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La congiura contro la vita umana che caratterizza questi nostri tempi di “magnifiche sorti e progressive” è strettamente legata al risorgere dei miti pagani. Sulla scia delle eccentriche disquisizioni di James Lovelock (1979, 2000) si è cominciato a parlare della Terra come di un “essere vivente”, Gaia, una versione pseudoscientifica della divinità pagana Gea. Non poteva mancare una risorgenza del mito pagano contrario all’aumento di popolazione. Al terrore della “sovrappopolazione” fa riscontro un catastrofismo economico che attribuisce la povertà alle “troppe bocche da sfamare”, sulla linea della filosofia pagana. Sia Platone che Aristotele, infatti, sostengono, in politica, un perfettismo disumano, che si estrinseca in un rigido controllo statalistico e totalitario, incluso il controllo delle nascite per evitare una “eccessiva” crescita della popolazione ed anche per motivi eugenetici, ossia di difesa delle qualità della razza. Nel campo della politica, l’individuo è per Platone il male assoluto (Popper 1963). Governare significa essere come mandriani per il gregge umano. “Dev’essere pura la stirpe dei guardiani”, scrive Platone ne La Repubblica e, nelle Leggi, precisa che la città deve “far corrispondere il numero delle famiglie a cinquemilaquaranta” (numero divisibile per tutti i numeri interi da 1 a 10, oltre che per 12, ciò che permetterebbe allo Stato di amministrare il gregge umano più facilmente) e “le famiglie costituite e distribuite ora da noi, tante devono essere sempre e non mai crescere di una unità o calare di una”. Aristotele abbraccia interamente la filosofia platonica del controllo statale sulle famiglie e, nella Politica, scrive che, se il numero delle nascite non sarà contenuto, “accadrà fatalmente che i figli di troppo non possederanno più niente”, e inoltre si dovranno prendere “delle misure affinché le qualità fisiche dei bambini procreati rispondano ai desideri del legislatore”. Autoritarismo statalista, controllo delle nascite, eugenismo, sono quindi alla base delle concezioni politiche di questi antichi filosofi che tanta influenza hanno esercitato sulle generazioni successive. Il loro interesse in questa sede risiede nel fatto che proprio in Gran Bretagna, e successivamente negli Stati Uniti, simili progetti vengono ripresi, non più ad un livello astratto, ma gradualmente trasportati sul piano della pratica. Il mito del sovraffollamento riappare in Inghilterra nel sec. XVI. Thomas More (1480-1535), nella sua Utopia (1516) teme gli eccessi demografici, sia nel senso di uno spopolamento che di un sovraffollamento. Analogo il modo di pensare di Francis Bacon (1561-1626): negli Essays, apparsi nel 1596, scrive: “bisogna vigilare affinché la popolazione di uno Stato (….) non superi la produzione del Paese che la deve mantenere”. Thomas Hobbes (1588-1679), nel suo Leviathan (1571), evoca lo spettro della limitatezza delle risorse: “Quanto all’abbondanza delle materie prime, essa è limitata dalla natura dei beni che escono dalle due mammelle della nostra madre comune, cioè la Terra e il Mare”. Diversa era l’aria che si respirava in Francia. “La terra, ben coltivata, nutrirebbe cento volte più uomini di quanto non faccia oggi”, scriveva invece François de Fénelon (1651–1715) nel Telemaco (1699). Più tardi, tuttavia, il più cupo pessimismo sulle prospettive dell’umanità fece breccia anche in Francia e nel resto del mondo. Il neomalthusianesimo, che nacque con l’opera del Place (1822) raccomandò la contraccezione, mediante l’uso dei metodi allora conosciuti. Senza alcun progresso concettuale, i neomalthusiani del sec. XX, come Vogt (1948, 1960), Ehrlich & Ehrlich (1987, 1990) e i cosiddetti “esperti” gravitanti intorno al Club di Roma (Gabor & Colombo 1976, Kim 1980, Mann Borgese 1986, 1998, Meadows 1972, Mesarovic & Pestel 1974, Neurath 1994, Pestel 1974, 1989, Peccei 1974, 1981, Tinbergen et al. 1976), ripresero a rimestare piattamente con un vocabolario tecnocratico le medesime vecchie tesi profondamente viziate da schematismo e staticità, mentre, sul versante emotivo, tentavano di far breccia agitando spettri di fame, malattie, esaurimento delle terre coltivabili, inquinamento, guerre, e inveivano contro l’uomo con frenesia isterica. Tutto ciò non ha mancato di attirare sulle tesi del gruppo critiche assai pesanti (Braillard 1982, Clark 1973, Larouche 1983, Simon 1992), che hanno suscitato reazioni furiose da parte degli ecologisti, che sono giunti a parlare di “tradimento della scienza e della ragione” (Ehrlich & Ehrlich 1996). Nel complesso, comunque, la manovra contro la vita sta avendo un notevole successo, poiché sostenuta da potentissimi interessi finanziari (basti ricordare le fondazioni Ford e Rockefeller, di stampo massonico) e propagandata in modo ossessivo dai mass media. L’alternativa alle presunte “catastrofi” sarebbe il cosiddetto “sviluppo sostenibile” (Moll 1991), che naturalmente ha trovato seguaci e menestrelli anche in Italia (es. Pagnini Alberti & Nodari 1976, Vallega 1990, 1993, 1994, 1995, 1996). Se ciò significasse solo utilizzazione giudiziosa delle risorse e difesa contro l’inquinamento potrebbe meritare plauso, anche se occorrerebbe estenderlo soprattutto all’ambito politico, in opposizione ai troppi regimi oppressivi e “insostenibili” che ancora esistono (e che invece raccolgono osceni consensi e marce della “pace” ogni volta che qualcuno di essi viene abbattuto dall’unica potenza che ha i mezzi e il coraggio di farlo, gli Stati Uniti), senza contare che, in materia di inquinamento, quello peggiore e veramente “insostenibile” non è di natura materiale, ma è piuttosto l’inquinamento delle anime e dei cervelli. Il guaio è che l’intera filosofia che sta dietro al concetto di “sviluppo sostenibile” è pur sempre quella ambientalista, con il relativo isterismo ideologico, a sostegno di politiche antisviluppo e antiumane che servono ben precisi interessi costituiti di multinazionali petrolifere e chimiche legate da reti di affiliazioni massoniche. “Il mondo è malato di cancro; e il cancro è l’uomo”, farnetica Pestel (1974); e Peccei (1974) rincara la dose: “L’uomo ha inventato la storia del drago cattivo, ma se c’è mai stato un drago cattivo sulla terra questo è l’uomo stesso”, e ancora: “Che cos’è l’Homo sapiens? Il capolavoro della natura o un refuso sfuggito al controllo della selezione immediata?” (Peccei 1981). Crasso materialismo e riduzione dell’uomo a semplice animale, sulla scia delle traballanti illazioni di Darwin e del darwiniano tedesco Ernst Haeckel (1834-1919). Costui fu il creatore del termine “ecologia” (Ökologie), ed era fautore dell’eutanasia, ossia, per chiamare le cose col loro nome, dell’assassinio dei vecchi e dei malati, “inutili” alla società. Come già detto, ma giova ripetere, è questo l’inevitabile sbocco del materialismo: si comincia a cercare di uccidere l’immagine di Dio in se stessi e si finisce per uccidere gli esseri umani. Nel suo trattato Die Welträtsel: gemeinverstandliche Studien über monistische Philosophie (I misteri del mondo: studi interdisciplinari sulla filosofia monistica) egli scrisse che l’errore fondamentale del Cristianesimo è l’aver assegnato all’uomo il dominio sulla natura: una bestemmia spesso ripetuta dai settari dell’ambientalismo. In un’intervista rilasciata nel 1989 a Bernd Lotsch e Hubert Weinzierl, il fondatore dell’etologia (scienza del comportamento animale, da non confondersi con l’ecologia, scienza dell’ambiente), il celebre Konrad Lorenz, guru degli “animalisti” ha espresso “una certa simpatia per l’AIDS” perché, decimando l’umanità, potrebbe impedire ulteriori danni all’ambiente. Del medesimo tenore, e ancor più deliranti, le esternazioni dello statunitense David Foreman, pregiudicato per terrorismo di stampo ecologista, esponente delle associazioni ambientaliste Wilderness Society e Deep Ecology, redattore della rivista Earth First (“L’AIDS non è una maledizione, esso deve essere salutato come un rimedio naturale per ridurre la popolazione del pianeta” e “L’umanità rappresenta il cancro del mondo vivente”), e di Ann Trophy, su Earth First (“Come ambientalisti radicali, riteniamo che l’AIDS non sia un problema ma una necessaria soluzione”). In un libercolo dal titolo “Ecologia domestica”, il presidente del WWF Italia, Fulco Pratesi, ha suggerito di abolire la tumulazione dei morti e di sostituirla con l’esposizione dei cadaveri agli uccelli rapaci, affinché li divorino, secondo l’usanza dei Parsi dell’India. L’ecologa Laura Conti, poi, ha suggerito di produrre cibo per cani e gatti a base di carne umana, suggerimento che Pratesi ha rilanciato con approvazione. Ingrid Newrick, presidente del principale movimento animalista degli USA, ha dichiarato al Toronto Star dell’8 dicembre 1986: “I sostenitori della liberazione degli animali non considerano l’animale umano come un’entità separata. Non esiste quindi una base razionale per asserire che un essere umano abbia diritti particolari. Un topo non è diverso da un maiale, né da un cane, né da un bambino”. L’australiano Peter Singer, altro guru degli animalisti, autore di Animal liberation e Should the baby live? The problem of handicapped children, ha raccomandato l’eliminazione dei bambini handicappati, dei vecchi e dei malati terminali, asserendo che è più morale sopprimere un bambino handicappato che uno scimpanzé sano: “il principio della santità della vita, adottato dalla tradizione cristiana, — farnetica costui — non rappresenta una caratteristica fondamentale della società civile” (le citazioni di cui sopra in Gaspari, Rossi & Fiocchi 1991). Gli ecologisti hanno steso un fitto velo di imbarazzato silenzio su un fatto ignoto ai più: fra i più assidui sostenitori dell’ambientalismo vi era Hitler. Il nazismo praticò su vasta scala la “soluzione finale”, ossia l’assassinio di massa, contro gli handicappati prima di applicarla alla gente sana. Le leggi naziste contro la caccia e per la tutela della natura erano di ineccepibile stampo ambientalista. Un’altra connessione non detta, non dicibile e che è politicamente scorretto nominare, è quella col satanismo. Membri delle massime organizzazioni mondiali impegnate nella “battaglia ecologista” per “salvare il mondo”, quelle stesse a cui gli Stati sovrani stanno svendendo la sovranità che hanno avuto in custodia dai loro popoli, dietro la maschera degli “interventi umanitari” trafficano in organi umani strappati ai poveri del Terzo Mondo e creano reti di pedofili dove si vendono, come “merce” da consumare atrocemente, corpi di bambini. In certi paesi reti pedofile e ambienti governativi addirittura coincidono e certe alleanze politiche sono saldate dalla partecipazione a comuni, occulte aberrazioni sessuali. Inoltre, queste aberrazioni hanno carattere rituale, sono veri e propri sacrifici umani, riti satanici, messe nere: quello che in passato l’Inquisizione reprimeva con severità implacabile, e che oggi dilaga senza controllo, solo occasionalmente registrato dai giornali (Cosco 1997). Dal Corriere della Sera (28/7/1990): “Orrore a Londra dopo la scoperta di un mercato di pellicole per pedofili con riprese dal vero. (…….) Scotland Yard teme che almeno venti bambini, scomparsi senza lasciare traccia negli ultimi sei anni abbiano fatto una fine orribile. Una squadra speciale è stata formata per indagare nel lurido mercato dei video pornografici snuff destinati a pedofili sadici. La parola snuff in gergo significa ’morire, spegnersi’ e in questi video le piccole vittime sono riprese dalle telecamere mentre sono torturate e uccise dopo aver subìto violenze sessuali. La polizia è convinta che almeno sei bambini siano morti in questo modo a Londra e nella contea del Kent. L’Inghilterra (…….) ha appreso con orrore che in seno alla società circolano mostri pronti a filmare i tormenti, l’agonìa e la morte di bambini per soddisfare il piacere perverso di tanti altri mostri pronti a pagare dieci milioni per una copia del film”. Per una più ampia prospettiva su queste orrende realtà si fa riferimento all’opera Riti e crimini del satanismo del Prof. Del Re (1994) dell’università di Camerino. Ovviamente, simili mostruosità sono tutt’altro che esclusive dei paesi di lingua inglese. Tutto il mondo ne è invaso: numerosi gravissimi casi sono apparsi di recente nella stampa quotidiana riguardo all’India e a vari paesi dell’Africa nera, in parallelo al dilagare nei medesimi paesi delle persecuzioni contro i missionari cattolici e i convertiti locali. Culti tribali, satanismo e il veleno della gnosi, che pretende di “liberare” l’uomo da ogni limite: il “libero esame” protestante hanno segnato la strada di una così ampia diffusione di simili mostruosità in culture lontane l’una dall’altra. Attraverso la secolarizzazione e le elucubrazioni ideologiche, certi cattolici hanno superato i maestri protestanti. Per difendersene occorre, come insegna Maurizio Blondet (in Cosco 1997) “imparare a diffidare dei ’buoni’ e della ’bontà’, specie di quella ideologica e politica, che promette di liberare l’uomo dalle leggi, dalle norme, dai limiti di ogni tipo. Bisogna diffidare acutamente delle organizzazioni burocratiche che dicono di agire ’per puri scopi umanitari’ (…….) di magistrature che, anziché punire assassini pluriomicidi li premiano in nome di una pretesamente più importante ’lotta alla mafia’, rovesciando di fatto la legge penale. (…….) Purtroppo, la confusione satanica s’è infiltrata — non di rado con l’affiliazione a sette segrete, o a indecenti fraternità omosessuali — anche in quella che dovrebbe essere l’agenzia suprema del Verbo. Diffidate di certi cardinali (…….) che ripetono che bisogna ’perdonare’, specie gli omicidi. Il loro super-cristianesimo pretende di essere più ’buono’ di Cristo (…….). Di Farisei buonisti, più pietosi, più ’buoni’ di Cristo, oggi è pieno il mondo. (…….) Cristo (…….) non abolisce la legge penale — sa che se il male non è punito, dilagherà l’odio (…….). Neppure Cristo, che perdona l’adultera e il ladrone, perdona chi non si pente. Perdonare chi non si pente, infatti, è il perdono satanico: perché viola la Legge (…….) significa volere che nel mondo non viga alcun’altra legge che questa: ’Fa’ ciò che vuoi’, il motto dell’iniziazione satanica”. L’abolizione di ogni legge non può che portare al disastro. Bisogna avere il coraggio di guardare il fondo dell’abisso nel quale l’ideologia dominante ammantata di buonismo ecologista ci sta conducendo. Due frasi terribili, una di un intellettuale, l’altra di un uomo politico, dipingono una verità fin troppo evidente: “Gli europei stanno suicidandosi per denatalità” (Aron 1983), “La maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale sta suicidandosi, suicidandosi con la demografia, senza nemmeno averne coscienza” (Michel Rocard, primo ministro francese, 20/1/1989, cit. da Dumont 1991). Matrimonio differito, bambino differito, famiglia umiliata, negata, distrutta dall’egoismo, dall’edonismo, dall’omosessualismo. Ma la coppia formata dai genitori è insostituibile. “Tutte le società che hanno proposto soluzioni collettivistiche miranti alla distruzione della famiglia, dalla città platonica al modello marxista-leninista passando per la severa eugenica Città del Sole di Tommaso Campanella (1637) sono state destinate al fallimento. Rileggendo Il mondo nuovo pubblicato da Aldous Huxley nel 1932 ci si accorge dove può condurre la volontà di distruzione dei sentimenti paterni e materni.” (Dumont 1991). L’incapacità di comprendere è sostenuta dalla volontà di chiudere gli occhi per continuare a fare i propri egoistici comodi. Un video prodotto in endoscopia, che mostra la disperata lotta di un feto di poche settimane per sopravvivere, mentre sta per essere risucchiato dall’infernale apparato dell’aborto, non è stato accettato dalle reti televisive in Gran Bretagna, Stati Uniti e in tutti gli altri paesi occidentali, con la scusa che avrebbe “impressionato” gli spettatori. Le medesime reti televisive mostrano a getto continuo film di violenza, perversione e orrore che evidentemente non vengono ritenuti tali da “impressionare” gli spettatori. È palese che la censura al video antiabortista ha avuto tutt’altra origine: dai gruppi di pressione finanziari e tecnocratici che manovrano le campagne abortiste. E si può star certi che nessuno mostrerà in televisione la tecnica più recente di aborto inventata negli Stati Uniti: un metodo che se fosse applicato alle foche scatenerebbe la “virtuosa” rivolta degli animalisti, ma poiché si tratta di bambini passa per una conquista civile. È l’aborto “a nascita avanzata” o “parziale”, praticato quando la creatura è già oltre la ventesima settimana. Il feto viene estratto dall’utero ancora vivo. Siccome pugnalarlo col bisturi o spappolargli la testa contro uno spigolo farebbe apparire in modo troppo evidente la natura omicida del procedimento, è stato escogitato per ucciderlo un sistema molto più elegante: gli si infila un catetere nel cranio e si aspira un po’ di cervello. L’esito è assicurato: il bambino muore. È una realtà crudele e malvagia, sostenuta con brutale arroganza da pseudoscienziati che controllano cattedre, sinecure e prebende accademiche da distribuire o negare agli allievi a seconda della loro docilità e ignoranza (qualità assai apprezzata perché l’allievo asino evita di far risaltare l’asinità del maestro), ma la maggior forza della propaganda contro la vita è proprio ignorare la realtà, complici le farneticazioni filosofiche imperversanti; scetticismo e storicismo: i due paraocchi che impediscono l’esame della realtà, di quella realtà che dà fastidio ai settari di turno. Il neorelativismo pretende di sviluppare studi “scientifici” puramente meccanici e asettici, spesso conditi di modelli matematici, ma che escludono qualunque riferimento ai comportamenti dello spirito umano, che bollano come “emotivo” ogni riferimento alla vita spirituale. I prodotti di simili studi non sono che ideologia dissimulata da un linguaggio scientifico il più oscuro ed astruso possibile. Possono essere metodologicamente ineccepibili sul proprio terreno, ma creano l’illusione di aver compreso e di conoscere ciò che non si comprende e non si sa, e che probabilmente non si vuole affatto comprendere né sapere: “gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Giovanni 3, 19). Si giunge così ad oscurare le realtà fondamentali, le realtà di fondo dell’umanità, come la famiglia, da sempre la cellula di base di ogni società, con tutta l’arroganza e il disprezzo di cui i grandi e prestigiosi studiosi sono capaci nei confronti del “banale buon senso” della “gente comune”. Dappertutto esiste l’istituzione del matrimonio, soprattutto per dare ai nuovi nati “uno statuto di legittimità”, e nonostante i mutamenti che l’istituto familiare ha conosciuto nelle diverse culture ed epoche, è pur sempre chiaramente riconoscibile attraverso il tempo ed ha sempre costituito la cellula fondamentale di ogni società, fin dalla preistoria, né è risultato di un’evoluzione ma risponde ad un’esigenza primaria della persona umana, dato che la si ritrova in civiltà lontanissime che ignoravano completamente l’esistenza l’una dell’altra (Burguière et al. 1994). “Quando il consumo prevale sulla vita le società favoriscono le spese che apportano all’economia i più grandi benefici immediati. Se le cose stanno così, non c’è proprio posto per il bambino. Egli genera infatti spese d’investimento — quello che in linguaggio economico viene detto ’investimento in risorse umane’ — più che spese di consumo. Genera spese utili più che spese futili. Genera bisogni da soddisfare più che bisogni da saziare. È un fattore di povertà per una società sradicata, in cui le mode dominanti si oppongono a progetti che salderebbero uomini e generazioni in comunità di destino. Non è dunque sorprendente che il bambino europeo sia divenuto raro. Le interazioni tra i nuovi procedimenti tecnici, totalmente efficaci e le evoluzioni sociologiche hanno logicamente condotto a questa specie di complesso di Crono che si traduce nella diminuzione della gioventù della popolazione, nel suo invecchiamento.” (Dumont & Sauvy 1984). I manovratori della lobby abortista trovano quindi potenti alleati nell’egoismo e nel consumismo materialista largamente diffusi. L’espressione “complesso di Crono”, adottata anche dal Dumont (1991), il cui libro si intitola “Il festino di Crono”, si riferisce al mito greco del dio Kronos, o Crono, il Saturno dei Romani, il quale aveva l’abitudine di divorare i propri figli per impedire che un giorno lo spodestassero. Crono voleva fermare il tempo e bloccare il cambiamento che è inerente alla vita, per prolungare egoisticamente il proprio dominio e il proprio piacere. Il grande pittore spagnolo Francisco Goya (1746-1828), verso la fine della vita, dipinse nella sua villa presso Madrid l’immagine di Crono intento a divorare un figlio: calzante rappresentazione della congiura contro la vita, nella quale si distinguono le femministe più esagitate le quali, del tutto prive di qualsiasi traccia di affetto che non sia quello per se stesse, scambiano l’avere figli come una forma di “soggezione al potere maschile”: idee come amore e dedizione, e la dolcezza di avere un bambino non entrano in menti che vivono schiave di un mostruoso egoismo, dietro le sbarre dei propri comodi. Alla Conferenza di Dacca (Bangla Desh, allora Pakistan Orientale), tenutasi dal 28 gennaio al 4 febbraio 1969 e presieduta da Bernard Berelson, le più significative proposte contenute nei vari interventi, e sintetizzate dallo stesso Berelson (1969), facevano leva proprio sull’egoismo e il consumismo. Esse comprendevano: (1) la liberalizzazione dell’aborto; (2) la sterilizzazione, anche all’insaputa delle popolazioni, mediante l’inquinamento delle acque potabili con sostanze apposite; (3) tasse sulle nascite e sgravi fiscali alle famiglie con pochi figli; (4) promozione del lavoro femminile fuori casa per offrire alle donne ruoli e interessi al di là del matrimonio e dei figli; (5) disintegrazione della famiglia mediante la promozione del consumismo; (6) istituzione di matrimoni a tempo senza figli (un gruppo di intellettuali in Gran Bretagna ha chiesto nel 1997 un contratto nuziale con scadenza concordata e rinnovabile); (7) rifiuto di assistenza ai paesi che non limitano le nascite. A questo proposito, Paul Ehrlich, a Dacca, affermò categoricamente: “Si deve rifiutare ogni solidarietà internazionale a quei paesi in rapida crescita demografica che non compiono ogni sforzo per limitare la popolazione. Gli Stati Uniti dovrebbero servirsi del loro potere e del loro prestigio per esercitare una forte pressione diplomatica o economica su quegli Stati o quelle organizzazioni [evidente l’accenno alla Chiesa cattolica] che in qualche modo ostacolano la soluzione del problema più grave del mondo”. La contraccezione è un altro degli aspetti della congiura contro la vita. La pillola anticoncezionale fu sperimentata dal biologo Gregory Pincus a Portorico a partire dal 1956, e la spirale alcuni anni più tardi. Ancor prima che queste “tecniche” diventassero utilizzabili su larga scala, si fondarono simultaneamente nel 1952 gli organismi privati che si sarebbero incaricati di diffonderle in tutto il mondo: il Consiglio della popolazione (Population Council) a New York e, a Bombay, la Federazione internazionale della Pianificazione familiare. (De Lagrange et al.1979). Sul Consiglio della popolazione, fondata dal magnate della finanza John D. Rockefeller III, disponiamo di ampie testimonianze ad opera del presidente e direttore generale dell’organizzazione, Bernard Berelson (Berelson 1965, 1969, 1974, 1975, 1979a, 1979b; Berelson, Ross & Parker Mauldin 1988). Ne emerge che John D. Rockefeller era interessato alla limitazione delle nascite già prima della seconda guerra mondiale: egli apparve sempre del tutto incapace di apprezzare i ben noti rischi della denatalità ottenuta mediate aborto o contraccezione: invecchiamento della popolazione, disastro finanziario della previdenza sociale, degrado morale e perdita di speranza nella gioventù. Il grande magnate si riempiva la bocca del suo motto: “arricchire la vita”, ma non sembra proprio che la separazione fra sessualità e procreazione, con la relativa denatalità, abbia arricchito la vita. Nel 1910 apparve l’opera di Ellis (1939) sulla “psicologia del sesso”, che già proponeva l’aborto, pratica allora proibita in Gran Bretagna da una legge del 1861 che lo considerava fra le offese contro la persona. Qui, come negli USA, le femministe furono all’avanguardia a chiedere, accanto a rivendicazioni legittime, come eguaglianza di diritti e il voto alle donne, anche il “controllo delle nascite”, unito al “progresso razziale”. “Le più attive erano negli USA, nel 1910, Margaret Sanger, in Gran Bretagna Marie Stopes (fondatrice, insieme al marito Humphrey Verdon Roe, della “Clinica della Madre per il Costruttivo Controllo delle Nascite e il Progresso Razziale”) e soprattutto la signorina Stella Browne, socialista e femminista: per lei molto più importante della pianificazione familiare è l’”autodeterminazione sessuale” delle donne, al punto di auspicare non solo i metodi contraccettivi, ma anche l’aborto, nel suo intervento alla Conferenza internazionale del neomalthusianesimo e del controllo delle nascite, tenuta a Parigi nel 1922.” De Lagrange et al. (1979). La Stopes, autrice di varie pubblicazioni (1926, 1927, 1930, 1931, 1932), tradotte in diverse lingue, venne acclamata come grande personalità, scambiò corrispondenza con alcuni dei maggiori scrittori del suo tempo, come G.K. Chesterton e G.B. Shaw, e ricevette, già da viva, e ancor più da morta, gli osanna di una coorte di biografi che la salutavano come “missionaria laica”, “crociata”, “autrice della rivoluzione sessuale” (Begbie 1927, Briant 1962, Coldrick 1992, Hall 1977, 1978, Maude 1924, Ross 1993). Su queste posizioni materialiste, il liberale Occidente si allinea alla dittatura comunista. “Stella Browne si entusiasma per le scelte sovietiche [decreto per la liberalizzazione dell’aborto, 18/11/1920] e, grazie ad esse e con il sostegno di altri promotori del controllo delle nascite, dà un deciso impulso alla sua battaglia per la liberalizzazione dell’aborto. La si incontra all’importante congresso di Londra (1929) della Lega mondiale per la riforma sessuale ed è tra i membri fondatori, nel 1936, dell’Associazione per la riforma della legge sull’aborto, con Janet Chance, Joan Malleson e Dora Russell. La nuova posizione dell’URSS, che nello stesso anno 1936, di fronte alla crescita del numero degli aborti e alla caduta catastrofica delle nascite, proibisce per decreto (27 giugno) l’aborto — salvo eccezioni per casi in cui esiste un’indicazione medica —, non induce Stella Browne e i suoi amici inglesi a mutare il loro orientamento.” (De Lagrange et al. 1991). Il Congresso internazionale della Lega mondiale per la riforma sessuale, tenutosi a Londra nel 1929, fu infatti dominato dall’”affascinante” esperienza sovietica in fatto di aborto, nonostante che la stessa Unione Sovietica stesse per fare macchina indietro, spaventata dal drammatico crollo delle nascite, come in effetti fece nel 1936. Nel mondo anglosassone, l’aggressione alla vita si fece sempre più aperta con la fondazione, sempre a Londra, della già ricordata Associazione per la Riforma della Legge sull’aborto. Nello stesso anno usciva il libro dello statunitense Taussig (1936), Abortion control through birth-control, patrocinato dall’organizzazione privata statunitense denominata “Comitato nazionale per la Salute materna”. Segretario di tale organizzazione era il dottor Robert L. Dickinson, che aveva incoraggiato Taussig a scrivere il libro sull’aborto, e che ne pubblicò un altro sul medesimo argomento due anni dopo (Dickinson 1938). Evidente è il legame fra i due movimenti abortisti sulle due rive dell’Atlantico: in entrambi si faceva leva sulla contraccezione, più accettabile, per aprire la strada all’aborto. La seconda guerra mondiale fece passare in secondo piano il problema, che tuttavia riemerse violento a partire dal 1963, quando una femminista radicale di sinistra assunse la presidenza dell’Associazione per la Riforma della Legge sull’aborto (ALRA). Si trattava di Vera Houghton, moglie di Douglas Houghton, presidente del gruppo parlamentare laburista alla Camera dei Comuni britannica. In precedenza, Vera Houghton era stata segretaria esecutiva della Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare, che ha sede a Londra ed aveva già fuso i vari movimenti nazionali per la “pianificazione familiare”, sotto gli auspici di Fondazioni private americane. Sotto l’energica direzione di Vera Houghton, gli associati all’ALRA quintuplicano, superando il migliaio nel 1966, ed organizzano lobbies sia nella Camera dei Comuni che in quella dei Lord. Fondazioni statunitensi versarono generosi contributi finanziari all’associazione. Accompagnata da una ossessiva propaganda, che presentava l’aborto come una benefica misura filantropica volta ad eliminare l’aborto clandestino, la legge che liberalizzava tale pratica venne votata il 27 ottobre 1967 alla Camera dei Comuni e diventò esecutiva il 26 aprile 1968. In realtà, le statistiche delle presunte “morti per aborto clandestino” erano state paurosamente gonfiate mediante cervellotiche “stime” che nulla avevano di scientifico (De Lagrange et al. 1979): un disonesto metodo che verrà applicato via via in ogni Paese, inclusa l’Italia, per circonvenire e plagiare l’opinione pubblica. Gli USA giunsero poco dopo all’introduzione massiccia dell’aborto, con la decisione del 22 gennaio 1973 della Corte Suprema che dichiarava incostituzionali le leggi statali che limitavano la pratica dell’aborto. In entrambe la nazioni anglosassoni, fu in pratica quasi soltanto la Chiesa cattolica ad opporsi con tutta la sua forza, ma naturalmente invano, all’aggressione contro la vita. Fu soprattutto la nuova legge britannica a servire da modello per analoghe iniziative nei paesi sottosviluppati, quelli appunto di cui maggiormente ci si preoccupava per contenerne la crescita e mantenere invariati i rapporti di forza internazionali, ma furono il governo federale statunitense e le fondazioni private americane, come la Ford e la Rockefeller, a costituire la maggior forza di pressione, data la loro preponderanza in fatto di mezzi finanziari. La concessione di aiuti internazionali ai paesi poveri o “in via di sviluppo”, infatti, come suggerito alla Conferenza di Dacca ricordata sopra, venne subordinata all’adozione di politiche di controllo delle nascite, mediante contraccezione, sterilizzazione e (dove era possibile farlo accettare alle popolazioni) aborto, anche se taluni di questi paesi sono in effetti sottopopolati e non hanno un incremento demografico particolarmente rapido. Il contributo del femminismo a tutto questo disastro morale e materiale è evidente. Senza la “rivoluzione sessuale” femminista, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. Occorre ovviamente distinguere un femminismo civile, che chiede solamente il riconoscimento che la donna è cittadina a pieno titolo — ciò che è senz’altro un valore positivo — dall’iperfemminismo e dal neoiperfemminismo. L’iperfemminismo è apparso negli anni Sessanta: proclamava che la donna doveva rifiutare il suo ruolo di madre, diventare “maschio”, distruggere la differenza biologica. Fallita questa ridicola pretesa, si è pensato, negli anni Ottanta, di capovolgere la prospettiva inventando il neoiperfemminismo: è il maschio che dovrebbe essere “omologato alla donna” (Dumont 1991). Miserabile società da cui, svanita la differenza dei sessi, è negata la famiglia, né l’individuo può completarsi nell’altro, perché sono tutti “uguali” e quindi soli. Il neoiperfemminismo tende a produrre leggi contro la famiglia, come la possibilità di adozione a coppie omosessuali. I media hanno largamente propagandato come “progressista” e “tollerante” questa ideologia che porta a distruggere i valori chiave di qualunque società. Un autentico terrorismo intellettuale demonizza e copre di ridicolo chi difende la famiglia. Anche qui, come abbiamo visto, la tecnologia, con l’inseminazione artificiale, è venuta in soccorso dei distruttori. “Come le economie dei paesi marxisti hanno dovuto dichiarare bancarotta in seguito all’applicazione di un’ideologia anti-imprenditoriale, così le popolazioni dei paesi occidentali rischiano fra non molto la bancarotta per l’invecchiamento della loro piramide di età, in seguito al dominio dettato nelle linee politiche dalle ideologie antifamiliari.” (Dumont 1991). Siamo ovviamente di fronte ad un sistema coordinato, integrato e coerente di innovazioni disintegrative, che stanno conducendo la maggior parte dei paesi europei, Gran Bretagna in testa, alla rovina. Lo prova, fra l’altro, la Conferenza organizzata a Bucarest dalle Nazioni Unite nel 1972, ha segnato un netto punto di svolta. Doveva infatti servire a dare maggior impulso al contenimento delle nascite nei paesi in via di sviluppo. Questi tuttavia si ribellarono, Argentina in testa, contro una politica demografica voluta e guidata dalle potenze anglosassoni per il loro esclusivo interesse, a danno dei paesi meno sviluppati. È stato così inferto un colpo mortale all’idea che limitare le nascite sia la panacea per il cosiddetto “Terzo Mondo”. Al tempo stesso, questa ideologia, questo complotto premeditato e organizzato da tecnocrati e finanzieri ai danni dei paesi poveri, si sta sempre più rivelando un boomerang che intacca la vitalità dei paesi anglosassoni, e di quelli occidentali in genere, che sono stati tanto ciechi, egoisti e corrotti da seguire gli anglosassoni su una china tanto scivolosa. Tutti i paesi occidentali che hanno introdotto l’aborto, hanno immediatamente riscontrato un netto calo di natalità che ha portato le nascite al di sotto di quel numero di due per donna in età feconda (in effetti 2,1 per compensare i decessi per incidenti) che è indispensabile per rimpiazzare almeno la popolazione esistente. Basti l’esempio dell’Inghilterra e del Galles, dove nel 1967, anno dell’approvazione della legge per liberalizzazione dell’aborto, il numero di bambini per donna fertile era 2,6; già nel 1973 tale numero era sceso a 2,02; nel 1977 a 1,68. Persino in Irlanda, sapientemente organizzati dalla massoneria che tira i fili da Londra, fautori della “rivoluzione sessuale” e abortisti stanno cercando di prevaricare sulla maggioranza cattolica, sebbene finora senza successo. Life, l’organizzazione britannica per la difesa della vita, accusò nel 1998 la politica governativa per il vertiginoso aumento di gravidanze di minorenni: contraccettivi e un’”educazione sessuale” del tutto svincolata da qualsiasi valore morale, e persino da qualsiasi avvertimento sui rischi per la salute, fanno sì che la Gran Bretagna detenga il primato mondiale delle gravidanze di minorenni, il 52% delle quali termina in aborto. Nel 1973 una bambina di 10 anni ha legalmente abortito (De Lagrange et al. 1979). Ha creato scalpore, nel 1999, il caso di un ragazzo quattordicenne di Sheffield divenuto padre. Il ragazzo stesso, che ha rifiutato l’aborto, ha accusato il sistema scolastico: “Sono troppo esplicite le lezioni di educazione sessuale. A scuola ci fanno vedere dei video che dovrebbero essere educativi. Invece sono pieni di corpi nudi e non fanno altro che svegliare il nostro istinto sessuale. Ce li mettono davanti quando siamo ancora bambini e all’improvviso diventiamo adulti”. Il ragazzo ha avuto il suo primo rapporto a nove anni. Nessuno gli ha mai spiegato, sottolinea, che il sesso dovrebbe andare assieme all’amore. E del resto, dal 1996, un consultorio medico di Bristol (The Amelia Nutt Family Planning Clinic) si è messo a distribuire preservativi a bambini e bambine di nove anni. Nel 1995 il Times di Londra riferì che molte aspiranti donne in carriera si fanno sterilizzare fin da ragazze per non correre il rischio che, in seguito, una gravidanza possa ostacolarle sul lavoro e nella vita mondana. Il fenomeno, conseguenza delle crescenti ambizioni sociali ed economiche, era inesistente fino ai primi anni Novanta. I medici britannici solitamente rifiutano di rendere sterile una donna al di sotto dei ventotto anni che non abbia validi motivi di salute, ma i centri intitolati a Marie Stopes (Marie Stopes International) ed altri consimili effettuano sempre l’intervento su semplice richiesta. Sul piano delle patologie infantili, il disastro è evidente. Bambini cresciuti in famiglie sfasciate dal divorzio o distrutte dalla povertà, che crescono soli, “con la chiave di casa intorno al collo”, che tornano nel pomeriggio da scuola in dimore vuote e fredde, si piantano davanti al televisore e si cibano di patatine e Coca Cola. Quattro bambini su dieci in Gran Bretagna soffrono di disturbi mentali più o meno transitori, e un quarto della popolazione infantile ha gravi malattie mentali che vanno dalle psicosi alle tendenze suicide, alla depressione, alla violenza, e che spesso non vengono curate o a cui si rimedia con molto ritardo. La progressiva distruzione delle famiglie, l’assenza dei genitori, la mancanza di una figura paterna, le inadempienze dei servizi sanitari e delle cure per i bambini affidati allo Stato contribuiscono a spiegare il grave degrado, che ha reso le scuole britanniche estremamente pericolose e violente. Nell’estate del 1995 il quartiere di Marsh Farm, a Luton, è stato messo a ferro e fuoco da bande di minorenni annoiati che hanno incendiato automobili e tre scuole, tentato di incendiare un distributore di benzina, assalito i pompieri e la polizia. Alcuni dei teppisti avevano dodici anni. Il quartiere, socialmente depresso, è di quelli sorti negli anni Settanta sotto i laburisti, sempre affetto da un’elevata criminalità giovanile, specie in epoche di recessione: quartieri esteticamente disastrosi, dove manca un radicamento alla storia e alle tradizioni, risultato delle utopie partorite a tavolino da architetti e urbanisti. Un ragazzo indiano di nome Rashid ha spiegato: “Che futuro abbiamo? Nulla, assolutamente nulla. Niente lavoro, niente soldi, niente auto, niente divertimenti. L’unica cosa che ci diverte un po’ è attaccare la polizia. È l’unica cosa che ci dà un fremito di eccitazione; è un modo di uccidere la noia”. Da gennaio ad aprile del 2000 gli incendi appiccati dai giovani delle scuole, con una media di tre al giorno, hanno causato danni per 150 miliardi di lire (€ 77 milioni). Molti piromani agiscono in preda all’alcol o alle droghe. In compenso è spaventosa l’ignoranza degli adolescenti britannici. Secondo un sondaggio del Reader’s Digest, tenutosi nel 1993, uno ragazzo su dieci non era neppure in grado di trovare sulla carta geografica il proprio Paese. Appena il 2% ricordava la data dello sbarco di Guglielmo il Conquistatore in Inghilterra. Oltre metà non sapeva chi è l’autrice di Orgoglio e pregiudizio. A 17 anni un ragazzo su quattro naufragava nel calcolo di quante banconote da 5 sterline ci vogliono per farne 65. Appena un terzo degli adolescenti conosceva il nome di almeno due ministri in carica. Su un campione di 500 adolescenti nemmeno uno aveva risposto con esattezza a tutti i diciannove quesiti del sondaggio. Tutti però sapevano che l’età minima per l’acquisto di bevande alcooliche è diciotto anni. Nel 1997 il capo ispettore didattico Chris Woodhead rivelò che in Gran Bretagna vi erano 3.000 presidi da considerare incapaci, come pure 13.000 insegnanti, e che il 16% delle lezioni erano insoddisfacenti. Con sempre meno bambini, e quei pochi sempre più viziati, svogliati e ignoranti, i popoli ricchi si chiudono nell’edonismo, nell’egoismo, nel consumismo, nella pretesa che tutto sia perfetto e di loro gradimento. Perfetta dev’essere la nascita, le rare volte in cui si accetta un figlio. Riemerge il perfettismo che caratterizzava le filosofie pagane di Platone e Aristotele, e riemerge soprattutto in Gran Bretagna. Sette genetisti si riunirono in Scozia nel 1939 per proporre che si utilizzassero le manipolazioni genetiche per migliorare l’intelligenza della popolazione. Francis Harris Compton Crick, un inglese premio Nobel per la medicina nel 1962 voleva che il diritto di mettere al mondo un bambino fosse concesso esclusivamente a genitori di comprovate qualità genetiche (Dumont 1991). Proposte del genere, che ricordano le teorie hitleriane, rappresentano esempi di quella che gli antichi Greci chiamavano “hubris”, ossia “orgoglio, empietà”, in pratica l’ambizione di eguagliare Dio, esattamente come Lucifero. Purtroppo lo sviluppo tecnologico non manca di favorire simili aberrazioni. Scrive il Thuillier (1990): “Molti indizi mostrano il riunirsi di numerose condizioni favorevoli all’insorgere dell’eugenismo. Le biotecnologie della riproduzione umana, la fecondazione in vitro, la banca dello sperma, ecc. progrediscono e fanno già parte della vita comune. La tendenza a ’tecnicizzare’ questa funzione essenziale non può che moltiplicare le occasioni per procedere a test genetici per rinforzare la “selezione” dei geni. I vantaggi sono evidenti, ma allo stesso tempo appare la tentazione di quello che si potrebbe chiamare un eugenismo dolce, di tipo moderato e tecnocratico. Ricordiamo anche che, dal 1941 al 1975, 13.000 persone sono state sterilizzate contro il loro parere in un Paese che si dice democratico: la Svezia. E questo nel nome dell’”igiene sociale” o dell’”igiene razziale”? Quella ragazzina è stata sterilizzata perché era ’civetta, ingenua, procace e facile da sedurre’; quell’adolescente perché appariva ’asociale’”. E perfetta, limpida, dignitosa, senza sofferenze, si vuole anche la morte. Illudiamoci di essere dèi, rifacciamo la natura umana, inventiamo la “morte dolce”, l’eutanasia. Il cerchio è completo, la cultura della morte trionfa col nuovo paganesimo. Si ritorna alla morale antica (peggiorata), si cancella il Cristianesimo. Il dolore, la Croce, sono “imperfezioni”, via dunque. C’è però una differenza rispetto agli antichi pagani: essi sentivano una profonda aspirazione al divino, poiché lo intuivano pur senza conoscerlo, tanto che gli ateniesi avevano dedicato un tempio “al Dio sconosciuto”, e S. Paolo poté dire loro: “Il Dio che voi adorate senza conoscerLo, io ve Lo annuncio” (Atti degli Apostoli 17, 23). Ai neopagani di oggi, al contrario, un’aspirazione del genere manca del tutto. Dio è già passato, ma non è piaciuto, perché portava la Croce e invitava i suoi seguaci a prendere ciascuno la propria croce e seguirLo. Ma chi siamo noi per giudicare? Se si fosse intervenuti con l’eugenetica nel passato, quanti geni non sarebbero mai nati? Tanto per cominciare, non avremmo la musica di Ludwig van Beethoven, i cui genitori oggi sarebbero giudicati affetti da troppe tare ereditarie per poter mettere al mondo dei figli. “Oggi il bambino non ancora nato è il bersaglio per la morte, per ammazzare, per distruggere, perché l’aborto è proprio distruggere l’immagine di Dio, è la più grande piaga della nostra società, è quella che distrugge di più l’amore e la pace.” (Madre Teresa di Calcutta nel discorso pronunciato il 17 maggio 1986 nel Palazzo dello Sport a Firenze, cit. nella Prefazione di Pier Ferdinando Casini in De Lagrange et al. 1979). “L’introduzione della legislazione permissiva dell’aborto è stata considerata come l’affermazione di un principio di libertà. Domandiamoci invece se non sia il trionfo del benessere materiale e dell’egoismo sul valore più sacro, quello della vita umana. Si è detto che la Chiesa sarebbe stata sconfitta perché non era riuscita a far recepire la sua norma morale. Ma io penso che in questo tristissimo e involutivo fenomeno, chi è stato veramente sconfitto è l’uomo, è la donna. È sconfitto il medico, che ha rinnegato il giuramento e il titolo più nobile della medicina, quello di difendere e salvare la vita umana; è stato veramente sconfitto lo Stato “secolarizzato”, che ha rinunciato alla protezione del fondamentale e sacrosanto diritto alla vita, per divenire strumento di un preteso interesse della collettività, e talora si dimostra incapace di tutelare l’osservanza delle sue stesse leggi permissive. L’Europa dovrà meditare su questa sconfitta. La denatalità e la senescenza demografica non si possono ormai più ignorare o ritenere come una soluzione al problema della disoccupazione. La popolazione europea, che nel 1960 costituiva il 25% della popolazione mondiale, se dovesse continuare l’attuale tendenza demografica, scenderebbe, alla metà del prossimo secolo, al livello del 5%. Sono cifre che hanno indotto qualche responsabile europeo a parlare di un “suicidio demografico” dell’Europa. Se questa involuzione costituisce una fonte di preoccupazione, per noi lo è soprattutto perché, osservata in profondità, essa appare come un grave sintomo di una perdita di volontà di vita e di prospettive aperte sul futuro e ancor più di una profonda alienazione spirituale. Per questo non dobbiamo stancarci di dire e ripetere all’Europa: ritrova te stessa! Ritrova la tua anima!” (Giovanni Paolo II parlando al Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, 11/10/1985, cit. in De Lagrange et al.). “Racchiudere l’essere umano entro una concezione meccanica, nella quale i genetisti sarebbero i montatori, i medici i riparatori e i chirurghi i meccanici, è separare il corpo dall’anima, dalla sensibilità, dal pensiero e dalla coscienza. Il neoscientismo, riducendo l’uomo alla dimensione di un oggetto da manipolare in maniera codificata, crea un terribile gulag, il gulag dell’anima, confinato in una iper-razionalizzazione.” (Dumont 1991). I contraccolpi di una deriva morale del genere non possono che essere atroci. Ma anche la salute fisica è in pericolo: la ricerca scientifica ha infatti dimostrato che vi è un probabile collegamento fra aborto artificiale e tumore al seno (Bufil & Di Blasi 2002). La prima gravidanza, infatti, sollecita la rapida proliferazione del tessuto delle mammelle, non ancora completamente sviluppato: una proliferazione che è necessaria al futuro allattamento. Il processo è controllato dall’ormone estrogeno, secreto non dalla madre, ma dal feto stesso. La rimozione di quest’ultimo arresta brutalmente la proliferazione delle cellule, e il potenziale di crescita da esse non utilizzato le rende suscettibili ad un’altra forma di proliferazione, questa volta non ordinata ma patologica: il tumore maligno. Altri studi, sponsorizzati dall’industria abortista, o semplicemente mal fatti, mettono in dubbio o negano il collegamento. Denunce contro Planned Parenthood (una delle maggiori industrie di tal genere degli Stati Uniti) e una clinica abortista del North Dakota per non aver avvertito del pericolo di cancro le aspiranti all’aborto, sono finora terminate, nel 2002, con sentenze di non luogo a procedere (ma in Australia, già l’anno precedente, una donna ha vinto una causa contro il suo medico, riconosciuto colpevole di non averla avvertita del rischio). L’industria abortista ha enormi interessi e le mani estremamente lunghe, così che ci saranno sempre studi di parte miranti a mettere in dubbio il collegamento causale aborto/cancro, ma prove sempre più convincenti si stanno frattanto accumulando (Brind et al. 1994, Daling et al. 1994, 1996). Tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’aborto spontaneo, che non comporta rischi del genere, perché in tal caso il feto è debole e la sua produzione di estrogeno scarsa: una simile gravidanza è come un’auto con qualche difetto di alimentazione della benzina, che finisce per arrestarsi da sola. Al contrario, l’aborto indotto che distrugge un feto (un essere umano) sano è un intervento brutale: come se una potentissima auto in ottime condizioni, diciamo una Ferrari, venisse lanciata alla massima velocità ed improvvisamente inchiodata da un violento colpo di freno, con i rischi mortali che facilmente si possono immaginare. Gravissima è la responsabilità di un educatore che sostiene e propaga ideologie mortali come quella abortista, basata sul potere e sul denaro, sull’assassinio del corpo e dell’anima. Poco meno pesante è la responsabilità di chi si astiene dal denunciarle per paura (anche se c’è ben motivo di aver paura, di fronte al bruto potere e all’arroganza del nemico) o per mal riposto rispetto di non si sa quali “delimitazioni disciplinari”. Una simile congiura contro la vita, tanto più devastante perché ammantata di “buonismo” ipocrita, dev’essere smascherata. L’educatore che non la denuncia ne è complice e ne risponderà, non certo in questo mondo dominato dall’ingiustizia (anzi, qui si crogiolerà nelle lodi universali che solleticano i falsi profeti), ma quando sarà troppo tardi per pentirsi, nell’inevitabile rendiconto finale.

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