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Recensione del volume “RULE BRITANNIA. THE WIELDING OF GLOBAL POWER” (HALLE, PROJEKTE VERLAG, 2006, 145 pp.), di EMILIO BIAGINI,
Pubblicata sulla RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA, CXIV, 3, pp. 460-461
Una lettura non convenzionale della globalizzazione, così può definirsi questo saggio (il cui titolo suonerebbe in italiano "Governa, Britannia. Il controllo del potere globale") che ha il non trascurabile pregio di venir pubblicato all’estero, caso piuttosto raro per un geografo italiano.
Si tratta della sintesi di un’opera ben più vasta — 3 volumi per quasi 1.600 pagine — uscita nel 2004 per le edizioni Ecig di Genova (Ambiente, conflitto e sviluppo: Le Isole Britanniche nel contesto globale, € 40), sintesi che risulta più armonica e di facile lettura, anche se al prezzo di rinunciare ad una massa imponente di informazioni di dettaglio che nel loro insieme avvalorano le tesi sostenute. L’A. confessa di averci lavorato dieci anni, ma tutto sta ad indicare che si tratta del risultato di ricerche iniziate cinquant’anni fa [sic, saluti da Matusalemme, N.d.A.] e dunque siamo di fronte al lavoro di una vita.
Le tesi proposte sono non solo originali ma decisamente controcorrente e dischiudono prospettive nuove al ricercatore. Biagini inquadra la globalizzazione in un vasto movimento evolutivo che muove a cerchi concentrici a partire dall’Inghilterra (meglio ancora da Londra) per includere via via le periferie celtiche — Galles, Cornovaglia, Irlanda, Scozia — il nascente impero extraeuropeo e, attraverso la “satellizzazione” alternata dei paesi continentali giunge allo stabilimento di un vero e proprio impero mondiale. Una costruzione che sin dagli inizi trova il suo fondamento nell’economia e passerà sotto la gestione degli Usa a partire dalla I guerra mondiale.
La trattazione è prevalentemente di tipo geostorico, essendo sacrificati i riferimenti alle teorie dello sviluppo che l’A. ha affrontato con diversi scritti tra gli anni ’60 (sic, in realtà ‘70) e ’80. A questi precedenti è però necessario rifarsi per comprendere la prospettiva adottata nell’analisi, che individua una espansione attraverso tipi di “frontiere”.
Si inizia con la presentazione fisica della Gran Bretagna, un’isola “naturalmente” vocata al predominio, nonostante le numerose invasioni da essa subite. Ne vengono ricordate quattro: quella romana, anglosassone, danese, normanna. Una volta espulsa dal continente con la guerra dei Cent’anni, avrà inizio il processo a cui Biagini dedica la parte sostanziale del lavoro.
Una caratteristica fondamentale è la scelta di utilizzare il legame concettuale tra le religioni e lo sviluppo delle civiltà quale chiave di lettura dei processi che conducono all’attuale società post-industriale attraverso l’affermarsi del “potere globale anglo-sassone”. Da qui una rimeditazione che parte dalle modalità e dalle conseguenze dello “scisma d’Inghilterra”. Uscita dalla perifericità geografica con la scoperta dell’America, sotto i Tudor l’Inghilterra si oppone alla visione geopolitica fondata su una comunità universale (“cattolica”) di stati, per appoggiare strenuamente l’ideologia nazionalista. Da strumento di dominio interno, questa verrà dapprima utilizzata per assumere il controllo delle Isole Britanniche e quindi costantemente riproposta all’esterno come mewwo per dividere e quindi indebolire i potenziali concorrenti all’egemonia mondiale.
Vediamo così la Gran Bretagna non solo combattere spagnoli e francesi, ma anche appoggiare la divisione del grande stato dei Paesi Bassi uscito dal Congresso di Vienna. Appoggiare quindi la distruzione del Regno delle Due Sicilie e l’unificazione di Italia e Germania in funzione antiaustriaca e contemporaneamente antifrancese. Per poi impegnarsi a puntellare in ogni modo l’impero turco, contrastando la nascita della Grecia indipendente, in una prospettiva che va ben oltre alla ostilità nei confronti della Russia zarista. Sul piano economico, Biagini rileva altri aspetti importanti, quali l’appoggio all’industrializzazione del Belgio, della Germania e perfino dell’Italia, di contro all’ostilità verso i Paesi Bassi.
È una politica che Biagini vede oggi riproposta, in un orizzonte caratterizzato dall’eclisse degli stati-nazione, attraverso la creazione di una pletora di organismi sovranazionali, attivi specialmente nel settore ambientalista. Organismi i cui denominatori comuni vemgono individuati sia nella composizione dei vertici (provenienti dalla più esclusiva nobilità nordeuropea e dal management delle grandi industrie, ovvero dai principali “inquinatori”), sia nella loro azione. Questa si traduce infatti in uno sforzo teso ad impedire l’accesso alle tecnologie più moderne ai paesi europei potenzialmente concorrenti sul piano economico. Fra queste tecnologie l’A. cita il nucleare civile quale fonte di energia a basso costo e gli Ogm quali strumenti per una moltiplicazione delle rese agrarie.
Con la terza rivoluzione industriale e l’emergere delle guerre “asimmetriche”, cambia apparentemente la natura dei conflitti internazionali, oggi non più alla portata di un paese che ha perduto l’Impero. Un impero che è costato, solo tra il 1815 e il 1880, 13 guerre principali e 150 campagne minori, la maggior parte al di fuori dell’Europa. Oggi come ieri, lo strumento principale delle politica britannica risiede però nell’uso combinato della sovversione e della affiliazione delle élites straniere alle quali agevola l’accesso al potere. Il risultato atteso è una modifica dei rapporti di mercato, che anche in un contesto post-industriale fanno riferimento principalmente al controllo delle risorse naturali. Allo stesso modo in cui, agli inizi, Enrico VIII aveva sequestrato le terre della Chiesa ed i suoi successori avevano espropriato le popolazioni dell’Irlanda e delle Highlands scozzesi. Passaggi tutti che nel volume sono ben documentati nella loro tragicità, ricollegata ad una prassi, più volte ripetuta, di “protestantizzazione” del territorio, i cui effetti sono ancor oggi percepibili nell’Ulster. Una prassi che è insieme elemento di trasformazione territoriale e carattere distintivo di una cultura fortemente ideologizzata.
Ne esce un’immagine decisamente in contrasto con quella corrente di una democrazia pacifica e rispettosa della legalità internazionale che ci viene quotidianamente proposta dalla letteratura. Un paese che non ha mai visto l’Europa come la propria collocazione naturale, posizione che si riconferma tuttora. Un paese sempre attento, peraltro, a curare la propria immagine all’esterno, anche e soprattutto attraverso l’editoria specializzata, intesa come strumento di dominazione culturale. Cosa possibile grazie al principio secondo il quale la storia viene scritta sempre dai vincitori.
Per concludere, siamo di fronte ad un’opera impegnativa, di largo respiro, sorretta da una bibliografia ineccepibile, che può sconvolgere il lettore impreparato, così come ha sconvolto per primo l’A. man mano che la ricerca andava avanti. Si vedano le precisazioni in merito alle vicende di casa nostra, che vengono inquadrate secondo le nuove tendenze della storiografia risorgimentale, all’interno della politica di riorganizzazione dell’Europa in funzione degli interessi britannici. Una lettura avvincente, che lascia perdonare alcune pecche, ad es. la visione alquanto naïve degli Stati Uniti e di conseguenza l’inquadramento non sufficientemente elaborato del cosiddetto “scontro delle civiltà”.
GIANFRANCO BATTISTI
(Univ. di Trieste)

(Ma gli Stati Uniti sono ben diversi dalla cinica Gran Bretagna: sono l’unico paese dove ci si preoccupi in qualche misura dei diritti umani. N.d.A.)


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