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DAL ROMANZO “LA PIOGGIA DI FUOCO”, CHE TRATTA DELL’ANTICRISTO,

CON QUALCHE RIFERIMENTO ALL’EPOCA CONTEMPORANEA

 

DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

Acquistabile e /o ordinabile presso le Librerie San Paolo e altre librerie nazionali

Ordinabile via <edizioni@fedecultura.com>

 

Il giorno del Signore verrà come un ladro;

allora i cieli con fragore passeranno,

gli elementi consumati dal calore si dissolveranno

e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta.

 Seconda lettera di San Pietro, 3, 10

 

Dedicato alla maestra Cristina Vai

sospesa dall’insegnamento della religione

presso la scuola elementare “Bombicci”,

nella democratica Bologna rossa,

nel novembre dell’anno di Nostro Signore 2011,

perché “colpevole” di aver citato l’Apocalisse.

 

Con i più vivi complimenti alla curia di Bologna,

la quale ha prontamente nominato una nuova maestra,

avvallando la decisione delle autorità scolastiche:

così verrà risparmiato agli allievi il “turbamento”

di scoprire la differenza tra il bene e il male.

 

Ma soprattutto complimenti

alla deriva progressista postconciliare,

che ha dimenticato i quattro Novissimi

— Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso —,

le realtà assolute ed essenziali

per la salvezza delle anime,

non ultime quelle di preti e prelati.

LA PIOGGIA DI FUOCO

1

Tempi di guerra, in un piccolo pianeta a trentamila anni luce dal centro di una delle tante galassie, che fin dai tempi antichi gli uomini del pianeta avevano chiamato “Via lattea”.

Jehoshua Sunerazan alzò lo sguardo dalla Bibbia, la sua lettura preferita, e contemplò, con profonda preoccupazione, la carta geografica appesa alla sua destra. Questa mostrava, a scala piuttosto grande, il Medio Oriente, dove la pace ancora una volta era in pericolo. Nel vasto studio della grande villa di Taormina, inondato dalla luce mediterranea, l’alta ed austera figura di Sunerazan, dal viso sereno, i capelli incanutiti e alquanto lunghi, che parevano irraggiare luce, e gli occhi azzurri, sembrava il ritratto vivente della tradizionale immagine del Cristo. Il benessere del mondo intero, ossia di tutto quel piccolo pianeta, era oggetto delle sue costanti amorose cure.

La Banca Unitaria della Bontà Universale (BUBU), della quale era presidente onorario, aveva, fra le altre incombenze, l’incarico di sopperire alle necessità dei paesi poveri, ai quali veniva incontro con amorevoli piccoli prestiti di “mund”, la moneta unica mondiale che aveva sostituito il vecchio eurodollaro, e che il grande istituto di credito regolarmente stampava e distribuiva, essendo l’unico autorizzato all’emissione.

Amministratore unico della banca, che aveva la sede centrale a Strasburgo, di fronte al monumentale edificio del parlamento europeo, era un ottimo amico di Sunerazan, il plurilaureato (in economia, diritto e scienze politiche) dottor professor Peter Kefa, di Lutherstadt-Wittenberg, nella Sassonia-Anhalt di luterana memoria, uomo austero e di raffinata eleganza, fortunato proprietario di una sterminata collezione di cappotti “loden”, rettore magnifico della scuola superiore di economia “Sans souci” di Potsdam.

“Sans souci”: “senza preoccupazioni”. Non c’era davvero di che preoccuparsi con lui. Dotato di una faccia da maggiordomo del vampiro in un film horror, Kefa causava accessi di depressione in chiunque lo guardasse; per fortuna non si muoveva quasi mai dal suo ufficio con l’aria condizionata al centotreesimo piano del grattacielo della BUBU di Strasburgo, se non per andare in chiesa (con la moglie) e in loggia (senza la moglie). Da poco aveva concesso, in cambio di certe facilitazioni petrolifere, un generoso prestito a diversi paesi arabi i quali in realtà non ne avevano gran bisogno e purtroppo, con gran dispiacere di Jehoshua Sunerazan, l’avevano prontamente investito in armamenti. L’austero Kefa, invece, non aveva commentato: sembrava, nella sua austerità, non avere sentimenti. Non entravano nella sua contabilità.

Sunerazan, al contrario, irraggiava sentimenti. Amava tanto l’Oriente: si diceva che fosse di remota origine armena, forse della regione dell’Ararat, il monte “dove si era arrestata l’Arca”, dicevano alcuni. Altri facevano osservare che i traduttori sono spesso la quintessenza dell’idiozia, e che il diluvio non poteva esser salito fino al Grande Ararat, che è una montagna alta oltre cinquemila metri, e neppure fino al Piccolo Ararat, che ha pur sempre una vetta di quasi quattromila metri, mentre “arara” è una parola accadica che significa semplicemente “collina”, e con ogni probabilità era appunto su qualche collina della Mesopotamia che l’Arca era andata ad arenarsi alla fine del diluvio: evento del quale gli archeologi da secoli avevano trovato indiscutibili tracce negli strati sedimentari della Mesopotamia. Ma queste chiacchiere non illuminavano certo sulle origini di Sunerazan: un uomo interamente avvolto nel mistero, di profondissimo fascino, che irraggiava autorità, calma, padronanza di sé, un uomo che ispirava obbedienza e deferenza.


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