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LA POESIA GENOVESE NEL SEICENTO

GIANGIACOMO CAVALLI

LA VITA

Il titolo di “poeta genovese”, del quale nel secolo precedente era andato orgoglioso Paolo Foglietta, passò nel secolo XVII a Gian Giacomo Cavallo o Cavalli. Non si sa quando né da chi il cognome sia stato cambiato. Neppure della sua famiglia e dell’educazione ricevuta si hanno notizie, ma la sua opera dà l’impressione che fosse di famiglia abbastanza elevata e avesse ricevuto un’ottima istruzione. Di lui poi, e della sua vita, ci restano così scarse notizie che non è possibile stabilire con esattezza neppure il tempo e il luogo della nascita: il Chiabrera, poeta savonese, che gli era amico, disse che era genovese.

Quanto alla data della nascita può essere posta nell’ultimo ventennio del secolo XVI perché nel 1606, compiuti gli studi notarili, egli indirizzava una supplica al Senato della Repubblica per essere ammesso nel Collegio dei Notari, ma la sua domanda venne accolta solo sei anni dopo, il 20 settembre 1612, quando il Senato emise in suo favore un decreto “per la vacatura del Collegio dei Notari”. Non si sa se a indirizzarlo per questa via che non era precisamente “poetica” siano stati, come quasi sempre accade, i parenti o se l’abbia intrapresa spontaneamente, persuaso che “Maeonides nullas ipse reliquit opes”, e che “Carmina non dant panem, dant aliquando famam”. In un sonetto indirizzato a Luca Assarino narra di essere entrato nella “Fiera”, ossia nel mondo, raccomandato da un caldo elogio del Chiabrera, e salutato da tutti come un Apollo, ma che la folla poco si curava di poesia, da cui la necessità di scegliere una via più sicura, pur mantenendosi fedele alle Muse:

Ma in Fera odìo ri ciù dì: No me curo;

Pochi, Assarin, gusta Muze ni ballo

M’attacheì a negozio ciù seguro.

Fui Canzellè, servì, ghe feì ro callo

Se ben ra primma fàe mantegno e zuro

Confessando a re Muze ro mae fallo.

Come sempre avviene a coloro che emergono per ingegno, contro di lui si scatenò l’invidia delle nullità, che prese forma concreta in una lettera anonima pervenuta ai governanti della Repubblica il 13 marzo 1613. L’ammissione al Collegio dei Notari era un semplice titolo che dava diritto di esercitare quella professione in privato, ma il Cavalli aspirava al posto di Scriba o Cancelliere della Repubblica, e questo appunto mirava a contendergli l’autore della ignobile lettera insinuando “che se egli fosse conoscente della gratia già fattale al sicuro non darebbe nuovo fastidio vantandosi di poter ottenere una buona vacatura con brutto maneggio di compera”. Il Donaver rileva che “forse ai suoi nemici non risparmiava le provocazioni con la lingua tagliente e un po’ anche facendo pompa della propria influenza”.

A questo tempo potrebbe riferirsi il sonetto XX delle Rime Civili dal quale traspare una certa amarezza per quanto temperata da una tranquilla bonarietà:

Mae cêu, seben per voi son dent’ re picche,

Ond’Amò dì e neùtte m’assequaera,

Ho ro ceù largo comme unna tortaera

Chi me conseggia che no me bosticche:

Ognun pe ra cittae ma fa re ficche,

Tutto ro Mondo se ne fa gazzera

Mi facco do mae mà faesta e bombaera,

Rio per no parei che me ne picche.

La domanda venne respinta, ma l’anno seguente, il 18 maggio 1614, Gian Giacomo indirizzava al Senato una nuova supplica che ancora non fu accolta. Tuttavia il 20 giugno 1622 gli venne conferita la nomina a “Scrivano dei Cartulari delle Paghe” in San Giorgio.

La Serenissima Repubblica di Genova era in seri guai: il Duca di Savoia cercava pretesti per un’aggressione. Non riuscendo ad aizzare contro Genova la Repubblica di Venezia, strinse alleanza con la Francia, sempre pronta a qualunque compromesso con gli islamici a danno della cristianità e sempre pronta ad aggredire i vicini. Il Savoia si accordò dunque con “la grandeur” francese sulla spartizione delle terre del genovesato. Poi, cogliendo come pretesto un insignificante gioco di ragazzi, all’inizio del 1625, invase le terre della Repubblica. Questa, forte abbastanza per resistere al Savoia, non era però in grado di combattere anche contro la Francia, ma nulla tralasciò per difendere la secolare libertà. Per provvedere alle spese della guerra, la nobiltà fu divisa in quattromila luoghi detti “delle Carassate”, ciascuno dei quali doveva pagare duecentosessanta scudi: questa tassa fruttò all’erario la somma di un milione e quarantamila scudi. Al lavoro di spartizione della tassa stessa furono destinati quattro scrivani che poi si ridussero a uno solo: Gian Giacomo Cavalli.

In quell’anno 1625 egli dovette moltiplicare la sua attività, perché gli furono affidati altri compiti. In difesa della città minacciata furono mandate “sui monti circostanti tra Porsevera e Bisagno” reparti di fanteria sotto il comando del generale Agostino Centurione che poi fu doge della Repubblica, e batterie di artiglieria sotto il comando del generale Antonio Sauli; commissario per gli stipendi delle soldatesche fu nominato Giacomo Balbi; l’ufficio di cancelliere dei generali e del commissario toccò al Cavalli. È certamente di quest’epoca il sonetto a Pier Giuseppe Giustiniani perché comincia appunto così:

Sebben trattando ro mesté de guerra

Vivo dent’ re faccende sotterroù.

Pur fra tanto lavoro, non perdeva l’ispirazione, perché proprio allora componeva quel gioiello di poesia “Invia ra Musa a ro bosco a cantà d’armi” che è una delle più belle liriche non solo del Cavalli, ma di tutta la poesia genovese.

Le truppe savoiarde e francesi, dopo duri combattimenti, avevano occupato Novi, Rossiglione, Gavi, Voltaggio e avanzavano verso Genova che sarebbe probabilmente caduta se la Spagna, per arginare la prepotenza francese in Italia, non avesse mandato a Genova una flotta di settanta galere. I francesi, non osando misurarsi con gli spagnoli, si ritirarono e la città fu salva. Ma da questa lotta la Repubblica usciva stremata, al punto che dovette coniare le monete con l’argento dei privati. Forse fu per questo che il povero poeta nel settembre 1625 doveva con una supplica ricordare al Senato che del lavoro compiuto per lo spazio di nove mesi circa, passati per buona parte in zona di operazioni, non aveva ricevuto “rimuneratione alcuna, la quale attesa la qualità dei tempi et affari publici, non ha tampoco domandata havendo sempre assistito più al debito che al premio del ben servire”. Nella stessa supplica domandava una raccomandazione presso la Casa di Compere in S. Giorgio, avendo qualche speranza di poter ottenere la nomina ad una delle Cancellerie di tale Casa. Non si sa quale effetto abbia avuto la sua modesta domanda, ma come prova della sua attività restano due documenti: un’attestazione di ben servito come “Scrivano dei Cartulari delle Paghe” in data 16 marzo 1626, e un’altra del 14 dicembre 1626 rilasciata dal Senato a testimonianza del buon servizio prestato come “Cancelliere dei Venditori Generali”.

Qualche supplica e qualche attestazione segue ancora nel 1629 finché, non sappiamo esattamente quando, fu nominato Cancelliere della Curia Criminale. Proprio mentre copriva questa carica, forse per errore, fu incarcerato per ordine del Senato. Non si sa di che colpa fosse accusato; la prigionia però non dovette essere lunga perché il 30 giugno 1636 il Senato ordinava il suo rilascio, sotto pena di cinquecento scudi. Di questa dolorosa e umiliante avventura invano si cercherebbe un’eco nelle poesie del Cavalli. Si potrebbe pensare che, d’animo mite e buono, egli seppe attingere nella Fede profondamente sentita, la forza di soffrire senza abbandonarsi a un legittimo sfogo verbale contro coloro che erano la causa della sua disgrazia, ma forse era più che altro questione di prudenza. Comunque, fu ben presto riconosciuto innocente: il 9 luglio dello stesso anno il Senato revocò il decreto precedente e gli restituì l’ufficio di scriba della Curia Criminale. Nel 1626, in seguito alla guerra contro il Duca di Savoia, era stato istituito il magistrato di guerra che pare funzionasse di fatto già molto tempo prima: il Cavalli ne fu nominato cancelliere il 20 ottobre 1637, nomina che gli venne poi confermata il 3 gennaio dell’anno seguente. Non era questa una carica a vita perché le istituzioni sorte a far fronte a qualche pericolo erano destinate a sparire non appena il pericolo scompariva; per questo la nomina veniva volta per volta rinnovata con la clausola “pro tempore”. Ma poi l’atto di riconferma era divenuto una pura formalità, dato che l’ultimo decreto di nomina, del 2 gennaio 1652, oltre la formula “per tempus”, reca ancora “et iuxta solitum”. È questo l’ultimo documento che testimoni della sua attività burocratica, ma della sua attività poetica resta una prova del 1654: la canzone composta per l’elezione del Doge Alessandro Spinola. Dopo quest’anno, non si hanno più notizie di lui, e con ogni probabilità fu vittima della peste del 1656-1657.


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