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Concepita come testo universitario, la monumentale opera di Emilio Biagini (Ambiente, conflitto e sviluppo: Le Isole Britanniche nel contesto globale, 3 voll., E.C.I.G., Genova, 2007, 2a ed.) si rivela specialmente utile a quanti, per evitare la vana rincorsa delle mitologie intorno al progresso, intendono conoscere le leggi che condizionano lo sviluppo.
La nozione di progresso, infatti, è il risultato di quella famosa e ormai screditata speculazione ottocentesca, che ha concepito la storia come il fatale movimento dell’assoluto immanente, la caricatura della divinità, intesa a perfezionare e realizzare se stessa attraverso una vicenda feroce, che si svolge usando l’umanità come uno strumento vile.
Il mito del progresso, già infamato dai crimini compiuti dai suoi banditori durante il “secolo sterminato”, è ora confutato da alcuni studiosi appartenenti all’area cattolica, Cornelio Fabro, Giovanni Reale, Enrico Berti e Luigi Ruggiu, che sono stati protagonisti della rivoluzione (censurata e silenziata ma non domata dai poteri forti) che hanno dimostrato la stretta dipendenza dell’immanentismo dalla superstizione pagana.
Giovanni Reale e Luigi Ruggiu, dopo aver approfondito le tesi di Werner Jaeger sul rapporto tra mythos e logos nella tradizione eleatica, hanno sostenuto concordemente che l’attenta lettura del poema parmenideo svela una forte dipendenza dai misteri della grande madre, ai quali l’Eleate era stato iniziato in gioventù (vedi l’introduzione di Giovanni Reale a: Parmenide, Sulla natura, Bompiani, 2001).
Sennonché l’immanentismo mitologico adottato da Parmenide dovette confrontarsi con i dati sensibili, che obbligano a convenire con l’irriducibile principio di realtà. Principio che ultimamente Cornelio Fabro aveva ripensato e riformulato alla luce del tomismo essenziale.
Secondo l’aggiornata formula di Fabro l’universo fenomenico, rivela una verità contraria a quella di Parmenide: “L’essere diviene e il divenire ha realtà di essere, dunque la realtà dei molti e del divenire è la novità dell’essere”.
Per “salvare” la “sacra” verità del mito, la fantasia di Parmenide tentò di smentire l’evidenza dell’essere che diviene, immobilizzando la fluida realtà delle cose nel bronzo eterno di un’unica, immobile sostanza. Infine dovette respingere nel regno dell’opinione ingannevole il molteplice che si manifesta prepotentemente ai sensi.
Simile all’uovo del cuculo, l’obliqua immaginazione iniziatica insinuò fra le righe del rigore filosofico greco una scheggia irrazionale che rimase incognita fino all’avvento della rivoluzione tomista.
Solo la dipendenza da un’accecante superstizione può spiegare l’enormità della sfida lanciata da Parmenide e da tutti i suoi seguaci immanentisti contro l’evidenza.
Nel fondamentale saggio sulla partecipazione in San Tommaso, Fabro ha chiarito quale fu il riverbero paralizzante della gnosi eleatica sulla filosofia non riscattata dall’innovazione tomista: “L’astrattezza e il formalismo, che consistono nel considerare il pensiero dell’essere mediante l’appartenenza necessaria ovvero analitica, mentre in realtà l’essere, la verità dell’essere che all’uomo è accessibile è e non può essere originariamente che di natura sintetica, perché essa si dà e si manifesta nell’ecstasi o libera uscita della creazione divina il cui segreto rimane nascosto in Dio”.
A conferma della tesi di Fabro sull’universale effetto incapacitante del mito eleatico, uno fra i più autorevoli studiosi di Aristotele, Enrico Berti, ha recentemente riconosciuto che a malgrando delle contrarie apparenze, la filosofia dello Stagirita non ha mai attinto le verità della metafisica (vedi il saggio di Enrico Berti in Aa. Vv., “Aristotele e l’ontologia”, Albo Versorio, Milano).
San Tommaso riuscì a liberare la metafisica dall’incantesimo eleatico affermando che la filosofia inizia dalla considerazione dell’ens e non dall’intuizione del puro essere. Nell’ecumene catttolico, di conseguenza, il pensiero cattolico avanzò nella via dell’accordo con la fede.
Purtroppo, alle soglie dell’età moderna, in Inghilterra, l’immaginazione iniziatica, ridestata e confortata dall’esorbitante debolezza della scolastica occamista, s’impossessò nuovamente della filosofia, trascinandola nelle drammatiche avventure del luteranesimo, quindi nel delirio ideologico, illuminista, idealista, positivista, marxista, nazionalsocialista, nichilista.
La rivolta occamista contro la filosofia adottata dalla Chiesa romana manifesta la sotterranea ma puntuale coincidenza della cultura inglese con la mitologia progressista. Dal rigetto della tradizione cattolica, l’Inghilterra ebbe, infatti, il titolo e i mezzi necessari a conquistare la “dignità” di nazione guida dell’apostasia moderna.
Nell’esemplare vicenda britannica, il legittimo programma sviluppista appare inquinato dalla vocazione profana della monarchia, che, come ha dimostrato Francis Yeats, usò le teorie di Bacone sulla sapientia veterum e il mito neopagano di Astrea per accentuare l’indirizzo anticattolico del suo potere.
In una prima fase la monarchia inglese avanzò la pretesa di spadroneggiare nella Chiesa cattolica (onde il martirio del renitente San Thomas Beckett), in seguito assecondò la dissoluzione del tomismo (onde il primo incentivo all’assolutismo teorizzato dall’occamista padovano Marsilio, quasi preambolo all’apostasia di Enrico VIII), promosse la guerra dei pirati contro le nazioni cattoliche, tollerò l’ateismo hobbesiano e la conseguente negazione del diritto naturale. Infine incensò gli “illuminati” distruttori della filosofia, Hume e Locke.
Biagini pur apprezzando il contributo alle conquiste della scienza moderna che hanno infine migliorato le condizioni di vita dei popoli, rammenta che il regno britannico non esitò a usare la forza della scienza e il peso del denaro accumulato disonestamente per estendere un impero fondato sull’umiliazione dei popoli soggetti. Come dimostra la storia dell’influenza britannica nei risorgimenti italiano e prussiano e/o la turpe vicenda della guerrra dell’oppio.
Sennonché il potere dell’ecumenismo antiromano declina insieme con il fascino della filosofia che lo ha alimentato.
L’insorgenza del pensiero debole, l’implosione dello scientismo, la devastante pressione della lobby ecologista, oltre alla circolazione delle novità introdotte da alcuni accreditati ricercatori cattolici, hanno finalmente scalzato le radici filosofiche dell’apostasia moderna, stabilendo che i miti pagani sono la vera e unica fonte di tutte le filosofie dell’indirizzo immanentista.
Una volta accertato che l’immanentismo e il naturalismo nascono nei luoghi della superstizione pagana, l’ideologia che affermava il carattere rigorosamente scientifico del progressismo è automaticamente liquidata. L’alone scientifico si dissolve. I pensieri irriducibili alla verità della metafisica sono consegnati al vortice del relativismo e al suo esito nichilista.
Il primato civile, che la passione anticattolica aveva consegnato all’Inghilterra moderna e alla sua discendenza americana, è destinato a un declino inarrestabile. Sulla fluida scena del mondo sta irrompendo una concorrenza curiosamente costituita da popoli che in passato hanno sopportato il peso dell’egemonia inglese, India, Cina, Brasile.
È dunque giustificata la censura dell’idea di progresso conforme al mito neopagano di Astrea e il conseguente uso del termine sviluppo, che Emilio Biagini definisce puntualmente “cambiamento strutturale innovativo della società e dello spazio da essa occupato e usato”.
Ora la confutazione della mitologia progressista interpretata dalla storia inglese, disarma l’argomento principe dei polemisti anticristiani, secondo i quali la nozione di trascendenza sarebbe fomite di oscurantismo e di evasionismo e perciò ostacolo al luminoso cammino dell’assoluto immanente verso la pienezza di sé.
Una volta che si è accertato che l’assoluto immanente è un legno di ferro concepito dalla fantasia mitica degli antichi e spacciato dall’ostinazione atea dei moderni, l’obiezione contro la trascendenza di Dio non ha più significato. Cade l’impalcatura sofistica elevata a sostegno della mitologia intorno alla fatalità del progresso orizzontale. E s’impone la necessità di una drastica revisione della filosofia della storia, in altre parole la necessità di sostituire l’immagine irrealistica del progresso impersonale e necessario con la nozione realistica di uno sviluppo attuato dalla creatività e dalla libertà dell’uomo.
Biagini ha, infatti, compiuto l’impresa di rovesciare gli argomenti polemici dei progressisti nell’elenco puntuale dei contributi della religione cristiana alle innovazioni, che hanno avviato uno sviluppo conforme all’indeclinabile dignità della persona umana.
Indispensabili alla liberazione delle risorse umane furono, anzi tutto, il sacro rispetto per la persona umana e la conseguente demistificazione della fumosa teologia naturalistica: “Il Cristianesimo pose fine alla divinizzazione della natura propria del paganesimo, aprendo la via alla manipolazione della natura stessa da parte dell’uomo senza le superstiziose paura di offendere le divinità gelose e maligne che popolavano il pantheon pagano”.
Analogo fu il contributo della morale cristiana, che rivelò la natura viziosa dell’otium e riconobbe la dignità del lavoro.
Biagini rammenta che “diretta conseguenza di questo positivo atteggiamento [fu] il contributo diretto della Chiesa cattolica. In particolare l’apporto di civiltà del monachesimo fu assolutamente essenziale”.
Decisivo fu anche il contributo dell’indirizzo anti-intellettualistico della logica cristiana. Al proposito Biagini cita la geniale opera di Giovanni di Salisbury e afferma che “Difficilmente la scienza moderna avrebbe potuto nascere senza questa preparazione dell’Occidente alla disciplina intellettuale e alla comprensione della razionalità dell’universo: una disciplina fondata sulla fiducia nella capacità dell’intelligenza umana di investigare e di comprendere quanto la circonda, ben lontana dal fatalismo orientale che è invece scuola di staticità sociale”.
Naturalmente Biagini evita di tradurre l’ideologia manichea, contemplante il Grande Nemico cattolico, in un’ideologia di preteso indirizzo cattolico.
Non avrebbe senso ribaltare la dialettica progresso-oscurantismo in una speculare dialettica sviluppo-sottosviluppo. Biagini, infatti, non ha difficoltà a riconoscere i contributi allo sviluppo provenienti da personalità appartenenti all’apostasia moderna.
Il risultato che la sua opera si propone è indicare le linee di una strategia civile intesa a impedire che le generiche ragioni dello svilupppo entrino in conflitto con i diritti della persona umana.
È stata questa l’anomalia del progressismo: anteporre l’astratto risultato della storia — l’inumano bene della causa denunciato da Solzenicyn — al bene delle persone concrete.
Rovesciata la scala dei valori cristiani la storia progressista si è inoltrata nella via degli olocausti consumati per ottenere un risultato. Olocausti ora compiuti come sacrifici alla Dea Ragione (l’olocausto vandeano, ad esempio), ora in nome del profitto (l’olocausto strisciante causato dallo spietato governo della rivoluzione industriale e l’olocausto vero e proprio consumato dai belgi nel Congo), ora in vista del paradiso in terra, ora in funzione della razza ariana.
Il sangue delle vittime ha sommerso la memoria delle ideologie ispirate dalla mistificazione progressista. L’unico futuro oggi pensabile ha il colore dello sviluppo a misura di uomo.
PIERO VASSALLO


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