I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

IL SOFFIO DELLO SPIRITO NELLA STORIA, di Fr. Bonaventura Maria

Il Soffio dello Spirito nella Storia: Maria Teresa CARLONI (1919-1983)

di Fr. Bonaventura Maria

Il racconto storico che sto per cominciare potrebbe sembrare una fiaba straordinaria o una narrazione letteraria frutto dell’immaginazione, se non avessimo tante testimonianze molto precise su una vita così fuori dal comune. Vorrei farvi respirare il profumo di una vita trasformata dall’incontro con Gesù Cristo, una vita straordinariamente attiva per la Chiesa ma sempre nella discrezione, una vita abitata dal fuoco di Dio. Devo dire che sono stato molto consolato leggendo tutti i documenti che ho potuto consultare, perché in un’epoca in cui si favoriscono le grandi adunanze e le vaste quantità di folle, ripercorrendo i documenti ho potuto seguire la trama di una vita e l’opera di un’anima che si offre nel segreto del cuore e sempre nell’obbedienza alla Chiesa.

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ORO O LATTA (ARNALDO XAVIER DA SILVEIRA, IPOTESI TEOLOGICA DI UN PAPA ERETICO)

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

ARNALDO XAVIER DA SILVEIRA, Ipotesi teologica di un papa eretico, Presentazione di Roberto De Mattei, Chieti. Solfanelli, 2016

Segue una recensione di Emilio Biagini:

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIULIANO ROSSI (seguito bis)

IV

Finalmente il poeta, diventato serio, appare in veste di moralista con un lungo trattato di mille trecentotrentasei versi variamente distribuiti in quattro canti. Sebbene non se ne conosca la data di composizione, è fuor di dubbio che si dedicò a questo lavoro già vecchio, perché è tutto pervaso di sapienza, ma non di quella sapienza frutto di meditazione e di studio, che si può raggiungere a qualunque età, ma di quella saggezza spicciola ed empirica che solo si acquista col volger degli anni e colla quotidiana pratica della vita. E poiché inizio della sapienza è il timor di Dio, neppur questo manca nelle sue “Rime morali”. Ma è un timor di Dio “sui generis” che non procede da convinzione ragionata e profonda né da rapida intuizione, ma timor di Dio che si affaccia quando incalza il pericolo, quando la morte minaccia: timore che è proprio delle anime e delle “menti grosse” sebbene non interamente corrotte.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIULIANO ROSSI (seguito)

III

Si possono comprendere tra le rime giocose di Giuliano Rossi anche quelle che vanno, di solito, sotto il nome generico di “poesie di occasione”. Ve ne sono anche per gli avvenimenti più frivoli. Deve inviare gli auguri a una dama, fare un invito, raccomandare un facchino o una balia? Vuol ringraziare un’amica, commentare una predica, annunciare una nascita? Ogni pretesto è buono per far versi: tutto, per lui è oggetto di poesia. Non importa se essa viene abbassata all’umile ufficio di accompagnare una cagnetta imbalsamata, di rivedere un conto sbagliato, di riferire al medico gli effetti di un purgante; sembra che egli non sappia pensare, parlare, scrivere che in rima: egli potrebbe a ragion dire con Ovidio: “quidquid tentabam dicere versum erat”. La quantità però va a scapito della qualità e che in tutta quell’abbondante congerie poetica gettata giù alla meglio non resta da ammirare che la facilità con la quale il Rossi, pur in tante altre faccende affaccendato, sapesse inventare versi sempre pronti. Qualcuna, tuttavia, si fa notare per l’arguzia piacevole e le facezie spiritose, come la seguente, scritta per dare avviso di una spedizione di riso.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIULIANO ROSSI

POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIULIANO ROSSI

Contemporaneo al Cavalli, ma molto diverso da lui, fu Giuliano Rossi, nato, non si sa quando, a Sestri Ponente, dove passò tutta o quasi tutta la sua vita. Si compiaceva di nascondersi sotto lo pseudonimo burlesco di Todaro Conchetta. Tra gli antichi lo ricorda l’abate Spotorno che della sua opera gli consacra non più di tre righe e Raffaele Soprani che ripete le scarse notizie dello Spotorno aggiungendo per conto suo che “hebbe molto familiari le Muse e tra coloro ai quali riuscì di ben poetare nella genovese favella fu egli senza dubbio il più gratioso, il più facile, il più gradito”. Le poesie del Rossi non furono pubblicate, ma raccolte in numerose copie manoscritte, e custodite nelle biblioteche. I manoscritti sono attualmente conservati, digitalizzati, nella Società Ligure di Storia Patria come “Poesie in Lengua Zeneise dro Signor Giurian Rosso”.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – LA FORTUNA

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

LA FORTUNA

Un uomo timido e tanto sinceramente modesto come il nostro poeta, non avrebbe forse mai osato pubblicare i suoi versi se a ciò non lo avessero spinto l’affettuosa insistenza degli amici e le entusiastiche lodi degli ammiratori. Di queste sono prova non dubbia i sonetti non suoi pubblicati nella II Parte della “Chittara Zeneize”, quasi tutti di poeti o dilettanti di poesia essi stessi, ai quali il Cavalli rispondeva graziosi sonetti sulle stesse rime ritorcendo con squisita cortesia le lodi che gli venivano fatte. Così a Pier Giuseppe Giustiniani, suo ammiratore che gli scriveva:

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LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – L’OPERA (SEGUITO bis)

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

L’OPERA (SEGUITO bis)

La “Chittara Zeneize” non è finita. Resta ancora la canzone “Invia ra Musa a ro bosco per cantà de arme” composta nel maggio 1625. In quell’anno la Repubblica, minacciata dal Duca di Savoia e dalla Francia, aveva mandato reparti di fanteria e batterie di artiglieria sulle alture di Genova in difesa della città. Al servizio dei Generali in qualità di Cancelliere, era appunto il Cavalli. Era giovane e dovettero ispirarlo le minacce della guerra. L’inizio è idillico:

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – L’OPERA (SEGUITO)

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

L’OPERA (SEGUITO)

La seconda parte della “Chittara Zeneize” comprende le “Rime Varie” e cioè “La Corona a Nostra Signora”: sonetti di contemporanei del poeta e risposte di lui a costoro; un sonetto in lode della lingua genovese; sette lunghe canzoni per l’elezione di altrettanti dogi della Repubblica e la canzone bellissima “Invia ra Musa a ro bosco per cantà de armi”.

Nelle prime edizioni “La Corona a N. Signora” si trovava alla fine della prima parte; in quelle successive è invece collocata al principio della seconda.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – L’OPERA

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

L’OPERA

Oltre la poesia, pare che il Cavalli coltivasse anche la musica perché Michele Giustiniani ricorda tra le opere di lui un “Saggio di canzoni musicali alla Nobile Gioventù di Genova dedicata” edito da Giuseppe Pavoni nel 1640. Agostino Aldoino riferisce che “edidit cantiunculas musicas”, ma di tali saggi non è possibile trovarne alcuno. Si trovano invece, pubblicate con opere di altri autori, le poesie che egli scrisse in lingua italiana, e cioè: un sonetto in lode del doge Gerolamo Assereto, eletto nel 1607; due sonetti nell’incoronazione del doge Agostino Pinelli, avvenuta nel 1609 e una lunga ode intitolata: “Alla libertà genovese sotto la protettione della Regina dei Cieli nella Reale solennità per lo Serenissimo Agostino Centurione duce della Repubblica” edita da G. Farroni nel 1651.

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIANGIACOMO CAVALLI – IL CARATTERE

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

IL CARATTERE

Dalla poesia di Gian Giacomo Cavalli emerge il volto e l’anima del poeta. Delle sue qualità fisiche non si ha alcuna notizia. Solo da un sonetto di Antonio Riccardi si deduce che la sua compagnia era piacevole, la sua conversazione arguta e corretta. Il Riccardi si stupiva appunto che, malgrado tante belle qualità, non fosse più fortunato in amore:

Ballin, se voi scrivei, se voi parlae

Tutto bonombre sei, tutto dottrin-na

Me maraveggio da vostra Maxinna

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POESIA GENOVESE NEL SEICENTO – GIAN GIACOMO CAVALLI – LA VITA

LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

LA VITA

Il titolo di “poeta genovese”, del quale nel secolo precedente era andato orgoglioso Paolo Foglietta, passò nel secolo XVII a Gian Giacomo Cavallo o Cavalli. Non si sa quando né da chi il cognome sia stato cambiato. Neppure della sua famiglia e dell’educazione ricevuta si hanno notizie, ma la sua opera dà l’impressione che fosse di famiglia abbastanza elevata e avesse ricevuto un’ottima istruzione. Di lui poi, e della sua vita, ci restano così scarse notizie che non è possibile stabilire con esattezza neppure il tempo e il luogo della nascita: il Chiabrera, poeta savonese, che gli era amico, disse che era genovese.

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