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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

 

 

ANTONIO SOCCI (2017) Amor perduto, Milano, Piemme

 

Segue una recensione di Emilio Biagini

 

SOCCI A. (2017) Amor perduto, Milano, Piemme

Riscrivere in prosa l’Inferno dantesco per renderlo accessibile al lettore moderno, estraniato ormai dal grande Poema sia a causa di crassa ignoranza del cattolicesimo sia per le difficoltà linguistiche, è stata un’idea decisamente vincente di Antonio Socci, sviluppata con acume e accattivante semplicità di stile. Le note, mai eccessive né ingombranti, facilitano ulteriormente la comprensione.

Il libro si apre con una profonda introduzione che giustamente sottolinea la profonda venerazione del Sommo Poeta per la dignità papale e d’altro canto il fatto che i papi sono uomini e non vanno esenti, quando sbagliano, da critiche anche violente. Per questo l’Alighieri non esita a collocare all’Inferno papi e, a maggior ragione, vescovi e preti. In questo Dante ci è maestro di pensiero e di morale, ed ha molto da dire anche ai papolatri odierni, che non tollerano che si critichi il papa, da loro collocato su un piedistallo, come se non ci fossero stati papi delinquenti (come nel saeculum obscurum della “pornocrazia romana”, quello che generò la leggenda della “papessa Giovanna”, periodo in cui si susseguirono ben ventotto papi e tre antipapi, diversi dei quali furono scomunicati o morirono di morte violenta, tra nefandezze d’ogni genere, alle quali, spesso, i papi stessi furono tutt’altro che estranei), e perfino papi eretici (Onorio II e Giovanni XXII, ad esempio).

Socci pone l’accento su Dante come veggente, e quindi sull’autenticità della visione. E perché non dovremmo credere che la “mirabile visione”, di cui il poeta fa cenno nella Vita Nuova, e che fu all’origine della Divina Commedia, non fosse autentica? Non è forse effetto di una visione, ad esempio, il profondo misticismo nella descrizione dantesca della “candida rosa” (Paradiso, XXXI, 1-15)?

In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l’altra, che volando vede e canta

la gloria di colui che la ‘nnamora

e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d’ape che s’infiora

una fïata e una si ritorna

là dove suo laboro s’insapora,

nel gran fior discendeva che s’addorna

di tante foglie, e quindi risaliva

là dove ‘l süo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva

e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,

che nulla neve a quel termine arriva.

E non a caso, una descrizione simile troviamo nella mistica veggente Maria Valtorta (Quaderni, visione del 6 marzo 1944):

Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina.

 

Di certo gli italianisti saranno pronti a pontificare che si tratta di un topos letterario, e che la Valtorta (la quale, peraltro, dice “vedo e odo”, ed era persona di assoluta sincerità) non ha fatto che imitare Dante, mentre tutto indica invece che questi due grandi spiriti descrissero la medesima visione da loro contemplata. Nella loro abissale ignoranza del Vangelo e del cristianesimo, non è strano che i paludati commentatori accademici non capiscano né il Sommo Poeta né la grande veggente, e si perdano in piatte esegesi che tutto relativizzano in termini di “autocoscienza dantesca” o simili espressioni vuote.

 

Come anche i cultori di molte altre discipline “umanistiche”, gli italianisti spesso lavano il cervello degli studenti con il loro storicismo, il loro relativismo, la loro erudizione che gira a vuoto. Un italianista di mia conoscenza, che si dichiara “studioso di linguaggio dei giovani” (tipo “Aho, a burino, passame ‘na canna”), ha inventato il concorso “Adotta una parola”, per il quale la gente dovrebbe impegnarsi ad usare sempre una parola per non farla cadere in disuso; il mio suggerimento di adottare “frocio”, termine ruspante minacciato dall’avanzare del politicamente corretto, gli ha provocato convulsioni.

 

Un’altra collega disse di preferire a Dante il Petrarca perché apriva una nuova epoca, mentre l’Alighieri non faceva che chiudere quella precedente: un discorso penoso che ignorava il trascurabile fatto che la poesia dantesca è eterna, come è eterno il Cristianesimo. Il Petrarca, abile versificatore politicamente corretto senza una sola idea propria, fu incoronato poeta dal papa in Campidoglio. Al contrario, il padre Dante, in seguito ad una condanna al rogo (al rogo!) per le mene imperialistiche di un altro papa politicante e criminale, morì esule dopo aver vagare per decenni a provare “sì come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scender e salir per l’altrui scale”.

Una virtù va comunque riconosciuta agli italianisti: sanno fare il loro interesse. Provocano la scissione delle facoltà di Lettere facendo nascere facoltà di Lingue straniere, in modo da poter moltiplicare le poltrone; così, quando si trovano quattro ordinari di italianistica dove ne basterebbe uno, qualcuno di questi gentiluomini si trova con l’impegno di sole trenta ore d’insegnamento l’anno, per uno stipendio annuo che può superare i sessantamila euro netti. Complimenti, illustri colleghi, e buon sonno.

C’è da piangere a leggere certi eruditi commenti del Sacro Poema, lunghissime trecce di lana caprina lontane anni luce dal cogliere il valore universale ed eterno della Divina Commedia. A simili tromboni che pretenderebbero di commentare il Divino Poeta ho dedicato una poesiola che mi permetto di citare, così che questa sarà probabilmente l’unica recensione al mondo a contenere un sonetto.

 

Crudo commento d’infinita noia

da mala gente sanza religione:

contro giustizia e senno fa tenzone

e carte imbratta con maligna foia.

E quel che fieramente più m’annoia

e che per simil chiacchiere bestione

tal gente allori, cattedre, pensione

miete, e prebende, e ingrassa come troia.

Dalla cattedra sugge odio e veleno

il misero studente frastornato,

che studiar deve questa spazzatura.

Ed intanto ogni speme a lui vien meno:

per sempre resterà disoccupato,

perché quel ch’ha studiato è un’impostura.

 

Libero dal politicamente corretto e da qualsiasi paludamento accademico, questo libro di Antonio Socci è il miglior commento all’Inferno dantesco che mi sia mai accaduto di leggere. Un commento che andrebbe adottato e letto in tutte le scuole e le università, dove invece Dante si insegna poco e male, ignorandone l’aspetto fondamentale: la sua profonda verità cristiana. C’è solo da augurarsi che a questo bellissimo libro ne seguano presto altri due, dedicati al Purgatorio e al Paradiso del Divino Poema.

EMILIO BIAGINI


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