I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

I Trigotti

ORO O LATTA (ROBERTO DE MATTEI, L’ISOLA MISTERIOSA)

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Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

And the winner is …….

Ben meritevole della triplice aquila d’oro, ecco a voi:

ROBERTO DE MATTEI (2020) L’isola misteriosa, Chieti, Solfanelli

Questi tre racconti concatenati formano un affresco di vita e cultura siciliana prima e dopo il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, e sono di estrema rilevanza non solo per la Sicilia ma per tutta l’Italia. I protagonisti sono figure storiche, come sant’Annibale Maria di Francia, Sir Alexander Nelson Hood e un professore di igiene di Catania di cui l’autore non fa il nome ma ha caro il ricordo.

Sant’Annibale Maria di Francia pronuncia detti veramente memorabili: “Il dolore distrugge la vanità dei beni materiali e illumina la grandezza dei valori morali. Abbatte i falsi dei per rimettere sul piedistallo l’unico vero Dio. Una vita sempre placida, che ignori le sofferenze e le prove, è simile a uno stagno. È per questo che Dio permette il dolore. Dio non vuole i mali, ma li permette per il maggior bene dell’uomo.” (p. 11). “(…) tutto ciò che non dipende dalla nostra volontà dipende dalla volontà di Dio e Dio vuole, o permette, solo ciò che può giovare alla nostra felicità.” (p. 13). “(…) la scienza non è il campo degli assoluti. L’uomo ha bisogno di certezze, ma non è nella scienza che le può trovare.” (p. 15).

Di alta saggezza anche Giuseppe Moscati: “(…) il mistero del male, fisico e morale, dell’universo, non ha la sua spiegazione nella scienza medica, ma nella scienza teologica.” (p. 22).

“E ora nell’anima del professore convivevano due mondi divergenti. Il primo mondo era l’atmosfera culturale in cui si era formato, il positivismo della nuova Italia che vedeva nella scienza lo strumento di un irreversibile progresso. Il secondo mondo era il clima profondamente cattolico, che egli aveva conosciuto attraverso la famiglia di sua moglie alla quale, dopo la sua prematura scomparsa, si era ancora più strettamente legato. In fondo erano due Italie che convivevano faticosamente, rappresentate dai sovrani Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro e quella papalina, che aveva il suo campione in Pio X (…)” (p. 23).

È il 27 dicembre, e va in scena la cena domenicale a palazzo Asmundo, dell’arcivescovo di Catania, cardinale Giuseppe Francisca-Nava dei baroni di Bontifé (p. 24). Incombe il terremoto che devasterà Messina alle cinque e venti di mattina del giorno dopo. A tavola si parla del ruolo delle donne nella lotta fra queste due anime dell’Italia unita. Le scalmanate, alcune delle quali si dicevano cattoliche, aderivano ai piani di distruzione massonici, e reclamavano la scuola laica e il divorzio. Dall’altra parte le vere cattoliche, raccolte intorno all’Unione Donne Cattoliche, già ricordata nella Trilogia romana del medesimo autore, fondata dalla nobildonna romana Maria Cristina Giustiniani Bandini con l’incoraggiamento del Papa. (p. 27).

Attraverso i dialoghi dei personaggi durante il simposio, si viene dipanando questo dilemma culturale: massoneria contro cattolicesimo., dilemma che si riflette nei pensieri del professore, il quale trova “contraddittoria l’imposizione di obblighi da parte di chi predicava il libero pensiero” (p. 30). L’obiettivo massonico è quello satanico di distruggere la famiglia, e a questo scopo i massoni vogliono appropriarsi dell’educazione. (p. 31). La massoneria è uno Stato nello Stato, con proprie leggi e applica la pena di morte. Lo stesso fa la mafia, più affine alla massoneria di quanto si creda. (p. 34).

Il cardinale Francisca-Nava ricorda quanto gli disse il canonico Annibale dei marchesi di Francia di Santa Caterina. “Egli disse che in Messina, regna tale indifferentismo, tale acquiescenza al peccato, che c’è bisogno di un castigo che scuota e risvegli la città. Il terremoto, disse, per quanto è terribile ha però questo di buono, che apporta una conversione generale. È un gran missionario!” (p. 44). Percezioni soprannaturali permettevano evidentemente al santo canonico di profetizzare il castigo, ma anche di prevederne il salutare esito.

Potente è la descrizione del terremoto stesso. (pp. 46-47). “A Messina la terra si spaccò, le pietre dei palazzi si sbriciolarono, il mare, con un orrendo fragore, si ritirò di circa duecento metri dalla riva e tornò sulla terra con una gigantesca ondata, schiantando tutto quanto incontrava. Poi le acque si ritirarono ancora, risucchiando uomini e cose e lasciandosi dietro una melma profonda. Il fuoco si propagò dai lumi e dai fornetti a gas, ancora accesi nella notte, illuminando uno spettacolo agghiacciante: tra le masse dei detriti e i nugoli della polvere apparivano corpi deformati, mentre si udivano le urla di spavento e i gemiti di dolore dei sopravvissuti alla catastrofe.” (pp. 46-47).

Terribile la lettera del professore, vedovo di donna Maria Sciuto-Patti (che si rivela chiamarsi Eugenio, rompendo in parte l’anonimato), a suo cognato, l’ingegnere Salvatore Sciuto-Patti. “Tutte le chiese sono crollate, salvo quella di S. Andrea Avellino, proprio quella che il genio civile, mesi or sono, aveva fatto chiudere come pericolante. Anche la statua di marmo dell’Immacolata di fronte alla chiesa di San Niccolò è rimasta prodigiosamente in piedi sul suo basamento: un fenomeno inesplicabile, visto che intorno tutto era distrutto”. (p. 51). La lettera contiene un accorato e a tratti orripilante resoconto del terremoto e della città devastata, toccando la visita dei reali Savoia e dell’esemplare comportamento della regina Elena nel soccorso dei feriti, che ebbe qualche effetto nel riconciliare la Sicilia con la dinastia, che certo aveva moltissimo da farsi perdonare, non solo dall’isola ma dall’intera Italia.

Il sindaco D’Arrigo aveva pienamente ragione di lamentarsi del ritardo nei soccorsi, ma il re si limitò a destituirlo, giocando sul fatto che, comprensibilmente terrorizzato, il sindaco era fuggito rendendosi irreperibile per un giorno. Il prefetto Trinchieri non aveva tardato ad informare il re di questo fatto, con risultati disastrosi per la carriera politica del sindaco. La squadra navale russa ebbe, nei soccorsi, un ruolo immenso ed encomiabile. L’ammiraglio russo Ponomareff, senza attendere autorizzazioni dall’alto, ordinò alla squadra sotto il suo comando, due corazzate e due incrociatori, ancorate nel porto di Augusta, di dirigersi immediatamente verso Messina per soccorrere le popolazioni colpite. Per ben sei giorni i marinai russi furono gli unici a portare i primi aiuti ai feriti e ai dispersi, scavarono fra le macerie, salvarono centinaia di persone, trasportarono circa tremila feriti negli ospedali di Palermo, distribuirono cibo e vestiti ai superstiti, mantennero l’ordine. A Messina sono ancora ricordati come “gli angeli russi”. La Marina Italiana arrivò e assunse il comando delle operazioni con vergognoso ritardo solo sei giorni dopo.

Significativo per comprendere lo stato dell’alto clero messinese dell’epoca il colloquio tra monsignor Letterio D’Arrigo Ramondini, arcivescovo di Messina, e Don Luigi Orione, piemontese, che, il 25 giugno 1909, per volontà di Pio X, aveva assunto l’incarico di Vicario papale a Messina. L’arcivescovo non l’aveva presa bene e tratta bruscamente Don Orione, il quale risponde dignitosamente alle poco caritatevoli e scortesi osservazioni del prelato facendo notare la preoccupazione del Santo Padre per “la penetrazione dei modernisti a Messina dopo il terremoto” (p. 60). Alle irose querimonie con cui investe Don Orione, il vescovo aggiunge l’accusa di aver voluto ristampare una poesia blasfema.

Ma Don Orione l’ha fatto evidentemente perché non venga dimenticata l’offesa a Dio che aveva provocato la giusta punizione divina, e ribatte: “Allora mi permetto di rammentarvela, Eccellenza. Nel numero che vide la luce sabato sera 26 dicembre, Il Telegrafo, pubblicò una poesiola al Bambino Gesù che diceva testualmente: “O Gesù Bambino mio – vero uomo e vero Dio – per amor della tua Croce – fa sentire la tua voce – Tu che sai che non sei ignoto – manda a tutti un terremoto.” Lei sa che quel giornale si stampava nella tipografia arcivescovile, e andava per le mani di tutti. Pubblicava spesso delle lettere aperte al Padre Eterno che erano un ammasso di triviali insulti contro l’Altissimo. Pubblicò pure una poesia contro l’Immacolata che era qualcosa di oscenamente terribile.” (pp. 63-64).

L’arcivescovo rinfaccia a Don Orione, fra l’altro, il fatto di aver detto che Dio ha voluto punire, più che la malvagità dei nemici della Chiesa, l’indifferenza dei cattolici, sottolineando che le prime a cadere sono state tutte le chiese aperte al culto, e agita un opuscolo che Don Orione ha fatto ristampare: L’omelia dopo il terremoto di san Giovanni Crisostomo.

A Messina Don Orione ha incontrato insidie d’ogni genere, fino al tentativo, di un barbiere delinquente di inoculargli la sifilide per screditarlo. Ma dopo meno di una settimana le preghiere del santo sacerdote avevano ottenuto la guarigione. L’attentato è dovuto alla massoneria? Don Orione esprime un sospetto in tutt’altra direzione: il clero stesso, e proprio gli ambienti vicini all’arcivescovo parevano essere i veri responsabili (p. 66).

Dopo una lunga e ostile discussione, in cui rifulge purtroppo l’albagìa e la scarsa carità dell’alto prelato, questi congeda con minacce Don Orione e riceve il canonico Di Francia, cominciando subito a rinfacciargli di aver parlato del terremoto come di un castigo di Dio. “(…) voi avete insultato la fede dei messinesi. La Chiesa ci insegna solo a ravvisare nel terremoto uno dei tanti flagelli cui ci espongono la natura e le leggi che la governano (…)” (p. 68). Evidente la volontà di negare all’Altissimo il diritto di intervenire, nella Sua onnipotenza, con mezzi straordinari.

La risposta del canonico è illuminante. “I peccati dei popoli suscitano l’ira di Dio, il quale usando la spada della sua giustizia suole punire l’umanità con i suoi flagelli, cioè con le guerre sanguinose, con i terremoti e coi morbi sterminatori (…)” (p. 69). Ma l’arcivescovo, tutt’altro che convinto e legato ad un’accecante visione provinciale, obietta che il peccato in Italia abbonda ovunque, e non capisce perché il castigo si abbatta proprio su Messina. Il canonico Di Francia risponde: “Vostra Eccellenza ricorda che fu quaresimalista a Messina, qualche anno addietro, il padre Pignatelli, napoletano. Si lamentò di aver trovato un vestire assai indecente nelle donne, un parlare assai licenzioso e spesso blasfemo, una stampa immorale e antireligiosa. Il Padre Pignatelli ne parlò dal pulpito e, dopo aver richiamato la lettera della Madonna agli antichi Messinesi, sul finire della predica, alzando fortemente la voce, disse: ‘(…) A chiusura della lettera della Madonna voi trovate Gerusalemme. Non per nulla la Madonna vi pose questa parola; la pose per avvertirvi che se voi non vi manterrete fedeli al suo divin Figlio, come di Gerusalemme non restò pietra su pietra, così non resterà pietra su pietra della città di Messina (…)’.” (p. 69).

Incidentalmente, va ricordato che i solerti laicisti non hanno mancato di negare l’autenticità della lettera, affermando che san Paolo non si sarebbe mai fermato a Messina ad evangelizzare, e in effetti una sosta a Messina durante il quarto viaggio non è ricordata negli Atti degli Apostoli, ma non è detto che il testo riporti puntigliosamente ogni tappa del viaggio. La navigazione dell’epoca era tutta di cabotaggio, ed è impensabile che la nave che portava l’Apostolo a Roma, nell’attraversare lo stretto, non abbia fatto scalo nella città, che era una vera metropoli. Inoltre la lettera della Santissima Vergine è ricordata già nel secondo secolo dallo storico Flavio Lucio Destro (“Apud Messanenses celebris est memoria Beatae Virginis Mariae, missa ipsis ab aedem dulci epistula”).

Alla stizzosa sollecitazione del poco spirituale arcivescovo, Di Francia precisa: “(…) sono proprio i grandi privilegi spirituali ricevuti da Messina che la rendono gravemente responsabile” (p. 70). Attento solo all’esteriorità, l’arcivescovo si gloria delle chiese piene e del fatto che “viene alle prediche moltissima gente”, ma il santo canonico lo smonta immediatamente: “I Messinesi riempivano le chiese, ma un povero vecchietto con un campanello nelle mani, passò due giorni prima del terremoto per le vie della nostra città: dinanzi ad ogni porta suonava il campanello e diceva: Signori miei, pregate, pregate, perché verrà un grande castigo.” (ibid.). E, con un colpo d’ala spirituale, apre una prospettiva inattesa sul cataclisma: “(…) se noi potessimo conoscere per un istante, come li conosceremo pienamente nell’eternità, i misteri di grazia e di misericordia che si svolsero sotto le spaventevoli maceria del terremoto, tra le vittime della divina Giustizia e l’infinita Misericordia del Cuore adorabile di Gesù, noi ne resteremmo profondamente compresi di sacra meraviglia! Ah chi può dire quante anime, in quei momenti, ebbero particolare grazia di compunzione e di contrizione. E quante anime furono salve, che senza quel tremendo flagello si sarebbero perdute!” (p. 71).

Non toccato affatto da simili prospettive soprannaturali, il velenoso prelato accusa il santo canonico di essere influenzato dalla “presunta veggente di La Salette”. Di Francia, dopo aver ricordato le complesse vicende che portarono la veggente Melania Calvat a Messina, e infine ad Altamura, in Puglia, cita, con grave irritazione del grande prelato che non accetta correzioni, il terribile messaggio di La Salette: “I sacerdoti, ministri di mio Figlio, con la loro cattiva vita e irriverenza nella celebrazione dei Santi Misteri, con l’amore per il denaro ed i piaceri, sono diventati cloache d’impurità. Sì, i preti provocano la vendetta e la vendetta è sospesa sulle loro teste. Guai ai preti e alle persone consacrate a Dio che con la loro infedeltà e la loro vitta cattiva crocifiggono di nuovo mio Figlio! I peccati delle persone consacrate a Dio gridano al Cielo e richiamano vendetta. Non vi sono più anime generose, non vi è più nessuno degno di offrire la Vittima senza macchia all’Eterno in favore del mondo.” (pp. 75-76).

Perfetto esempio di prelato mondano, sordo agli ammonimenti celesti, presuntuoso e autoritario, l’arcivescovo conclude il colloquio minacciando il santo canonico. Uscito dalla tana dell’orco, Di Francia, su domanda di Don Orione, caritatevolmente, non giudica l’arcivescovo un “fitusu”, anzi dice che non sarebbe “una persona cattiva”, ma che gli manca “spirito interiore, specialmente in rapporto all’umiltà del cuore”. Il che sarebbe già grave per un semplice fedele, ma per un pastore di anime, specialmente dell’alta gerarchia, equivale a una sentenza terribile.

L’autore ci porta poi ad incontrare nuovamente la principessa Maria Cristina Giustiniani Bandini, l’instancabile animatrice delle donne cattoliche, a colloquio con la giovane Angelina Auteri, la quale narra la sua penosa esperienza: costretta a rinunciare alla sua vocazione religiosa e a sposare un miscredente. Tuttavia ciò si rivelò provvidenziale, poiché ella riuscì a convertirlo, grazie ad una provvidenziale malattia e all’inaspettata grazia della guarigione, che spinsero l’uomo a cambiare vita. Le due donne si intendono perfettamente sulla necessità di diffondere l’Unione Donne Cattoliche in Sicilia per contrastare i nemici della Fede: massoni, modernisti e addirittura maghi. (p. 86). Più tardi, Donna Angelina (divenuta presidentessa di tale Unione), suo marito e alcuni loro ospiti, subirono un gravissimo attentato all’arsenico (letale per due degli ospiti), e l’opinione pubblica indicò quale mandante del crimine la massoneria (p. 128).

Mentre in campo cattolico si discute su come far prevalere la Verità e il Bene, gli esponenti del nemico, che non hanno imparato nulla dal salutare castigo divino, sono anch’essi all’opera. Il duca Antonio Colonna di Cesarò e l’avvocato Luigi Fulci, dibattono, alla fine di una cena massonica, su quella che rappresenta l’ossessione di tutti questi nemici della Verità: come affossare la Chiesa, e il duca osserva con evidente soddisfazione che all’interno della Chiesa stessa si è aperta la voragine del modernismo, con il quale la massoneria può trovare un terreno d’incontro in una spiritualità laica e adogmatica, esoterica e magica. Fulci dichiara di credere “nella volontà di potenza dell’uomo” (sic), e continua: “L’azione magica ci permette di esercitare una straordinaria influenza sulle energie psichiche della società.” (p. 91). L’ateismo, infatti, non può vincere; è troppo evidente che ci debba essere una Divinità, ma gli agenti del male puntano astutamente a qualcos’altro, a una religiosità contraffatta che apparentemente soddisfi le aspirazioni spirituali dell’uomo, portandolo più o meno inavvertitamente ad adorare il Nemico.

L’ultimo racconto, dal significativo titolo “Sicilia fedele”, inizia con una prolusione del professore all’Università di Catania, che si conclude: “L’uomo moderno quando non è malato, è depresso, è preoccupato, ha perduto il sorriso, aroma dell’esistenza, ha inaridito la sorgente della spontanea gaiezza. Perché quest’uomo corre con tanta fretta, se in mezzo alla via, se al termine della strada percorsa lo coglie improvvisa la gelida verità dell’inevitabile fatum?” (p. 99).

Segue un’interessante conversazione nel salotto di Sir Alexander Nelson Hood, nella quale viene icasticamente illustrata la tragedia della Sicilia e dell’intero Sud, invaso dalla soldataglia napoleonica, mortalmente offeso dalla vergognosa arroganza inglese, come nel caso dell’arbitraria esecuzione dell’ammiraglio Caracciolo; poi invaso, brutalmente annesso e saccheggiato dai Savoia tramite il losco avventuriero Garibaldi, con il costante e interessato appoggio inglese. “Fino al 1860 il Regno delle Due Sicilie era ben più florido del Regno di Sardegna. (…) il Piemonte riversò sulle spalle dei siciliani i suoi debiti, le sue tasse, il suo deficit annuo.” (p. 115). “(…) la legislazione liberale è frutto di una Rivoluzione che voi inglesi avete appoggiato proprio con l’aiuto della mafia. (…) Senza l’aiuto della mafia la Sicilia sarebbe ancora borbonica.”(p. 116).

La narrazione si conclude a Taormina, con l’illuminante colloquio tra il professore e il canonico Di Francia, il quale aggiunge importanti effetti di chiaroscuro al magistrale quadro fin qui delineato: “La mafia è la degenerazione del carattere cavalleresco del nostro popolo che oscilla tra le vette della santità e gli abissi del crimine” (p. 125). L’anima della Sicilia è la fedeltà; molte nazioni perdettero la fede ma non la Sicilia, che “non perdette mai quella Fede che ricevette dai tre vescovi inviati da san Pietro in questa terra, prima di lasciare Antiochia per Roma: san Berillio a Catania, san Marziano a Siracusa e san Pancrazio a Taormina. A questi nomi vanno aggiunti quelli delle sante martiri Rosalia a Palermo, Agata a Catania e Lucia a Siracusa. La Sicilia è anche la terra di cinque Papi, tutti santi: Agatone, Leone II, Conone, Sergio I, Stefano IV.” (p. 126). Degno di nota, ad onore di s. Agatone, il fatto che non esitò, in occasione del III Concilio di Costantinopoli (680-681), a scomunicare e anatematizzare il suo predecessore Onorio I, caduto nell’eresia monotelita.

Memorabile questa definizione: “La vera Sicilia non è quella bizantina, o araba, e neppure quella sveva, maquella normanna, che ha ricevuto l’investitura regale dal Papa Urbano II e che si è battuta sui campi delle crociate. Nel 1571 La Capitana di Sicilia, comandata dal palermitano Giovanni Cardona, fu a capo dell’avanguardia cristiana in quella battaglia che decise le sorti della Cristianità a Lepanto.” (p. 127).

Di grande rilevanza è infine la contrapposizione tra la sana fede nella Provvidenza e quella, malata e fallace, nel progresso. “A chi proclama l’irreversibilità del progresso la Chiesa, ma anche l’esperienza storica, oppone la possibilità della decadenza. La decadenza può avere il suo esito in una catastrofe, come è avvenuto per l’Impero romano. Le civiltà, professore, sono mortali. Solo la Chiesa è immortale, la sua parola sovrasta la storia e la giudica.” (p. 131).

Questa magnifica opera non dovrebbe mancare in ogni biblioteca di chi voglia capire il mondo e la lotta incessante fra il bene e il male che vi si svolge. Vi sono chiaramente illustrati aspetti importantissimi della vicenda italiana e della Chiesa, che illuminano la crisi del mondo attuale. Il professor De Mattei si conferma, con questo libro, non solo insigne storico, ma anche scrittore capace di dare forma narrativo-letteraria di nobile qualità ad un quadro storico affascinante.

EMILIO BIAGINI


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