•  
  •  
  •  
  •  

In netta contrapposizione alle interessate mistificazioni degli ambientalisti, gli interessi dell’Europa, più che dal perpetuarsi del vecchio dominio degli sceicchi e delle “sette sorelle”, avrebbero bisogno di una coraggiosa scelta innovativa, comprendente un’intensa utilizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento basati sugli organismi transgenici, lo sviluppo dell’energia nucleare intrinsecamente sicura e del sistema di trasporto Transrapid a sospensione magnetica, definita dal Tietze, non senza una punta di giustificabile entusiasmo, “la più significativa innovazione nel traffico terrestre dall’invenzione della ruota” (Tietze 1998, Tietze & Steinmann-Tietze 2001). Le prime sperimentazioni nel campo della locomozione a levitazione magnetica risalgono al 1912, ma il pioniere, il francese Emile Bachelet, dovette abbandonare i suoi tentativi a causa dell’elevatissimo consumo energetico. La fattibilità di una ferrovia con vetture sprovviste di ruote guidate lungo i binari mediante campi magnetici venne dimostrata nel 1935 dal tedesco Hermann Kemper, il quale ne prese regolare brevetto. I primi veicoli funzionanti (Transrapid) furono costruiti tra il 1969 e il 1972 in Germania. Nel 1989 il Transrapid 07 raggiunse, sulla pista sperimentale di Emsland la velocità di 435 kmh. Anche i giapponesi sono entrati nella gara ed hanno già costruito alcune brevi linee funzionanti. Nel 1997 un treno a levitazione magnetica stabilì in Giappone il record mondiale di velocità su rotaia correndo a 530 kmh. L’installazione di 235 milioni di Gigawatt di potenza elettronucleare e il raddoppio delle capacità nei trasporti attraverso la realizzazione di una rete ferroviaria ad alta velocità e di linee a levitazione magnetica costituiscono il nucleo di un programma di sviluppo, tratteggiato da Engdahl et al. (1991), che beneficerebbe l’Europa continentale, e soprattutto quella centrale, facendo della regione un cuore economico megalopolitano di importanza mondiale, superando fra l’altro facilmente il problema dell’alto consumo energetico legato alle linee ferroviarie a levitazione magnetica: classico caso di innovazioni che convergono potenziando la sinergìa del sistema economico, analogamente al rapporto fra macchine e industria tessile nella prima rivoluzione industriale. Il reattore nucleare a sicurezza intrinseca potrebbe rappresentare una soluzione pressoché definitiva al problema energetico, se si trovassero governi abbastanza determinati a constrastare con decisa volontà politica e con una opportuna campagna di informazione gli interessi costituiti della lobby petrolifera e le smanie isteriche dei suoi ascari ecologisti in fatto di energia nucleare. È senz’altro vero che le centrali nucleari di costruzione tradizionale presentano dei rischi di fuoruscita di vapori radioattivi, anche se va sottolineato che l’unico incidente veramente grave, quello di Cernobyl, fu causato dalla struttura arcaica ed estremamente malsicura dell’impianto, privo di un’adeguata copertura, e dalla gestione demenziale della centrale stessa da parte degli addetti che facevano “esperimenti” spegnendo il sistema di raffreddamento per vedere fino a che punto si poteva arrivare prima della fusione del nucleo, finché questo si fuse davvero, causando un’esplosione che diede l’impressione di una nuova stella in cielo (“E vidi una stella nel cielo, e la stella cadde sulle acque, e le acque divennero amare, e un terzo degli uomini e un terzo del bestiame morirono perché le acque erano diventate amare. E udii il nome della stella, e il suo nome era ’assenzio’.”, recita l’Apocalisse di San Giovanni 8, 10-11, e questi versetti venivano citati con paura dagli abitanti dell’Ucraina dopo il disastro, dato che, stranamente, “Cernobyl” in ucraino significa appunto “assenzio”). Le centrali tradizionali dei paesi occidentali, assai meglio costruite di quelle sovietiche, hanno coperture solide e sofisticati sistemi di controllo multipli che più di una volta hanno impedito che si verificassero disastri. Anche l’incidente di Three Mile Island in Pennsylvania, il più grave mai verificatosi in Occidente, non ha avuto praticamente conseguenze. Le frenesie ecologiste che istericamente identificano la centrale nucleare con la bomba atomica sono perciò assolutamente infondate, anche perché di solito il carburante nucleare è ben diverso da quello usato per gli ordigni bellici. Inoltre al rifornimento di una centrale nucleare è sufficiente un solo carico di un aereo cargo perché la centrale funzioni senza ulteriori rifornimenti per dieci anni. Al contrario, una centrale a carbone, a petrolio o a gas necessita di un flusso continuo di rifornimenti. Ne consegue che sui rifornimenti di una centrale di questo tipo si possono lucrare frequenti mazzette, mentre per una nucleare la mazzetta si può ottenere una volta sola. Questo spiega egregiamente il peloso interesse di politici e alti funzionari statali a demonizzare l’energia nucleare e ad affidarsi invece ad altri tipi di centrali, più costosi per il bilancio statale, e quindi per i contribuenti, ma più graditi a lorsignori. Non è difficile, poi, immaginare quali reazioni susciti l’idea di una rete di centrali nucleari tale da ridimensionare l’uso del petrolio, presso le arcaiche corti degli sceicchi e negli uffici ad aria condizionata delle grandi compagnie petrolifere, e quali mezzi leciti ed illeciti simili ambienti, non escluso l’assassinio, siano in grado di mettere in opera per far accantonare l’opzione nucleare. Esiste quindi una tenacissima ragnatela di interessi costituiti e di superstiziosi isterismi che tenta di sbarrare la strada ad una soluzione razionale del problema energetico. Al di là di tutto ciò, tuttavia, il pericolo delle centrali nucleari tradizionali, per quanto remoto, è reale. Da una parte vi è il rischio di danni di origine naturale: tifoni, tornado e terremoti possono lesionare gravemente gli impianti e provocare fuoruscite di materiale radioattivo: un evento del genere non si è fortunatamente mai verificato, ma non lo si può escludere in futuro. D’altro canto gli impianti di sicurezza che dovrebbero spegnere la centrale in caso di incidente, per quando duplicati e triplicati, possono comunque guastarsi, o andare soggetti ad attentati terroristici, con conseguenze potenzialmente catastrofiche. È quindi giustificato, al di là degli allarmismi esagerati ed esagitati, eliminare gradualmente le centrali nucleari esistenti, ma non per sostituirle con fonti “pulite” come l’energia solare, eolica o dalle biomasse, alle quali non si deve peraltro certo rinunciare, ma che possono essere utili a scopi integrativi senza poter sostituire le fonti energetiche combustibili. I pannelli solari possono essere ottimi, in regioni soleggiate, per riscaldare l’acqua di un’abitazione, ma per rifornire una città intera di energia solare sufficiente ai normali consumi occorrerebbe infatti una centrale grande quanto la città stessa, senza contare le interruzioni di corrente in caso di prolungata nuvolosità. Anche l’energia eolica e quella dalle biomasse sono insufficienti ed inaffidabili per una produzione massiccia e continua quale è richiesta dall’economia moderna. La soluzione è invece data dai reattori nucleari a sicurezza intrinseca, a spegnimento passivo, protetti dal rischio di fusione del nucleo dalle medesime leggi della fisica che ne rendono possibile il funzionamento, e di cui esistono già prototipi funzionanti in Svezia e negli Stati Uniti. Nel primo paese è stato inventato il reattore ad acqua leggera PIUS (Process Inherent Ultimate Safety, “Assoluta sicurezza intrinseca al processo”), che si basa sull’immersione delle barre di combustibile, uranio o altro elemento radioattivo, in acqua pura, che permette il funzionamento del reattore, e in acqua contenente una densa soluzione di acido borico, separate da un sistema di pompaggio che le mantiene stratificate: per leggi fisiche indipendenti da qualsiasi meccanismo di sicurezza, non appena si verifica un incidente di una qualche gravità, la pompa viene danneggiata e l’acqua borata si mescola a quella pura bloccando l’emissione di radioattività, e quindi spegnendo il reattore. Ancor più sicuro è il reattore HTR (High Temperature Reactor, “Reattore ad alta temperatura”), realizzato negli Stati Uniti, che impiega come combustibile ossidi di uranio racchiusi in involucri di materiale ceramico, moderato a grafite, raffreddato a gas: la condizione di assoluta sicurezza è garantita dal fatto che gli ossidi di uranio hanno un altissimo punto di fusione, a 2600°C, ma la temperatura massima che il reattore può raggiungere, anche in caso di rottura del circuito di raffreddamento e perdita totale del refrigerante, è di 1600°C. Per maggior sicurezza l’involucro del reattore è progettato per resistere a temperature di 2000°C. In una conferenza al CERN di Ginevra, tenuta nel 1994, poi, il fisico italiano Carlo Rubbia ha presentato una sua importantissima teoria per un reattore a fissione pulito, basato sul ciclo torio-uranio con neutroni non più prodotti dalla classica reazione a catena ma ottenuti da un acceleratore di particelle, assicurando così l’impossibilità che la reazione sfugga al controllo e dia luogo ad esplosioni. Inoltre sarebbero prodotte meno scorie radioattive, dalle quali non sarebbe possibile ottenere materiali utilizzabili per costruire bombe. Appunto sul problema delle scorie si è spostato il tiro degli ecologisti, spiazzati dall’invenzione delle centrali intrinsecamente sicure. Non potendo più giocare sul rischio di esplosioni o di nubi radioattive, gli ecologisti si agitano sul problema del combustibile esaurito ma ancora radioattivo. Si tratta comunque di quantità limitate, poiché una carica di centrale nucleare dura una decina d’anni, e quando occorre sostituirla non è affatto necessario sotterrarla nelle terre emerse creando zone di relativo rischio, come è stato fatto in passato. Per conseguire il massimo della sicurezza, le scorie radioattive, chiuse in fusti impermeabili, possono venire calate su un fondo marino pelagico, a profondità di oltre 4000 metri, in prossimità di zone di subduzione, da un’apposita nave madre insieme a robot perforatori controllati a distanza, che avrebbero il compito di seppellire le scorie alla massima profondità possibile. A causa della subduzione, il deposito sottomarino verrebbe semplicemente trascinato dalle forze tettoniche compressive sempre più in profondità nella crosta terrestre nel corso di processi geologici ad una scala dei tempi misurata in milioni di anni. Sulla base delle tecnologie già esistenti, sviluppate per l’attività mineraria sui fondi marini pelagici, non dovrebbe essere impossibile realizzare un progetto del genere. L’energia prodotta dalle centrali nucleari è così economica che il sovrapprezzo per finanziare il costoso processo di eliminazione delle scorie sotterrandole nei fondi pelagici non sarebbe quasi avvertito. Ciò che invece vistosamente manca è la volontà politica. Se venisse ventilata seriamente una proposta del genere, non è difficile immaginare quali convulsioni isteriche provocherebbe negli esclusivi circoli iniziatico-esoterici delle oligarchie petrolifere e, di riflesso, nelle torme di ben manipolati ascari ecologisti. Esistono altre forme di produzione energetica alternative al petrolio. Perché dunque proprio l’alternativa nucleare suscita opposizioni così violente, mentre altre fonti, come quella eolica e la solare sono invece quasi sempre gradite alle oligarchie del petrolio e ai loro ascari? Il ricordo di Hiroshima e Nagasaki è ormai remoto, e se i mass media non vi insistono per motivi di propaganda, difficilmente possono esercitare un’influenza significativa. La risposta più verosimile è che il vento e il sole rappresentano false alternative, in grado di coprire solo una frazione minima del fabbisogno energetico, ma permettono agli ecologisti di far credere di essere animati da un sincero desiderio di produrre energia “pulita”, mentre le raffinerie continuano frattanto a pompare a tutta forza. Le opzioni energetiche eolica e solare rappresentano un esatto parallelo di quella che in politica si chiama un’opposizione di comodo. Questa è un’alternativa politica debole, rappresentata da partiti che non si oppongono seriamente al regime, ma gli garantiscono una “foglia di fico” di falso “pluralismo”, e quindi un’apparenza di “democrazia”. A questo servivano appunto i partiti non comunisti tollerati dai regimi comunisti dei paesi satelliti come la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, prima del crollo del Muro di Berlino. La tolleranza dipendeva dal fatto che tali partiti erano debitamente “addomesticati” . Ma non appena sorgeva in quei paesi un qualsiasi movimento fuori degli schemi di regime, capace perciò di rappresentare una minaccia per le poltrone della nomenklatura comunista, ecco che si udivano subito sferragliare di carri armati e tintinnio di manette. Analogamente, se le centrali eoliche o quelle solari fossero davvero competitive con quelle a idrocarburi, comincerebbero subito a comparire studi “scientifici” che ne scoprirebbero insospettati pericoli ambientali e danni per la salute. Ben presto Greenpeace, l’Aspen Institute, gli “Amici (sic) della Terra”, e tutte le altre organizzazioni che pretendono di vegliare sulla “salvezza” del mondo, si scatenerebbero in azioni dimostrative contro le centrali incriminate, gli ecoterroristi tirerebbero fuori la dinamite, mentre gli ubbidientissimi “disobbedienti” marcerebbero al grido: “Giù le mani dal sole e dal vento”, rovesciando e incendiando cassonetti della spazzatura e lanciando pietre e bottiglie Molotov contro gli agenti. Se si potesse avviare una nuova rivoluzione industriale, basata, oltre che sul nucleare intrinsecamente sicuro e sul trasporto rapido a levitazione magnetica, anche sull’industria dei computer e sull’agricoltura transgenica e le sue produzioni agropastorali ad altissima resa, l’economia ne sarebbe interamente rinnovata. Ciò tuttavia dà ombra a giganteschi e ben evidenti interessi costituiti, ai quali non è difficile mobilitare disinformatori di professione sia tra i professori universitari e gli insegnanti delle scuole, sia tra i giornalisti. A questi si aggiungono, a cascata, disinformatori in buona fede, quale confessa anche lo scrivente di essere stato, per un certo tempo, prima di capire che cosa c’è dietro certe ben concertate campagne di ossessivo ambientalismo. E i disinformatori a loro volta mobilitano masse di giovani ignari, pronti a trasformarsi in dimostranti travestiti da scheletri contro il nucleare o in deformi cucurbitacee contro i cibi transgenici, nella patetica convinzione di stare facendo qualcosa per “salvare il mondo”. Era del tutto prevedibile che contro il progetto di un autentico salto di qualità nello sviluppo economico si levassero obiezioni ed ostacoli d’ogni genere. Anche l’industria automobilistica, avendo puntato tutto o quasi sul motore a combustione interna, ha legato indissolubilmente i propri interessi alle lobbies petrolifere, e si tratta di lobbies a loro volta potentissime, specie nel mondo di lingua inglese, in grado di condizionarne pesantemente le politiche statali. E naturalmente il blocco di potere anglosassone atlantico, per quanto alleato dell’Europa, non ne vede troppo di buon occhio uno sviluppo tale da farne un forte concorrente: è la riedizione della vecchia rivalità con la Germania, già causa di tanti lutti. Tuttavia, la necessità di far fronte al terrorismo islamico sostenuto dai petrodollari degli sceicchi potrebbe portare anche gli elettorati dei paesi anglosassoni a riconoscere che i loro interessi non coincidono con quelli dei petrolieri, e di conseguenza a rendersi conto dell’opportunità di ridimensionare la dipendenza dal petrolio. A forza di produrre ottusamente fiumi di automobili, non si può che precipitare nella crisi e trascinare con sé le città che esclusivamente all’industria automobilistica e al suo indotto si affidano. Tecnologia matura e mercato saturo sono le due condanne dell’auto, cui si potrebbe aggiungere l’inquinamento atmosferico urbano e la congestione del traffico. Occorre trovare soluzioni nuove, e queste potrebbero essere offerte proprio dal più volte citato trasporto a levitazione magnetica e dalle centrali nucleari intrinsecamente sicure. Insieme all’elettronica, ai computer e all’agroindustria basata sugli organismi geneticamente modificati, potrebbe quindi formarsi una nuova costellazione di industrie altamente innovative e con vaste prospettive di mercato. Queste potrebbero essere le innovazioni chiave di una nuova rivoluzione industriale, così come le macchina a vapore, le macchine tessili e gli altiforni hanno costituito la costellazione vincente della prima rivoluzione industriale. Non è difficile immaginare quale scossa potrebbe dare all’economia languente (che si arrovella sul futuro dell’auto e sulla cassa integrazione) l’apertura di cantieri per la costruzione di centrali intrinsecamente sicure e di linee ad alta velocità a levitazione magnetica, la produzione in massa di alimenti geneticamente modificati che potrebbero risolvere e ridicolizzare il problema della fame, nonché l’impulso indotto che questi sviluppi darebbero all’elettronica e ai computer. Ma l’isterica furia ambientalista al soldo dei petrolieri e degli sceicchi lo permetterà? Senza alcuna seria base scientifica, la propaganda ecologista mira esclusivamente a suscitare stati d’animo di angoscia, paura, terrore. L’opinione pubblica viene trattata come i famosi cani di Pavlov (1943). Il fisiologo russo Ivan Pavlov (Ryazan 1849-1936) è il fondatore della teoria dei riflessi condizionati. Da buon materialista (e opportunista) aderì alla rivoluzione comunista sovietica, che lo coprì di onori e prebende. Le sue esperienze sui cani dimostrarono che le povere bestie, debitamente vivisezionate per raccoglierne la saliva, potevano venire condizionate a reagire a certi stimoli. Ad esempio veniva mostrato loro del cibo e contemporaneamente fatto suonare un campanello; i cani cominciavano a salivare alla vista del cibo, ma dopo un certo numero di volte reagivano salivando al solo suono del campanello anche se il cibo stesso non veniva più mostrato. I citrulli succubi della propaganda reagiscono allo stesso modo. Mediante il martellamento, da canali televisivi e giornali, sempre delle medesime frasi terroristiche accuratamente scelte, i babbei vengono condizionati ad associare a determinate innovazioni tecnologiche ed economiche delle immagini di immani catastrofi. Non è difficile, del resto, spaventare la gente, specie se a parlare di catastrofi è qualche “eminente scienziato”, il quale trae lauti guadagni dal catastrofismo, in forma di finanziamenti e notorietà, e che si darà da fare a rovinare la carriera di chi non la pensa come lui, o meglio, di chi non condivide i suoi interessi personali di mistificazione prezzolata. Ed ecco scatenata la serie di reazioni pavloviane secondo l’utile di chi vuol bloccare lo sviluppo perché ha immobilizzato enormi capitali in tecnologie obsolete (petrolchimica, automobili) e le innovazioni distruggerebbero il suo impero economico. Grazie a martellanti manipolazioni, la parola “natura” suscita immagini idilliche (anche se “madre natura” è spesso una matrigna assassina), per contro nominare l’energia nucleare suscita immagini come “bomba atomica = disastro nucleare = cancro = mostri”; parlare di organismi geneticamente modificati suscita convulsioni isteriche sul tema “violenza alla natura = veleni = mostri”; la menzione del trasporto a levitazione magnetica fa scattare il riflesso condizionato “elettrosmog = danni genetici = mostri”. I mostri sono inesistenti in tutti e tre i casi, ma i riflessi condizionati funzionano perfettamente perché, come dice il proverbio, “la madre dei citrulli è sempre incinta”. La psicologia di massa richiede soluzioni immediate e risposte semplici, slogan facilmente comprensibili, come “AIDS = peste del secolo”, “povertà = colpa dei ricchi”, “soluzione per la povertà = ridistribuzione”, “cambiamenti del clima = colpa dell’uomo”, e simili anestetici cerebrali.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
ENGDAHL E., FILIPPONI G., GASPARI A., PRINZI G., ROSSI C., SCHAUERHAMMER R., GALLIANO SPERI M. & TENNENBAUM J. (1991) Lo sviluppo dell’Europa ed il pericolo del movimento ambientalista, Roma, Vita Nova
PAVLOV I. (1943) I riflessi condizionati, Torino, Einaudi, 2a ed. (trad. d. russo)
TIETZE W. (cur.) (1998) Transrapid-Verkehr in Europa, Berlin – Stuttgart, Gebrüder Borntraeger
TIETZE W. & STEINMANN-TIETZE M. (2001) “Tasks facing European transport policy in the 21st century”, Promet, 2-3, pp. 65-75


  •  
  •  
  •  
  •