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LA POESIA DIALETTALE GENOVESE NEL SEICENTO

INTRODUZIONE

Il primo documento della poesia genovese risale al secolo XIII: è il contrasto bilingue del trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, nel quale lo straniero tenta di sedurre una dama genovese che lo respinge e minaccia di informare il marito, il quale non mancherà di sistemare a dovere l’insidiatore di sua moglie. Prosegue con l’Anonimo Genovese (secc. XIII-XIV); si afferma nel XVI secolo con Paolo Foglietta (1520-1596), il primo che ebbe l’onore di essere salutato dai suoi concittadini col titolo di “poeta zeneize”.

Il secolo XVII è quello di Gian Giacomo Cavalli e di Giuliano Rossi, i due poeti dei quali sopravvive un’ampia scelta di poesie. Molti altri in questo secolo si dilettarono a poetare in genovese, ma di loro non restano che i pochi sonetti stampati tra le Rime del Cavalli, essendo poesie a lui dirette, alle quali rispondeva con altrettanti sonetti con le medesime rime.

In seguito vi è una piccola folla di poeti, dalla quale si distingue il patrizio Stefano De Franchi (1714-1785), che scrisse sotto lo pseudonimo di Micrilbo Termopilatide, e cantò la cacciata degli Austriaci nel 1746, col famoso episodio del Balilla, e ridusse dal Molière alcune commedie. Tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo visse Martin Piaggio (1774-1843), poeta arguto e spigliato di graziose favolette. Nell’Ottocento emerge Giambattista Vigo (1844-1891) che meriterebbe una menzione d’onore più che per la sua produzione poetica — non scarsa né spregevole — per la tenacia ligure che dimostrò nel riuscire a cambiare la sua umile condizione di facchino da carbone in quella di maestro elementare, studiando da solo. Ingegno più acuto e brillante del Vigo, fu Nicolò Bacigalupo (1837-1904), autore di graziose poesie, riuscitissime traduzioni da Orazio. Con lui e dopo di lui coltivarono la poesia genovese moltissimi altri, ma senza ritrovare la fresca vena di Carlo Malinverni (1855-1922), il maggior poeta locale a cavallo dei due secoli.

Le fonti sono purtroppo insoddisfacenti: aridi e incompleti elenchi di scrittori liguri raccolti per ordine alfabetico da Michele Giustiniani, Raffaele Soprani, Agostino Oldoino. Neppure la “Storia letteraria della Liguria” dell’Abate Spotorno, che è pure opera vasta e pregevole, offre granché: parla poco del Cavalli e meno del Rossi. Infine il volume di Carlo Randaccio: “Dell’Idioma e della Letteratura dei Liguri” è lavoro erudito nella parte glottologica, ma per la parte letteraria si limita a ripetere le scarse notizie attinte dagli scrittori precedenti.

Contrariamente a quanto avviene in altre regioni, la poesia genovese non è popolare. I genovesi non sono particolarmente inclini al sentimento. Inoltre non hanno un poeta grande, intorno a cui raggruppare i minori; non hanno una figura che accentri e personifichi tutta la loro poesia regionale; non hanno nessuno da contrapporre a un Giuseppe Belli o ad un Giovanni Meli. Perciò, anche per la difficoltà linguistica, la poesia genovese difficilmente diventerà patrimonio comune di tutti gli italiani, ed è ignorata o dimenticata persino dalla maggior parte dei genovesi.


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