboratori, ama circondarsi di mediocrità che non gli danno ombra e che può facilmente controllare. Notevole la sua falsa umiltà, sempre manifestata in modo da attirare l’attenzione, fino a prendere ostentatamente la metropolitana di Buenos Aires portandosi dietro il fotografo per immortalare l’evento. La sua tendenza a ignorare le persone di rilievo per chiacchierare con gli umili, non è umiltà ma espressione di diffidenza e di severo controllo psicologico. Usando la sua rete di delatori nei punti chiave a Buenos Aires come a Roma, Bergoglio ha prodotto una vasta ragnatela di menzogne e di terrore.

     

    Navigato politico, si è spregiudicatamente servito dei mass media per presentarsi come il grande riformatore. In realtà nella diocesi di Buenos Aires aveva ottenuto solo risultati disastrosi: uno spaventoso calo di adesione alla Chiesa e il crollo delle vocazioni sacerdotali e religiose. Su scala maggiore ha ottenuto i medesimi risultati a Roma. Alla sua elezione vi erano tre gravi problemi: 1) lo scandalo della Curia romana, 2) gli abusi sessuali del clero, 3) il disastro delle finanze vaticane.

     

    La situazione era già grave al tempo di Pio XII, che non poté porvi rimedio. Aggiungo che i monsignori di Curia si guardavano bene dall’obbedirgli a tal punto che il Santo Padre una volta commentò: “Certo è che così io non ho degli aiutanti, ma dei Giuda” (Maria Valtorta, Lettere a Madre Teresa Maria, vol. II, p. 281). Sotto ogni successivo Papa, la palude vaticana andò peggiorando, perfino con San Giovanni Paolo II che era certamente un grande e santo papa, ma che trascurò interamente la fogna romana. L’unico che fece qualcosa fu Benedetto XVI, che destituì diverse decine di vescovi e centinaia di preti per il peccato contro natura, ma finì per dimettersi, sopraffatto da una situazione insostenibile (anche, sembra, per l’ostilità della venefica amministrazione Obama, che pare sia giunta ad impiegare hacker per bloccare i bancomat del Vaticano).

     

    Ma Bergoglio non ha fatto assolutamente nulla, a parte le chiacchiere buoniste di “misericordia” e di “chi sono io per giudicare?” Costui ha messo tutti i poteri, incluse polizia e giustizia, nelle mani dei responsabili della corruzione, così che la manovra contro la corruzione stessa è stata ridotta a parodia dai funzionari corrotti. Vengono invece spietatamente perseguitati tutti coloro che tentano di denunciare la corruzione. Vi è un capillare spionaggio interno che passa al setaccio ogni e-mail e registra tutte le telefonate, e guai se qualcuno osa chiamare una ditta esterna per verificare le manomissioni del suo computer.

     

    Bergoglio ha manipolato i Sinodi per la famiglia del 2014 e del 2015, sabotando la posta in modo che non pervenisse ai Padri sinodali il libro Permanere nella Verità di Cristo che difendeva la dottrina immutabile della Chiesa, e violando spudoratamente in tutti i modi le norme che regolano i Sinodi stessi. Nonostante l’opposizione della grande maggioranza alla “proposta Kasper” (che in termini ambigui suggeriva di avviare la Chiesa verso la tolleranza dell’adulterio e del peccato impuro contro natura, e minava il diritto dei genitori di educare i figli), i Padri se la sono ritrovata costantemente riproposta come se nulla fosse. Bergoglio e i suoi accoliti hanno forzato il Sinodo ordinario imponendo una disgregazione della pastorale, abbandonata all’arbitrio delle singole conferenze episcopali, in barba all’unità della Chiesa e all’ortodossia.

     

    Successivamente “papa” Francesco ha pubblicato l’esortazione apostolica Amoris laetitia nella quale “apre” alla Comunione agli adulteri impenitenti. Quattro cardinali (Burke, Caffarra, Meisner e Brandmuller), sostenuti da numerosi altri prelati e da personalità laiche, si sono permessi di chiedere delucidazioni private alle quali non è stata data risposta; allora hanno pubblicato le loro richieste, i famosi dubia, anch’essi rimasti senza risposta. Bergoglio ha invece spinto i suoi complici a screditare i firmatari. Infine uno dei più fidi bergogliani, Coccopalmerio, si è degnato di riaffermare, lo scardinamento delle norme morali in nome di generici sdilinquimenti buonisti per le “famiglie ferite”, in base ai quali la legge naturale non sarebbe più vincolante, ma una semplice “fonte di ispirazione” (qualunque cosa ciò voglia dire). Mi permetto di commentare che si sente in ciò il sibilo del serpente che si finge “più buono” di Dio.

     

    La Pontificia Accademia Pro Vita è stata poi erosa con la nomina a suo capo del carrierista Fisichella, cha ha dato subito l’impressione di essere favorevole all’aborto. Allontanato in seguito allo scandalo, è stato tuttavia ricompensato con la carica di capo del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Al suo posto è andato Vincenzo Paglia, sostenitore dell’educazione sessuale (che in pratica è corruzione di minorenni) e committente del noto affresco pornografico omosessuale blasfemo nella cattedrale di Terni. Bergoglio ha poi fatto piazza pulita nell’Accademia, con nuovi statuti, nuovi membri e la nuova direzione impressa dall’Amoris laetitia. Nel 2016, infatti tutti i membri sono stati licenziati ed è stata spalancata la porta ai non cattolici, mentre si è abolito il giuramento di fedeltà che obbligava i membri all’adesione alla dottrina cattolica. In parallelo a questa degna vicenda di normalizzazione bergogliana è stato pure messo all’angolo il Pontificio Istituto Teologico per Studi su Matrimonio e Famiglia: escluso dal Sinodo, e successivamente epurato.

     

    Il “pontificato” di Bergoglio è all’insegna dell’ambiguità, ma è più che lecito il sospetto che tutto ciò non sia prova d’incertezza, ma nasconda un disegno ben preciso di snaturare la Fede e la morale. Se questa non è la grande apostasia e l’abominio della desolazione non si sa proprio come chiamarla. Siamo di fronte al “pastore idolo” che idolatra se stesso e maltratta il gregge mentre fa le moine ai lupi? Dice il profeta Zaccaria: “… ecco, io susciterò nel paese un Pastore che non si curerà delle pecore che periscono, non cercherà le disperse, non guarirà quelle ferite, non nutrirà le sane, ma mangerà la carne delle grasse, e strapperà loro perfino le unghial Pastore stolto che abbandona il gregge!” (Zaccaria 11, 16–17). E il Divino Maestro disse alla veggente Maria Valtorta: “Fra i grandi della Chiesa vi sarà demoniaca vendemmia come dice l’Apocalisse, ma la Luce non può morire anche nell’orrore della prova. Allora verrà il pastore idolo e per i vivi di quel tempo sarà un bene la morte.” (I Quaderni del 1943, 9 dicembre).

     

    In effetti l’essenza della misericordia bergogliana è fatta proprio di maltrattamenti inflitti al gregge. Lo dimostra in modo lampante la persecuzione contro i Francescani dell’Immacolata che si attenevano rigorosamente al voto di povertà, celebravano la Santa Messa secondo il rito antico e attraevano un grandissimo numero di vocazioni, oltre a spingersi nella loro opera missionaria dove altri non andavano. La gente li seguiva e mostrava di preferirli agli altri ordini secolarizzati. Proprio per questo, sono stati commissariati, calunniati e distrutti, senza tener alcun conto della legge della Chiesa che prevede i principi della prova e dell’equo processo.

     

    Per la distruzione dei Francescani dell’Immacolata non è stata fornita alcuna spiegazione, nessuna accusa credibile è stata formulata, a parte le calunnie fatte filtrare sulla stampa, in perfetto stile dittatoriale. Monsignor José Rodriguez Carballo, numero due della Congregazione per gli Istituti della Vita Consacrata e quindi secondo firmatario, dopo il proprio diretto superiore, del decreto di commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, ha un interessante curriculum. È stato la prima nomina importante di Bergoglio a meno di un mese dal conclave; i suoi “meriti”, nei dieci anni in cui è stato Ministro Generale dell’Ordine francescano, includono un grande scandalo finanziario, con frode e appropriazione indebita di decine di milioni di euro che avevano messo in ginocchio le finanze dell’Ordine, ed erano stati investiti in società offshore in Svizzera, coinvolte nel commercio di armi, nel traffico di droga e nel riciclaggio di denaro.

     

    Su ordine di Bergoglio, il commissario imposto ai Francescani dell’Immacolata, padre Fidenzio Volpi, ha imposto sullo sventurato Ordine un vero regno del terrore, senza che mai venisse specificata e tanto meno provata alcuna loro irregolarità, e senza dare ai perseguitati il modo di difendersi, violando così le più elementari norme del diritto canonico. Volpi ha accusato Padre Mannelli di aver distratto fondi, una calunnia mai provata. Padre Mannelli ha risposto con una querela per diffamazione ottenendo piena soddisfazione dal tribunale di Avellino che ha imposto a Volpi di scusarsi e gli ha comminato una pesante multa. A tutte le personalità laiche indignate per il trattamento inflitto ai Francescani dell’Immacolata non è stata data alcuna risposta. È stato probabilmente costretto alle dimissioni un vescovo delle Filippine che aveva accolto sei frati dell’Immacolata fuggitivi, che avrebbero voluto rifondare l’Ordine nella sua diocesi.

     

    Analoga persecuzione ha colpito le Suore dell’Immacolata, accusate di amare il Rito antico della Messa, di “pregare troppo” e di fare “troppe penitenze”. La Suore si sono appellate al Tribunale della Segnatura Apostolica guidato dal cardinale Burke, il quale ha dato loro ragione. Quattro mesi dopo Bergoglio lo ha rimosso dalla carica.

     

    La vera causa della persecuzione contro i frati e le suore dell’Immacolata non è difficile da comprendere. Il loro enorme successo pastorale faceva sfigurare gli altri Ordini, che si erano adeguati alla deriva postconciliare, ed erano abbandonati dai fedeli, senza vocazioni e in pieno sfacelo. In altre parole, facevano risaltare il fallimento della Chiesa “progressista”.

     

    Il caso dei Legionari di Cristo, dove realmente vi era del marcio, e non poco, sta in forte contrasto con la gratuita persecuzione e la macchina del fango scatenata contro gli innocenti Padri dell’Immacolata. I Legionari di Cristo erano stati fondati da Marcel Maciel, tossicodipendente e sessualmente promiscuo, che ha dedicato il tempo alle sue amanti e a rastrellare soldi. Essi sono stati sì investigati, ma nel modo più paterno e benevolo. La procedura era stata avviata nel 2005 da Benedetto XVI e chiusa all’inizio del 2014, poco dopo l’insediamento di Bergoglio. La ricchezza dei Legionari di Cristo è stata un importante fattore nell’occhio di riguardo riservato alle loro magagne. I Francescani dell’Immacolata erano poveri e contro di loro non si è avuto alcun riguardo, sebbene fossero innocenti.

     

    Altro affare poco edificante è quello dei Cavalieri di Malta, ordine ospedaliero sovrano attivo in gran parte del mondo. Tutto è cominciato per la rivalità del gruppo tedesco, che non rispettava la morale cristiana, essendo coinvolto nella distribuzione di preservativi in America Latina, ed il Grande Maestro, Fra’ Matthew Festing, inglese che godeva della protezione del cardinale Burke. Si giunse così alla disputa su un grosso lascito amministrato da una fiduciaria di Ginevra, ben nota per la sua gestione in una serie di paradisi fiscali. Vi era una causa in corso tra l’Ordine e la fiduciaria ginevrina, che rischiava di far apparire il pesante coinvolgimento del Gran Cancelliere dell’Ordine, il tedesco Albrecht Boeselager, nella fiduciaria medesima. Boeselager venne costretto alle dimissioni, ma, per quanto dimissionario, e quindi a rischio di una esposizione dei suoi rapporti con la fiduciaria ginevrina, aveva modo di manovrare dietro le quinte, poiché suo fratello Georg era stato appena nominato al Consiglio di Soprintendenza delle Opere di Religione, in altre parole era diventato uno dei governatori della banca vaticana. Quindi Bergoglio intervenne, obbligando alla dimissioni Festing, mentre il Boeselager è stato reintegrato come Gran Cancelliere. Così, grazie alla “misericordia” bergogliana, l’uomo dei preservativi, sospettato di inosservanza dell’insegnamento morale della Chiesa, è stato premiato, e il superiore che aveva cercato di sanzionarlo ha perso la carica.

     

    Questa vittoria non mancava di aspetti gratificanti per certuni: nel 1952 il Vaticano aveva perso una causa contro l’Ordine di Malta, ed aveva così la sua rivalsa; ma soprattutto gratificante era la vendetta di Bergoglio per l’opposizione che gli era stata manifestata da membri dell’Ordine quando era arcivescovo di Buenos Aires; e con ogni probabilità vi era pure vendetta per la sconfitta argentina nella guerra delle Falkland. Il vero risultato è stato quello di sostenere un colpo di Stato aristocratico nell’Ordine di Malta, essendo Boeselager e i suoi sostenitori tutti aristocratici tedeschi, esattamente l’opposto della strombazzata posizione di Bergoglio contro i privilegi. Ma il contraccolpo più significativo è stato l’indebolimento del Cardinale Raymond Burke, contro il quale Bergoglio aveva orchestrato una delegittimazione segreta fin dalla pubblicazione dei dubia. Infatti l’incarico di Burke come Cardinale Patrono dell’Ordine è stato sospeso, e Monsignor Becciu ha ricevuto la nomina di delegato speciale per dirigere l’Ordine stesso, in spregio allo status sovrano da questo sempre goduto. L’Ordine di Malta è stato quindi posto sotto tutela, e non è stato distrutto solo perché si è arreso. Vari giuristi italiani hanno osservato che, se tale era il rispetto che il Vaticano aveva per la sovranità, nulla poteva impedire allo Stato italiano di inviare la polizia a investigare sulle finanze vaticane. Né va dimenticata l’interferenza bergogliana negli affari interni italiani, non certo per esortazioni apostoliche al bene, ma per far rimuovere da Roma i duecento manifesti che lo satireggiavano e per fermare il camion vela che si permetteva (scandalo!) di riaffermare che i bambini sono maschi e le bambine femmine, e un altro camion vela che recava il ritratto del Cardinale Caffarra (dichiarato dai poliziotti “un eretico” perché si opponeva al “papa”). La dittatura di Bergoglio ci ha dato anche questo: i poliziotti italiani che trinciano giudizi teologici a vanvera.

     

    Da Santa Marta, Bergoglio dispensa punizioni a quelli che gli sono antipatici e premia i suoi scherani. Prima della sua elezione era in urto con l’argentino Istituto del Verbo Incarnato, ed aveva antipatia per il vescovo di Ciudad del Este, in Paraguay, Monsignor Rogelio Livieres. Entrambi godevano di ottimo successo pastorale, evidenziato dal grande numero di vocazioni. Bergoglio, raggiunto il potere, ha disperso i loro seminaristi e distrutto il loro lavoro. Evidentemente anch’essi aderendo, come i Francescani dell’Immacolata, alla Tradizione e dimostrandone il successo pastorale contrastante con lo sfacelo progressista, andavano schiacciati per sopprimere scomodi termini di confronto.

     

    L’atmosfera in Vaticano è divenuta irrespirabile. Prima di Bergoglio vigeva la consuetudine dell’“udienza di tabella”, che garantiva ai capi dei dicasteri vaticani due udienze papali al mese, che si svolgevano in clima amichevole per discutere i vari problemi. Bergoglio le ha abolite; pochissimi riescono a parlargli e in modo irregolare, in base al capriccio del despota. E questa sarebbe la “collegialità”. Il controllo della Segreteria di Stato sul resto della Curia è diventato più assoluto che mai. Cardinali e monsignori sono estenuati da continui rimproveri, sgarbate critiche pubbliche, licenziamenti e minacce. Per un certo tempo il Segretario di Stato Pietro Parolin è stato favorito, ma da qualche tempo Bergoglio si avvale di più del Sostituto di Parolin, Monsignor Angelo Becciu, strumento più adatto ai suoi scopi perché ha più da guadagnare dal suo padrone. È nello stile bergogliano non permettere che alcuno di senta troppo sicuro fra quelli che compiono il lavoro sporco per lui.

     

    In un regime del genere, i prelati che godono del favore sono gli adulatori, come il cardinale Coccopalmerio che ha protetto il prete pedofilo Inzoli, e che si è avvalso come segretario di monsignor Luigi Capozzi, fino a quando costui è stato arrestato in un festino omosessuale a base di droga. O un affarista senza scrupoli come il cardinale Calcagno, il cui losco passato come vescovo di Savona non gli ha impedito di essere il responsabile del patrimonio della Chiesa. O il cardinale Baldisseri, abile manipolatore della “misericordia” nei Sinodi sulla Famiglia.

     

    I cardinali in disgrazia sono quelli nei quali Benedetto XVI aveva posto la sua fiducia: Burke, Müller e Sarah. Anche Ouellet è stato messo in disparte perché troppo indipendente. Nell’estate del 2016, tre funzionari del cardinale Müller sono stati convocati da Bergoglio e licenziati con l’accusa di averlo criticato; il cardinale Müller ha provato a difenderli e, in un’udienza ottenuta dopo diversi mesi, si è lamentato che i tre erano tra i migliori del suo dicastero, ma Bergoglio ha respinto ogni protesta, concludendo: “Io sono il papa e non ha bisogno di dare spiegazioni per nessuna delle mie decisioni. Ho deciso che se ne devono andare e se ne devono andare.” Il cardinale Sarah è stato privato di tutti i suoi collaboratori alla Congregazione per il Culto Divino, sostituiti da ventisette nuovi membri, lasciando così il cardinale del tutto isolato. Questo modo di procedere rientra nel metodo di Bergoglio di dare assicurazioni prima di fare un brusco voltafaccia, attaccando quelli che ritiene suoi nemici per isolarli e lasciarli senza risorse. In questo trova sostegno nei suoi lacché, incaricati di minacciare scomuniche e privazioni della dignità cardinalizia.

     

    La dittatura bergogliana non si basa soltanto sui lacché a sua disposizione in Vaticano, ma spazia per il mondo. Alcuni dei quarantacinque firmatari della lettera inviata il 29 giugno 2016 ai cardinali e ai patriarchi, nella quale si domandava loro di chiedere spiegazioni sulle proposizioni dubbie di Amoris laetitia, sono stati perseguitati, uno licenziato, un altro colpito da proibizione di parlare pubblicamente dell’esortazione “papale”, e così via; presumibilmente è stato risparmiato chi non era perseguitabile perché, in quanto laico, non era soggetto alla disciplina ecclesiastica. È da sottolineare che i firmatari chiedevano solo chiarimenti e non formulavano alcuna critica, ma sotto Bergoglio è vietato chiedere chiarimenti.

     

    Alcuni zeloti papisti, evidentemente malati di papolatria, hanno costituito un Osservatorio per l’Attuazione della Riforma della Chiesa di Papa Francesco. Questo gruppo ha iniziato nel corrente anno accademico un controllo di tutte le pubblicazioni e lezioni del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, onde accertare se seguono le nuove direttive, prevedendo anche di interrogare gli studenti all’uscita dalle lezioni, con l’evidente intento di servirsene cone spie. In pratica non si deve proporre un “ideale astratto” di matrimonio, cioè il matrimonio cristiano, ma adattarsi alle “situazioni concrete”, cioè agli adulteri, ai divorzi, alle famiglie in pezzi, eccetera. È l’applicazione letterale della teologia della rivoluzione, che capovolge la teologia: non si parte dal dato e dal precetto rivelato per calarlo nella realtà e lottare contro il peccato, ma si parte dalla realtà piena di peccato per adattarvi la Rivelazione a comodo dei peccatori. Come già osservato, il diavolo vuole apparire più buono di Dio.

     

    I risultati della mirabile “rivoluzione” bergogliana sono ben noti: estraniamento dei fedeli, crollo della frequenza alle funzioni religiose; e di certo il crollo sarebbe ancor più grave se tutti i vescovi e tutti i preti si comportassero in modo bergogliano, ma per fortuna ve ne sono ancora che tengono fede alla dottrina di sempre e sono seguiti dai fedeli. Le presenze alle udienze generali in Piazza San Pietro sono crollate da oltre cinquantamila nel 2013 a poche migliaia, e non vengono più fornite statistiche in materia dal 2016. Perfino in ambienti liberali si ammette il generale fallimento; gli stessi prelati che hanno spinto per l’elezione di Bergoglio sono ormai persuasi che si sia trattato di un tragico errore e pensano di farlo dimettere.

     

    La scomparsa della Clinton dalla scena politica ha lasciato solo Bergoglio nel suo folle piano di coalizzare contro gli USA l’America Latina e l’Europa, a formare “la patria grande”. La Brexit ha lasciato soli Macron e la Merkel rannicchiati intorno al fantasma dell’ordine liberale e della cospirazione mondialista, senza contare che Africa e Islam vi sono assolutamente estranei ed ostili. Il governo statunitense ha probabilmente in mano le prove che l’Obolo di San Pietro è stato usato per sostenere la campagna elettorale della (abortista e filomosessualista) Clinton, e potrebbe decidersi ad usarle dopo il brutale allontanamento dal Vaticano di Libero Milone, personaggio vicino agli USA.

     

    Ma Bergoglio è ancora fortissimo per il gran numero di sostenitori, e perché i nemici laici della Chiesa, che controllano i mass media, hanno investito molto su di lui, ed ora cercano di far passare la menzogna di un “papa” desideroso di riforme ma “impedito a metterle in opera” da una subdola opposizione interna. È chiaro invece che si tratta di un “papa” esclusivamente politico che sognava di diventare capo della sinistra mondiale. Non gli interessano né la dottrina né la liturgia, e non a caso non si inginocchia mai davanti al Santissimo. Si è formato in un Ordine come quello gesuita, squassato dal disastro del Sessantotto, e questo non l’ha certo formato in senso ortodosso e non gli ha ispirato riverenza di fronte al Mistero Divino. Dal modo come parla e agisce si direbbe che la sua formazione abbia molto risentito anche della sua già ricordata attività come buttafuori da locale notturno.

     

    Tuttavia, se anche si riuscisse a deporre Bergoglio, o se la natura lo eliminasse, non si sa cosa potrebbe succedere, perché i cardinali da lui nominati sono una grave incognita e la mafia di San Gallo potrebbe far eleggere al suo posto Parolin, che sarebbe un’altra iattura. C’è solo da pregare che la nuova elezione si svolga sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, come dovrebbero essere tutte le elezioni papali, senza blasfemi accordi preventivi, contrastanti con la disciplina della Universi Dominici gregis.

     

    Milita a favore dell’attendibilità di quanto rivelato dall’autore il fatto, già ricordato, che si tratta in gran parte di cose ben conosciute. Inoltre l’imponente apparato di note documenta passo per passo ogni affermazione.

     

    A metà del volume, l’autore offre un’interessante galleria fotografica dei protagonisti e comprimari dell’edificante vicenda: la faccia di Bergoglio, sorridente da una parte e truce dall’altra come Giano bifronte, ed i suoi complici e lacché, i delinquenti pedofili da lui protetti, ed infine le sue vittime, cioè i pochi che cercano di difendere la Fede e la giustizia.

     

    Questo libro andrebbe letto da ogni cattolico, ma soprattutto dai papolatri, quei sostenitori ad oltranza di Bergoglio che ritengono la figura del “papa” sempre moralmente inattaccabile, e accusano chi ne discute le mancanze come nemico della Fede. Costoro dovrebbero anzitutto informarsi sulla storia del papato, e rendersi conto che se da una parte vi sono stati Papi santi, ve ne sono stati altri che hanno causato immensi danni alla Chiesa: sul Soglio di Pietro si sono seduti fornicatori e assassini, nepotisti ed eretici. Il Papa è infallibile solo in rarissimi casi, codificati dal Concilio Vaticano I; in ogni altra occasione è un uomo fallibile come chiunque altro.

     

    L’atteggiamento corretto da adottare è quello del Padre Dante, il quale univa alla venerazione per l’ufficio papale (“le somme chiavi”) ad un giusto giudizio sui papi negativi per la Chiesa, e infatti non esitò a metterne alcuni all’inferno, insieme a prelati e chierici. Proprio l’altezza della funzione sacerdotale e, a maggior ragione, di quella papale, fa sì che, se colui che la riveste cade, sprofondi peggio del comune peccatore. Ma in ogni caso, proprio il disastroso comportamento di molti consacrati è prova dell’origine divina della Chiesa: qualunque altra organizzazione, servita così male, sarebbe da tempo crollata, e invece resiste, e resisterà fino alla fine dei tempi ed oltre, come Chiesa trionfante. Questo insegna la teologia, e questo dice San Tommaso d’Aquino, rigorosamente seguito dal Padre Dante.

     

    In conclusione, non è strano che un libro del genere sia stato pubblicato esclusivamente in forma elettronica. Qualunque editore che avesse osato stamparlo in forma cartacea, avrebbe sprecato il suo denaro perché le copie sarebbero state immediatamente sequestrate, senza contare possibili ulteriori spiacevoli conseguenze, visto il fatto che anche la polizia dello Stato italiano prende ordini da Bergoglio. E i soloni della sinistra laicista così pronti a latrare contro ogni interferenza vaticana, vera o presunta, davanti all’arroganza di Bergoglio, si comportano come le famose tre scimmiette: “Non parlare, non vedere, non udire”.

     

    EMILIO BIAGINI

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