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Aids è una parola che spaventa. Le statistiche sono allarmanti. Ma, osservando più da vicino, la questione appare tutt’altro che chiara. Decisioni politiche in contrasto con i dati delle ricerche hanno teso ad aumentare l’allarme. Forti pressioni di lobbies hanno spinto a presentare la malattia come gravemente epidemica (Rossi 1999). Le lesbiche premono perché si dica che anche loro hanno l’Aids, altrimenti si sentono escluse dalla “liberazione sessuale”. Gli omosessuali, invece, vogliono che si dica che sono a rischio anche gli eterosessuali (quelli che epoche meno politicamente corrette e corrotte chiamavano gente normale), per non apparire una categoria “segnata”. Ma se la trasmissione di questa malattia avvenisse tra gli eterosessuali, le prostitute dovrebbero essere tutte infette, così come i loro clienti. Invece le sole prostitute infette sono quelle che sono anche tossicodipendenti. Né vale dire che ciò dipende dall’uso di profilattici: è un fatto (anche se i produttori di preservativi non l’ammetteranno mai) che i pori nel lattice del preservativo dilatato sono ben più larghi di un virus, senza contare le frequenti rotture, per cui tale tipo di protezione somiglia piuttosto ad un colabrodo usato come ombrello contro la pioggia. I dati sembrano piuttosto indicare, quando non manipolati politicamente, che non vi è alcuna epidemia. L’Aids non è una minaccia nuova: probabilmente esiste da lunghissimo tempo, è solo stato scoperto da poco. Neppure si può dire che si diffonda, a parte gli effetti della cosiddetta “liberazione omosessuale”: la malattia vista come qualcosa di cui andare “fieri”. Ne sono minacciate, in Europa e nel Nord America, solo determinate categorie a rischio: omosessuali (ma pochissimo le lesbiche), tossicodipendenti, gente soggetta a trasfusioni, emofiliaci. Negli USA il 75% di questa categoria di malati è sieropositivo: la sopravvivenza media di un emofiliaco, da quando è stata “scoperta” la “pericolosità” dell’Aids, è aumentata da 11 a 20 anni, ma se un emofiliaco muore si dice che è morto di Aids. L’epidemia viene presentata come disastrosa in Africa, ma i dati per quel continente sono inaffidabili, e vi si muore di moltissime malattie impropriamente classificate come Aids. Dietro la montatura giornalistica stanno pressioni politiche per assicurarsi enormi finanziamenti per la ricerca. Chi, fra gli scienziati, avanza dubbi non trova né finanziamenti né riviste scientifiche disposte a pubblicare i suoi studi, né pubblicità sui giornali e in televisione. In realtà nessuno sa di preciso cosa sia l’Aids e cosa lo provochi. La correlazione tra la malattia e il famoso virus Hiv è quanto mai incerta. Vi sono moltissimi individui sieropositivi, ossia che hanno l’Hiv, ma del tutto sani. Altri hanno l’Aids senza avere l’Hiv. Non potendo spiegare la stranezza, che rischia di far saltare il legame tra il virus e la malattia, la difficoltà è stata accantonata cambiando nome alla malattia: se manca l’Hiv non si parla di Aids ma di Itl. Nell’insorgenza dell’Aids possono esservi numerose concause, nessuna delle quali, però, individuata con precisione. Pazienti morti di Aids che avessero l’Hiv ma nessun’altra causa di depressione immunitaria (altri virus, droghe, rapporti sessuali particolari, denutrizione) non sono stati praticamente mai dimostrati con certezza. Questo può significare che l’Hiv non è in grado di infettare gente sana, ma uccide solo se ci sono altre forme di immunodeficienza e di infezione, e dunque è solo una delle cause, oppure che è solo un segnalatore secondario di immunodeficienza. Invece, in tutte le altre malattie infettive, dal morbillo al vaiolo, dalla tubercolosi alla lebbra, il paziente ha solo quella malattia ed è attaccato solo dall’agente patogeno di quella malattia. Assai istruttiva è la storia della scoperta dell’Hiv. Essa è strettamente connessa alla vicenda dei retrovirologi. Costoro sono i biologi che studiano i retrovirus (i virus sono macromolecole formate da un acido nucleico e da una proteina, i retrovirus sono quei virus che vivono all’interno delle cellule e in simbiosi con esse). I retrovirologi avevano conosciuto negli anni Settanta del sec. XX un periodo di grande prestigio e ricchissimi finanziamenti, e all’inizio degli anni Ottanta erano ancora sulla cresta dell’onda, ma la loro posizione stava facendosi precaria. Non erano riusciti a dimostrare una connessione certa e sistematica fra retrovirus e cancro. Le loro carriere rischiavano di fermarsi. Se i retrovirus erano inerti, niente più finanziamenti, niente più premi Nobel. L’Aids poteva salvare carriere tanto preziose solo se si fosse potuto dimostrare che era causato da un retrovirus, o persuadere di ciò l’opinione pubblica, ciò che dal punto di vista della carriera e della cattura dei finanziamenti era la stessa cosa. Nacque così la campagna per terrorizzare la gente, con l’Hiv decretato causa dell’Aids, e con l’Aids promosso a “peste del secolo”, attribuendogli morti provocate dalle malattie più diverse, dalla tubercolosi all’emofilia, all’epatite e a decine di altre. Nel mondo anglosassone, i grandi capiscuola delle facoltà di medicina sono soprattutto esperti di pubbliche relazioni, con buoni agganci politici, ed hanno come compito principale non la ricerca scientifica ma il rastrellamento di finanziamenti. Presentare le ricerche del proprio gruppo come la salvezza per l’umanità è quanto di meglio per lucrare un buon bottino. Se le previsioni formulate dai medici si rivelano errate, ciò che nel caso dell’Aids avviene regolarmente, dato che la cosiddetta epidemia “cresce” solo grazie ad acrobazie statistiche, gli scienziati non dicono “abbiamo sbagliato” ma “c’è un problema imprevisto, dateci più soldi per studiarlo”. I biologi Luc Montagnier e Bob Gallo studiavano indipendentemente i retrovirus. Nel 1983 il francese Montagnier aveva isolato in un paziente il retrovirus Hiv e ne aveva mandato un campione in America al collega statunitense Gallo, il quale l’anno successivo lo pubblicò facendolo passare per un proprio risultato personale. La composizione della successiva vertenza giudiziaria per la priorità della scoperta venne imposta dagli stessi governi di Parigi e di Washington: la gravità dell’”epidemia” era tale, si diceva, da richiedere concordia per “salvare l’umanità”. In realtà sia Montagnier che Gallo, nei loro studi sui retrovirus, erano giunti ad un punto morto ed erano disperati perché non riuscivano a giustificare i finanziamenti che ricevevano. Dovevano assolutamente trovare qualche grave malattia associata a tali virus. Gallo era arrivato ad imputare ad essi una rara forma di cancro presente soltanto in due isolette giapponesi, troppo poco per giustificare milioni di dollari di finanziamenti. L’Aids è così divenuto l’ancora di salvezza di tutti i retrovirologi (Rossi 1999) La definizione di Aids viene sempre più estesa fino a comprendere decine di malattie diverse, tutte catalogate come Aids. Si vuole dimostrare che tutta la popolazione ne è minacciata, inclusa la maggioranza eterosessuale normale. Un altro trucco per gonfiare le statistiche è quello di fare riferimento non alle percentuali sul totale della popolazione ma ai numeri assoluti: su cifre piccolissime di partenza si possono facilmente avere aumenti consistenti. I Centri per il controllo della malattia (Centers for Disease Control) degli Stati Uniti annunciarono che in un solo anno l’Aids nel gruppo di età al di sotto dei vent’anni era aumentato del 100%: ma la consultazione delle cifre reali mostrò che l’aumento era stato da 9 a 17 casi in tutti gli USA che hanno oltre 250 milioni di abitanti. Naturalmente a tutto ciò si aggiungeva il sensazionalismo dei media. “Niente catturava l’attenzione dei redattori e dei direttori come le voci di una trasmissione eterosessuale e generalizzata dell’Aids. Le voci significavano spazio sui giornali e in televisione; il che, nella questione dell’Aids, veniva rapidamente tradotto in finanziamenti e denaro. Così, anche se le prove di una pandemia di Aids tra gli eterosessuali era scarso, pochi ricercatori l’avrebbero detto forte. Non c’era nessun vantaggio, nel prendere una posizione simile, anche se alla fine si sarebbe rivelata onesta e veritiera. Cinque anni di amare e sperienze avevano insegnato a tutti quelli coinvolti nell’epidemia che la verità non contava molto nella politica dell’Aids.” (Shilts 1987). Emarginazione, insulti, minacce, accuse di irresponsabilità sono stati il destino di quanti, scienziati o giornalisti, tentavano di mettere in discussione i dogmi dell’establishment medico-biologico. Se questo squallido quadro è, come sembra probabile, esatto, o anche se lo fosse solo in parte, siamo di fronte ad un impressionante esempio di scienza prostituita.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
ROSSI L. (1999) Sex virus, Milano, Feltrinelli
SHILTS R. (1987) And the band played on: politics, people and the AIDS epidemics, New York, St. Martin’s Press


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